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La febbre Ŕ necessaria PDF Stampa E-mail

13 Agosto 2022

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 Da Comedonchisciotte del 9-8-2022 (N.d.d.)

In un futuro non troppo lontano, sono convinto che l’uso sistematico del paracetamolo durante la pandemia Covid sarà considerato uno dei più grandi fallimenti della storia della sanità pubblica, subito dopo la catastrofe dei vaccini Covid. Gli antichi consideravano la febbre un alleato indispensabile nella lotta contro le malattie. “La febbre è un potente motore che la natura mette in moto per sconfiggere i suoi nemici “, diceva il medico del XVII secolo Thomas Sydenham, noto anche come “l’Ippocrate inglese”. Da qualche tempo a questa parte la medicina moderna, incentrata sul comfort più che sulla ragione terapeutica, ha sistematicamente stroncato la febbre, in particolare durante questa pandemia. Capisco che possa spaventare vedere il proprio figlio febbricitante, ma finché non diventa eccessiva (nel tempo o nel livello), la febbre dovrebbe essere accolta come una difesa della natura. Se l’ordine evolutivo è un segno di priorità terapeutica, e quindi di efficacia, la febbre è molto più importante degli anticorpi.

Troppi considerano la febbre come un inutile e doloroso sottoprodotto della reazione immunitaria, come se l’evoluzione non avesse potuto fare a meno di un sintomo così invalidante. Torniamo alle basi: “Le persone senza febbre sono state eliminate dall’evoluzione, solo le persone con febbre sono sopravvissute.” Nel corso dei millenni è stato condotto un altro studio randomizzato controllato e la febbre, nonostante la sua dolorosità e il suo disagio, ha resistito e vinto. In altre parole, la febbre deve essere uno strumento strategico indispensabile nella nostra lotta contro le malattie e sopprimerla in modo sistematico è tanto idiota e sciocco quanto sopprimere il sistema immunitario. Aumentando la temperatura corporea e l’acidità del flusso sanguigno, la febbre agisce probabilmente come una bomba sistemica che impedisce ulteriori infezioni e distrugge tutti i virioni in circolazione, ponendo fine alla propagazione virale esponenziale in una fase iniziale. La sensibilità del SARS-COV-2 alla temperatura, come quella di altri corona virus, è ben documentata. Così, mentre miliardi di cellule immunitarie conducono una guerriglia porta a porta, distruggendo una singola cellula infetta alla volta, liberando i virioni nei tessuti e nel flusso sanguigno, la febbre invia un’esplosione sistemica, simile a una bomba EMP immunitaria (per chi ricorda Ocean’s 12) che uccide tutti i virioni circolanti. Finché i linfociti T non hanno distrutto tutte le cellule infette, la febbre è necessaria per fermare il ciclo infinito di replicazione del virus nell’organismo.

La febbre fa almeno due cose: blocca l’ulteriore infezione cellulare modificando la struttura fisica dello spike5 con l’aumento della temperatura. Questa modifica della struttura della proteina impedisce il corretto legame con i recettori dell’ACE-2 e limita quindi la dinamica esponenziale. Fa esplodere i virioni liberati nel tessuto e nel sangue aumentando la temperatura e l’acidità, riducendo la capacità dei virioni di infettare e replicarsi ulteriormente. Perché è così importante arrestare precocemente la propagazione? Come ho affermato in numerosi articoli, la propagazione virale è esponenziale, è come una valanga. Cresce di dieci volte ogni 36-48 ore. Se aspettassimo che gli anticorpi fermino la propagazione – come è opinione diffusa tra la maggior parte degli scienziati – l’infezione virale sarebbe probabilmente fino a 4,6 milioni di volte peggiore (10^6,6) in termini di danni alle cellule infettate. La febbre è quindi una risposta indispensabile alla propagazione all’interno dell’organismo.

Alla luce di quanto sopra, è evidente che fermare la febbre è una ricetta per il disastro. La maggior parte delle persone sane che dichiarano di avere sintomi da 6-8 giorni (invece di 1 o 2) sono persone che hanno preso il paracetamolo. Abbassare la temperatura – e di conseguenza l’acidità – è come legare le mani dietro la schiena al sistema immunitario. I virioni in circolazione vengono lasciati liberi per un po’ di tempo in più di propagarsi e infettare altre cellule sane. Anche se le cellule T interrompono la produzione di virioni eliminando sistematicamente le cellule infette. Qualsiasi virione lasciato intatto dall’abbassamento della febbre penetrerà nelle nuove cellule e inizierà a replicarsi. In questo caso, il conforto ha un costo cellulare considerevole, poiché la valanga virale non viene brutalmente fermata. Il fatto che i medici non comprendano questa logica mi preoccupa particolarmente, perché dimostra una chiara mancanza di conoscenza delle dinamiche e dei danni delle infezioni virali… Dal punto di vista epidemiologico, le conseguenze dell’ampio uso di paracetamolo durante la pandemia non possono che essere catastrofiche: maggiore R0, maggiore incidenza, peggiore gravità e inevitabilmente maggiore mortalità. Innanzitutto, la febbre è di solito il sintomo più evidente della malattia. In quanto tale, serve a informare l’ospite che qualcosa non va. Un altro vantaggio immediato della febbre è che costringe l’ospite a rimanere a casa, isolando così in qualche modo il potenziale contaminatore dal resto della società. Riducendo la mobilità, la febbre contribuisce in modo determinante al controllo delle epidemie. Se si riesce a evitare del tutto la febbre, la mobilità degli ospiti viene notevolmente aumentata, e questo di per sé non può essere positivo. Inoltre, generalizzare l’uso del paracetamolo significa che le persone sono infettive molto più a lungo e con una carica virale molto più alta. Portare i virus per 4-5 giorni in più raddoppia quasi il tempo di contagiosità, e avere una carica virale più alta significa che l’efficacia dell’infezione sarà molto più elevata. Sarebbe necessario calcolare l’impatto sull’R0, ma è indubbio che la differenza sarebbe notevole. “È probabile che il paracetamolo abbia mantenuto artificialmente un R0 molto più alto e una maggiore gravità della malattia.” Se in una comunità la propagazione virale venisse lasciata libera più a lungo, la produzione di virus sarebbe naturalmente molto maggiore. L’incidenza e il corrispondente tasso di mortalità ne deriverebbero evidentemente. Dal punto di vista matematico, l’aumento di tutti gli aspetti di una dinamica esponenziale di esponenziali non può che portare a risultati radicalmente diversi. In altre parole, è abbastanza plausibile che questa pandemia non sarebbe mai stata un granché se non fosse stato per l’uso generalizzato del Paracetamolo. È anche probabile che senza l’uso generalizzato del Paracetamolo, l’idea di vaccinare il mondo non avrebbe mai avuto molto sostegno.

Un teorico della cospirazione direbbe che tutto questo è stato fatto di proposito. Anche se alcuni giochi machiavellici sono sempre possibili, credo che sia stata in gioco una dinamica più banale. Così come l’abbandono della “tecnica di aspirazione” per evitare il dolore è stato generalizzato senza un’analisi appropriata, l’uso sistematico del paracetamolo si è insinuato nel nostro mondo quando il comfort del paziente è diventato più importante della salute stessa. Purtroppo, se la nostra società non si ri-àncora alla realtà, questa situazione continuerà. Quindi, la prossima volta che voi o i vostri cari avrete la febbre, lasciate che la febbre e il sistema immunitario facciano il loro lavoro. Grazie a voi potremmo evitare un incubo lungo due anni…

Marc Girardot (tradotto da Arrigo de Angeli)
 
Decadenza estrema PDF Stampa E-mail

12 Agosto 2022

 Da Rassegna di Arianna del 10-8-2022 (N.d.d.)

Il balletto estivo preelettorale del partito unico draghista è solo l'ultimo indice, in ordine di tempo, di un'infinita sconsolante decadenza del ceto politico e dei ceti dirigenti in generale (apparato mediatico in testa). È dal collasso della Prima Repubblica, sulla scia del crollo del mondo bipolare e dell'imporsi del monopolio imperiale americano, che questo processo di degrado continua; e ogni qual volta si ritiene di aver toccato il fondo, ecco un nuovo guizzo di inventiva che ci sorprende.

Così, uno pensava di aver già visto tutto con la compravendita di senatori di berlusconiana memoria, ma poi ti salta fuori un Giggino che nell'arco di una legislatura passa da cavaliere dell'ideale ed eroe dell'antipolitica, ad essere il più patetico ministro degli esteri della storia (in un governo autoritario e tecnocratico), e poi a scindersi dai suoi per diventare stampella esterna del medesimo governo (portandosi dietro 50 peones), e poi a tradire anche i propri seguaci con una giravolta virtuosistica, chiedendo ospitalità al proverbiale "nemico", e infine a protestare con il "partito di Bibbiano" perché non gli avrebbe dato un collegio abbastanza sicuro (il problema peraltro è irresolubile, perché ovunque egli si presenti il collegio diventa automaticamente contendibile anche da Paolino Paperino). Insomma, tutto materiale di una sceneggiatura che renderebbe i film di Totò e Peppino esempi di neorealismo. Ora, questa roba farebbe ridere se potessimo guardarla da Marte, con l'occhio distaccato dell'antropologo e dello studioso. Purtroppo, essendo noi stessi rappresentati nel mondo da una generazione di Giggini, il riso non è un lusso che ci possiamo permettere.

Il dramma di quest'epoca, come tutti i periodi di declino e decadenza, è che la situazione è talmente degradata che è difficile persino immaginare come possa rimettersi in piedi. In verità io credo che qualunque sia l'esito di queste elezioni, nel corso del prossimo anno gran parte dei nodi verranno al pettine: il lascito devastante di vent'anni di eurozona, di trent'anni di imperialismo globalista a stelle e strisce, e di una classe dirigente nazionale macchiettistica, busserà alla porta. Sono sempre le crisi profonde, quelle tragiche, a fare da levatrice della storia, e così accadrà anche questa volta. Ciò che possiamo fare, l'unica cosa che è nelle nostre disponibilità, è farci trovare il più preparati (o il meno impreparati) possibile per indirizzare i cambiamenti rapidi cui verremo chiamati. L'atteggiamento con cui dovremmo provare ad affrontare ciò che ci attende non è certo quello dell'"ingegneria sociale", come se fossimo nelle condizioni di anticipare nei dettagli una forma di vita ideale e di raggiungerla. No, quello che dovremmo fare (o almeno tentare) è di indirizzare una nave ormai priva di ormeggi in una direzione di buon senso pratico e di palingenesi - mi si perdoni il termine - spirituale. Sul piano pratico dovremo affrontare quanto ci accadrà con l'occhio più scevro possibile da ideologismi, e più attento possibile alle condizioni reali di vita delle persone. E sul piano "ideale" dobbiamo sapere che quello di cui abbiamo bisogno è una vera e propria rinascita, una ricostruzione culturale e spirituale (che non significa "astratta"), in cui l'intero paradigma di cui sono vissute le ultime generazioni (globalismo, liquefazione dei rapporti, frantumazione delle identità, mercatismo, pilota automatico finanziario in economia e muto ossequio al nostro padrone coloniale), questo intero paradigma dovrà essere superato.

Quale configurazione della storia ci aspetti a valle di questa crisi è ignoto a tutti e l'unico modo di affrontare la situazione sarà con grande umiltà, disponibilità ad aggiustare il tiro, ma anche con la consapevolezza che solo con il rigore e la più ferrea onestà intellettuale, di tutti e di ciascuno, ci potremo salvare. Non ci salverà il papa né Trump, non l'America né l'Europa, non Putin né Xi Jin Ping, non la frenesia dei mercati né il tentativo di isolarsi dal frenetico clangore del mondo. Ci salveremo soltanto da soli, se avremo umiltà, rigore ed onestà (con noi stessi innanzitutto).

Spero di sbagliarmi, ma percepisco in lontananza rombi di tuono all'orizzonte. E nessuno ha la ricetta per uscire con un colpo di bacchetta magica dal vicolo cieco della storia in cui siamo entrati. Si tratta dunque di cominciare, appellandoci alla capacità di resistenza e a tutte le risorse di buona volontà, un percorso lungo e accidentato, ma anche necessario.

Andrea Zhok

 
La controra PDF Stampa E-mail

11 Agosto 2022

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 Da Rassegna di Arianna del 2-8-2022 (N.d.d.)

Voi non sapete cosa vi perdete a non praticare la controra, rito e delizia dell’ozio pomeridiano estivo. Certo, tante cose si perdono i meridionali che vanno a dormire per un paio d’ore in pieno giorno. Ma quando la calura incombe c’è solo un rimedio che pure somiglia a una resa: stendersi su un letto e cedere al sonno fino a che passa la fase acuta della canicola. Quest’arte di cedere prende il nome di controra, che indica un tempo inverso e sospeso nel cuore del giorno. La controra è uno spreco regale, e un regalo a se stessi che si concedono a metà giornata i suoi devoti, anche più umili. È uno dei piaceri ineffabili del sud, di quelli improduttivi che fanno inorridire stakanovisti, calvinisti e turbocapitalisti. La controra è il filo conduttore per raccontare il sud, per ritrovare la sua magia e i suoi incantesimi arcaici, domestici e pomeridiani. Perché la controra, a cui ho dedicato non pochi scritti, è il vizio e lo splendore del sud; anzi sono convinto che i peggiori vizi del sud coincidano con le sue migliori virtù; ne sono la loro degenerazione, ma in origine avevano un’impronta nobile e felice. Il viaggio nella controra è un ossimoro, perché è come dire muoversi intorno a una stasi, pellegrinaggio nell’inerzia.

Valentino Losito ha pubblicato un libro dedicato alla controra, Zitti zitti piano piano (ed. Secop, p.176, 12 euro) e mi ha chiesto, in veste di antesignano del tema, di scriverne la prefazione. Il libro è un viaggio nel sud, di pomeriggio in pomeriggio, d’estate in estate, con qualche gita a Roma e qualche apporto poetico e letterario di estrazione settentrionale, come i meriggi estivi del triestino Umberto Saba o il meriggiare pallido e assorto del genovese Eugenio Montale. Roma, si sa, è la patria della pennica o pennichella, dell’abbiocco e della cecagna, che da noi in alcune zone del sud si traduce con “appapazzarsi” (dal sostantivo papazza). Saba e Montale invece mostrano che, oltre il sud, l’incanto poetico del meriggio lambisce gli estremi del mare nostrum, mediterraneo, in quelle che paiono le ascelle d’Italia, ligure e giuliana.

Il modo di dire Zitti zitti piano piano è la chiave d’accesso in casa e nelle stanze adibite al riposo, mentre qualcuno sta sognando con gli dèi perché è il tempo magico e sospeso della controra. Tutto si fa in silenzio, con calma, cercando di non fare rumore. La controra ci conduce in un mondo di abitudini, liturgie domestiche, allusioni, bisogni che si fanno voluttà, magia, pratiche di vita e di sospensione della medesima, e s’intromette in ambiti che non sono direttamente connessi al suo rito pomeridiano: canzoni, film, liriche, linguaggi. Chi crede che la controra ci chiuda a chiave nel nostro sud, sbaglia di grosso, perché in altre forme, dalla siesta spagnola e messicana all’inemuri giapponese fino ai pomeriggi oziosi del russo Oblomov, ci sono altre espressioni di abbandono ai demoni meridiani, all’ozio o quantomeno a brevi parentesi oniriche che rimettono al mondo.

Controra è l’ora contraria all’agire. Arriva dopo mezzogiorno, ma il mezzogiorno a sua volta al sud arriva come sempre in ritardo, dopo le due. E si protrae in un pomeriggio infinito che nei suoi apici tocca le cinque e minaccia pure di andare oltre, fino al calar del sole o quando il suo fulgore si fa inoffensivo e spariscono i suoi demoni e le sue empuse. Losito ricorda una variante furba e leggera della controra: il ricorso al divano, per distinguere il sonno della notte dal riposo pomeridiano. Ma io conoscevo e conosco integralisti della controra che il pomeriggio si rimettono il pigiama e vanno a dormire nel letto, altrimenti non è vera controra. Qualcuno dirà che la controra è comunque un privilegio perché non tutti possono permettersi di sospendere due-tre ore del giorno per il riposo pomeridiano. La controra è dei vecchi e dei bambini, costretti alla controra da nonne, zie e madri incantatrici, ma tocca trasversalmente ogni ceto. D’estate si fa controra anche sotto un albero, pausa magari breve ma intensa, dopo aver fatigato duramente. Pur soffermandosi da pugliese su molti aspetti della controra della sua terra, Losito sostiene che la patria della controra sia la Sicilia. Può darsi, ma la vera differenza è che in Sicilia la controra si è fatta letteratura, è stata per così dire inscenata, come vuole l’indole teatrale dei siculi che si applica anche ai lutti; mentre in Puglia è rimasta muta e casalinga, quasi sommersa, complice segreta della vita quotidiana, per non svegliare chi dorme. Ricordo i pomeriggi al porto dove i pescatori e soprattutto le loro donne rammendavano le reti. Era un’immagine operosa e calma, al tempo stesso: e l’arte di rammendare evoca la facoltà di rammentare, non solo per assonanza – che da noi è spesso coincidenza perché la t diventa spesso d – rammendando le reti si rammentano le imprese marine a esse legate, i pesci irretiti, le tempeste e le bonacce, la rete del tempo che si sfilaccia e va ricucita dalla memoria delle mani, come una ferita risanata.

Eppure sin da piccoli c’insegnarono che “chi dorme non piglia pesci”; ma poi scoprivamo che il tempo prezioso, da non sprecare, alle volte andava anche ammazzato, per sopprimere i demoni della noia. E andando avanti con la scuola, scoprimmo che l’otium vale molto più del nec-otium, l’ozio classico è più nobile del negozio indaffarato e mercantile, perché la contemplazione è superiore all’azione, secondo la cultura classica e il mondo antico. “La fretta è del diavolo mentre la lentezza è di Dio” dice un proverbio persiano; e Dio nel nostro sud levantino può davvero definirsi come “il primo motore immobile”, secondo la definizione di Aristotele. Dio mette in moto il mondo ma Lui resta immobile nella divina inoperosità di un’eterna controra. È vero, “chi dorme non piglia pesci”, ma “vede gli dèi” e abita con loro, seppur nel breve arco della controra.

Marcello Veneziani

 
I tre porcellini PDF Stampa E-mail

9 Agosto 2022

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 Da Rassegna di Arianna del 7-8-2022 (N.d.d.)

Il rapporto di Amnesty International che ha fatto tanto infuriare i trinariciuti nostrani alla fin fine è un quasi banale esercizio di giornalismo, quel giornalismo che così tanto manca alla narrazione della guerra nata dall’invasione russa dell’Ucraina. A differenza di quanto sostiene il presidente Zelensky, nel Rapporto non c’è alcun tentativo di “spostare le responsabilità” né di mettere sullo stesso piano in contendenti. Nel Rapporto, per esempio, si parla esplicitamente dell’uso di bombe a grappolo (vietate dal diritto internazionale) da parte della Russia, ed è solo un esempio. La vera colpa di questo Rapporto Amnesty è di graffiare l’immagine artificiale che i media occidentali hanno costruito di questa guerra, e che ha trovato la perfetta sintesi nel servizio di Vogue sui coniugi Zelensky: una guerra finta, patinata, dove il Paese aggredito, l’Ucraina, è popolato di eroi senza macchia e senza paura e il Paese aggressore, la Russia, di malfattori tanto vili quanto incapaci. Pensiamo alle cronache della guerra: per mesi ci è stato raccontato che l’esercito dell’Ucraina passava di vittoria in vittoria, fino al giorno in cui ci si è ritrovati con i russi in controllo del 20% del territorio ucraino. Idem con tutto il resto. Chi non ricorda “l’eroe” ucraino, il generale Zaluzhny, contrapposto al “macellaio” russo, il generale (poi vice ministro della Difesa) Dvornikov? L’eroe Zelensky con la maglietta da soldato contrapposto a Putin che molti, per settimane, hanno descritto malato e chiuso in un bunker?

E così via. La vera colpa del Rapporto di Amnesty è di rifiutare la trasformazione di una guerra in una favola, in una specie di tre porcellini e il lupo. Perché chi ha visto qualche guerra, come il sottoscritto che ha cominciato con la Cecenia nel 1994 e ha finito (forse) con la Siria degli anni scorsi, sa ciò che tutti coloro che hanno fatto queste esperienza sanno: sì, ci si nasconde dietro i civili, nella speranza che questo freni il nemico; sì, si spara anche dai centri abitati, da dietro i condomini, dai cortili, nella speranza di cogliere di sorpresa il nemico; sì, si spara al nemico anche sapendo che a essere colpiti potrebbero essere i civili dell’altra parte. Lo fanno tutti, in tutte le guerre. Perché il motto di chi combatte è: meglio loro di me. E non si vede proprio perché gli ucraini dovrebbero combattere in guanti bianchi di fronte a un avversario potente e senza guanti. Infatti non lo fanno per niente. Purtroppo a pontificare qua e là sono soprattutto quelli che parlano delle guerre senza mai averne vista una. Se non fosse così, saprebbero non solo che cos’è successo a Grozny nel 1999 (ceceni asserragliati tra le abitazioni, russi a sparare a tappeto) o ad Aleppo nel 2016 (idem), ma anche ciò che successe a Fallujah nel 2004 (islamisti nascosti tra la popolazione, esercito Usa a usare anche il napalm) o a Raqqa nel 2017 (Stato islamico mischiato ai civili, bombe Usa che fecero migliaia di morti civili). È la guerra del nostro secolo, quella in cui muoiono molti più civili che militari. Poi, certo, i tre porcellini…

Fulvio Scaglione

 
I partiti del dissenso colpevolmente disuniti PDF Stampa E-mail

8 Agosto 2022 

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 Da Comedonchisciotte del 5-8- 2022 (N.d.d.)

Rispettando le prerogative del ruolo che ricopre a tutela della Costituzione e dei principi in essa contenuti – tra cui il più importante: la sovranità appartiene al popolo – il nostro amato Presidente della Repubblica ha deciso di sciogliere le camere a metà luglio, consegnando a parte dell’estate la fase più calda del processo elettorale: la presentazione delle liste. Per la prima volta nella storia della nostra Repubblica, gli italiani sono chiamati a votare a settembre, precisamente il 25. I partiti dovranno quindi fare tutto di fretta, mettere giù liste, scegliere gli alleati per chi si presenta in coalizione, raccogliere le firme (non tutti) e, ovviamente, nonostante sia quasi in disuso oramai confrontarsi con gli elettori, fare campagna elettorale per accaparrarsi i voti. La campagna elettorale per un po’ è stata un lontano ricordo, quasi come se ci volessero abituare anche alla mancanza del rapporto partiti-elettorato. Ciò anche grazie alle forze parlamentari, tutte unite in un governo di unità nazionale, presieduto da Draghi, che non rispondeva a nessuna volontà se non quella della UE e della NATO. Lui, ex banchiere, che mai ha partecipato alla corsa elettorale, messo a capo del governo per fare ciò che nessuno era in grado di fare: far avanzare a spron battuto l’agenda imposta dai poteri finanziari a prescindere dal consenso dei cittadini italiani. D’altronde chi non ha un partito non ha elettori di riferimento, e quindi non ha nessuno a cui dover dar conto sotto di lui (al massimo sopra di lui in questo caso).

Ci troviamo così a scrivere in un momento davvero concitato, dove alcune coalizioni non si sono ancora palesate, i rapporti di forza sono in fase di studio e c’è chi, a poco meno di un mese dalla presentazione delle liste, ancora è incerto sul da farsi. Prima di fare una panoramica politica e partitica, è importante capire bene l’attuale legge elettorale. La legge Rosato, detta anche Rosatellum, è entrata in vigore il 12 novembre 2017 in sostituzione delle precedenti leggi elettorali (Italicum e Porcellum) soggette a pronunce di incostituzionalità da parte della Corte, ed è stata utilizzata per la prima volta nelle elezioni del 2018. All’epoca, come vi ricordate, non ci fu nessun vincitore, nessun partito o coalizione riuscì ad ottenere la maggioranza per governare e, dopo vari tira e molla durati ben 80 giorni, nacque da un “contratto” tra M5S e Lega il primo governo Conte. Scendendo nel dettaglio del suo funzionamento, il Rosatellum è un mix di proporzionale e maggioritario che favorisce la nascita di coalizioni, con soglie di sbarramento al 3% per chi corre da solo e al 10% per chi corre in coalizione, con almeno una lista della coalizione sopra al 3%. Nello specifico, dopo il taglio dei parlamentari voluto dal 5 Stelle e raggiunto con la legge costituzionale del 19 ottobre 2020, circa due terzi dei seggi – il 61% – sono assegnati con criteri proporzionali in liste bloccate (245 alla Camera e 122 al Senato); il 37% dei seggi (147 alla Camera e 74 al senato) è assegnato in base al modello maggioritario in collegi uninominali e, infine, il restante 2% (8 alla Camera e 4 al Senato) è destinato al voto degli italiani all’estero, per i quali è previsto il voto di preferenza e non con liste bloccate. Nonostante il mix di proporzionale e maggioritario, per l’elettorato il voto si esprime quindi univocamente. All’interno della cabina si vota infatti la lista, e il voto è direttamente valido sia per l’assegnazione con metodo maggioritario (poiché va al candidato uninominale collegato a quella lista) sia per la parte proporzionale, visto che si vota la lista stessa. Se l’elettore invece vota solo il candidato nel collegio uninominale, ed esso è espressione di una coalizione, il voto è spalmato tra le diverse liste che lo sostengono. Per questo motivo, non è possibile il voto disgiunto. In particolare, non è possibile scegliere un candidato all’uninominale non collegato alla lista scelta per il proporzionale. Come dicevamo, questo metodo favorisce le coalizioni e ciò lo si intuisce soprattutto per la parte che riguarda i seggi assegnati con il maggioritario. I partiti uniti in coalizione faranno confluire i voti verso candidati forti scelti di comune accordo per aggiudicarsi il seggio, inoltre le liste che prendono tra l’1% e il 3% riversano i loro voti nelle altre liste coalizzate, voti che altrimenti andrebbero persi. Sotto l’1% invece, non si contano. I partiti che corrono da soli e non superano il 3% non prendono seggi.

Dato il marasma e la proliferazione dei partiti, è chiaro che lo scontro è soprattutto tra coalizioni. Ecco quindi che la grande alleanza Lega-Fratelli d’Italia-Forza Italia sembra essere in grado di imporsi, risultando l’avversario più forte da battere. In questa prospettiva, senza alleanze competitive dall’altro lato, la partita per l’assegnazione del 37% dei seggi potrebbe vedere un risultato scontato, portando l’Italia ad essere governata dalla destra dopo tanti anni. Per questo motivo, il PD sta cercando in tutti i modi nuovi amici e, in questa prospettiva, dopo aver dato vita alla lista “Democratici e Progressisti” insieme ad Articolo Uno di Speranza, è fresca l’alleanza con Azione/+Europa. Dopo giorni di discussioni sulle rispettive posizioni che devono essere tutelate, Letta, Calenda e Della Vedova hanno raggiunto un’intesa elettorale che riapre la corsa al governo. L’opera di costruzione portata avanti dal segretario del PD di un blocco più grande possibile per contrastare la destra – come dicevamo, la coalizione da battere – potrebbe aver spostato però troppo il PD verso una riconferma delle politiche draghiste ora che anche Calenda è parte del progetto, politiche avversate invece da Europa Verde e Sinistra Italiana, oggi più di prima incerte su come posizionarsi. Chi sicuramente non ha accolto con piacere la nuova alleanza PD-Azione/+Europa è Di Maio, che ha presentato in questi giorni il nuovo soggetto politico “Impegno Civico”, di cui è fondatore insieme all’ex presidente della Regione Lombardia Tabacci. Letta ha promesso infatti ai nuovi alleati che nessun segretario di partito e nessun fuoriuscito da Forza Italia e M5S potrà essere candidato nei collegi uninominali, dove invece Di Maio sperava di posizionarsi se ad apparentarsi con il PD fosse stato lui prima degli altri. Stando così le cose, il progetto di Di Maio rischia di naufragare pochi giorni dopo la sua nascita. Conscio che il suo partitino difficilmente potrà superare il 3% se corre da solo, l’unica via d’uscita oggi è accettare l’offerta del PD: candidarsi nei collegi assegnati con il proporzionale sotto l’insegna Democratici e Progressisti. Così potrebbe assicurarsi un posticino nel prossimo Parlamento, mentre non sarà così semplice per coloro che lo hanno seguito fuoriuscendo dal M5S. Anche Renzi è stato tagliato fuori dall’apparentamento Letta-Calenda, che ha visto tramontare così il sogno del cd. Terzo Polo. Da quanto ci raccontano, il PD non ha fatto pervenire alcun’offerta di alleanza all’ex Presidente del Consiglio, che pare sia abbastanza sicuro di potercela fare anche correndo da solo, vedremo. Renzi ci ha dimostrato di avere nove vite come i gatti e difficilmente rinuncerà ad entrare in Parlamento. Il M5S, nel frattempo, con i consensi che viaggiano intorno al 10%, sembra un pesce fuor d’acqua senza amici e senza alleati, eppure Conte si mostra sicuro che possano essere loro la vera sorpresa di questa elezione estiva… convinto lui! Probabilmente sta soltanto cercando di ricostruire la fiducia dell’elettorato. Stesso discorso per la coalizione “Unione popolare “, nata dalla convergenza di Potere al popolo, Dema (il movimento dell’ex sindaco di Napoli Luigi De Magistris), Rifondazione comunista e la componente parlamentare di ManifestA. Nonostante si considerino gli unici veri oppositori del governo Draghi, e per questo forse vorrebbero che li ponessimo nel capoverso successivo – quello riguardante i partiti “del dissenso” – in realtà, proprio come tutti gli altri, sulla pandemia hanno totalmente piegato la testa ubbidendo ai diktat imposti.

Se il quadro quindi è abbastanza chiaro tra i partiti “del consenso”, il discorso non è molto diverso quando si passa ad analizzare la situazione dei partiti “del dissenso”, oggi incredibilmente disuniti nonostante l’alta posta in gioco. Dopo essersi punzecchiati vicendevolmente per mesi e mesi, i leader di questi partiti, ora che sono stati chiamati ad assolvere al ruolo di vera opposizione, non sono riusciti a essere all’altezza del momento storico, frastagliandosi piuttosto che compattandosi in un’unica grande coalizione, che avrebbe potuto avere una speranza non solo di entrare in Parlamento, ma anche di imporsi conquistando una buona fetta di seggi... Insomma, la vera sorpresa potevano essere loro, andando oltre anche le antipatie caratteriali, ma purtroppo non sarà così. Al momento il panorama che abbiamo sotto i nostri occhi vede presenti quattro coalizioni: VITA, fondata da R2020 (Cunial-Barillari), No Paura Day (Sensini), 3V (Teodori), Alleanza Italiana Stop 5G (Martucci) e Sentinelle della Costituzione (Avv. Polacco); ITALIA SOVRANA E POPOLARE, che riunisce Ancora Italia (Toscano), Partito Comunista (Rizzo), Riconquistare l’Italia (D’Andrea), Azione Civile (Ingroia), Italia Unita (Nappi) e Comitati No Draghi; ALTERNATIVA PER L’ITALIA, che vede insieme Il popolo della Famiglia (Adinolfi) e Movimento Exit (Di Stefano); Il matrimonio tra Italexit (Paragone) e Alternativa (Cabras). Poi abbiamo quelle forze che non sono state volute da nessuna coalizione o, molto più semplicemente, hanno preferito correre da sole come: UCDL: Unione per le cure, i diritti e le libertà, fondata da Erich Grimaldi; Forza del Popolo, fondata da Massimiliano Musso.

Un totale di sei realtà che si sono auto-attribuite la rappresentanza del dissenso dei cittadini, dimostrando attraverso le azioni e i programmi elettorali la contrarietà alle posizioni assunte da Conte prima e Draghi poi, hanno deciso quindi di presentarsi a questa tornata elettorale. Tra queste, secondo i sondaggi, la più forte e favorita risulta quella costruita da Toscano, Rizzo e gli altri. Subito dopo quella di 3V e Sara Cunial, diventata la paladina no green pass dell’ultima legislatura; da non dimenticare, per la coalizione di Cabras e Paragone, il sostegno al governo Conte durante i primi mesi di pandemia. Tutte queste formazioni “anti sistema”, come d’altronde avevamo accennato prima parlando di Unione Popolare, non sono sicure di poter presentare le liste in tempo per poter essere presenti sulla scheda elettorale.

Una delle macchie più grandi di queste elezioni riguarda infatti la disuguaglianza tra i partiti e partitini che non devono raccogliere le firme per presentare le liste e quelli che invece (e guarda caso sono le realtà “del dissenso”) devono farlo, in appena un mese, per giunta, non proprio in un mese qualunque ma d’agosto. Qui, come non mai, si palesa la volontà dolosa del Presidente della Repubblica di sciogliere le camere a luglio. Una “normativa irragionevole” contraria al principio di uguaglianza, come ha sottolineato il costituzionalista Gaetano Azzariti, professore ordinario di Diritto costituzionale all’Università la Sapienza di Roma, intervistato da Adnkronos.  Lo spauracchio della raccolta delle firme, da svolgere nelle varie circoscrizioni entro il 22 agosto è un’impresa ardua, proprio per delle piccole formazioni politiche sicuramente non strutturate uniformemente su tutto il territorio nazionale, e che – in appena un mese – devono portare a casa ben 36.750 firme per la Camera e 19.500 per il Senato, ovviamente autenticate. La cosa ancora più incredibile è che questa disuguaglianza è stata creata a regola d’arte proprio nei mesi precedenti la caduta del governo. Si è voluta creare una spaccatura mai vista tra chi è già dentro le istituzioni e ha tutte le intenzioni di restarci e chi sta fuori, andando ad acuire un distanziamento sociale oramai sempre più evidente tra governanti e governati. Seguendo l’iter di come si è arrivati a ciò, leggiamo che inizialmente l’esclusione della raccolta delle firme, come previsto dal Testo unico, riguardava solo “i partiti o gruppi politici costituiti in gruppo parlamentare in entrambe le Camere all’inizio della legislatura in corso al momento della convocazione dei comizi” – quindi PD, M5S, Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia. Successivamente, durante il governo Draghi, nella legge di conversione del “decreto Elezioni” datata 4 maggio 2022, è stato introdotto l’articolo 6-bis che allarga l’esclusione anche ai partiti o gruppi politici in gruppo parlamentare in almeno una delle due Camere al 31 dicembre 2021 o che abbiano presentato candidature con proprio contrassegno alle ultime elezioni della Camera dei deputati o alle ultime elezioni dei membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia in almeno  due terzi delle circoscrizioni e abbiano ottenuto almeno un seggio assegnato in ragione  proporzionale o abbiano concorso alla determinazione della cifra elettorale nazionale di coalizione avendo conseguito, sul piano nazionale, un numero di voti  validi  superiore all’1% del totale Così facendo, la platea di coloro che non devono passare le ferie d’agosto a cercare persone sotto l’ombrellone per fargli firmare la lista elettorale è allargata anche ai piccoli partiti come Italia Viva, +Europa, Liberi e Uguali, Coraggio Italia e Noi con l’Italia. Infine, la ciliegina sulla torta: anche Di Maio, tramite un escamotage, è riuscito a sfilarsi dal procacciare adesioni. Grazie all’apparentamento con Tabacci, fondatore di Centro Democratico – partito che ha già partecipato alle elezioni nel 2018 – la lista Impegno Civico (che unisce Insieme per il Futuro al partito di Tabacci), rispetta così i canoni per l’esclusione dalla raccolta delle firme. Tana libera tutti quindi. Alla fine, a dover far fronte a questa immane sfida rimangono giusto giusto soltanto i partiti “del dissenso” (e Unione popolare), per i quali il mese di agosto si prospetta più che rovente.

Per chiudere in bellezza, a ostacolare la raccolta firme ci si è messo anche il Ministero degli Interni, che fino a qualche giorno fa non aveva ancora fornito i moduli necessari ai partiti, come denunciato da Gianluigi Paragone di Italexit e dalle tante altre segnalazioni che ci sono pervenute in redazione. In poche parole: una lotta contro il tempo per portare in Parlamento determinate istanze altrimenti senza alcuna rappresentanza. Eppure se avessero dimostrato unità avrebbero magari potuto raccogliere le firme molto più facilmente; avrebbero dimostrato unione di fronte a tutti gli italiani contro certi poteri. E chissà, lasciatemi sognare, avrebbero magari anche abbassato l’asticella dell’astensionismo ai minimi storici. Peccato che la realtà si riveli essere l’esatto opposto.

Massimo Cascone

 
Il pilota automatico della democrazia terminale PDF Stampa E-mail

6 Agosto 2022

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 Da Rassegna di Arianna del 4-8-2022 (N.d.d.)

Nel bosco dei ribelli è giunta notizia che in Italia si terranno le elezioni politiche il 25 settembre. Accogliamo l’informazione con uno sbadiglio, seguito da un debole sorriso. Anche il Drago ha gettato la spugna, forse spaventato dall’autunno freddo per mancanza di energia, dalla conseguente inflazione e dalla possibilità di reazioni popolari.

La macchina procedurale della stanca, asmatica democrazia rappresentativa è avviata. Nel bosco non ci sono sezioni elettorali e non si eleggono deputati. Ci limitiamo ad aspettare la frescura settembrina, rammentando una canzone di battaglia di noi ragazzi di tanti anni fa, che osarono sfidare lo spirito dei tempi. “Democrazia, democrazia, è cosa vostra e non è mia. Democrazia, democrazia, in quantoché comandate voi”. Come Walt Whitman, “due strade trovai nel bosco e io scelsi quella meno battuta, ed è per questo che sono diverso”. La distinzione rispetto al poeta di Foglie d’erba è che la sua diversità era l’orientamento sessuale, che non si chiamava ancora così. Pure, nei nostri anni difficili e formativi di democrazia ce n’era assai più di adesso. Gli spazi bisognava conquistarseli palmo a palmo, ma non c’era la palude maleodorante e la dura dialettica delle idee aveva per protagonisti figure dello spessore di Berlinguer, Almirante, Moro, Andreotti, Craxi, La Malfa. Ora vige il pensiero unico, e Tocqueville, dalla tomba, può compiacersi di quanto sia stata profetica la sua analisi sulla tirannia della maggioranza conformista, imbelle, interessata solo a se stessa. Tramonta anche l’idea della democrazia liberale di Ortega, “l’unico governo che rispetta la minoranza, perfino quella più debole. “Sarà che una volta la politica contava qualcosa, progetti e modelli erano alternativi. La gente si divideva su visioni del mondo e della società e anche per questo correva a votare. Da trent’anni – e nell’ultimo decennio con un’accelerazione impressionante – l’intera classe politica si è posta al servizio dei poteri globalisti, rafforzando il modello liberal liberista in economia e libertario-libertino in campo morale. Tutti hanno promosso la privatizzazione di beni e servizi, nell’indifferenza per l’interesse popolare e nazionale; tutti hanno accettato la cessione di sovranità ad organismi tecnocratici e finanziari sovrannazionali.

L’intero cerchio della politica “di sistema” ha segato l’albero su cui è appollaiata, sostenendo il passaggio da un ordinamento democratico ad uno tecnocratico. La sovranità non appartiene più al popolo, sia pure esercitata “nelle forme e nei limiti della costituzione”. È saldamente nelle mani di oligarchie, “esperti” e “competenti” avulsi dalla vita e dalla volontà popolare. Le forze politiche hanno portato all’apice l’arte del camuffamento, continuando a presentarsi sotto le mentite spoglie della sinistra, della destra e del centro, dei conservatori, dei progressisti, dei riformisti e dei moderati. Nella sostanza, termini del lessico politico che non significano più nulla. Le società postmoderne sono diventate postdemocratiche, pur mantenendo, per motivi cosmetici e per avvalorare la menzogna di massa, le forme e le procedure della democrazia rappresentativa. Che non rappresenta più molto, tanto che la tirannia della maggioranza intuita da Tocqueville quasi due secoli fa è diventata il contrario: tirannia della minoranza nell’indifferenza e docilità dei più. In maniera confusa e contraddittoria, un numero crescente di persone lo ha compreso, disprezza la politica e se ne tiene lontana perfino nell’occasione del voto. Tra tante sciocchezze divenute patrimonio di massa, Jean Jacques Rousseau enunciò anche alcune verità. Una riguarda la sovranità, che per il ginevrino il popolo esercita un solo giorno, quello del voto, per spogliarsene dopo aver restituito la matita copiativa. Gli ultimi anni sono stati i primi della transizione post democratica: comandano oligarchie proprietarie di tutto, promotrici di un pensiero dominante tendenzialmente unico che rende superfluo il rito delle votazioni. Siamo plasmati per pensare allo stesso modo, parlare, mangiare, vestirsi in modo uguale, omologato. Perché votare, se i programmi divergono solo su sfumature e se pezzi sempre più ampi del ceto politico trasmigrano da uno schieramento all’altro, se non rispondono al popolo, promettendo ad oligarchie e mercati che saranno fedeli, fedelissimi alla linea? Un alto funzionario dell’oligarchia, l’ex ministro “tecnico” Enzo Moavero Milanesi, ha spiegato in un’intervista ciò che dovrà fare obbligatoriamente il futuro governo “da chiunque sia composto”. Le figurine intercambiabili, oltre a non poter discutere in alcun modo la collocazione internazionale dell’Italia, le sue alleanze (o sottomissioni) e i suoi impegni bellici (nonostante l’evidente dissenso della maggioranza ex sovrana) dovranno praticare una politica di bilancio definita “imprescindibile”. Ovvero spenderanno i nostri soldi come vogliono loro. C’è il patto di stabilità (ma la democrazia è per natura instabile, a differenza delle dittature) con l’impianto sanzionatorio per chi sgarra deciso da chi gestisce i fondi creati dal nulla dalla Banca Centrale, che, in qualità di creditrice (non di prestatrice di ultima istanza) ha “vasta influenza” sulle scelte (obbligate) dell’esecutivo.

La vocazione dogmatica dell’oligarchia sono le liberalizzazioni (balneari, tassisti, imprenditori, siete avvisati) opporsi alle quali significa perdere “gli ingenti fondi europei “, ossia prestiti da onorare. Che ci resta, se il gioco è definito in partenza, le squadre fungibili e decide tutto l’arbitro? Se – puta caso – qualcuno volesse cambiare le regole o il gioco, fuoriuscendo dallo schema obbligato liberal liberista e dal sistema dei diritti individuali che hanno decostruito l’uomo, polverizzato la famiglia, innescato il dramma della denatalità e generato un’impressionante confusione di massa? Nessun problema, recitano i paladini della democrazia terminale. Si può partecipare alle elezioni e presentare un programma alternativo. È la sfolgorante democrazia, il sistema politico più bello ed inclusivo inventato da mente umana. Peccato che ci abbiano appena detto che dobbiamo fare ciò che vogliono loro: si chiama governance, amministrazione controllata dell’esistente. I governi sono amministratori condominiali che rispondono ai costruttori dei palazzi. Se hanno trasferito il potere ad organismi transnazionali, vertici non elettivi, poteri di fatto, cupole finanziarie, mercati, commissioni, lo hanno fatto precisamente per bypassare l’ingombrante parere dei popoli. I quali, nonostante il bombardamento mediatico e culturale, si ostinano a non pensarla come i Superiori.

Pazienza, ripete l’Ottimista Democratico. Andrete in parlamento e farete sentire la vostra voce. Ma il parlamento – il cui nome evoca più la logorrea che l’azione-non conta quasi nulla. I deputati sono scelti uno per uno dai capi dei partiti e se si azzardano a dissentire, l’agiata carriera è finita. Se presentano leggi o proposte, i vertici parlamentari faranno in modo che non vengano discusse o siano stravolte. Se poi le decisioni del governo non piacciono, c’è una doppia tagliola. Il voto di fiducia – il governo Draghi ne ha totalizzati cinquantacinque – blocca il dibattito e costringe ad approvare tutto a scatola chiusa. Oppure si governa a colpi di decreti immediatamente esecutivi che diventeranno legge con le metodologie descritte, o di provvedimenti amministrativi contro cui non vi è possibilità di opposizione o impugnazione, tipo i DPCM (Decreti del Presidente del Consiglio dei ministri).

E poi, entrare in parlamento: mica facile. Innanzitutto ci sono gli sbarramenti percentuali, i collegi blindati in cui si sa in anticipo chi vincerà, la difficoltà creata ad arte contro la rappresentanza nella democrazia detta rappresentativa. Negli ultimi tempi sono stati raggiunti vertici impensabili nella negazione della democrazia reale da parte dei cantori h.24 della democrazia teorica. Già svuotato di potere, formato da yes men (e women, non dimentichiamo le quote rosa obbligatorie, che dovranno estendersi ai “generi” inventati dagli intellettuali di servizio) il mezzo migliore per costituire un parlamento privo di vera opposizione, è impedire con regole burocratiche la partecipazione alle elezioni di chi non fa parte del cerchio magico. I partiti – tutti – hanno stabilito per sé un vero e proprio “ius primae noctis”. Poiché la norma prevede che gli aspiranti partecipanti alle elezioni presentino a sostegno un ingente numero di firme di cittadini – autenticate da pubblici ufficiali-il gioco è fatto. Hanno esentato se stessi dall’obbligo – comprese sigle formate in parlamento allo scopo di aggirare la norma – confermandolo per gli altri. Immaginate quanto sia arduo, in piena estate e in tempo di epidemia, raccogliere decine di migliaia di firme “in presenza”. È una legge criminogena: chiunque abbia conoscenza della realtà, sa quali illegalità, quali trucchi siano generalizzati e sa altresì che quasi mai chi autentica le firme è presente al momento della sottoscrizione. Problema risolto per “loro”: nessuna firma. Problema insormontabile per tutti gli altri, se vogliono agire nella legalità. I costi dell’operazione sono ingenti: notai, avvocati, ufficiali giudiziari, modulistica, corse affannose per raccogliere i certificati anagrafici dei sottoscrittori. Una corsa a ostacoli al termine della quale, stremati e senza più un soldo, i potenziali oppositori potranno affrontare il Golia dei partiti di sistema, ignorati, tranne pochissimi spazi contingentati, da radio, tv e giornali, se non per essere attaccati e irrisi. La corsa è ampiamente truccata. Un esempio: da anni il sistema mediatico offre enormi spazi a Carlo Calenda, leader di se stesso. Perché? Evidentemente è “una riserva della Repubblica”, destinato ad affiancare o sostituire chi dicono loro, fingere opposizione o una fronda interna al sistema. Adesso il pariolino, perfetto esemplare di uomo di potere (destra in economia, sinistra nell’agenda dei “diritti”, centro nella gestione degli affari), coglie i frutti e diventa l’alleato preferenziale del PD, partito-Stato filiale dei poteri esterni. E gli altri? Si sgolano a rassicurare, giurare fedeltà ai Superiori mentre si scannano all’interno per accaparrarsi i posti migliori in lista. E l’opposizione? Non pervenuta, come la temperatura di remote località alpine, oppure impegnatissima a mostrarsi più devota ai mercati, alla finanza, agli alleati-padroni. E quella vera, che si è formata nonostante tutto in questi terribili anni? Generosi e sinceri i militanti, tante persone di ogni orientamento che vogliono cambiare le cose, ma duci e ducesse l’un contro l’altro armati, rissosi, incapaci di unirsi. Dissensi ideologici, certo, linee spesso incompatibili, è vero. Ma soprattutto appetiti di piccoli personaggi la cui aspirazione non è cambiare il mondo, ma il proprio status sociale. Un posticino in parlamento fa gola, eccome, come sanno i grillini transumanti a destra e a manca (più a manca, invero), impegnati a ostentare il più alto tasso di progressismo.

Una certezza: nessuna soluzione al presente stato di cose può venire dalla stessa mentalità, dal medesimo humus che l’ha prodotto. Lo diceva Einstein e lo ripetiamo noi, convinti che la via parlamentare – in assemblee destituite di potere, svuotate di prestigio, piene di soggetti ricattabili che alla politica hanno affidato la loro realizzazione personale – non sia più praticabile. Il mondo cambierà – se cambierà – solo per iniziativa di lotte di massa, movimenti sociali, insorgenze di popolo. Assai improbabili al tempo dei tremebondi sudditi mascherati che il potere ha convinto della sua inamovibilità e della mancanza di alternative. Masse depoliticizzate non cambiano il mondo: per questo chi comanda gradisce la nostra assenza alle urne, benché abbia predisposto ogni cosa affinché nulla muti.

Quindi, è la triste conclusione, poco o nulla cambierà dopo il 25 settembre. Per questo chi non se la sente di votare il meno peggio o il meno distante dai suoi interessi e principi si asterrà o annullerà la scheda. Nel gioco della “tela” vi è una situazione in cui uno dei giocatori, qualunque mossa faccia avrà le pedine in posizione vincente e “mangerà” quelle avversarie. È la condizione dell’oligarchia davanti al voto del 25 settembre. Diceva un campione di coraggio e libertà, Aleksandr Solzhenitsyn, che se non sussiste la possibilità di opporsi al male o manca il coraggio per affrontarlo, almeno non si collabori con esso, non si diventi complici. È poco, poco davvero. Ma questo resta a noi ribelli, a noi irriducibili innamorati delle libertà, costretti a gridare al pilota automatico, come tanti anni fa, “democrazia, democrazia, è cosa vostra e non è mia.”

Roberto Pecchioli

 
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