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Petroyuan PDF Stampa E-mail

21-12-2022

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 Da Comedonchisciotte del 20-12-2022 (N.d.d.)

Sarebbe così allettante parlare del presidente cinese Xi Jinping atterrato a Riad una settimana fa e accolto in pompa magna, come lo Xi d’Arabia che proclama l’alba dell’era petroyuan. Ma è più complicato di così. Per quanto il cambiamento sismico implicito nella mossa del petroyuan sia fattibile, la diplomazia cinese è troppo sofisticata per impegnarsi in un confronto diretto, specialmente con un Impero ferito e feroce. Evidentemente c’è molto di più di quanto non appaia all’occhio (eurasiatico). L’annuncio di Xi d’Arabia è stato un prodigio di finezza: è stato confezionato come l’internazionalizzazione dello yuan. D’ora in poi, ha detto Xi, la Cina utilizzerà lo yuan per il commercio del petrolio, attraverso la Shanghai Petroleum and National Gas Exchange, e ha invitato le monarchie del Golfo Persico a salire a bordo. [In ogni caso], quasi l’80% degli scambi nel mercato petrolifero globale continua ad essere prezzato in dollari. In apparenza, Xi d’Arabia e la nutrita delegazione cinese di funzionari e dirigenti d’azienda hanno incontrato i leader del Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG) per promuovere un aumento degli scambi commerciali. Pechino ha promesso di “importare petrolio greggio in modo coerente e in grandi quantità dal CCG.” Lo stesso vale per il gas naturale.

Da cinque anni a questa parte, la Cina è il più grande importatore di greggio del pianeta, metà del quale proviene dalla Penisola Arabica e più di un quarto dall’Arabia Saudita. Non c’è quindi da stupirsi che il preludio al sontuoso benvenuto di Xi d’Arabia a Riyadh sia stata una op-ed speciale che ampliava la portata degli scambi e lodava l’aumento dei partenariati strategici/commerciali in tutto il CCG, con tanto di “comunicazioni 5G, nuove energie, spazio ed economia digitale.” Il ministro degli Esteri Wang Yi ha ribadito la “scelta strategica” di Cina e Arabia. Sono stati firmati accordi commerciali per oltre 30 miliardi di dollari, molti dei quali legati agli ambiziosi progetti cinesi della Belt and Road Initiative (BRI). E questo ci porta alle due connessioni chiave stabilite da Xi con l’Arabia: la BRI e la Shanghai Cooperation Organization (SCO).

Nel 2023, la BRI riceverà un forte impulso da Pechino, con il ritorno del Belt and Road Forum. I primi due forum biennali si erano svolti nel 2017 e nel 2019. Nel 2021 non si era fatto nulla a causa della rigida politica cinese di zero Covid, ormai abbandonata a tutti gli effetti. L’anno 2023 è denso di significato, poiché la BRI era stata lanciata per la prima volta 10 anni fa da Xi, prima in Asia centrale (Astana) e poi nel Sud-est asiatico (Giacarta). La BRI non solo incarna una complessa iniziativa di commercio/connettività trans-eurasiatica su più fronti, ma sarà il concetto di politica estera cinese più importante, almeno fino alla metà del XXI secolo. Si prevede quindi che il forum del 2023 porterà alla ribalta una serie di progetti nuovi e ridisegnati, adattati ad un mondo post-Covid e indebolito dal debito e, soprattutto, al confronto tra atlantismo ed eurasianismo in ambito geopolitico e geoeconomico. Inoltre, è significativo che lo Xi in Arabia del mese di dicembre, sia venuto dopo lo Xi di Samarcanda, a settembre – il suo primo viaggio all’estero post-Covid – per il vertice della SCO, in cui l’Iran era entrato ufficialmente come membro a pieno titolo. Nel 2021 la Cina e l’Iran avevano concluso un accordo di partenariato strategico della durata di 25 anni, per un valore potenziale di 400 miliardi di dollari in investimenti. Questo è l’altro nodo della strategia cinese per l’Asia occidentale. I nove membri permanenti della SCO rappresentano oggi il 40% della popolazione mondiale. Una delle loro decisioni chiave a Samarcanda è stata quella di aumentare il commercio bilaterale, e il commercio complessivo, nelle rispettive valute. E questo ci collega ulteriormente a ciò che sta accadendo a Bishkek, in Kirghizistan, in piena sincronia con Riyadh: la riunione del Consiglio Economico Supremo dell’Eurasia, il braccio attuativo delle politiche dell’Unione Economica dell’Eurasia (UEEA). Il Presidente russo Vladimir Putin, in Kirghizistan, non poteva essere più diretto: “Il lavoro ha accelerato la transizione alle valute nazionali nei regolamenti reciproci… È iniziato il processo di creazione di un’infrastruttura di pagamento comune e di integrazione dei sistemi nazionali per la trasmissione delle informazioni finanziarie.” Il prossimo Consiglio Economico Supremo Eurasiatico si terrà in Russia nel maggio 2023, prima del Belt and Road Forum. Presi insieme, questi due eventi delineano i contorni della road map geoeconomica che ci attende: la spinta verso il petroyuan procede parallelamente a quella verso una “infrastruttura di pagamento comune” e, soprattutto, verso una nuova valuta alternativa che bypassi il dollaro USA. È esattamente quello che sta progettando il responsabile della politica macroeconomica dell’UEEA, Sergey Glazyev, a fianco degli specialisti cinesi.

In ogni scenario geoeconomico serio, è scontato che un petrodollaro indebolito sarà l’inizio della fine dei pasti gratis che l’Impero scrocca da oltre cinquant’anni. In breve, nel 1971, l’allora presidente americano Richard “Tricky Dick” Nixon aveva fatto uscire gli Stati Uniti dal gold standard; tre anni dopo lo shock petrolifero del 1973, Washington si era rivolta al ministro del petrolio saudita, il famigerato sceicco Yamani, con la proverbiale offerta che non si può rifiutare: noi compriamo il vostro petrolio in dollari USA e, in cambio, voi comprate i nostri titoli del Tesoro, un sacco di armi e riciclate ciò che rimane nelle nostre banche. Washington era così improvvisamente diventata in grado di distribuire dall’elicottero denaro sostenuto dal nulla,  all’infinito, e il dollaro USA si era trasformato nell’arma egemonica definitiva, completa di una serie di sanzioni ai 30 Paesi che avevano osato disobbedire all' ”ordine internazionale basato su regole” imposte unilateralmente.

 

Scuotere di colpo questa barca imperiale è un anatema. Quindi, Pechino e il CCG adotteranno il petroyuan lentamente ma inesorabilmente, e certamente senza fanfare. Il nocciolo della questione, ancora una volta, è la loro reciproca esposizione al casinò finanziario occidentale. Nel caso cinese, ad esempio, il problema è cosa fare di quegli enormi 1.000 miliardi di dollari in titoli del Tesoro americano. Nel caso saudita, è difficile pensare ad una “autonomia strategica” – come quella di cui gode l’Iran – quando il petrodollaro è un punto fermo del sistema finanziario occidentale. Il menu delle possibili reazioni imperiali include di tutto, da un colpo di Stato morbido ad un cambio di regime, fino allo Shock and Awe su Riyadh, seguito da un cambio di regime. Tuttavia, l’obiettivo dei Cinesi – e dei Russi – va ben oltre la situazione saudita (e degli Emirati). Pechino e Mosca hanno chiaramente individuato come tutto – il mercato del petrolio, i mercati globali delle materie prime – sia legato al ruolo del dollaro USA come valuta di riserva. Ed è proprio questo che le discussioni dell’EAEU, della SCO, d’ora in poi dei BRICS+ e la duplice strategia di Pechino in Asia occidentale cercano di minare. Pechino e Mosca, nell’ambito dei BRICS e, più avanti, della SCO e dell’EAEU, avevano iniziato a coordinare le loro strategie sin dalle prime sanzioni alla Russia, dopo il Maidan del 2014, e dalla guerra commerciale de facto contro la Cina iniziata nel 2018. Ora, dopo che l’operazione militare speciale lanciata nel febbraio 2022 da Mosca contro Ucraina e la NATO si è trasformata, a tutti gli effetti, in una guerra contro la Russia, abbiamo oltrepassato il territorio della guerra ibrida e ci troviamo in una guerra finanziaria totale.

L’intero Sud globale ha assorbito la “lezione” dell’Occidente collettivo (istituzionale) che congela, nel senso che ruba, le riserve estere di un membro del G20, per di più una superpotenza nucleare. Se è successo alla Russia, potrebbe succedere a chiunque. Non ci sono più “regole.” Dal 2014 la Russia sta migliorando il suo sistema di pagamento SPFS, parallelamente al CIPS cinese, entrambi in grado di aggirare il sistema di messaggistica bancaria SWIFT, guidato dall’Occidente, e sempre più utilizzati dalle banche centrali in Asia centrale, Iran e India. In tutta l’Eurasia, sono sempre di più quelli che abbandonano Visa e Mastercard e utilizzano carte UnionPay e/o Mir, per non parlare di Alipay e WeChat Pay, entrambe estremamente popolari nel Sud-Est asiatico. Naturalmente il petrodollaro – e il dollaro USA, che ancora rappresenta poco meno del 60% delle riserve valutarie globali – non finiranno nel dimenticatoio da un giorno all’altro. Xi d’Arabia è solo l’ultimo capitolo di un cambiamento sismico ora guidato da un gruppo selezionato del Sud globale, e non dall’ex “iperpotenza.”

 

Il commercio nelle proprie valute e in una nuova valuta alternativa globale è in cima alle priorità della lunga lista di nazioni – dal Sud America all’Africa settentrionale e all’Asia occidentale – desiderose di unirsi ai BRICS+ o alla SCO e, in alcuni casi, a entrambi. La posta in gioco non potrebbe essere più alta. E si tratta di sottomissione o di esercizio della piena sovranità. Lasciamo quindi le ultime, essenziali, parole al più importante diplomatico di questi tempi difficili, il russo Sergey Lavrov, alla conferenza internazionale interpartitica Eurasian Choice as a Basis for Strengthening Sovereignty: “La ragione principale delle crescenti tensioni odierne è l’ostinato tentativo dell’Occidente collettivo di mantenere con ogni mezzo un dominio storicamente decrescente nell’arena internazionale… È impossibile impedire il rafforzamento dei centri indipendenti di crescita economica, potenza finanziaria e influenza politica. Stanno emergendo nel nostro comune continente eurasiatico, in America Latina, in Medio Oriente e in Africa.”

Tutti a bordo… del Treno Sovranista.

Pepe Escobar (tradotto da Markus)

 
Un esercito senza Stato? PDF Stampa E-mail

19 Dicembre 2022

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 Da Rassegna di Arianna del 17-12-2022 (N.d.d.)

La guerra in Ucraina ha reintrodotto nel dibattito concetti banditi o ritenuti anacronistici come sovranità, interesse nazionale, potere militare, controllo dei mari, territorio. Dopo decenni di narrazioni sull’immaterialità del mondo globalizzato, è riapparsa sulla scena la drammatica materialità dell’esistente, fatto di armi, grano, energia. Un cambio di paradigma che ha costretto diverse realtà, a partire da quella europea, a rivedere i propri indirizzi, nonché in generale la propria posizione nel mondo. Difatti, l’Unione europea, costrutto intrinsecamente giuridico-economico, ha vissuto per più di settant’anni in un sonno geopolitico sotto l’ombrello imperiale statunitense – spesso senza rendersi conto dell’importanza di questo fattore nel garantire il lungo periodo di pace vissuto. Un letargo post-storico che non era stato intaccato nemmeno quando la guerra era ritornata dentro le mura domestiche, in ex Iugoslavia, ma che ora sembra invece destinato a terminare, o quantomeno a entrare in una nuova fase. In questo senso, l’annunciato riarmo tedesco è uno degli avvenimenti di maggiore portata storica degli ultimi decenni, un radicale ribaltamento degli equilibri che hanno governato l’Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Sempre in ambito militare, un altro tema venuto alla luce in questi mesi è quello della difesa comune europea, ambizione a parole mai sopita sin dagli anni Cinquanta, nei fatti resasi sempre irrealizzabile. Anche oggi, nonostante l’apparente favore della Francia di Macron, le criticità rimangono numerose. I rischi di investire in un soggetto ibrido, poco definito e dalle inevitabili contraddizioni interne non sono infatti da trascurare. Innanzitutto, si tratterebbe di un esercito per fare cosa? È risaputo che non esiste una politica estera europea, al netto del contenitore vuoto della Pesc (“Politica estera e di sicurezza comune”). Pensiamo solo all’approccio dei diversi stati membri nei confronti della Russia di Putin: le ambiguità tedesche non permettono a Berlino di allinearsi del tutto a Parigi, così come l’assertività polacca non trova la benché minima sponda a Budapest, a dispetto della narrazione degli ultimi anni sull’omogeneità del gruppo di Visegrad. Vi può essere tuttalpiù qualche convergenza contingente tra gli stati membri, ma niente di paragonabile alla definizione di un interesse europeo unitario. Ad esempio, cosa dovrebbe fare tale esercito nel Mediterraneo? I rapporti degli italiani con la Libia non coincidono con quelli francesi (anzi, si sono spesso scontrati per il sostegno di Parigi ad Haftar), così come nei confronti della Turchia Berlino ha un approccio diverso da quello degli altri partner europei. Sia chiaro, l’esercito sarebbe certamente “di difesa”, ma una marina militare deve comunque sapere cosa fare o come muoversi – anche nella logica di provocazioni e dimostrazioni che sovente intercorrono tra potenze, se è al rango di potenza che l’Unione europea vuole ambire con tale esercito. Dopodiché, un altro punto fondamentale è: chi comanderebbe questo esercito? La maschera dell’imparzialità o, meglio, dell’illusorio interesse unitario europeo non riuscirebbe a nascondere la forza della singola nazionalità. Qui non si tratta della Banca centrale o di altre istituzioni dal volto tecnocratico: essere al vertice di un esercito ha un valore decisamente più simbolico, in cui la nazionalità del singolo non potrà non essere notata. Francese, tedesca, italiana? Un marchio difficile da cancellare. Da questo punto di vista, la partita ruota soprattutto attorno a Parigi. Con l’uscita di Londra dall’Unione europea, la Francia rimane il paese membro con l’esercito più strutturato e l’atomica. Inoltre, va rammentato che fu la Francia stessa a bocciare il progetto della Comunità europea di difesa nel 1954. La difesa è l’espressione massima della sovranità e una nazione come la Francia non può permettersi di cedere senza garanzie di comando le chiavi della propria sicurezza nazionale; dopotutto, rimane il paese di Charles De Gaulle, che sosteneva essere: «Intollerabile che una grande nazione debba affidare il proprio destino alle decisioni e azioni di un altro stato, per quanto amichevoli possano essere i loro rapporti […] Il paese integrato perde interesse alla sua difesa nazionale non essendone più responsabile». Sicché, considerato anche il precedente storico, è difficile ritenere che i francesi possano anche solo concepire il progetto di difesa comune se non a condizione di averne la leadership. Il che potrebbe astrattamente inserirsi in un equilibrio tutto sommato accettabile che vedrebbe un’Unione europea a guida militare francese e guida economica tedesca. Senonché, ora con il riarmo di Berlino tutto cambia: la Germania diverrebbe potenzialmente la terza spesa militare al mondo dopo Stati Uniti e Cina, prima della Russia e, soprattutto, della Francia; tant’è che sembra tornare in auge la battuta che circolava ai tempi dell’abortito tentativo della Comunità europea di difesa, esemplificativa del generale approccio francese alla militarizzazione del vicino tedesco: «Parigi sogna una Germania più armata dell’Urss, ma meno potente della Francia». Battute a parte, un tale riarmo comprometterebbe l’equilibrio di cui sopra, con il rischio per i francesi di perdere de facto il controllo dell’esercito europeo.

A queste problematiche si aggiunge quella cruciale relativa ai codici nucleari. Un esercito senza atomica mancherebbe del più formidabile strumento di deterrenza e rimarrebbe pertanto azzoppato, in una posizione sicuramente marginale rispetto alle altre potenze, solite a trattare con il combinato disposto di forza militare convenzionale e atomica. Il fatto è che al momento in Europa i francesi sono gli unici ad avere l’atomica ed è molto improbabile che abbiano intenzione di condividerne i codici. Chiari indizi di come l’esercito comune potrà essere inteso da Parigi: o si tratterà di una difesa nella sostanza francese dietro alla bandiera dell’Unione europea o, semplicemente, non sarà. Il punto, sembra quasi lapalissiano sottolinearlo, è che nella prima ipotesi non sarebbe un esercito europeo, bensì francese, per quanto mascherato; un limpido esempio di come il modello statale vestfaliano, anche se fatto uscire dalla porta, tende poi a rientrare inesorabile dalla finestra. L’equilibrio, insomma, non può che passare dalla Francia, gelosa dei propri codici nucleari. Tra l’altro, con il riarmo tedesco si arriverebbe alla delicata situazione per cui la Germania disporrebbe della maggiore forza militare convenzionale, mentre la Francia dell’atomica: una contesa per lo scettro tra i due atavici nemici, cui non si può escludere, in futuro, la pretesa (anche) di Berlino di sviluppare un proprio arsenale. Il rischio di tensioni in seno all’esperimento è quindi reale. Paradossalmente, la Nato sarebbe più stabile: la forza degli Stati Uniti bilancerebbe il potere militare convenzionale tedesco e atomico francese. Vi è poi da considerare proprio la posizione di questi ultimi, che auspicano una Unione europea viva come mercato e alleato ma non troppo potente. Bisogna infatti partire dall’assunto che il presente è un prodotto della storia e il Vecchio continente è dalla fine della Seconda guerra mondiale che giace sotto l’influenza (e l’ombrello militare) di Washington. Pensiamo a quante basi e soldati americani si trovano in suolo europeo: cosa che, ovviamente, viceversa non avviene, perché nessuna potenza accetterebbe di avere nel proprio territorio ramificazioni militari di un’altra. Pertanto, ritornando al tema di cui sopra, gli americani non vedrebbero di buon occhio un esercito europeo forte: potrebbero tuttalpiù lasciare agli alleati un contentino, vale a dire una difesa simbolica sufficientemente valida per permettere alle cancellerie europee di festeggiare, ma non abbastanza da incidere sul corso storico. Gli orizzonti degli Usa rimangono imperniati sulla Nato – ove infatti vorrebbero fare confluire gli ingenti riarmi varati dai diversi paesi europei a seguito della guerra in Ucraina. In merito, una particolare attenzione è riservata alla Germania, l’alleato più problematico degli Stati Uniti in Europa: il riarmo tedesco sarà per o nonostante la Nato? La sensazione è che tra Parigi che vorrebbe incanalarlo in una difesa europea a guida francese e Washington nella Nato, il riarmo teutonico abbia un volto più nazionale di quanto si voglia credere.

Infine, vi sarebbero pure le non insignificanti barriere linguistiche (oltre che culturali: un italiano morirebbe per un austriaco? Un polacco per un tedesco?), potenziale ulteriore motivo di disfunzionalità; se certamente sono tanti gli esempi del passato di eserciti al cui interno convivevano più lingue, è altrettanto pacifico che più si dissolve l’omogeneità più aumentano i rischi di incomprensione. Salvo non ritenere scontato l’utilizzo dell’inglese, il che apparirebbe non poco ironico, essendo la lingua di un paese uscito di recente – non senza polemiche – dall’Unione europea. Ricapitolando, le criticità non sono poche: assenza di una politica estera europea; difficoltà nell’individuare chi comanderebbe tale esercito; tensioni Francia-Germania; problema dei codici nucleari; presenza americana sul suolo europeo, nonché la loro contrarietà all’emergere di una vera potenza continentale; barriere linguistiche e culturali.

Il rischio, in definitiva, è quello di lanciarsi in un investimento ibrido, artificioso, nonché intrinsecamente limitato per le contraddizioni di cui sopra, una mediocre via di mezzo incapace di incidere. Un esercito non solo senza Impero, ma proprio senza Stato. Come postilla conclusiva, va poi specificato un punto: la prospettiva assunta in questo contributo, come si sarà facilmente intuito, valorizza i singoli Stati quali attori principali dello scacchiere; anzi, indica tale circostanza proprio come uno dei maggiori ostacoli alla creazione di un esercito europeo. All’obiezione per cui questo ragionamento sarebbe anacronistico, è sufficiente ribadire che se esistesse veramente un interesse europeo e l’interesse nazionale fosse invero desueto, la difesa comune probabilmente sarebbe già nata (tralasciando la questione dei malumori statunitensi); chissà, forse addirittura nel 1954, quando misteriose congiunture astrali convinsero, invece, i francesi a bocciare la CED.

Luca Picotti

 
Urge l'uscita dalla NATO e dall'UE PDF Stampa E-mail

18 Dicembre 2022

 Da Rassegna di Arianna del 15-12-2022 (N.d.d.)

La sinistra liberal progressista è del tutto organica al neoliberismo di stampo atlantico, e non si può dire che la composizione sociale del suo elettorato non condivida questa collocazione. Il polo di centro destra, adesso al governo, è anch’esso organico al neoliberismo di stampo atlantico, anche se con sfumature diverse. La breve stagione populista aveva illuso molti che qualcosa potesse cambiare, che nuovi scenari potessero maturare. Non è andata così. Ma ciò non vuol dire che bisogna accontentarsi del meno peggio che il mercato politico mette a disposizione. Tra i due poli, e ci aggiungiamo pure quello stellato, non corrono differenze tali da giustificare attese interessanti sul piano della prospettiva politica a medio e lungo termine. Oggi le differenze tra le formazioni politiche più rappresentative (con i rispettivi satelliti) corrono principalmente intorno alle tematiche non strutturali. Il polo liberal progressista spinge verso i temi cari al transumanesimo globalista: diritti “civili” in chiave lgbt, genderismo, utero in affitto, immigrazionismo, cancellazione della storia, liberalizzazione delle droghe, eutanasia, aborto sempre più semplificato, cancellazione delle identità, solidarismo astratto e ipocrita; mentre il polo liberal conservatore, che sembra opporsi a tale degenerazione disgregativa del tessuto sociale, non è in grado di aggredire le cause strutturali del dispositivo transumano. Mentre sarebbe auspicabile che si definisse la capacità politica sia di contrastare i temi cari alle élite transumaniste sia di contrastare le politiche economico-sociali antipopolari, ben sapendo che ciò implica la conquista della sovranità nazionale, la quale può aversi solo svincolandosi dall’abbraccio mortale Nato-Ue.

La questione ucraina è emblematica. Nessuna differenza sostanziale tra i diversi schieramenti in campo, tutti a garantire il pieno asservimento alla Nato, quindi agli Usa, in un coinvolgimento crescente in termini di sostegno militare, finanziario e diplomatico. La guerra in Ucraina ufficialmente inizia il 24 febbraio 2022, ma sappiamo bene che essa è il portato di una serie incredibile di manovre avvolgenti Nato intorno ai confini russi, di cui il colpo di stato del 2014 a Kiev è parte del processo, con il corollario della brutale repressione nei confronti delle popolazioni russofone del Donbass. Ha ragione da vendere Alessandro Orsini quando dice che la questione non è che l’Ucraina entri nella Nato ma che ne deve uscire, in quanto essa è membro di fatto dell’organizzazione atlantica, in attesa solo del riconoscimento formale.

Gli Usa sono ben consapevoli che si sta sgretolando l’ordine geopolitico cristallizzatosi all’indomani della caduta del campo sovietico (1989) e per questo, col suo braccio armato Nato, hanno messo alle corde l’Europa, costringendola a recidere qualsiasi rapporto commerciale e politico con la Russia. Schierarsi quindi dalla parte dell’Ucraina oggi significa schierarsi in toto con gli Usa, e la sua volontà di perpetuare il suo ordine mondiale. L’intervento russo è figlio non della furia distruttiva di un dittatore chiamato Vladimir Putin (tesi sciagurata e riproposta dal mainstream atlantista), ma è la risposta difensiva di un Paese ben conscio che non può assistere passivamente al suo sgretolamento, in una sorta di riedizione in peius della sciagurata epoca eltsiniana, quando gli americani facevano carne di porco dell’economia e della società russi.

Bisogna quindi valutare positivamente il fatto che si stia scompaginando il vecchio ordine mondiale, per questo è augurabile che l’aggressività americana trovi nella Russia una capacità di contrasto all’altezza della situazione, ben sapendo che buona parte della popolazione mondiale non occidentale guarda con favore alla fine del monopolarismo americano, come dimostra il fatto della crescita dei Paesi intenzionati a entrare nei Brics. È solo sulla distruzione dell’ordine unipolare a stelle e strisce che potranno darsi le condizioni di rapporti equi tra le nazioni; della costruzione di un internazionalismo inteso come sano rapporto solidaristico tra le nazioni e non come uniformazione cosmopolitica alle leggi del capitale globalista. Per questo urge mettere nel conto di una politica coerentemente alternativa e popolare la fuoriuscita dalla Nato e dall’Unione Europea, strumenti dell’ordine mondiale unipolare americano.

Antonio Catalano

 

 
Il vizio di crederci Dio PDF Stampa E-mail

17 Dicembre 2022

 Da Comedonchisciotte del 14-12-2022 (N.d.d.)

Ci viene facile dividere le cose tra naturali e artificiali. La divisione è sicuramente utile, ci permette ad esempio di distinguere una piramide rovinata da una collinetta. Se guardiamo bene, la differenza sta nell’origine: se qualcosa è stata costruita dall’uomo o è comunque conseguenza dell’attività umana è artificiale, altrimenti è naturale. La piramide è stata costruita dagli operai del faraone, la collinetta da forze geologiche. Ma anche un paesaggio può essere artificiale, anzi, nel nostro mondo, quasi sempre lo è, per non parlare della  maggior parte delle cose che ci circondano. Tuttavia l’uomo non è l’unico animale a modificare la natura per il proprio tornaconto, i castori costruiscono le dighe, le termiti i termitai, sono moltissimi gli animali che costruiscono artefatti e nessun animale, nessuna pianta, nessun essere vivente lascia il mondo esattamente com’era prima della sua apparizione, tutti modificano qualcosa, per quanto piccola. Tuttavia noi chiamiamo artificiali solo le modifiche fatte dall’uomo. Le vespe che costruiscono un nido di mirabile simmetria rientrano nel naturale. Se però immaginiamo una razza di extraterrestri che arrivino sulla terra a bordo di un’astronave, anche se li immaginiamo fatti esattamente come una vespa, quell’astronave sarà qualcosa di artificiale, di costruito, qualcosa che esula dalla natura. Perché? Cos’è che differenzia in questo ambito un favo di vespe da un’astronave costruita da vespe spaziali? La risposta più comune a questa domanda è che gli oggetti artificiali sono costruiti con intelligenza e consapevolezza per raggiungere uno scopo, mentre quelli naturali sono frutto di una catena di cause cieche e automatiche che non hanno una mente retrostante che concepisce uno scopo. Naturalmente attribuiamo intelligenza e consapevolezza pressoché esclusivamente alla specie umana, di qui la distinzione tra tutto ciò che è umano (artificiale) e tutto ciò che non lo è (naturale). […]

Naturalmente c’è anche chi va più in là e ricollega l’artificialità degli oggetti costruiti dall’uomo a qualcosa di più di mente, intelligenza e consapevolezza  e tira in ballo questioni davvero metafisiche: l’uomo è diverso da tutte le altre creature in quanto dotato di “anima” che si ricollega ad una entità trascendente il mondo fisico: questa differenziazione di fondo porta l’umanità a staccarsi decisamente dalla natura e a farne qualcosa d’altro trasmettendo questa alterità anche ai prodotti della propria attività cui ancora più facilmente, in questa concezione, possiamo dare il nome di artificiali. Questo modo di pensare compie un passo ulteriore rispetto a intelligenza e consapevolezza nel distaccare l’uomo dalla natura, ma sempre nella stessa direzione. Tipicamente le religioni percorrono questa via. Resta comunque il fatto che definire concetti come mente, intelligenza e consapevolezza in maniera precisa e operativamente valida non è affatto semplice. Se siamo quasi sempre disposti ad attribuire una certa intelligenza e una certa consapevolezza al nostro cane, difficilmente saremmo disposti ad ammettere che il fatto che abbia nascosto un osso in una buchetta faccia dell’insieme osso/buca un oggetto artificiale, una sorta di magazzino, mentre attribuiremmo senz’altro la qualifica di artificiale ad un tesoro sepolto che certo non sta lì per cause naturali. Quindi possiamo concludere che nei casi estremi è facile distinguere: quasi tutti sono d’accordo nell’attribuire consapevolezza e intelligenza ad un uomo, ma non ad una pietra. Tuttavia esistono infiniti casi intermedi nei quali, se ci pensiamo attentamente, risulta molto più difficile prendere una decisione sicura. In altre parole la consapevolezza e l’intelligenza funziona più come un continuum con molti livelli che come un sistema tutto o nulla.

Affrontando il problema da un’angolazione leggermente diversa, dobbiamo infine ammettere che le pur straordinarie consapevolezza e intelligenza umane sono comunque frutto di un’evoluzione naturale. In altre parole, anche l’uomo è un animale che si è evoluto su questo pianeta esattamente come tutti gli altri animali. Perché dunque dovremmo considerare naturale la capacità che ha acquisito la vespa di costruire favi a celle esagonali mentre sarebbe artificiale la capacità umana di costruire un coltello scheggiando un’ossidiana? In fondo sono capacità acquisite con un’analoga catena evolutiva, per di più a partire da un’origine comune e un antenato comune rintracciabile andando abbastanza indietro nel tempo. Semplicemente approfondendo un poco, alla buona, senza laurea in filosofia, vediamo che le distinzioni che a prima vista appaiono così nette, tendono ad attenuarsi. D’altra parte, coloro che percorrono la strada metafisica, devono postulare l’intervento di un’entità divina che avrebbe ad un certo punto interrotto la semplice catena dell’ evoluzione naturale facendo della specie umana qualcosa di completamente diverso da tutti gli altri abitanti del pianeta: la Bibbia, per esempio, nella genesi attribuisce apertamente alla specie umana, dotata dal creatore di libero arbitrio a differenza di ogni altra creatura, il possesso e la signoria su tutte le specie. Certamente ciò solletica l’orgoglio di specie, ma resta un articolo di pura fede, mancando qualsiasi indizio dell’esistenza di una tale interruzione evolutiva che rimane un’ipotesi ad hoc creata apposta per salvare la tesi. In conclusione, in un senso più profondo, non possiamo che considerarci parte della natura assieme a tutti i nostri prodotti anche se, ovviamente la distinzione tra naturale e artificiale è utile per tutti i fini pratici. Il fatto che anche noi siamo “naturali” non significa in nessun modo che non abbiamo il potere o la volontà di distruggere le altre specie o anche la nostra stessa specie, di essere insomma dannosi o perfino esiziali a noi stessi o agli altri in base alla nostra natura o alle scelte che facciamo. L’ideologia “verde” che era partita come un movimento di controcultura, ha finito negli ultimi anni per essere addomesticata e presa in prestito da settori molto potenti della società ed è stata trasformata attraverso anni di propaganda nell’ideologia ortodossa dominante (e direi anche prepotente) che conosciamo oggi. Le rivendicazioni perfettamente condivisibili degli inizi hanno finito per essere trasformate in uno strumento di potere sempre più estremista che, invece di indirizzarci verso uno sviluppo più sano e sostenibile dell’umanità, ha finito per considerare l’uomo stesso come il “problema” del pianeta e il fine verso il quale sono indirizzati i nostri sforzi è diventato la “salvezza” del pianeta piuttosto che la salvezza dell’umanità sul pianeta, quasi avessimo dimenticato che noi non siamo “il pianeta” e tantomeno “Dio”, ma l’umanità. Se l’umanità non si prende cura di sé stessa, certamente nessun altro lo farà. In un contesto dove la scienza è sempre più strettamente controllata dal potere attraverso i finanziamenti ed il controllo totale dei mezzi di informazione, meraviglia poco che le indagini scientifiche possano essere volontariamente distorte al fine di giungere ai risultati desiderati dall’ideologia medesima. Un esempio potrebbe essere la demonizzazione della produzione antropica di anidride carbonica attraverso la combustione di combustibili fossili indicata incessantemente dai media (nei telegiornali, nei dibattiti, nei documentari, perfino nell’intrattenimento e nella pubblicità di prodotti),  come la causa prima di un riscaldamento globale che dovrebbe portare in pochi anni alla “distruzione” del pianeta. Contrariamente a quanto comunemente si è indotti a pensare, questa conclusione non è affatto “scientificamente provata”, come piace dire ai “giornalisti” main stream, infatti fior di scienziati la negano risolutamente, per esempio il dottor William Happer, professore di fisica a Princeton secondo il quale l’anidride carbonica è effettivamente un gas serra, ma la sua incidenza sul riscaldamento globale  è molto modesta rispetto ai fattori naturali quali quelli astronomici derivanti dalla variabilità della radiazione solare. Happer esprime dubbi sull’uso tendenzioso di modelli computerizzati (i cui risultati sarebbero quasi sempre inattendibili), a fini di propaganda con grande vantaggio di quei settori economici che producono tecnologie “verdi” che vengono propagandate come credibili sostitute di quelle attualmente in azione anche se ciò è tutt’altro che dimostrato. Eppure nessuno di questi dubbi viene mai mostrato al grande pubblico anche se è esattamente sulla loro pelle che viene pensata la “rivoluzione verde”. In realtà il clima della Terra è stato variabile nel corso della sua intera esistenza e nelle ultime decine di migliaia di anni ha sempre subito mutamenti più o meno veloci. I periodi di riscaldamento sono in realtà quelli più favorevoli alla vita delle piante e degli animali e allo sviluppo della civiltà umana. L’anidride carbonica, le cui concentrazioni nell’atmosfera si sono sempre dimostrate oscillanti, non è solo un gas serra, è anche l’ingrediente di base della fotosintesi che è il meccanismo sul quale si fonda tutta la vita del pianeta. Più è alta la concentrazione di anidride carbonica, più la situazione è favorevole per lo sviluppo delle piante, ma questa è una verità molto difficile da sentire in televisione. I sostenitori dell’ideologia verde, che in alcuni casi è diventata una specie di religione con tanto di adepti fanatici e auto flagellanti, sono costretti ad ammettere la variabilità del clima e delle concentrazioni di anidride carbonica nell’atmosfera (che sono state nel corso del tempo anche molto superiori alle attuali), ma ribattono che a preoccupare non è tanto l’entità, quanto la velocità del cambiamento che sarebbe insostenibile dall’ecosistema. Naturalmente la velocità è importante, ma storicamente ci sono state variazioni anche molto repentine e veloci del clima: basti pensare alla cosiddetta mini era glaciale del 600 che ha svolto il suo intero ciclo in tempi che dal punto di vista geologico sono praticamente istantanei.

Saltare alle conclusioni senza aver prima esaminato attentamente tutti i fattori, tutti i pro e i contro, può essere estremamente pericoloso. Eppure si prendono a livello mondiale decisioni che, se effettivamente realizzate, avrebbero conseguenze di portata enorme. Per esempio l’azzeramento di emissioni di anidride carbonica entro il 2050. Allo stato attuale della tecnologia e dell’economia mondiale, sembra molto dubbio che otto miliardi di abitanti possano essere sostentati ad emissioni zero. La maggioranza dell’umanità potrebbe non essere compatibile. Il dubbio non è di piccola portata. Chi sostiene questa politica, potrebbe in realtà sostenere che alcuni miliardi di persone sono di troppo, perché un’economia verde ad emissioni zero entro il 2050 non potrebbe in realtà sostenerli. Come possibile effetto collaterale, mi pare qualcosa di piuttosto serio da considerare. Difficile pensare che l’attuale produzione di energia attraverso l’uso di combustibili fossili, possa essere sostituita in tempi così brevi per mezzo delle “tecnologie sostenibili” la cui messa in opera e mantenimento, occorre ricordarlo, presuppongono in realtà l’esistenza data per scontata della attuale capacità produttiva. Soprattutto mantenendo l’attuale livello di vita e l’attuale popolazione. Qualsiasi decisione in merito, per essere sensata, non può essere ideologica o votata agli interessi di ristrettissime élite di potere, ma deve tener conto del bilancio costi benefici di tutta l’umanità. Attualmente tale bilancio appare tutt’altro che favorevole. L’ideologia sadomaso che viene incessantemente propagandata sui media dai nostri geniali giornalisti non ha alcun senso. L’ambiente deve essere salvaguardato in funzione dell’umanità, non a prescindere da essa, gli animali e le piante sono importanti per noi, non per l’universo. Quale sia il sistema ecologico su un granello di sabbia tra miliardi di miliardi di altri granelli è per l’universo perfettamente indifferente: che noi siamo o non siamo, che la Terra stessa sia o non sia è lo stesso, il pianeta e l’umanità sono importanti esclusivamente per noi, eppure non riusciamo a eliminare il vecchio arrogante vizio di crederci Dio, come mostra chiaramente la nostra credenza di essere fatti a sua immagine e somiglianza.

Nestor Halak 

 
La storia Ŕ il fondamento di ogni veritÓ PDF Stampa E-mail

16 Dicembre 2022

 Da Appelloalpopolo del 14-12-2022 (N.d.d.)

Studiare il capitalismo contemporaneo significa considerare il capitalismo attuale e sottrargli il capitalismo fino a una certa data (per me 1977-79). Il risultato della sottrazione è il capitalismo contemporaneo. Poi si può omettere il trentennio glorioso, ossia il trentennio socialdemocratico. In questo caso si tratta di sottrarre al capitalismo contemporaneo il capitalismo fino al 1929 (ma vi furono norme a favore del capitale anche durante il trentennio glorioso, che quindi fu caratterizzato da due direzioni).

In entrambi i casi, è chiaro che la verità sul capitalismo contemporaneo si scopre soltanto studiando LA STORIA. Il presente è il presente meno il passato e dunque implica lo studio del passato. Senza studiare la storia è impossibile conoscere il presente. La storia è il fondamento di ogni verità.

Stefano D’Andrea

 
Nec plus ultra PDF Stampa E-mail

15 Dicembre 2022

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 Da Comedonchisciotte dell’11-12-2022 (N.d.d.)

Nec plus ultra. Non più oltre. Queste parole sarebbero state incise sulle Colonne d’Ercole cioè sul limite estremo del mondo, invalicabile e proibito a tutti i mortali. Impossibile affrontare l’Oceano. Secondo gli antichi, avventurarsi verso Occidente avrebbe significato essere travolti da tempeste violente, come Dante pensava fosse accaduto a Ulisse. E mentre gli antichi sapevano che la terra è tonda, nel medio evo si era diffusa la convinzione che fosse piatta. Fatto sta, che senza mezzi né consapevolezza, prevalgono sempre paura e diffidenza. Al contrario, quando si hanno mezzi pressoché infiniti e consapevolezza di sé, si tende a non aver limiti, e spesso si cerca di imporli agli altri.

Mentre l’imprenditore multimiliardario Elon Musk vuole ottenere il diritto di poter impiantare – entro sei mesi – chip in un cervello umano (che non è il suo) e per questo chiede il permesso all’authority per i farmaci del governo americano, in provincia di Venezia ben 309 panifici rischiano la chiusura causa caro bollette e non solo: Le imprese di panificazione sono sempre più in difficoltà, travolte da una crisi dei consumi e una speculazione sulle materie prime ed energia che sta rendendo sempre più costosa la produzione. Spiega Alessandro Cella, panificatore e presidente della Federazione Alimentazione della Confartigianato Metropolitana Imprese Città di Venezia: Riuscire a calmierare i prezzi alla vendita è sempre più complicato, e con difficoltà i nostri forni stanno continuando a produrre questo bene primario la cui disponibilità e soprattutto accessibilità nel prezzo di vendita non può essere messa a repentaglio da chi speculando su tutto rischia letteralmente di togliere di bocca il pane alla gente. Per questo chiediamo al più presto interventi specifici per far fronte ai rincari di farina, imballaggi, gasolio, attrezzi e macchinari. Da oltre due anni le imprese stanno affrontando una situazione di fortissima instabilità, riducendo sempre di più i margini di guadagno per non far mancare questo bene primario sulle nostre tavole, ma davanti i continui aumenti ora le produzioni sono al limite del sostenibile e molte attività rischiano di chiudere. Ecco cosa l’imprenditore Cella chiede al governo italiano: semplicemente che l’economia reale possa continuare a vivere e a produrre pane e lavoro per la propria gente, prima di soccombere alle multinazionali del franchising alimentare.

Nec plus ultra. Non più oltre. Vivere liberamente e degnamente nella propria terra senza più dover emigrare per bisogno. Per questo dovrebbero essere limitati gli Elon Musk e le loro Corporation telepilotate da quei mega fondi di investimento (Blackrock, Vanguard e State Street) che detengono il 90% delle società quotate a Wall Street S&P, ossia delle 500 aziende americane a maggiore capitalizzazione. Sarebbe questo il compito primario degli “Stati democratici”, se non fossero ormai e per la maggior parte, la indiretta espressione dei voleri di quelle multinazionali, di cui sopra, che essi stessi dovrebbero provvedere a limitare.

È questo l’unico mondo possibile: la precaria condizione economica e sociale che viviamo è colpa nostra perché abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità per oltre 40 anni; l’alta disoccupazione è causata dagli immigrati e dagli italiani svogliati; l’elevata propensione al risparmio e la casa di proprietà minano la dinamicità dell’economia e la mobilità nel mercato del lavoro; la pandemia e la crisi sanitaria sono colpa dei no vax; l’esplosione generalizzata e ad ogni età di malori improvvisi è dovuta all’inquinamento; ma il caro bollette è responsabilità di Putin; il riscaldamento climatico c’è, perché siamo in troppi. Eppure siamo troppo pochi e dobbiamo importare immigrati che pagheranno pensioni che altrimenti non avremo più.

Nec plus ultra. Non più oltre. E però c’è chi decide di avventurarsi, di varcare l’Oceano lasciandosi alle spalle i luoghi comuni, gli stereotipi e le etichette, mettendo in discussione il mondo fin qui conosciuto. È la consapevolezza di sé, giustamente senza limiti, ma capita anche questo: a volte si cerca di imporla agli altri. Come se l’intero mondo fosse Occidente, l’unico mondo possibile, in cui la Storia è ormai finita (cit. Francis Fukuyama) e dove tutti quanti i governanti si son messi d’accordo per farci la pelle.

Nec plus ultra. Non più oltre. Parole che delimitavano quel mondo, la paura dell’ignoto, quella parte che oggi conosciamo dopo averla uccisa, estinta, stravolta, colonizzata, sfruttata e ora subita.

Nec plus ultra. Non più oltre. Non conosciamo affatto quelle parti del globo dove attualmente il potere politico (in varie forme e maniere) sembra prevalere su quello economico e finanziario; quegli Stati nazione dove la società naturale, la società tradizionale prevale sulle forme ingegneristiche in atto in Occidente. Dove i rapporti umani e la spiritualità sono in primo piano. Dove magari la sovrastruttura prevale sulla struttura. Dove l’economia è parte della società, ma non è la società. Dove i rapporti economici fanno parte del tutto, ma non sono tutto. Dove l’Uomo è il fine e non il mezzo. Scriveva, nel lontano 2003 – quindi quasi 20 anni fa – Monsignor Gianfranco Ravasi su Avvenire: C’è un’altra via più subdola per ridurre la persona umana in servitù ed è quella del condizionarne la mente, i comportamenti, le scelte riducendola a un soggetto che consuma o che si può manipolare secondo i propri interessi.  Rincara la dose il giornalista e scrittore Massimo Fini nel suo “Manifesto dell’Antimodernità“, cofirmato fra gli altri anche dal filosofo francese Alain de Benoist: Capitalismo e marxismo sono due facce della stessa medaglia. Nati entrambi in occidente, figli della Rivoluzione industriale, sono illuministi, modernisti, progressisti, positivisti, ottimisti, materialisti, economicisti, hanno il mito del lavoro e pensano entrambi che industria e tecnologia produrranno una tale cornucopia di beni da far felice l’intera umanità. Si dividono solo sul modo di produrre e di distribuire tale ricchezza. Questa utopia bifronte ha fallito. L’Industrialismo, in qualsiasi forma, capitalista o marxista, ha prodotto più infelicità di quanta ne abbia eliminata. Per due secoli Capitalismo e Marxismo, apparentemente avversari, in realtà funzionali l’uno all’altro, si sono sostenuti a vicenda come le arcate di un ponte. Ma ora il crollo del marxismo prelude a quello del capitalismo, non fosse altro che per eccesso di slancio. Su questi temi fondanti però si tace o li si mistifica. Anche le critiche apparentemente più radicali si fermano di fronte alla convinzione indistruttibile che, comunque, quello industriale, moderno, è ‘il migliore dei mondi possibili‘. Sia il capitalismo sia il marxismo, nelle loro varie declinazioni, non sono in grado di mettere in discussione la Modernità perché nella Modernità sono nati e si sono affermati. Danno per presupposto ciò che deve essere invece dimostrato.  E conclude: Levate la testa, gente. Non lasciatevi portare al macello docili come buoi, belanti come pecore, ciechi come struzzi che han ficcato la testa nella sabbia. Infondo non si tratta che di riportare al centro di Noi stessi l’uomo, relegando economia e tecnologia al ruolo marginale che loro compete. (…) Abbiamo bisogno di forze fresche, vogliose, determinate, di uomini e donne stufi di vivere male nel “migliore dei mondi possibili“.

Nec plus ultra. Non più oltre: queste parole potrebbero essere ancora incise sulle nuove Colonne d’Ercole a baluardo della nostra mentalità. Impossibile affrontare e confrontarsi pensando che ci possano realmente essere, nel nostro presente, Stati – nazione non allineati, società diverse che non siano come noi. Mentre gli antichi sapevano che la terra è tonda, nel medio evo si era diffusa la convinzione che fosse piatta, oggi che è tutta uguale e magari governata da una stanza. Comunque sia, senza mezzi né consapevolezza, prevalgono sempre paura e diffidenza. Al contrario, quando si hanno mezzi pressoché infiniti e consapevolezza di sé, si tende a non aver limiti e si cerca di imporli. A chi ha la curiosità, l’altruismo di conoscere e scoprire gli altri, i loro sistemi e le loro culture. Per cooperare, tra pregi e difetti, e non fare guerre. Si chiamino oggi Brics o Brics+, poco importa. Modernità o meno, è il capitalismo che ci ha trasformato e ridotto così: tanti individui, tanti solisti, senza più una società. Che si chiami nuovo socialismo o altro, manca l’alternativa: sta anche a noi andare oltre l’Orizzonte per capire cosa c’è davvero e ciò che potremmo realizzare qui. Sta a noi superare noi stessi. A partire dalla solidarietà e dal ritrovare il rispetto reciproco: il distanziamento sociale è iniziato molti anni prima del Covid, e non per decreto.

Sappiamo di non sapere, di non conoscere e già questa è una buona base per affrontare il Nuovo Mondo, ovvero ciò che sta nascendo dalle macerie d’Occidente.

Jacopo Brogi

 

 
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