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Pensa come vuoi ma pensa come noi PDF Stampa E-mail

26 Novembre 2022

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 Da Rassegna di Arianna del 24-11-2022 (N.d.d.)

Il capitalismo rimane sempre quella roba lì che tutto mercifica in funzione del profitto, e del potere, che aumenta in relazione al primo. Mercificazione che rende strumentale i rapporti umani al punto di capovolgerli di senso. Per cui, diventa sempre più complicato distinguere la sincerità dall’inganno, visto che tutto è inquinato dall’etica del profitto. Ma oggi la relazione capitalismo-profitto, nei mercati più “evoluti”, passa sempre meno per la vendita del prodotto in sé, che deve conquistarsi la domanda attraverso la “bontà” declamata. Il capitalismo odierno ha bisogno di conquistare il cuore e la mente dei consumatori, ha bisogno di imporre il suo “punto di vista”. Un punto di vista capace sì di predisporre all’acquisto della merce proposta, ma che introduca nella testa del consumatore l’idea che quella sia la cosa “giusta” da fare. Il cosiddetto capitalismo della sorveglianza è tutto qua: pilotarci al punto da farci credere di essere noi i timonieri.

Che si tratti di manipolare le coscienze, per renderle compatibili alle nuove esigenze di mercato, ce lo spiega bene Boni Castellane oggi, nel suo articolo “Nel nuovo capitalismo l’industria vende dottrine, non prodotti”, dove lo spunto è offerto dai licenziamenti decisi da Musk per Twitter. In Twitter lavoravano schiere di dipendenti il cui compito principale era quello di misurare e selezionare i contenuti degli utenti, valutandone la cifra di “woke” contenuta in essi. “Lavorare” in Twitter consisteva, dice il nostro Castellane, nel vagliare e censurare ciò che gli utenti scrivevano e questo ben oltre la naturale funzione di moderazione e di limitazione per i trasgressori delle regole. Esclusivamente i contenuti in linea con i capisaldi della cultura “woke” potevano contare non solo sull’impunità ma sul più convinto sostegno. Castellane conclude il suo articolo affermando che nella società della fine del lavoro il compito principale dei marchi mondiali di vertice non è quello di vendere prodotti: i social non producono niente, al massimo fanno pubblicità, le case di moda non vendono a un vasto pubblico, e ciò perché l’unica cosa che conta davvero è il messaggio politico, l’indottrinamento culturale, la definizione di bene e di male, gli stili di vita suggeriti. Ciò che si vende è essenzialmente messaggio culturale, perché la mente del consumatore deve essere plasmata, quella è la vera finalità dei mercati più avanzati, i quali servono per mostrare come bisogna vivere, cosa pensare, quali limiti oltrepassare, in che modo e in che momento. A quel punto vendere un prodotto è l’ultimo dei problemi. Bravo Castellane!

D’altronde come non rendersi conto, per esempio, che nell’attuale campionato mondiale in Qatar l’oggetto non sia il calcio, ma come i calciatori, nonostante gli accordi Fifa-Qatar, riescano a far passare il messaggio che sembra essere diventato la ragione di vita del nuovo capitalismo: la dottrina Lgbt. Tutto il resto è noia.

Antonio Catalano

 
Come la tratta degli schiavi PDF Stampa E-mail

25 Novembre 2022

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 Da Comedonchisciotte del 23-11-2022 (N.d.d.)

Diversi anni fa il noto regista Nanni Moretti girò una scena in cui gridava a Massimo D’Alema, allora segretario del partito PDS (DS, PD, Quercia, Olivo, o comunque si facesse chiamare in quel momento il partito degli ex comunisti fulminati sulla via di Mosca e convertitisi piamente al più bieco credo liberista): “D’Alema,  di’ una cosa di sinistra!” La scena rimase più celebre del film da cui è tratta, ma né D’Alema né i suoi successori dissero mai più “qualcosa di sinistra”, tanto che nel corso degli anni della sinistra è rimasto solamente l’involucro vuoto e qualche ammiccamento a quelli che allora si chiamavano diritti civili. Ma pochi giorni fa, ho sentito di nuovo un politico italiano a dire “qualcosa di sinistra”: paradossalmente è stato il presidente del consiglio in carica e capo del partito più a destra nel panorama politico italiano (almeno tra quelli rappresentati in parlamento), nell’ambito di una disputa sulla ripartizione dei “migranti” con il presidente francese. La Meloni ha accusato senza mezzi termini la Francia di neocolonialismo, di sfruttamento delle popolazioni africane tramite signoraggio monetario e di ipocrisia sui “migranti” che si fa vanto di accogliere  mentre è in buona parte la causa dell’emigrazione medesima. Come dovrebbe essere chiaro a tutti, infatti, si aiutano le popolazioni africane non tanto trasferendo all’estero i più giovani e intraprendenti, ma creando le condizioni di sviluppo in patria o, quantomeno, evitando di sfruttarli come popoli coloniali. Sorprendente. Immagino che il discorso sia stato decisamente troppo ardito per un presidente del consiglio e che, anche se ci saranno veloci ammende, queste parole non saranno dimenticate facilmente in certi ambienti e probabilmente dovranno essere adeguatamente pagate al potere internazionale al momento opportuno. Dato, però, che non sono presidente del consiglio, ma semplice cittadino per di più privo di rappresentanza politica nelle istituzioni, penso di poter aggiungere qualche ulteriore considerazione sulla vicenda “migranti”. I burocrati non eletti di Bruxelles  e in generale i governi europei e americano sostengono pubblicamente l’immigrazione di massa principalmente con considerazioni umanitarie: è nostro dovere accogliere i migranti poiché sono bisognosi di aiuto. Un atteggiamento, per inciso, piuttosto simile a quello della chiesa nel corso dei secoli che ha sempre ritenuto di dover proteggere i  miseri come esercizio di pietà e mai di giustizia, come invece una sinistra degna di questo nome dovrebbe fare. Ma ovviamente quella umanitaria non è la vera ragione per la quale i governi occidentali promuovono e propagandano l’immigrazione di massa: banalmente, se davvero lo fosse, rimarrebbe impossibile spiegare gli innumerevoli episodi di aggressione armata dei medesimi governi occidentali a quelle popolazioni ora “migranti” avvenute negli ultimi anni e ancora in corso.

 

Come è possibile credere che i governi americano ed europei amino i popoli migranti e vogliano aiutarli quando al medesimo tempo li uccidono letteralmente a milioni a casa loro? L’aggressione manu militari degli Stati Uniti al Vietnam, alla Cambogia, al Laos, alla Serbia, all’Iraq, all’Afghanistan, alla Libia, alla Siria (e l’elenco non è certo esaustivo), accompagnata ed appoggiata attivamente da tutti i loro stati satelliti ha provocato cataste di morti che non sono mai stati mostrati in televisione: e adesso vengono a dirci che appoggiano l’emigrazione di questi stessi popoli per motivi umanitari? È come credere che le docce di Auschwitz servissero davvero contro i parassiti.  Al momento attuale le potenze occidentali (meglio: la potenza, visto che il resto è oramai composto soltanto fantocci), è impegnata nel massacro del popolo russo/ucraino, e allo stesso tempo nell’”accoglienza” dei profughi.

Quali sono allora i veri motivi che inducono le élite occidentali che controllano i governi a fare dell’immigrazione di massa uno dei pilastri della loro politica? Un primo banale motivo è quello della creazione di ciò che Marx chiamava “un esercito di lavoratori di riserva”, poveracci disposti a lavorare per il semplice sostentamento da contrapporre ai lavoratori europei e americani oramai abituati ad altri standard di vita a tutto vantaggio del proprio profitto. Mi pare infatti evidente che non siano gli operai a trarre guadagno dalla presenza dei “migranti”, ma chi ha la possibilità di farli lavorare per i propri interessi. Probabilmente a ciò si aggiunge un disegno più generale di annacquamento delle popolazioni europee e americane in modo da fiaccare con questioni etniche la loro resistenza ad un peggioramento delle condizioni  di vita così da poterle portare pian piano indietro nel tempo fino, magari, ad uno standard di puro sostentamento. In altre parole il tenore di vita delle popolazioni occidentali è più alto del necessario dal punto di vista delle élite, occorre riportarli a più accettabili livelli: l’immigrazione di massa è uno dei   mezzi usati assieme alla “transizione ecologica”. Il fine che si può intravedere è la creazione di un mondo dove una ristrettissima aristocrazia cosmopolita regni su una plebe senza diritti che vive ad un livello di poco superiore alla sussistenza e possibilmente ridotta drasticamente di numero, poiché l’eccessiva numerosità crea problemi di controllo e rovina il “loro” pianeta. Per convincersene, basta notare che a finanziare la tratta dei migranti sono quegli stessi oligarchi che apertamente stanno dietro al progetto del “nuovo ordine mondiale” (avete notato che lo stesso tipo di persone si chiamano miliardari filantropi o anche “visionari” se sono occidentali oppure oligarchi se sono russi?). Le organizzazioni che usano sono chiamate ong dal circo mediatico al loro servizio, cioè organizzazioni non governative. Cosa diavolo vuol dire organizzazioni non governative? Quando mai un’entità si definisce per ciò che non è? Probabilmente quando si vuol nascondere ciò che è. Anche la bocciofila di Treviso è un’organizzazione non governativa, anche l’associazione micologica di Monterotondo lo è. Ma dire che sono ong non chiarisce in nulla che cosa effettivamente sono. Nella fattispecie si tratta di organismi che vanno a prendere gli immigrati clandestini dalle coste libiche per trasportarli nei porti italiani, oppure organismi che si occupano di organizzare l’eversione di governi non graditi. E spesso non sono neppure non governative, in quanto sono creature dei servizi segreti. Per quale motivo poi gli americani avrebbero il diritto di decidere quale governo debba governare in Iraq, in Russia o in Afghanistan, nessuno ce lo ha mai spiegato.

La tratta dei migranti ha evidenti analogie con la storica tratta degli schiavi che serviva a procurare lavoratori per lo sviluppo delle colonie americane, dato che gli indigeni erano stati decimati dagli eccidi, ma, più sostanzialmente, dalle malattie. Anche allora il viaggio era costoso e pericoloso, la grande innovazione, se mai, è stato indurre i nuovi schiavi a desiderare la loro condizione, la si è ottenuta anche aiutando a creare in patria condizioni talmente abbrutite da rendere desiderabile qualsiasi altro destino. Cosa che non accadeva nella vita millenaria dei tradizionali villaggi africani dei tempi della tratta storica. Una cosa è vivere in un villaggio in mezzo alla foresta con le proprie tradizioni e la propria cultura intatte, un’altra vivere in un sobborgo di Lagos cercando di non morire di stenti, mentre la popolazione esplode e gli stranieri si portano via il petrolio quasi per nulla. Questa volta non si tratta più di popolare un territorio spopolato, ma di contribuire alla distruzione di una popolazione che ha raggiunto un livello di vita troppo alto per i desideri delle nuove élite. In fondo che gusto c’è a sdraiarsi su una spiaggia dei caraibi con un mojito in mano se un ragioniere di Gallarate può fare impunemente la stessa cosa?

Nestor Halak 

 
Nuova mutazione antropologica PDF Stampa E-mail

24 Novembre 2022

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 Da Rassegna di Arianna del 22-11-2022 (N.d.d.)

La società dell'accesso. Come siamo diventati ostaggio delle non cose. Nella società dell'informazione perpetua, gli esseri umani vivono il lungo inverno dell'oblio e della perdita. Una stagione in cui l'umanità, sopraffatta dall'opulenza dell'informatizzazione del reale, è caduta, da una parte nell'oblio prodotto dall'eccesso di notizie e di dati, dall'altra nella perdita di contatto con le cose e con il mondo materiale. In questo contesto sia la memoria sia gli oggetti vengono sempre di più sostituiti da paradisi virtuali, stimoli estremi, esperienze digitali che offrono una via di fuga da una realtà insensata e anestetizzata, verso reami immateriali. Tale prognosi è il centro dell'ultimo straordinario saggio di Byung Chul Han, "Le non cose. Come abbiamo smesso di vivere il reale"(Einaudi), che ha come tema principale la fuga dalla realtà e dall'ordine materiale prodotta dalle "undinge", ovvero le esperienze e le informazioni, che hanno trasformato le società occidentali da civiltà del possesso a civiltà dell'accesso, causando una mutazione antropologica nell'uomo del villaggio globale più incisiva e drastica di quella prodotta dal consumismo e dalle rivoluzioni industriali. Le non cose non sono oggetti materiali, mezzi, talismani o cianfrusaglie che gli uomini trasformano in feticci, ma sono più che altro degli "infomi", ovvero degli agenti anonimi e immateriali che elaborano e trasmettono informazioni, racchiudono e veicolano esperienze. Sono non cose i social, che diffondono informazioni tra utenti anonimi il cui fondamento non è il possesso di un bene, ma la visibilità che essi riescono a veicolare, ad esempio, ma anche la stampante 3d o gli smartphone. Le non cose sono, quindi, degli strumenti digitali che dematerializzano l'ordine materiale e terrestre della realtà, basato sulle cose, in una comunicazione tra profili immateriali, fondata su interazioni, sostituendo ad un rapporto soggetto-oggetto, una correlazione di dati e informazioni. Un cambiamento ontologico che, come sottolinea Han nel suo saggio, trasforma il Dasein heideggeriano, l'esserci concreto e terrestre, in un Inforg floridiano, un comunicare astratto e virtuale, che porta l'uomo a non abitare più la propria terra, ma essere una monade che si identifica nei dati e nelle esperienze a cui ha accesso ("l'ordine digitale derealizza il mondo informatizzandolo"). Scrive infatti il filosofo sudcoreano nel suo saggio: "Non abitiamo più la terra e il cielo, bensì Google Earth e il cloud. Il mondo si fa sempre più inafferrabile, nuvoloso e spettrale. Niente è più attendibile e vincolante, nulla offre più appigli".

In questo scenario, l'uomo non è più oppresso da uno stato autoritario e tirannico che lo guida e plasma, bensì è fagocitato da una società totalitaria in cui l'individuo si confonde nel "mare della fertilità" dell'informazione perpetua e dell'alienazione dalle cose, perdendo la propria identità in nome di un paradiso immateriale, in cui non esiste autorità, ma in cui domina la sorveglianza. L'uomo senza legami, senza memoria, non è più il consumatore che si realizza nei propri acquisti e si riconosce nei propri oggetti, ma diventa un agente anonimo che si nutre ormai solo di stimoli, di esperienze, di informazioni, di "non cose" in sostanza, che lo relegano a vivere una esistenza vittima di svaghi eccessivi e fughe verso mondi immersivi, come i social, in cui annientarsi e cercare una identità effimera. Luoghi immateriali che lo alienano per sempre da tutto ciò che è ordinario, familiare, terrestre, che lo lega all'esistenza e forma in esso dei radicamenti, proiettandolo, invece, ad una esistenza orientata esclusivamente verso rappresentazioni artificiali ed economicistiche della realtà, trasformandolo in un utente, un follower, un contatto. Una mutazione antropologica che porta l'uomo occidentale a cambiare drasticamente il paradigma della propria "civiltà", che non si fonda più sulla relazione con l'oggetto, con il feticismo delle merci, ed in sostanza con il possesso, ma che ora si basa sulla scoperta e sulla condivisione di informazioni, sulla ricerca di esperienze, che prefigurano una società dell'accesso, passando dall'economia delle cose alla sharing economy, come ha sottolineato Jeremy Rifkin. L'accesso come fondamento della società, definisce una visione della vita orientata all'esperenzialità, che non ha più come centro il lavoro o la ricchezza, in quanto mezzo di possesso, ma la visibilità e lo svago, generando una società non più liquida, ma aeriforme ed evanescente, che delinea una nuova fase della morale moderna in cui i legami, la comunità, i valori umanistici vengono o aboliti o surrogati dal marketing e dalla pubblicità, diffondendo il dominio dell'immateriale, per cui le cose non hanno smesso di essere merci, ma le merci hanno smesso di essere solo cose. L'utente della società delle non cose è quindi alla continua ricerca di esperienze nuove, di identità radicali, che possano sopperire la propria mancanza di radicamenti. Il neoconsumismo di cui è vittima è quindi una esigenza spirituale di ricerca del sé dove, ribaltando Fromm, si cerca il primato dell'essere rispetto a quello dell'avere. Questo suo essere però non è un esserci, in quanto esso è immateriale e virtuale, e quindi è un suo surrogato, che si nutre di mitoidi e non di miti, di identità effimere contro identità profonde. L'uomo descritto da Byung Chul Han è un apolide che vive un rapporto irreale ed occasionale con il mondo, cullato dalle illusioni di un consumismo che non è più un materialismo, se forse lo è mai stato, ma uno spiritualismo surrogato, uno spiritismo tecnico, capace solo di creare emozioni di accompagnamento, distrazioni che non educano l'uomo a vivere, ma a funzionare. Contro questa deriva Han invoca un ritorno al silenzio, al reale, al numinoso, sostituendo al design l'arte, al marketing il mito, alla community la comunità. Un ritorno alla realtà, alle piccole cose di pessimo gusto, alle ierofanie di un santuario, alla tenerezza di un rapporto ordinario, contro i surrogati estremi di una vita anestetizzata e omologata che non salva l'uomo dalla sua solitudine, ma lo droga contro essa, rendendolo completamente dipendente delle proprie illusioni. L'unico antidoto contro questa desolazione esistenziale è tornare ai rapporti reali, al sacro, "è il silenzio a salvare" scrive Han nel finale del libro, poiché solo ciò che è comune realizza quello che lo straordinario promette.

Francesco Subiaco

 
Opposizione culturalmente inadeguata PDF Stampa E-mail

23 Novembre 2022

 Da Rassegna di Arianna del 21-11-2022 (N.d.d.)

IMMIGRAZIONE, AMBIENTALISMO, GENDER STUDIES: I TRE TEMI-CHIAVE DELL'AGENDA POLITICA DI SINISTRA CORRISPONDONO AD ALTRETTANTE STRATEGIE DI DOMINIO DA PARTE DELLE ELITE NEOLIBERALI E VANNO CONTRASTATI. MA CONTRASTARLI CON CATEGORIE "DI DESTRA" SIGNIFICA CONDANNARSI, COME AVVIENE ORA, A ESSERE PERDENTI.

A un mese e mezzo dall’insediamento in Italia d’un governo di centrodestra, assistiamo al campo informativo nuovamente egemonizzato dalla sinistra, su diversi piani, nel mentre che si palesa una riscossa egemonica di quest'ultima che, al netto dei sondaggi favorevoli al governo e sfavorevoli al PD, risulta evidente per il modo in cui si sta modellando e ordinando l’agenda politica. Ci troviamo di fronte, infatti, ai seguenti fenomeni: 1) La sinistra responsabile del lockdown, del green pass, di due milioni di disoccupati in più nell’arco di due anni e della discesa di decine di migliaia di famiglie sotto la soglia della povertà, riprende a riempire le piazze. Anzi, grazie alla contemporanea dissoluzione del movimento contro il green pass, torna a divulgarsi un’identificazione piena tra il concetto di sinistra e quello di mobilitazione di piazza. Inoltre, tale risultato è ottenuto anche grazie al fatto di disporre di parti distinte che litigando fra loro riempiono, come sinistra, l’intero spettro della dialettica politica. A Bologna, la città dove vivo, sta esattamente avvenendo questo con la messinscena dell’antagonismo da parte dei collettivi studenteschi e la parallela messinscena dell’indignazione da parte della sinistra istituzionale. 2) A differenza del 2018, la campagna contro “il ritorno del fascismo” non sembra ottenere una grande presa ma, proprio come ai tempi di Salvini ministro dell’Interno, il tema da due decenni prioritario per la sinistra – ovvero l’immigrazione - torna a dominare e imporsi sull’agenda politica con, al seguito, la sempiterna tesi deregolazionista/liberista sull’ineluttabilità e necessità di non porre alcun tipo di limite al flusso migratorio. 3) Gli altri due temi-cardine dell’agenda di sinistra – ambientalismo austeritario e imposizione della teoria transgenderista come verità scientifica – nel frattempo procedono con forza, sostenuti dai media, dall’industria culturale e, dunque, dai poteri economici sovranazionali.

Le centrali informative che propagandano i tre temi sopra menzionati sono le medesime che hanno propagandato, negli ultimi due anni, gli stati d’emergenza prima pandemico e poi bellico. La strategia di rivoluzione neo-assolutista detta Great Reset, sta subendo rallentamenti, si sta adattando – secondo le parole di Klaus Schwab – a una prospettiva multipolare, ma non si è affatto interrotta. E le sue parole d’ordine – sostenibilità e resilienza – sono oggi le parole d’ordine della sinistra occidentale. In tutto questo, assistiamo a un’opposizione inesistente sul piano internazionale e dispersa in mille rivoli all’interno dei singoli paesi. Ma soprattutto, l’opposizione è perdente perché culturalmente inadeguata ad analizzare e contrastare la narrazione progressista dominante. Molti, infatti, sono convinti di poter contrastare la propaganda progressista affidandosi alla destra politica e, in particolar modo, alla destra americana. In realtà, la scalcinata banda composta dai vari Trump, Bannon e QAnon, non solo ha perso sul piano strettamente politico, ma non ha saputo costruire uno straccio di visione del mondo alternativa. Da questo punto di vista, possiamo dire che una destra non avente mai – nel corso della sua storia – elaborato un’autentica lettura critica del neoliberalismo in quanto tale, trovandosi oggi nel ruolo di opposizione non fa altro, con la sua inadeguatezza, che garantire la perpetuazione ad libitum dell’egemonia ideologica del campo liberal-progressista.

Se prendiamo, per esempio, i già citati tre temi-cardine della sinistra occidentale, vediamo che affrontarli da un punto di vista di destra, non solo è analiticamente sbagliato, ma è soprattutto perdente. 1) La tesi deregolazionista sui flussi migratori, non può essere avversata attribuendo colpa soggettiva ai lavoratori immigrati, dipingendoli come fossero gli improbabili strateghi di una “invasione”. Non si può perché i figli degli italiani e quelli dei lavoratori di altri paesi vivono ormai nello stesso contesto relazionale e, soprattutto, non si può perché i responsabili della strategia deregolazionista sono, palesemente, i leader politici e le élite economiche dell’Europa occidentale. Occorre, al contrario, fare capire che la tesi di una migrazione di massa spontanea è un falso e che ci sono invece interessi economici nella tratta degli esseri umani; che l’integrazione richiede un tempo che non può essere quello accelerato del mercato; che l’idea di spogliare i paesi africani della loro forza-lavoro è contraria a ogni principio di solidarietà internazionale; infine, bisogna che queste rivendicazioni divengano appannaggio anche di lavoratori immigrati. 2) L’ambientalismo austeritario, va contrastato in quanto attacco ai ceti medi e poveri e in quanto dispositivo di sottoproletarizzazione di massa, ma mutuare dalla destra americana l’approccio negazionista sulla questione ambientale, significa condannarsi all'essere perdenti. Al di là delle dispute sul riscaldamento e sulle sue cause, la riduzione degli habitat e della biodiversità è cosa esperibile da chiunque e, perlomeno, bisognerebbe assumere il problema per cui il combinato di urbanesimo e digitalizzazione stia generando uno stile di vita sempre più alienato dall’ambiente naturale. 3) L’imposizione del transgenderismo come paradigma universale e le forme di mercificazione della sfera biologica come l’utero in affitto, non possono essere contrastate con espressioni subculturali quali la definizione di "contro natura” attribuita a un orientamento – quello omosessuale – che vediamo rappresentato nelle pitture vascolari di tremila anni fa e che, quindi, è oggettivamente un fenomeno preculturale appartenente a qualsiasi epoca. Al contrario, così come l’utero in affitto è stato contestato in Europa principalmente dai collettivi di donne lesbiche, è necessario dare voce e spazio ai tantissimi omosessuali che non si riconoscono nell’idea di dissoluzione del primato biopolitico della famiglia eterosessuale e neppure nelle strategie egemoniche e censorie del movimento Lgbt.

Con tutto questo, sto forse sostenendo che per avversare l’agenda politica di sinistra occorre utilizzare categorie parimenti di sinistra? Ebbene, no, non sto dicendo questo. Non si può toccare tutto lo scibile in un singolo intervento ma posso dire che, nel passaggio verso il capitalismo transumano, sono in gioco anche questioni come le tradizioni, i retaggi generazionali, il senso di appartenenza territoriale, la dimensione spirituale dell'esistenza: tutti ambiti che non sono mai stati precipuamente di sinistra, anzi. Dunque, il punto non è reinventarsi una sinistra che contrasti la sinistra, bensì saper generare un pensiero completamente nuovo o, per meglio dire, completamente autonomo. Un pensiero autonomo da destra e sinistra e, al contempo, pariteticamente avverso a entrambe. Quest’autonomia, nella massa delle persone dissidenti, è embrionalmente ravvisabile. Nell’ambito delle organizzazioni politiche e della produzione teorica anti-sistema, invece, la situazione si mostra ben lungi dall’essere all’altezza della dura battaglia che si profila all’orizzonte.

Riccardo Paccosi

 
Crisi energetica pianificata da tempo PDF Stampa E-mail

21 Novembre 2022

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 Da Comedonchisciotte del 19-11-2022 (N.d.d.)

La maggior parte della gente è sconcertata da quella che è una vera e propria crisi energetica globale, con i prezzi del petrolio, del gas e del carbone che si impennano simultaneamente, costringendo persino alla chiusura di grandi impianti industriali, come quelli chimici, dell’alluminio o dell’acciaio. L’amministrazione Biden e l’UE hanno insistito sul fatto che tutto ciò è dovuto alle azioni militari di Putin e della Russia in Ucraina. Non è così. La crisi energetica è una strategia pianificata da tempo dai circoli aziendali e politici occidentali per smantellare le economie industriali in nome di una distopica agenda verde. Questa ha le sue radici negli anni precedenti al febbraio 2022, quando la Russia ha lanciato la sua azione militare in Ucraina.

Nel gennaio del 2020, alla vigilia della devastante crisi economica e sociale, l’amministratore delegato del più grande fondo d’investimento del mondo, Larry Fink di Blackrock, aveva inviato una lettera ai colleghi di Wall Street e agli amministratori delegati delle aziende riguardante il futuro dei flussi d’investimento. Nel documento, modestamente intitolato “A Fundamental Reshaping of Finance,” Fink, responsabile del più grande fondo d’investimento del mondo con un portafoglio di circa 7.000 miliardi di dollari, aveva annunciato una svolta radicale per gli investimenti aziendali. Il denaro sarebbe “diventato verde.” Nella sua lettera del 2020, molto seguita negli ambienti finanziari, Fink aveva dichiarato: “Nel prossimo futuro – e prima di quanto molti prevedano – ci sarà una significativa riallocazione del capitale… Il rischio climatico è un rischio di investimento.” Aveva anche aggiunto: “Ogni governo, azienda e azionista dovrà affrontare il cambiamento climatico.” In una lettera separata ai clienti investitori di Blackrock, Fink aveva presentato la nuova agenda per gli investimenti di capitale. Aveva scritto che Blackrock sarebbe uscita da alcuni investimenti ad alto contenuto di carbonio come il carbone, la principale fonte di elettricità per gli Stati Uniti e molti altri Paesi. Aveva aggiunto che Blackrock avrebbe vagliato i nuovi investimenti su petrolio, gas e carbone per determinarne la loro aderenza all’Agenda 2030 delle Nazioni Unite sulla “sostenibilità.” Fink aveva chiarito che il fondo più grande del mondo avrebbe iniziato a disinvestire in petrolio, gas e carbone. “Nel tempo,” aveva scritto Fink, “le società e i governi che non risponderanno agli azionisti e non affronteranno i rischi della sostenibilità incontreranno un crescente scetticismo da parte dei mercati e, a loro volta, un costo del capitale più elevato.” Aveva aggiunto che “il cambiamento climatico è diventato un fattore determinante per le prospettive a lungo termine delle aziende… siamo sull’orlo di un riassetto fondamentale della finanza.”

 

[…] Con quella fatidica lettera del gennaio 2020, Larry Fink aveva dato il via ad un colossale disinvestimento nel settore del petrolio e del gas, un settore che vale migliaia di miliardi di dollari. In particolare, nello stesso anno, Fink era entrato nel Consiglio di amministrazione del distopico World Economic Forum di Klaus Schwab, il trait d’union politico e aziendale con l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite a zero emissioni di carbonio. Nel giugno 2019, il World Economic Forum e le Nazioni Unite avevano firmato un accordo di partenariato strategico per accelerare l’attuazione dell’Agenda 2030. Il WEF dispone di una piattaforma di intelligence strategica che include i 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030. Nel 2021, nel suo messaggio da Amministratore Delegato, Fink aveva raddoppiato l’attacco a petrolio, gas e carbone. “Dato che la transizione energetica sarà fondamentale per le prospettive di crescita di ogni azienda, chiediamo alle società di divulgare un piano su come il loro modello di business sarà compatibile con un’economia a zero emissioni,” aveva scritto Fink. Un altro funzionario di BlackRock ha dichiarato ad una recente conferenza sull’energia: “Dove va BlackRock, altri seguiranno.” In soli due anni, entro il 2022, si stima che circa 1.000 miliardi di dollari verranno a mancare agli investimenti per l’esplorazione e lo sviluppo delle fonti di petrolio e gas a livello globale. L’estrazione del petrolio è un’attività costosa e il taglio degli investimenti esterni da parte di BlackRock e di altri investitori di Wall Street significa una morte lenta per il settore.

Alla fine del 2019, all’inizio della sua candidatura presidenziale, allora poco brillante, Biden aveva avuto un incontro a porte chiuse con Fink che, secondo quanto riferito, avrebbe detto al candidato: “Sono qui per aiutare.” Dopo il fatidico incontro con Fink, il candidato Biden aveva annunciato: “Ci libereremo dei combustibili fossili…” Nel dicembre 2020, ancor prima della cerimonia di investitura, prevista per il gennaio 2021, Biden aveva nominato Brian Deese, responsabile globale di BlackRock per gli investimenti sostenibili, come assistente del presidente e direttore del Consiglio economico nazionale. In questa posizione, Deese, che, nel 2015, aveva svolto un ruolo chiave per Obama nella stesura dell’Accordo sul clima di Parigi, ha plasmato in silenzio la guerra di Biden all’energia. Questa è stata catastrofica per l’industria del petrolio e del gas. Deese, l’uomo di Fink, fin dal primo giorno, nel gennaio 2021, si è adoperato per fornire al nuovo presidente Biden un elenco di misure anti-petrolifere approvare con un ordine esecutivo. Tra queste, la chiusura dell’enorme oleodotto Keystone XL, che trasportava 830.000 barili al giorno dal Canada fino alle raffinerie del Texas, e il blocco di tutte le nuove concessioni esplorative nell’Arctic National Wildlife Refuge (ANWR). Biden ha anche aderito all’Accordo sul clima di Parigi che Deese aveva negoziato per Obama nel 2015 e che Trump aveva cancellato.

Lo stesso giorno, Biden aveva avviato una modifica del cosiddetto “Costo Sociale del Carbonio,” che impone una tassa di 51 dollari per tonnellata di CO2 all’industria del petrolio e del gas. Questa mossa, stabilita con un’autorità puramente esecutiva senza il consenso del Congresso, sta comportando un costo devastante per gli investimenti in petrolio e gas negli Stati Uniti, un Paese che solo due anni prima era il più grande produttore di petrolio al mondo. Ancora peggio, le regole ambientali aggressive di Biden e gli obblighi di investimento ESG di BlackRock stanno uccidendo la capacità di raffinazione degli Stati Uniti. Senza raffinerie non importa quanti barili di petrolio si prendano dalla Riserva Strategica di Petrolio. Nei primi due anni di presidenza Biden, gli Stati Uniti hanno perso circa 1 milione di barili al giorno (bpd) di capacità di raffinazione di benzina e gasolio, in parte a causa del crollo della domanda, il più rapido declino nella storia degli Stati Uniti. Le perdite sono permanenti. Nel 2023 è prevista la perdita di altri 1,7 milioni di bpd di capacità a causa del disinvestimento ESG di BlackRock e Wall Street e delle normative di Biden. Citando il pesante disinvestimento di Wall Street nel settore petrolifero e le politiche anti-petrolifere di Biden, nel giugno 2022 l’amministratore delegato di Chevron aveva dichiarato che, secondo lui, gli Stati Uniti non avrebbero mai più costruito una nuova raffineria. Larry Fink, membro del Consiglio di amministrazione del World Economic Forum di Klaus Schwab, è sostenuto dall’UE. Infatti, la presidente della Commissione Europea, la notoriamente corrotta Ursula von der Leyen, aveva lasciato il Consiglio di Amministrazione del WEF nel 2019, proprio per salire al vertice della Commissione Europea. Il suo primo atto importante a Bruxelles era stato quello di far approvare l’agenda dell’UE “Zero Carbon Fit for 55.” Questo aveva comportato importanti tasse sul carbonio e altri vincoli su petrolio, gas e carbone nell’UE, ben prima delle azioni russe in Ucraina del febbraio 2022. L’impatto combinato della fraudolenta agenda ESG di Fink nell’amministrazione Biden e della follia delle zero emissioni di carbonio nell’UE sta creando la peggiore crisi energetica e inflazionistica della storia.

F. William Engdahl (tradotto da Markus) 

 
Massa informe PDF Stampa E-mail

20 Novembre 2022

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 La Calabria ha una tradizione gastronomica invidiata in tutto il mondo…eppure, quando apre McDonald a Vibo Valentia, invece di passare inosservato...c'è una fila kilometrica di auto e persone. Capisci quindi quando ogni battaglia culturale e informativa è vana, persa in partenza...è trionfo del Regno della Quantità, di ciò che è inferiore. In pochi hanno cervello, in pochi hanno veramente anima, in pochi si salvano, in pochi devono governare, in pochi devono trasmettersi conoscenza...il resto è massa informe

Giuseppe Aiello

 
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