La locomotiva tedesca deragliata

4 Febbraio 2024

 Da Rassegna di Arianna del 21-1-2024 (N.d.d.)

[…] Il crollo della potenza tedesca è stato causato dal venir meno dei fattori che ne hanno consentito l’ascesa: la fine delle importazioni di gas russo a basso costo, il drastico ridimensionamento dell’export verso la Cina, il declino della sua leadership nella UE che, attraverso l’adozione dell’euro (rivelatosi un marco svalutato), ha reso l’economia tedesca competitiva nel mondo, la devoluzione della propria sicurezza alla Nato, che ha consentito alla Germania di essere esentata dalle spese relative alla difesa. Il modello Merkel, basato sulla potenza economica della Germania, non dotata però di soggettività nell’ambito geopolitico, si è dissolto. Kissinger definiva la Germania “un prodotto interno lordo in cerca di strategia”. Ed è proprio questa deriva post – storica della Germania, perpetuatasi dal ’45 in poi, la causa della sua stessa disfatta economica. Gli USA infatti non hanno mai tollerato l’emergere di una potenza concorrente nel contesto occidentale. Il modello Merkel concepiva la Germania come un paese artificiale, quale soggetto terminale delle catene di valore della produzione delocalizzata nell’est europeo e nel mondo, con la devoluzione alla manodopera immigrata a basso costo delle mansioni lavorative meno specializzate, con una leadership nella UE conseguita mediante il cambio fisso determinatosi con l’unificazione monetaria e con l’imposizione di politiche di austerity ai paesi europei più deboli, secondo quanto previsto dal patto di stabilità. La Germania ha trasformato l’Europa in un modello di ingegneria sociale e finanziaria privo di strategia e avulso dalla geopolitica mondiale. Il modello Merkel avrebbe reso i tedeschi un popolo di rentier finanziari, delegando la produzione (anche quella ad alto livello tecnologico), ai paesi subalterni: una grande Svizzera senza alcuna identità culturale, sradicata dalla sua storia e con la devoluzione della sua sovranità politica alla Nato nel contesto internazionale.

Assai rilevanti furono gli errori commessi dai governi della Grosse Koalition nel settore dell’approvvigionamento energetico. Dopo la rinuncia al nucleare, si è largamente accentuata la dipendenza della Germania dal gas naturale russo. Con la distruzione dei gasdotti Nord Stream 1 e 2, la Germania è ormai dipendente dalle forniture di gas liquefatto dagli USA, con costi di gran lunga superiori rispetto al gas russo. La Germania inoltre, così come tutta l’Europa, oltre ad essere afflitta da una grave crisi di competitività a causa dei rincari energetici, subisce l’aggressività della politica protezionista degli USA che, mediante gli incentivi e gli sconti fiscali previsti dall’Inflation Reduction Act del 2022 (IRA), hanno generato un processo di delocalizzazione industriale progressivo dalla UE agli USA. Colossi industriali quali la Basf, la Bayer, la Volkswagen, la BMV e la Mercedes – Benz, hanno programmato investimenti negli USA (oltre che in Cina), incentivati dai ridotti costi energetici, dai sussidi pubblici e dagli sconti fiscali. La subalternità tedesca ed europea agli USA è evidente. Afferma Giacomo Gabellini in un articolo dal titolo “Il crepuscolo economico della Germania (e dell’Europa)” pubblicato il 14/07/2023 su “l’Anti Diplomatico”: “Agli occhi degli studiosi dell’Iw, la situazione appare talmente critica da indurli a parlare di «inizio della deindustrializzazione» della Germania e dell’Unione Europea nel suo complesso. Per la quale il crollo dell’export si combina all’incremento delle spese per il pagamento degli onerosissimi approvvigionamenti energetici statunitensi, il sovvenzionamento dell’energia ad imprese e famiglie e la ricostituzione dei depositi di armi svuotati dalle consegne a fondo perduto all’Ucraina, da realizzare in larghissima parte mediante l’acquisto di sistemi d’arma fabbricati dal “complesso militar-industriale” Usa. I quali, come contropartita, sembrano orientati a concedere alla società tedesca Rheinmetall il placet per la produzione di componenti degli F-35 presso un nuovo stabilimento da oltre 400 dipendenti che dovrebbe sorgere nelle vicinanze dell’aeroporto di Weeze, nel distretto di Kleve. Un esempio lampante dei tanti “scambi ineguali” di respiro transatlantico a cui nel corso degli ultimi tempi l’Unione Europea va piegandosi sempre più spesso. Al punto da indurre un think-tank “insospettabile” come l’European Council on Foreign Relations a parlare di “arte (europea) del vassallaggio” e di “americanizzazione dell’Europa”, chiamata da Washington non sono a recidere la vitale arteria energetica con la Russia, ma anche a «sostenere la politica industriale degli Stati Uniti e contribuire a garantire il dominio tecnologico americano nei confronti della Cina […] circoscrivendo le relazioni economiche con la Repubblica Popolare Cinese in base alle limitazioni imposte dagli Usa»”.

La potenza tedesca, oltre che una nullità geopolitica, si è rivelata un bluff anche nell’economia. I governi tedeschi hanno occultato per oltre 20 anni il reale debito pubblico ed il deficit di bilancio federale. Come dichiarato dalla Corte dei conti, i governi hanno istituito ben 29 fondi speciali extra bilancio per un ammontare complessivo di 870 miliardi di euro. Al di là dello scalpore mediatico suscitato dalla istanza giudiziaria della Bundesrechnungshof, gli artifici contabili cui hanno fatto ricorso periodicamente i governi tedeschi erano ben noti. Si pensi alla erogazione di fondi stanziati fuori bilancio per oltre 400 miliardi per il salvataggio del settore bancario all’indomani della crisi del 2008, con la complicità servile della UE (che consentì l’adozione di tale misura, consistente in quegli aiuti di stato che sono stati puntualmente sanzionati dalla Germania nei confronti dell’Italia e altri paesi), all’azione svolta dalla Kreditanstalt für Wiederaufbau (KFW – l’equivalente della Cassa Depositi e Prestiti in Germania), per il sostegno delle imprese nella fase post pandemica per 200 miliardi (operazione di gigantesco dumping industriale e finanziario ai danni degli altri paesi membri della UE), e allo stesso programma di riarmo della Germania per 100 miliardi, imputato ad un fondo speciale extra bilancio. Lo stesso boom dell’export tedesco è stato realizzato in aperta violazione delle normative europee riguardanti i limiti prescritti per i surplus commerciali interni alla UE. Ma, come è noto, il modello economico – finanziario della UE, impostato sull’export e sul rigore finanziario, si è rivelato un gioco a somma zero: allo sviluppo di alcuni paesi ha corrisposto la recessione degli altri.

Il settore bancario tedesco versa in una crisi strutturale resasi nel tempo insolubile. Le banche tedesche (in particolare la Deutsche Bank), sin dalla crisi del 2008 detengono in portafoglio miliardi di titoli – spazzatura. Gli organismi di controllo europei preposti alla vigilanza della solidità patrimoniale del sistema bancario dei paesi della UE, hanno tuttavia assunto nei confronti delle banche tedesche un atteggiamento di colpevole ignavia, adottando invece un atteggiamento di rigore tutto teutonico nella revisione dei bilanci delle banche italiane. Riguardo alla Bundesbank le prospettive sono addirittura tragiche. La Bundesbank, che dispone in portafoglio di miliardi di titoli emessi a seguito del QE a rendimenti zero, deve oggi praticare elevati tassi di interesse per la raccolta dei mezzi finanziari, riportando rilevanti perdite nel conto economico. Le perdite dovute alle minusvalenze generate dalla svalutazione dei titoli in portafoglio tuttavia non figurano in bilancio. […]

E che dire del rigore morale sul debito degli stati vantato dalla Merkel e dal suo non compianto ministro dell’economia Schäubler , che hanno imposto nella UE una immagine virtuosa della Germania quale leader europeo dei “paesi frugali”, contrapposti a quelli mediterranei, esposti al pubblico dispregio quali paesi di genetici fancazzisti e irredimibili parassiti dediti alla prodigalità sfrenata? In realtà la Germania ha imposto in Europa un moralismo laico di stampo razzista – finanziario basato su di una doppia morale, consistente in pubbliche virtù di immagine e vizi privati inconfessabili. I governi tedeschi, oltre ad essere responsabili di falso in bilancio nei conti pubblici, si sono resi complici occulti di grandi scandali: 1) il caso Siemens, il colosso tedesco che avrebbe pagato tangenti milionarie ai politici ellenici, per l’acquisto di armi e carri armati. 2) lo scandalo delle emissioni della Volkswagen USA, una frode, volta a far approvare l’immissione sul mercato di auto le cui emissioni nocive erano di gran lunga superiori a quelle consentite per legge. 3) quelli della Deutsche Bank resasi responsabile di una serie di scandali negli USA, iniziata nel 2015 con il caso della manipolazione fraudolenta del Libor (il tasso di riferimento sui mutui immobiliari), proseguita poi con il riciclaggio di denaro sporco proveniente dalla Russia e la violazione degli embarghi degli Stati Uniti nei confronti di Iraq, Siria e altri “stati canaglia”.

È dunque giunta l’ora della finis Germania? È del tutto probabile. Per quanto riguarda la UE è invece insensato intonare il De Profundis. Non si possono infatti celebrare le esequie in suffragio di qualcuno che non è mai esistito. La locomotiva tedesca è deragliata trascinando con sé tutta l’Europa. La crisi economica tedesca è strutturale e le tensioni sociali non potranno che accentuarsi. Sono del tutto evidenti le conseguenze fallimentari sul piano sociale del modello economico – finanziario europeo, in termini di diseguaglianze, distruzione del welfare, denatalità in crescita esponenziale e mancanza di prospettive per il futuro delle giovani generazioni, con la progressiva scomparsa del ceto medio e della piccola e media impresa. Le istituzioni democratiche evidenziano un allarmante deficit di consenso e di rappresentatività popolare. La crisi tedesca potrebbe incidere, oltre che sulla tenuta degli equilibri sociali, anche sulla sussistenza della unità nazionale, già erosa dalla frattura mai sanata tra l’ovest (ex BDR) e l’est (ex DDR) e soprattutto dal regionalismo sempre più aggressivo degli egoismi locali a danno delle istituzioni federali. La stessa struttura gerarchica piramidale tra Nord e Sud consolidatasi nella UE, si è riprodotta all’interno della Germania, tra i länder economicamente opulenti dell’ovest e i länder più arretrati dell’est.

Tale crisi rappresenta l’esito conclusivo del ciclo di sviluppo del sistema neoliberista anglosassone (con la variante ordoliberista tedesca), che ha condotto fatalmente alla dissoluzione degli stati, dei popoli e delle culture identitarie. La post – modernità poi sta generando la scomparsa dell’individuo stesso, già archetipo dell’ideologia liberale, attraverso i suoi progetti transumanisti. La fine della post – modernità capitalista è ormai prossima, con la decomposizione progressiva del capitalismo stesso.

Luigi Tedeschi

Commenti
NuovoCerca
Solo gli utenti registrati possono inviare commenti!