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Dilettanti allo sbaraglio PDF Stampa E-mail

26 Giugno 2022 

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 Da Comedonchisciotte del 23-6-2022 (N.d.d.)

Sono convinto che i due anni appena trascorsi possono insegnarci molte cose sulla natura dell’umanità che molti di noi figli del ventesimo secolo tendevamo a dimenticare, soprattutto per il nostro essere vissuti in un’epoca che si riteneva ragionevole e razionale e che dava anche diversi segni esteriori di esserlo davvero. Prendiamo ad esempio tre fatti notori recentemente avvenuti che tanto a lungo sono stati posti, ed in parte ancora lo sono, nella più luccicante vetrina mediatica: i “lock down” imposti a tutta o parte della popolazione in conseguenza della “pandemia”; la campagna “vaccinale” giustificata dal medesimo motivo; le sanzioni contro la Russia a seguito della “immotivata aggressione” contro l’Ucraina.

Arresti domiciliari più o meno prolungati sono stati imposti a gran parte delle popolazioni dei paesi occidentali per evitare la diffusione di una sindrome para influenzale che produceva una mortalità più significativa delle normali sindromi stagionali, ma non più alta di altre epidemie simili già avvenute in precedenza nel corso degli anni che pure non avevano comportato alcun cambiamento significativo nelle abitudini sociali. Ma questa volta la virulenza è stata aggravata dal sostanziale (e incredibile), divieto di cura e dalla progressiva erosione delle capacità dei sistemi medici nazionali dovuta al dirottamento continuo dei finanziamenti verso altri lidi: principalmente le tasche degli oligarchi. Naturalmente avrebbe dovuto essere ben presente nella mente dei governanti che hanno imposto queste misure eccezionali la gravità dei provvedimenti presi e l’enorme costo sociale, giuridico ed economico che ne derivava e che avrebbe potuto essere giustificato solo da una situazione di grandissima emergenza che nella quasi totalità dei luoghi in cui le misure sono state prese non esisteva affatto, tanto da costringere chi tentava di capire le “vere“ ragioni del blocco a voli di fantasia ed alle più ardite ipotesi “complottiste”, come piace denominarle ai “professionisti dell’informazione”, senza peraltro che nessuna si rivelasse davvero del tutto convincente. Sembrava insomma che da qualunque lato le guardassi queste misure fossero poco ragionevoli e comportassero inevitabilmente conseguenze peggiori, anche in termini di perdita di vite umane, di quelle dell’emergenza che volevano curare. Sì, avrebbero potuto servire a educare la popolazione ad un cambio di regime in senso autocratico, avrebbero potuto consentire l’introduzione di mezzi elettronici per un controllo sociale più capillare, ma è anche vero che questa tendenza era già in atto in modalità progressiva, più lenta, ma anche più sicura e accettabile ed il costo di questa improvvisa accelerazione sembrava comunque esorbitante per il solo raggiungimento di tali fini. Subito dopo è partita la campagna vaccinale che ha portato all’esasperazione queste tendenze. È apparso subito chiaro che i nuovi preparati erano sperimentali, cioè non si conoscevano sufficientemente né la loro efficacia, né le loro conseguenze, e soprattutto non erano vaccini, in quanto non inducevano un ragionevole tasso di immunità alla malattia rendendoli nel migliore dei casi inutili per arginare un’epidemia che rimaneva comunque di scarsa gravità e forse persino più pericolosi della malattia stessa. Anche questa imposizione è stata fatta senza nessuna valutazione delle inevitabili conseguenze in campo medico, sociale ed economico e senza alcuna comparazione di tali costi con i benefici che si intendevano ottenere. Eppure una valutazione costi/benefici è il minimo che qualunque governo responsabile dovrebbe fare prima di adottare una qualunque misura, figuriamoci una misura così estrema come iniettare un farmaco ad ogni singolo uomo donna o bambino sulla faccia della Terra, una decisione enorme, al limite della disperazione, adottabile solo in condizioni di gravissima emergenza che erano ben lontane dall’ essere presenti. Anche in questo caso il tentativo di spiegare le “vere” motivazioni sottostanti, che “dovevano” esistere ed essere ben importanti, si è rivelato tutt’altro che semplice: comunque si rigirasse la questione sembrava che nulla bastasse a giustificarle o che comunque mancasse sempre qualcosa, specie quando sono diventate notorie la scarsa efficacia e la pericolosità dei farmaci imposti ed il costo esorbitante sia in senso sociale e politico che prettamente economico della loro somministrazione. Sicuramente si tratta di un business immane, un trasferimento di miliardi dalle tasche dei contribuenti a quelle delle grandi aziende farmaceutiche, particolarmente la Pfizer, e un trasferimento parimenti di miliardi dai paesi occidentali tributari agli Stati Uniti che sono sostanzialmente i monopolisti dei “vaccini” per una sorta di diritto di signoraggio. Tuttavia, ancora una volta, questo fatto da solo stenta ad essere proporzionato all’immane sforzo e all’immane rischio che comporta. È come se si fosse verificato un cambio di paradigma rispetto a quanto era fattibile o addirittura pensabile fino all’anno prima.

Con l’ultimo dei provvedimenti discussi, cioè le sanzioni contro la Russia, si sono poi raggiunte vette che non saprei come altro definire se non grottesche, anche per l’assenza, in questa fattispecie del fattore “paura della morte”, Brevemente: l’élite americana, come tutti i grandi cattivi di Hollywood, vuole dominare il mondo. Per farlo devono eliminare i concorrenti. La Russia è un concorrente temibile, perciò va eliminata. Il piano sembra essere quello di sottrarle man mano pezzi di potere e di territorio, uno dei più importanti dei quali è l’attuale Ucraina creata entro confini amministrativi stabiliti in epoca sovietica e quindi non rispecchianti alcuna reale differenza etnica culturale o geografica. A suon di miliardi e attraverso un colpo di stato, gli americani sono riusciti ad impossessarsene e ad usarla per farle la guerra quasi senza intervenire direttamente, ma costruendo una “antirussia” con ogni mezzo possibile. Grazie al sostegno occidentale l’Ucraina è in grado di dare del filo da torcere sul piano militare, anche se non potrebbe mai arrivare ad una vittoria: probabilmente neppure l’occidente intero potrebbe. L’altra metà del piano, quella ritenuta la più efficace, consiste nell’imporre ai russi sanzioni economiche durissime che dovrebbero stroncare quella che è ritenuta un’economia fragile, da terzo mondo, basata esclusivamente sull’esportazione di materie prime. L’insieme dell’usura militare, delle bare che tornano in patria avvolte nelle bandiere, della propaganda e del disastro economico, avrebbe dovuto garantire una destabilizzazione interna che avrebbe portato alla sostituzione dell’odiato tiranno Putin con qualche collaborazionista tipo Eltsin in grado di garantire servaggio agli Stati Uniti ed i supremi segni della civiltà al popolo russo: Coca Cola e fichissimi Mac Donald’s. Il piano richiede il controllo pressoché assoluto dell’Europa perché gran parte delle esportazioni russe sono dirette proprio verso l’Europa. Perciò è necessaria l’interruzione completa di ogni commercio tra le due aree. Inoltre la guerra si svolge in Europa ed i rifornimenti all’Ucraina devono transitare di lì. In forza di ciò, l’U.E., che per quanto serva ricordarlo è parte terza nel conflitto, deve immediatamente interrompere tutte le importazioni di idrocarburi che sono la linfa vitale di tutto il suo apparato industriale di primaria potenza economica mondiale. I danni che ciò comporta sono incommensurabili, ma per quanto riguarda l’amministrazione americana, come già è successo per milioni di morti vietnamiti, iracheni, libici, serbi, afgani, ucraini, sudamericani “ne vale la pena”. Le dirigenze U.E. e quelle dei paesi componenti l’unione, salvo qualche deplorevole eccezione, sono apparse subito entusiaste di eseguire gli ordini di Washington ed hanno prontamente iniziato le operazioni. Qualcuno ha fatto un bilancio dei costi e dei benefici? Si è pensato a come sostituire il petrolio ed il gas russi? Si è pensato a come fronteggiare l’inevitabile risposta? Abbiamo messo in conto una possibile guerra “calda”? C’è una spiegazione convincente sul perché, in definitiva, ci conviene farlo? C’è un piano su come procedere nel tempo senza rischiare di farsi più male di quanto se ne faccia al nemico? Nessun elemento fa minimamente pensare all’esistenza di qualcosa di simile. Contrariamente a quanto successe prima dell’intervento nella Grande Guerra, non c’è stato alcun pubblico dibattito, nessun dubbio nei media, praticamente nessuna voce contraria, tutto è dato per scontato e oggetto solo di furibonda propaganda. Come nel caso dei lock down e dei vaccini, anche con le sanzioni si va avanti e basta. Così alla leggera, senza pensare al dopo. Lo dice la scienza. Andrà tutto bene. La Germania sembra addirittura sorpresa e indignata dal fatto che Gazprom possa decidere di tagliare le esportazioni senza lasciar decidere a lei i tempi e i modi: si sente vittima di lesa maestà. Viene da chiedersi: cosa si aspettavano in cambio del dichiarato tentativo di distruggere l’economia altrui? In cambio della fornitura ostentata di armi ad un nemico in tempo di guerra? Qualche cassa di Vodka in omaggio? È come se metà degli abitanti di un paese decidesse di smettere di comprare il pane dall’unico panettiere locale perché gli è antipatico senza sapere esattamente come sostituirlo: forse andremo a comprarlo in città, forse lo ricompreremo di seconda mano dall’altra metà degli abitanti. Di sicuro sarà molto di meno, di peggiore qualità e costerà il doppio. Sicuramente il panettiere ha bisogno di vendere il pane, ma ancora più sicuramente i clienti hanno bisogno di comprarlo. Ma d’altra parte il panettiere ci è antipatico, vuoi mettere la soddisfazione di non pagarlo! Ma come vi è diventato antipatico? Ce l’ha detto il nostro padrone e poi pare che il suo pane sia antidemocratico. Ah, ecco. A carico di chi, in realtà, sono promosse le sanzioni? A chi sta facendo le sanzioni l’Europa e perché? Chi ci rimette? Quanto ci rimette? Chi ci rimette di più? C’è qualcuno che se lo chiede, che fa analisi? Chi sono questi “statisti” che prendono le decisioni? Chi sono i commissari europei? Con quale competenza fanno quello che fanno? In nome di chi? Cosa gli dice la testa? Chi è Ursula Von Der Layen? Che credenziali ha per essere seduta su quella poltrona? Cosa ha mai fatto? Cosa è capace di fare? Visto che lei, al contrario di Putin, è democratica, si può sapere chi l’ha votata? Chi la sostiene? Con quali idee, quali progetti politici? Dove mai abbiamo pescato questa classe dirigente che con i nostri soldi firma contratti secretati per miliardi di dosi di falsi vaccini, sperimentali, obbligatori, poco efficaci e pericolosi? Vengono in mente tante domande, e sospetti, ma l’impressione principale che si ricava dal quadro complessivo, è quella di dilettanti allo sbaraglio. Oppure di altri tempi e di altre epoche storiche che adesso ci sembrano folli solo perché non siamo dentro la mentalità o i condizionamenti di allora. Che so, gli Aztechi che fanno sacrifici umani di prigionieri, ma anche di figli dell’élite, per assicurarsi che il sole sorga domani. Come potevano credere che funzionasse davvero? Non lo sapevano che il sole sarebbe sorto ugualmente qualunque cosa facessero? Bastava far la prova. O il Papa di Roma che vendeva indulgenze ai ricchi per assicurarsi un posto in cielo. Pensavano che Dio onorasse i contratti firmati dai vescovi corrotti e gottosi? E noi, ai nostri giorni, siamo poi così diversi da loro?

Nel frattempo un vecchietto un po’ svanito in rappresentanza del più potente governo sulla terra farfuglia in televisione che Putin impone tasse dentro il suo paese, fa aumentare i prezzi della benzina nonostante gli americani si dichiarino autosufficienti nella produzione di petrolio, e può persino determinare l’esito dell’elezione del presidente. Nessuna meraviglia, dunque, che si voglia formare la Compagnia dell’Anello e arrivare fino a Mordor per sconfiggere il Nero Signore. Ma chi glieli scrive questi discorsi, la Disney? Perché li fanno leggere a questa figura patetica: il governo più potente del mondo non è riuscito a trovare di meglio? C’è davvero molta differenza con gli Aztechi? L’occidente pare preda di una malattia degenerativa senile. Trovare un complotto credibile dietro tutte queste azioni apparentemente insensate è un’impresa tutt’altro che semplice. O meglio, se ne possono trovare molti, ma nessuno davvero in grado di spiegare del tutto quello che sta accadendo. Sicuramente molte teorie, molte spiegazioni parziali sono valide e credibili, ma per completare l’intero quadro non si riesce a fare a meno di tirare in ballo anche una certa dose di semplice inadeguatezza e stolidità. La Van Der Layen e gli altri bambini, multi-sessuali, diversamente abili, solidali e democratici della Commissione U.E. si tengono per mano con gli Stolten-vertici della Nato è fanno il giro tondo finché al momento giusto grideranno insieme: tutti giù per terra! E rideranno contenti. Intere nazioni sembrano seriamente impegnate a suicidarsi buttando a mare decenni di prosperità senza un piano, almeno una prospettiva, un’utopia o un astuto stratagemma che davvero regga. Praticamente per nulla. Che sia la pulsione di morte del vecchio dottor Freud?

Nestor Halak 

 
Tipologia del codardo PDF Stampa E-mail

25 Giugno 2022

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 Da Rassegna di Arianna del 23-6-2022 (N.d.d.)

Chi conosce le mie riflessioni ben sa che da molto tempo vado preconizzando l’avvento di un’epoca in cui si sarebbe dovuto vivere nel pieno di devastanti catastrofi. Credo di aver cominciato a parlarne due anni fa. Da ultimo, a inizio anno, ho cominciato a segnalare che, secondo me, tra luglio e l’inizio dell’autunno queste catastrofi si sarebbero ben palesate e moltiplicate approssimandosi al culmine della loro potenza.

A teorizzare la “coincidenza delle catastrofi” in termini scientifici fu negli anni Cinquanta il matematico René Thom, teoria che poi ha influenzato diversi pensatori e io, vent’anni fa, mi ritrovai a parlarne con Guillaume Faye che la teoria l’aveva elaborata a suo modo. In seguito il tema è stato al centro di conversazioni con altri pensatori, da ultimo Aleksandr Dugin. Con chiunque abbia affrontato il tema, la convinzione dell’ineluttabilità dell’avvento di un’epoca in cui diverse catastrofi si sarebbero date coincidete appuntamento veniva data per certa. Ora pare proprio che ci siamo:

Guerra; Siccità; Crisi economica; Crisi alimentare; Crisi ambientale; Crisi energetica; Immigrazioni; Pandemie; etc.

Si palesano catastrofi mentre il nichilismo avanza, la coesione sociale sfarina, la povertà dilaga, il tipo umano codardo si moltiplica assurgendo a modello cui rifarsi, le élite governative mondiali e nazionali neutralizzano le istanze popolari fortificando la dittatura liberale chiamandola democrazia del futuro. Spesso gli scienziati per cercare risposte e soluzioni ai grandi temi usano il microscopio. Osservano il microcosmo per spiegarsi il macrocosmo. Facendo qualcosa di simile per cercare la causa della febbre che ha preso il mondo a tutti i livelli, l’analista può osservare quel che accade in Italia e, nel farlo, tra le tante cose che subito può rilevare è proprio la presenza estesa e virale del codardo. Non c’è miglior fertilizzante per alcune delle catastrofi palesatesi, che l’umano potrebbe affrontare, del codardo. Il codardo lo vediamo imperversare nelle istituzioni, in Parlamento e nei media. Il codardo ha come prima attitudine quella del conformismo, cioè il conformarsi ai desiderata del più forte, il subordinarsi a colui che gli può garantire carriera, prebende, vita agiata e comoda, salvarlo dal combattimento. Il codardo di suo ha già la schiena spezzata, un’anima che è una discarica per i rifiuti più nauseabondi: in pratica è già “storto” dalla nascita. Il codardo l’abbiamo visto ieri in Parlamento prendere la ribalta, lo vediamo oggi come imbonitore imperversare sulla stampa. Per quanto ho cercato non ho trovato uno che è uno (o una che è una) sottrarsi al conformismo, alla narrazione atlantista (che si fa di giorno in giorno più bellicosa e provocatrice), venir meno ai diktat concettuali del Grande Fratello.

Il sociale. Il sociale è devastato, narcotizzato, apatico, incapace di generare avanguardie ribelli… (se solo penso a cosa accadeva negli anni Settanta mi rendo perfettamente conto della vastità del cimitero in cui viviamo) e la domanda da porsi è: maturando le catastrofi il sociale reagirà o si adeguerà? Riuscirà il sociale a generare un tipo umano che vada alla resa dei conti con il codardo e se ne liberi (almeno tenti di liberarsi)? Ognuno si dia le risposte più consoni rispetto alla propria cultura e al proprio pensiero, ma nel contempo si prepari a vivere una fase veramente devastante: non c’è scampo alle catastrofi che incombono.

Maurizio Murelli

 
Difficoltà del terzo polo PDF Stampa E-mail

24 Giugno 2022

 Da Rassegna di Arianna del 22-6-2022 (N.d.d.)

L'abbandono del M5S da parte di Di Maio è un'ottima notizia, come sono sempre ottime notizie quelle che fanno chiarezza. Oggi parlare del percorso del M5S come di un TRADIMENTO non è più un giudizio morale, ma una pura e semplice descrizione dei fatti, ufficialmente verificabile. Questi momenti di chiarezza sono sempre utili perché sgombrano il campo dalle illusioni di chi, spesso in perfetta buona fede, vuole immaginarsi coerente con una linea originaria (ci si dice, sì, magari una linea che ha accettato compromessi, magari una linea tortuosa, ma tuttavia ancora una linea, la stessa linea.) Invece no, qui siamo di fronte al più squallido e manifesto cadreghinismo senza principi, a fronte di chi voleva rifare la politica da zero e "aprire il parlamento come una scatola di sardine". Questo è il tipo di showdown dove diviene chiaro a tutti, anche agli 'interni", di essere stati presi selvaggiamente per il culo. Curiosamente, altri partiti, come il PD, sono sempre riusciti ad evitare questo tipo di appalesamento e continuano a spacciarsi per le cose più diverse e opposte, contando sull'inerzia e sulla distrazione dei propri elettori. (C'è infatti ancora una parte dell'elettorato del PD - lo so, è difficile crederlo - che fantastica di essere l'erede del PCI o di essere "di sinistra", e roba simile.)

Ma non ci sono solo lati positivi in questa vicenda. Il lato tragico - lato però chiaro da tempo - è che questo spettacolare tradimento renderà ancora più difficile dare credito a qualunque tentativo di innovazione politica, innovazione di cui c'è bisogno come l'aria. Il tragico capolavoro della vicenda pentastellata è che la cosa di cui c'era e c'è più bisogno - un terzo polo che spezzi il giochino finto oppositivo tra liberalismo di destra e liberalismo di sinistra - esce screditato dal primo vero tentativo di venire ad esistenza. Il bisogno che un tale realtà politica venga alla luce è più urgente che mai, e tuttavia riuscire a vincere lo sconforto del fallimento pentastellato sarà estremamente complicato per chiunque voglia cimentarsi nell'impresa.

Andrea Zhok

 
Finanza come sanità PDF Stampa E-mail

23 Giugno 2022

 Da Comedonchisciotte del 25-5-2022 (N.d.d.)

Chi è il vero responsabile delle crisi finanziarie che, di tempo in tempo, prostrano l’economia e gettano sul lastrico milioni di famiglie? Per capire che aria tira nella nostra società, è interessante vedere che tipo di risposta viene data ai giovani riguardo a questa domanda, per esempio attraverso l’insegnamento che ricevono sui banchi di scuola. Citiamo da un testo scolastico molto diffuso un paio di decenni fa, La storia e l’ambiente, di Giulio Mezzetti (Firenze, La Nuova Italia, 1999, vol. 2, p. 7): Su questo drammatico scenario [quello delle carestie dell’inizio del 1300] è sopraggiunta una crisi economica di vaste proporzioni. 1. Ricordiamo che nella prima metà del Trecento a Firenze c’erano delle grandi compagnie di mercanti-banchieri che facevano capo a potenti famiglie, come quelle dei Peruzzi, dei Bardi e degli Acciaiuoli. Le compagnie avevano o filiali in tutta Europa – da Bruges a Costantinopoli, da Londra a Siviglia e a Gerusalemme – e provvedevano non solo a una vasta rete di commerci, ma giungevano a prestare ingenti somme di danaro anche ai re di Francia o di Inghilterra. 2. Ebbene, a partire dal 1341, e nell’arco di soli sei anni, quasi tutte le compagnie fiorentine fallirono una dopo l’altra. Ad innescare la crisi fu il diffondersi della sfiducia, forse dovuta alla Guerra dei Cent’anni iniziata nel 1337 tra Francia e Inghilterra. Fatto sta che coloro che avevano investito i soldi nelle compagnie fiorentine si presentarono sempre più numerosi agli sportelli a ritirarli; ma le compagnie non riuscivano a coprire le richieste, perché a loro volta non riuscivano a farsi restituire il denaro dai creditori, oppure perché avevano investito il denaro in alcune operazioni rischiose, dalle quali non potevano recuperarlo. La ripercussione del fallimento delle banche fiorentine si trasmise a catena tra i banchieri e i mercanti di tutta Europa. 3. La crisi era finanziaria, non economica, ossia non dipendeva dall’insufficienza di fattori produttivi ma dal funzionamento dei prestiti, e soprattutto dalla capacità di suscitare fiducia. I sistemi messi in atto nelle città italiane e fiamminghe erano infatti molto avanzati per l’epoca e richiedevano un atteggiamento molto più aperto e moderno della mentalità che invece, a quei tempi, era normalmente diffusa in Europa. In definitiva, la crisi finanziaria era dovuta al fatto che le città italiane e fiamminghe erano troppo all’avanguardia rispetto a un’Europa che era rimasta in larga parte feudale. La crisi finanziaria, quindi, non dipendeva dalle carestie, ma ne ha aggravato drammaticamente gli effetti.

Ora, un ragazzo di scuola media che legge questa pagina è portato a ricavarne l’impressione che la crisi finanziaria del 1341, così come, in genere, un po’ tutte le successive crisi finanziarie che hanno caratterizzato la storia moderna, sia stata favorita da un quadro politico ed economico sfavorevole e preoccupante – la guerra dei Cento Anni, le carestie dei primi decenni del XIV secolo – ma che in definitiva il fattore decisivo sia stato l’impreparazione culturale e psicologica del pubblico, vale a dire dei produttori e dei risparmiatori, i quali non avevano sviluppato una mentalità sufficientemente “aperta” e “ moderna” capace di supportare in maniera adeguata il modus operandi audace e spregiudicato, cioè aperto e moderno, dei grandi finanzieri. Se tutti quei piccoli e medi risparmiatori non si fossero affollati agli sportelli delle banche per recuperare i loro capitali, mostrando sfiducia in quello che oggi si chiama il mercato azionario – questo almeno è quanto si ricava in maniera non troppo velata dal brano -, la crisi non ci sarebbe stata perché, osserva l’autore, i fondamentali dell’economia erano sani e quindi non c’era una vera ragione per cui una crisi di panico al livello degli investimento finanziari si trasformasse in una catastrofe economica. Dunque, se ciò accadde, fu in buona sostanza perché i risparmiatori non mantennero i nervi saldi ma mostrarono una deplorevole tendenza a voler rivedere il colore del proprio denaro, dopo averlo depositato presso le grandi banche. Indirettamente, perciò, la morale di questa storia, che si può applicare anche alla crisi del 1929 o a quella del 2007-2009, è che non c’è nulla di male se i grandi banchieri prestano ai potenti della terra denari che non hanno, né se investono i capitali in operazioni finanziarie piuttosto rischiose, perché, se poi le cose si mettono male, le banche falliscono ed i risparmiatori perdono tutti i loro risparmi, ciò è dovuto essenzialmente al comportamento irrazionale di questi ultimi, i quali dovrebbero ben sapere che non è possibile esigere la riscossione dei capitali tutti nello stesso tempo, perché le banche si reggono su un giro d’affari che presuppone la “fiducia nei mercati”, ossia il fatto che i risparmiatori se ne stiano buoni e tranquilli e lascino fare tutto alle banche, le quali sanno come investire i loro capitali. Ossia in operazioni delle quali i comuni mortali non capiscono nulla, per cui è meglio che non ne sappiamo nulla.

Se ci è lecito fare un paragone, diremmo che nelle operazioni dei grandi banchieri vige la stessa regola che si è instaurata fra il primario di un ospedale e il paziente che deve essere operato: quest’ultimo non sa nulla ed è bene che non sappia nulla, deve solo fidarsi e rimettersi docilmente nelle mani dei medici: loro soltanto sanno quel che va fatto e come va fatto. Se per caso il paziente si agita e si mette in testa di essere adeguatamente informato, o addirittura avanza l’incredibile pretesa di decidere lui se e come sottoporsi a un certo intervento, magari dopo aver sentito il parere di altri medici, un simile atteggiamento viene letto come un segno di sfiducia e c’è il caso che le cose non si mettano bene per quel paziente, perché i medici, infastiditi dalla sua diffidenza, potrebbero anche non saper fare del loro meglio per conservare la sua salute. E se questa immagine dovesse parere eccessiva a qualcuno, vorremmo invitare costui a riandare con la memoria a quando si è trovato con un congiunto in procinto di essere operato, e ha provato a domandare spiegazioni su quel che il primario intendeva fare: a molte persone è capitato di andare a sbattere contro un muro di presunzione, irritazione e insofferenza, come se il primario avesse considerato quelle domande una forma di sfiducia e quasi d’insubordinazione. Come osa, un semplice profano, interpellare in una questione di merito il solo titolato a capire e a decidere quel che va fatto? Anzi basta anche meno, basta domandare notizie del paziente, chiedere qualcosa sul decorso del male, per trovare un viso accigliato, un’espressione superba che fa cadere dall’alto, come fosse una grazia concessa dagli dèi, ogni singola parola, sempre col sottinteso: «e non chiedere altro, perché ti è già stato concesso fin troppo del mio prezioso tempo». Non vogliamo dire che sia sempre così, ma questa che abbiamo descritto è una situazione frequente, per non dire normale. E chi lo nega, forse non ha mai avuto a che fare con un congiunto ricoverato in serie condizioni in una struttura ospedaliera, specie se pubblica. Ad ogni modo, non vorremmo essere fraintesi: qui non si fa questione di cortesia personale o di modestia del singolo individuo. L’analogia fra il sistema sanitario e quello finanziario e creditizio non consiste nella psicologia degli operatori, ma nella forma anonima del sistema stesso, e nella standardizzazione di operazioni che passano sopra la conoscenza e la condivisione del singolo, sia egli un ricoverato ospedaliero, sia un risparmiatore che affida i suoi denari a un istituto bancario. In entrambi i casi, il sistema è fatto in modo da riservare esclusivamente ai tecnici, agli specialisti, la decisione riguardante un bene primario del singolo cittadino: la salute individuale nel primo caso, i risparmi personali nel secondo. Così come vengono scoraggiate le domande del paziente, del pari non si ritiene necessario informare il risparmiatore dell’uso che verrà fatto del suo denaro: ed è un bene che sia così, naturalmente, dal punto di vista delle banche. Se queste ultime dovessero giustificare dettagliatamente le operazioni che si accingono a fare con il denaro dei risparmiatori, diverrebbe impossibile costruire quel castello di carte che è la speculazione finanziaria, e in particolare quel gioco delle matrioske che sono i cosiddetti derivati, ossia azioni-spazzatura che perpetuano una grande finzione, ossia che si possa fare denaro dal nulla, semplicemente acquistando certi prodotti  “rischiosi” e fingendo d’ignorare che dal nulla non nasce nulla, e che quanto più potrebbero essere grandi i vantaggi, ossia i profitti, tanto maggiori saranno i rischi, vale a dire il ricorso a operazioni d’investimento altamente spregiudicate, per non dire irresponsabili. Tanto, se poi le cose vanno male, chi si addosserà le perdite? Naturalmente i risparmiatori, non certo le banche, le quali, grazie al sistema di complicità e connivenze di cui godono nel sistema statale, potranno sempre ricevere una ciambella di salvataggio e rimanere a galla, nonostante le gravissime perdite subite. Si tratta solo di addossare tali perdite sui più ignari e indifesi, cioè i singoli risparmiatori: cosa che è divenuta facilissima da quando le banche centrali sono di fatto divenute private e continuano ad avvantaggiarsi del sostegno statale, anche se lavorano per conto di interessi che non sono affatto pubblici, né funzionano come casse di risparmio, ma sono istituti privati specializzati nella speculazione di borsa.

Inoltre, il fatto che in questa fase storica il grande potere finanziario sia riuscito a piazzare i suoi uomini di fiducia nei settori vitali dei principali stati, compresi i capi di stato e di governo e i principali ministri e membri dei parlamenti, fa sì che i cittadini non abbiano praticamente alcuna speranza di ottenere trasparenza sull’uso dei loro risparmi da parte delle banche, e che non possano sperare in alcun risarcimento in caso di fallimento nominale di queste. In questo senso, il sistema finanziario della metà del XIV secolo era ancora molto arretrato e approssimativo rispetto a quello odierno. I banchieri-mercanti correvano effettivamente qualche rischio, e non solo i loro clienti; il fatto stesso che fossero mercanti, oltre che banchieri, li teneva almeno parzialmente ancorati all’economia reale, cioè alla produzione effettiva di beni e servizi, alla circolazione virtuosa dei capitali, ossia agli investimenti produttivi e alla creazione di posti di lavoro. Oggi le cose sono molto diverse perché i grandi finanzieri giocano in regime di monopolio, non corrono il più piccolo rischio ed è stabilito, anche legalmente, che eventuali cadute sono a carico del risparmiatore, non delle banche. Proprio come, nel sistema sanitario, il paziente è obbligato ad assumersi la responsabilità di un farmaco sperimentale, la cui somministrazione è stata decisa dai tecnici e imposta, di fatto, dalle autorità dello stato, anche se si sa benissimo che vi sono effetti collaterali avversi che peseranno sulla salute delle persone, così nel sistema finanziario le grandi banche si cautelano in via di principio ottenendo dal risparmiatore tutta una serie di firme che autorizzano in anticipo, e praticamente a scatola chiusa, una serie d’investimenti dei quali egli non sa praticamente nulla e che deve fingere di conoscere per poter ottenere che il suo denaro venga accettato dalla banca. Insomma, nessun rischio per i padroni del sistema, e tutti i rischi a carico del singolo cittadino. C’è poi un altro fattore che contraddistingue la raffinatezza del sistema finanziario odierno: la colpevolizzazione preventiva del risparmiatore rispetto a possibili esiti negativi. Ciò che nella pagina sopra citata viene adombrato, in questi ultimi venti anni è divenuto parte della cultura ufficiale: la nozione, cioè, che responsabile delle crisi finanziarie è la scarsa “apertura” e la scarsa “modernità” dei cittadini rispetto al livello avanzato e sofisticato delle operazioni condotte dalle grandi banche. Insomma: chi è causa del suo male, pianga sé stesso. E nella “responsabilità” del pubblico rientra anche quel fattore di rischio costituito dal debito pubblico, anche se questo si è creato grazie ad un’alleanza perversa fra politica e affari, con i governi infeudati alla finanza o addirittura creati direttamente dalla finanza, i quali addossano ai cittadini un debito in realtà inesistente, costruito sugli interessi progressivi dei prestiti ottenuti dai governi per la spesa pubblica, e ripianati a carico dei contribuenti, i quali però non riescono a rompere la spirale del debito stesso e finiscono per trasmetterlo alle generazioni successive. In questa prospettiva viene costruita la leggenda di una popolazione poco virtuosa, che vive al di sopra dei propri mezzi e spende più di quanto riesce a produrre e a guadagnare: leggenda del tutto funzionale agli interessi delle grandi banche, che serve a far sentire i cittadini colpevoli; proprio come, nell’ambito sanitario, si è diffusa un’altra leggenda nefanda, quella della pandemia causata, o ingigantita, dal comportamento poco virtuoso di una parte della popolazione, rea di non volersi sottoporre alle inoculazioni di massa “per il bene comune”.

Il concetto è sempre lo stesso: privatizzare i profitti e scaricare sul pubblico i rischi e i passivi, aggiungendo, per buona misura, l’idea che il pubblico è responsabile dei propri mali e pertanto che i cittadini devono abituarsi all’idea di rinunciare a una parte dei loro diritti e delle loro libertà, visto che non sanno farne buon uso. Ecco perché i nostri dirigenti attuali prendono a modello la Cina e vorrebbero ottenere dai cittadini lo stesso grado di sottomissione della popolazione, facendole scordare un “pericoloso” passato nel quale essi erano soggetti di diritti e lo stato doveva rispettare, a norma della costituzione, le loro libertà. Ora questo bagaglio è visto come un’eredità negativa della quale occorre sbarazzarsi, perché i fini e la natura della globalizzazione hanno reso diritti e libertà individuali una moneta fuori corso. In altre parole, il cittadino che vuol essere tenuto presente dai suoi governanti, il paziente che vuol ricevere risposte dai suoi medici e il risparmiatore che vuole trasparenza dalla sua banca rappresentano un modello negativo, un intralcio e un fastidio dal punto di vista della globalizzazione. Devono essere sostituiti da una mentalità nuova, per l’appunto più “aperta” e più “moderna”, nella quale i gruppi dirigenti (vedi il Forum di Davos) hanno il controllo totale della popolazione, della salute pubblica e del mercato azionario; quindi, considerano l’economia come cosa di loro esclusiva pertinenza, rispetto alla quale il lavoratore-produttore è un elemento di disturbo. Meglio fare in modo che questo relitto del passato venga eliminato; che la gente perda il lavoro e sia costretta a sopravvivere col reddito di cittadinanza elargito graziosamente dal governo. Ovviamente, solo ai cittadini “virtuosi”. Il modello dell’Emilia-Romagna, nel sistema italiano, farà ben presto scuola: il cittadino gode solo di quei diritti che gli vengono riconosciuti in base alla sua docilità e obbedienza.

Francesco Lamendola

 
Tornare a votare? PDF Stampa E-mail

22 Giugno 2022

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 Da Rassegna di Arianna del 20-6-2022 (N.d.d.)

Pezzo dopo pezzo l'ordine neoliberale sta crollando. Non poteva non crollare: era mal costruito, basato sulla menzogna, sulla creazione del disagio, sul blocco della mobilità sociale, sull'impoverimento delle persone. Serviva, tra le altre cose, a mantenere al potere alcune vecchie dinastie nobiliari (e basta dare un'occhiata ai commissari UE per rendersi conto di quanto fosse un'istituzione ancien regime, sino a Ursula e al Conte Gentiloni). Le commissioni UE sembrano dei circoli delle vecchie famiglie nobiliari europee, abilmente aggiornate come agenti del sistema bancario internazionale.

La sconfitta di Macron in Francia può essere lo scivolone che genera una slavina. Ma il dissesto era già in atto da anni, e il dissesto si chiama "astensione". In Francia, paese iperpoliticizzato da secoli, ha raggiunto il 54%. Sull'astensionismo hanno puntato i partiti elitario-neoliberali (da noi il PD): se le periferie non votano, votano però le ZTL, e quelle votano PD. Il sogno del PD era la democrazia delle ZTL, un mondo in cui il popolo, scoraggiato e umiliato, rinunciava volontariamente all'uso del voto. Nonostante l'astensionismo, tuttavia, in Francia la sinistra popolare toglie la maggioranza a Macron, raggiunge risultati eccellenti, forse 180 deputati (ma su questo staremo a vedere). Macron resta molto al di sotto della maggioranza necessaria per governare da solo. Nonostante l'astensione la sinistra cresce, diviene decisiva per fare un governo.

Ma che cosa ci dicono queste elezioni? 1) La manfrina "fermiamo le destre" non se la fila più nessuno. È chiaro a tutti che serve a immunizzare politiche antipopolari, elitarie. E poi, le manganellate di Macron somigliano troppo a quelle della destra che si intende fermare. I Francesi hanno detto a Macron: "Peggio di te non c'è nessuno". È ora che gli italiani dicano: peggio del PD non c'è neanche l'inferno. Questa sarà la sfida per la vita del paese. Sin quando il PD esiste il paese è destinato alla morte lenta, alla colonizzazione, alla deindustrializzazione. 2) L'astensione è stata, per una certa fase, espressione di dissenso. Ora non lo è più: ora serve solo a mantenere il dominio di élite che avrebbero bisogno di dosi massicce di prozac o, alternativamente, di antidepressivi. Bisogna smettere con l’astensione, bisogna tornare a votare. Se in Francia una parte degli astenuti avessero votato, Mélenchon avrebbe avuto la maggioranza dei seggi, i francesi avrebbero avuto un governo di sinistra, oggi Assange sarebbe stato naturalizzato: si sarebbe riaperto un orizzonte. In Italia bisognerà votare, perché solo votando si potrà arrestare il totalitarismo del PD (e del campo largo, che include quella perla di Renzi e di Calenda). 3) Il M5s non so se avrà un futuro. Ma se immagina un futuro con il PD sarà solo un fantoccio per drenare qualche voto, sempre meno voti, per sostenere le politiche neoliberali. Morirà da solo, ancora qualche giorno e neanche se ne parlerà più. Il poco di futuro il M5s se lo gioca in questi giorni. O sfiducia Draghi, Di Maio, chiede che sia il parlamento a decidere dell'invio di armi, che il parlamento sia informato sul tipo di armi che si inviano, oppure sarà ancora una volta evidente che Conte sta solo cercando di prendere per il culo gli elettori. E quel tempo è passato.

La destra la si ferma solo costruendo una sinistra che non dialoga con il PD. Chi dialoga col PD, con questo PD, è di destra, come di destra è il PD. Ricordo agli asini che Zanone fece la sua ultima legislatura come deputato del PD, e che tutto il partito liberale (che era un partito di destra nella prima repubblica) confluì nel PD.

Dalla Francia arriva un messaggio a Letta: Enrico, stai sereno! Sta a tutti noi ricordarglielo.

Vincenzo Costa

 
Cause dell'astensionismo PDF Stampa E-mail

21 Giugno 2022

 Da Appelloalpopolo del 17-6-2022 (N.d.d.)

L’Italia è passata da una media di partecipazione al voto del 93% tra il 1953 e il 1976 al 73% delle politiche del 2018. Tenendo conto delle tornate elettorali locali degli ultimi anni, si tratta di una percentuale destinata a calare ulteriormente. Certo, si tratta di un trend comune in molti Paesi sviluppati. Ci sono quindi alcune cause comuni e altre che dipendono da specificità italiane. Cos’è successo a metà anni ’70 in Italia che potrebbe spiegare l’inizio del crollo? Alcune cause, come si diceva, sono specifiche italiane. Il ’68, lo stragismo, il compromesso storico, l’omicidio di Moro, la P2. Tanto per citare alcuni avvenimenti che hanno sicuramente contribuito ad allontanare i cittadini dalla politica e, quindi, dalle urne. Altre cause sono intervenute poi nel corso degli anni, aggravando un processo iniziato verso la metà degli anni 70. Le varie riforme elettorali (maggioritario, abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, le liste bloccate), Gladio, Tangentopoli, la trattativa Stato-mafia.

Ma, tornando agli anni in cui è iniziato l’inesorabile crollo della partecipazione alla vita politica del Paese, non si può non notare una perfetta coincidenza di tempi con la fine del paradigma politico ed economico che ci aveva regalato il cosiddetto trentennio glorioso (1945/75) e l’inizio della controrivoluzione neoliberista. Siamo passati da un sistema in cui la lotta di classe era mediata all’interno delle Istituzioni grazie a un Parlamento funzionante, con uno Stato che puntava sul lavoro e sui salari, con una Banca Centrale al servizio dello Stato, con un grande potere contrattuale dei lavoratori rispetto al capitale, con un’economia fortemente incentrata sul mercato interno, con una sana inflazione da domanda, con una finanza fortemente regolamentata, a un sistema antitetico. Un sistema cioè in cui il Parlamento è stato fortemente indebolito, in cui la Banca Centrale dipende dai mercati e non dall’azione di Governo, in cui i lavoratori hanno perso sempre più potere a causa di una lunga serie di riforme regressive, in cui la finanza è fortemente deregolamentata, in cui vige la libera circolazione di merci, capitali e lavoro, in cui la rendita da capitale e la quota profitti sono tornate a crescere a danno dei salari.

Per riavvicinare i cittadini alla politica e alle urne è fondamentale proporre un modello diverso, antitetico, a quello degli ultimi quarant’anni. Un modello che rimetta finalmente al centro la dignità della persona. Iniziando ovviamente dal lavoro e dal salario. Un modello meno dipendente dall’esterno e più centrato sull’indipendenza nazionale. Un modello che rimetta al centro non tanto la Costituzione in quanto tale, ma i diritti da essa sanciti. «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Per riuscirci, la prima condizione, necessaria ma non sufficiente, è quella del recupero della sovranità. Politica (cioè smettere di essere una colonia), economica (riappropriarsi della nostra moneta) e popolare (riappropriarci delle Istituzioni che sono state occupate da un manipolo di ciarlatani e di traditori). Non ci salverà nessuno. Dipende tutto da noi.

Gilberto Trombetta

 
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