Avviso Registrazioni

Scusandoci per l'inconveniente, informiamo i nuovi utenti i quali desiderino commentare gli articoli che la registrazione deve essere fatta tramite Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

Login Form






Password dimenticata?
Nessun account? Registrati

Cerca


 
  SiteGround web hostingCredits
Dare informazioni corrette PDF Stampa E-mail

12 Luglio 2024

 Da Rassegna di Arianna dell’11-7-2024 (N.d.d.)

Viviamo nell'era della menzogna, in cui i più pervicaci mentitori si arrogano il diritto di giudicare ciò che è vero o falso, pretendendo di imporre la propria verità, quale che sia, anche quando palesemente falsa e/o contraddittoria. E proprio in virtù di ciò, diventa assolutamente necessario che chi si assume l'onere di fare informazione avendo a cuore la verità si attenga invece ad una deontologia rigorosa. Può, ovviamente, capitare a tutti di diffondere una notizia inesatta, soprattutto quando sembra esserci una qualche urgenza. Ma è fondamentale mantenere dritta la barra, sia per un'etica dell'informazione (ciò che viene scritto/detto verrà creduto da altri che confidano in quella fonte), sia per mantenere l'affidabilità, che è - nella totale disparità di mezzi - unica garanzia di autorevolezza. In particolare, bisogna evitare di cadere nelle medesime 'trappole mentali' di certo pseudo giornalismo; non si può 'stiracchiare' un fatto, neanche per una buona causa.

Purtroppo, si deve constatare che ultimamente ciò è accaduto in almeno due occasioni. Probabilmente animati dal desiderio di denunciare i 'misfatti' del 'nemico', e magari anche per una lettura superficiale delle notizie, non pochi canali d'informazione (il termine controinformazione non mi piace) sono caduti in questa trappola. Nel primo caso, con riferimento all'accordo di sicurezza stipulato nei giorni scorsi tra Polonia e Ucraina. Molti canali hanno fornito ai propri lettori l'idea che in tale accordo sia contenuta una clausola che autorizzerebbe la Polonia ad abbattere i missili russi sullo spazio aereo ucraino. Presentata in questo modo la notizia è omissiva e fuorviante, poiché dà appunto l'idea di un imminente intervento diretto dei polacchi a difesa dell'Ucraina, ma non è così. L'accordo, infatti, prevede sì questa possibilità, ma solo nel caso che i missili siano lanciati dallo spazio aereo ucraino (quindi da aerei russi che lo sorvolano) e soprattutto che siano lanciati in direzione della Polonia! Per quanto la formulazione possa suonare ambigua, è evidente che si tratta di una cosa completamente differente.

Altro caso è quello del bodycount a Gaza. In un breve articolo pubblicato dalla rivista scientifica britannica The Lancet; è stato esaminata la questione del conteggio dei morti a seguito dell'operazione militare israeliana. L'articolo è stato ripreso e citato, ma dando per acclarato ciò che nell'articolo viene ipotizzato - o stimato, se si preferisce. La cifra di 186.000 morti, al posto dei 34.000 circa ufficiali, è stata diffusa da alcuni canali come un dato certo, mentre l'articolo - molto più articolato - dice che "non è implausibile stimare che fino a 186.000 o anche più morti potrebbero essere attribuibili all’attuale conflitto a Gaza". In questa semplice frase sono presenti ben tre espressioni di incertezza: "non è implausibile", "fino a" e "potrebbero". Perché ovviamente, come si spiega nell'articolo, i fattori che - appunto - potrebbero far salire fino a tanto il totale dei morti, sono numerosi (numero di corpi ancora sepolti tra le macerie, infrastrutture sanitarie distrutte, grave carenza di cibo e acqua), ma - come dice esplicitamente l'articolo citato - "nei prossimi mesi e anni continueranno a verificarsi molti decessi indiretti dovuti a malattie riproduttive, trasmissibili e non trasmissibili. Si prevede che il bilancio totale delle vittime sarà elevato". Quindi nessuno, tantomeno The Lancet, sostiene che le vittime del conflitto a Gaza siano centottantaseimila: l'articolo ipotizza che il bilancio finale, a distanza di tempo, potrebbe arrivare a tanto. E, ovviamente, per quel che ne sappiamo potrebbe anche superare questa cifra, dato che la guerra è ancora in corso.

Evitare di cedere alla tentazione della notizia-effetto, sia pure a fin di bene, dovrebbe essere la regola aurea. Soprattutto nell'era della menzogna.

Enrico Tomaselli

 
Contro destra e sinistra PDF Stampa E-mail

4 Luglio 2024

 Guardando l'esito delle elezioni in Francia, mi rendo conto d'aver perso il conto del numero di repliche che si sono succedute fino a oggi ma, andando a memoria, mi pare che la prima rappresentazione di questo spettacolo francese risalga a circa quindici anni fa. La trama dello show è, da allora, sempre e comunque la seguente: Marine Le Pen cresce in consensi, si presenta alle elezioni arrivando al ballottaggio, poi media e poteri economici montano la canea sul "pericolo fascista" e, quindi, al ballottaggio la Le Pen perde. Le previsioni danno come già scritto il medesimo finale anche per queste elezioni politiche e, da ciò,  si dovrebbe trarre una semplice considerazione: non soltanto la polarizzazione del dibattito entro la diade categoriale destra-sinistra obnubila la percezione delle contraddizioni reali ma - anche ammesso e non concesso che la Le Pen rappresenti una volontà di cambiamento sostanziale - tale diade garantisce anche la perpetua riproduzione dello stato di cose esistente.

Nella variegata costellazione dell'opposizione anti-sistema, rispetto a questo punto inerente alla necessità di superare la polarizzazione destra-sinistra nei paesi occidentali, esistono cinque tipologie di approccio: 1) LA DISSIMULAZIONE. Coloro che affermano di voler andare oltre destra e sinistra ma, in realtà, non se la sentono affatto di tagliare i ponti con la loro cultura d'origine e, quindi, continuano a essere di destra o di sinistra come sempre, limitandosi però in questa fase a dissimularlo. 2) IL SINCRETISMO.  Coloro che ritengono di superare la polarizzazione in atto, attraverso una sintesi fra destra e sinistra. Solitamente, tale opzione non riguarda la destra e sinistra neoliberali bensì i totalitarismi del Novecento. In sostanza, alcune avanguardie credono che i popoli non aspettino altro che venerare un Mostro di Frankenstein ideologico costruito con pezzi dei cadaveri di comunismo e fascismo.  3) LA RIMOZIONE.  Coloro che enunciano, con perentoria sicurezza, che "destra e sinistra non esistono più". Nella maggior parte dei casi, tale approccio consta del rimuovere sic et simpliciter il problema dal proprio campo percettivo. In alcuni altri casi come quello del M5S delle origini, l'approccio è invece motivata dall'adesione alla filosofia detta New Realism secondo la quale per cambiare le cose non vi sarebbe bisogno di visioni del mondo ma solo di soluzioni tecnico-pragmatiche. 4) IL COMPLESSO DI SUPERIORITA' . Coloro che, rendendosi conto del persistere e dell'essere funzionale al potere della polarizzazione destra-sinistra, ritengono che proprio per questo ci si debba contrapporre a essa con una rimozione cosciente e volontaria. In sostanza, la pretesa è quella di arrivare all'estinzione delle polarità che pervadono il dibattito pubblico e la produzione culturale, facendo finta che esse siano già estinte.

Qualcuno potrebbe in effetti obiettare che, con metà della popolazione che si astiene dal voto, destra e sinistra risultino già superate al di fuori della produzione mediatico-simbolica, ovvero nella coscienza collettiva del popolo reale. Potrebbe essere effettivamente così se - sul piano del linguaggio, della produzione simbolica e di senso - stesse sorgendo qualcos'altro. Ma finché ci troviamo dinanzi a uno spazio di scambio simbolico occupato onnipervasivamente dalla polarizzazione, la parte di società che diserta tale scambio, ancorché maggioritaria, rimane nulla più che un fenomeno moltitudinario e istintivo. Qualunque discorso pubblico, in queste condizioni, finirà sempre per essere risucchiato nell'unico piano enunciativo esistente, ovvero quello che classifica e neutralizza ogni concetto politico entro la diade destra-sinistra. Dunque, occorre un quinto approccio atto a non tentare di eludere la polarizzazione, né a cercare improbabili sintesi: occorre un approccio atto ad avversare frontalmente la polarizzazione in quanto tale e che si ponga come antagonista di ambo le polarità.

5) L'AUTONOMIA.  Occorre un pensiero forte che ponga la contrapposizione fra potere costituente basato sulla sovranità popolare e nuova dimensione assolutista e transumana delle società occidentali. Un pensiero del genere, ebbene, non può fare altro che contrapporsi in pari misura a destra e sinistra. E questo non soltanto denunciando la comune matrice neoliberale delle due, ma anche e soprattutto avversando - su ogni punto dell'agenda politica quali guerra, sanità, immigrazione, diritti civili, ambiente - destra e sinistra nelle loro posizioni specifiche.  L'abusata e usurata dicitura "né di destra né di sinistra", in altre parole, deve essere rottamata per lasciare spazio a un pensiero popolare rivendicante autonomia tanto sul piano politico quanto sul piano del linguaggio e che quindi sappia proclamarsi apertamente CONTRO LA DESTRA E CONTRO LA SINISTRA.  La polarizzazione, aspirando a essere onnipervasiva, non contempla qualcosa del genere neppure come ipotesi e bisogna onestamente ammettere, anche, che un approccio simile non è stato finora tentato se non in casi sporadici e isolati.

Dunque, chi se la sente d'intraprendere questa traversata in mare aperto?

Riccardo Paccosi

 
Chi esercita il potere? PDF Stampa E-mail

2 Luglio 2024

 Da Rassegna di Arianna del 30-6-2024 (N.d.d.)

Le reazioni della stampa al duello televisivo tra i candidati alle prossime presidenziali americane danno la misura di quanto in crisi siano la politica e la democrazia. Si esprime preoccupazione  per il fatto che Joe Biden, il quale ha dimostrato in diritta televisiva evidenti segni di declino delle più elementari capacità intellettuali,  possa essere il rivale di Trump alle prossime elezioni. Appare, invece, normale che il medesimo Joe Biden sia  il presidente della più grande potenza mondiale. Eppure le sue condizioni di salute, che certo negli ultimi tempi si sono ulteriormente degradate, erano già compromesse nel 2020. Le difficoltà ad articolare discorsi di senso compiuto, a ricordare i nomi, a collocare eventi e persone in modo corretto sul piano geografico e su quello cronologico erano già evidentissime quattro anni fa. Non si trattava di distrazione o di stanchezza, ma di una vera e propria malattia. Né la chirurgia estetica, né i discorsi preparati dai ghost writers, né gli auricolari o i suggerimenti dei collaboratori potevano nascondere l’evidenza: Biden non era in grado di esercitare i compiti connessi alla sua funzione. Non lo era allora come non lo è oggi e come non lo è stato negli anni trascorsi in carica.

Una stampa non degradata (la crisi della politica va di pari passo con quella dell’informazione) avrebbe dovuto porre alcune domande ineludibili. In assenza del presidente, chi ha esercitato il potere? Gli ultimi quattro anni non sono stati anni ordinari. Un miliardo di persone è stato per mesi confinato in casa con la scusa dell’epidemia, si sono imposti degli obblighi vaccinali in tutti i paesi dell’Occidente, è scoppiata una drammatica guerra in Europa, il Medio Oriente è di nuovo in fiamme. In tutti questi eventi gli Stati Uniti, come è naturale vista l’influenza del paese nelle vicende mondiali, hanno avuto un ruolo di primo piano. In una democrazia (ma anche in qualsiasi altra forma di governo) conoscere chi ha effettivamente preso certe decisioni dovrebbe essere scontato. Ci troviamo invece di fronte a un’opacità senza precedenti nella storia.

La verità è che la demenza senile di Biden esibisce in modo inequivocabile quello che era già evidente. Nel nostro Occidente il vero potere non si trova al livello della politica e non è soggetto al voto degli elettori. Biden , ma anche Macron, Sunak, Meloni, Draghi, che pure hanno capacità intellettuali non compromesse,  sono solo dei burattini. Se cercano di liberarsi dai loro fili rischiano di essere politicamente distrutti o, al peggio, di fare la fine del primo ministro slovacco Fico. Nell’attuale congiuntura storica né i governi né, tanto meno,  i parlamenti esercitano la sovranità. Comprendere dove si trovino i veri potenti (in quali consigli di amministrazione, in quali logge, in quali club, in quali sette) è il primo passo per cercare di limitare il loro potere.

Silvio Dalla Torre

 
Ceto medio semicolto PDF Stampa E-mail

1 Luglio 2024

Per l'esponente tipico del ceto medio semi colto, sulla cui visione del mondo tende ormai a modellarsi l'opinione pubblica occidentale, la NATO è una allegra brigata di buontemponi che ha il compito di tutelare le nostre libertà. La cosa non deve stupire. Chi identifica la libertà nella libertà di ballare in mutande al gay pride e di fare tutto quello che il potere vuole che tu faccia, ha una visione della realtà deformata dall'egoismo e dall' imbecillità.  Proviamo, però, per un momento, a guardare alla NATO con gli occhi dei suoi potenziali nemici. Questo organismo perderebbe immediatamente tutta la sua bonarietà, per divenire quello che in effetti è, un terribile strumento di distruzione, la più efficace arma di ricatto e pressione costruita nella storia dell'umanità.

Negli ultimi tre decenni la NATO, in forma diretta o attraverso i singoli stati che la compongono, si è prodotta in una serie di interventi militari nei più svariati teatri di guerra. In Serbia, in Afghanistan, in Somalia, in Iraq, in Libia , in Siria si è lasciata dietro di sé una lugubre scia di morte, facendo danni incalcolabili ai paesi che hanno avuto il privilegio di ricevere le sue attenzioni. L'esponente tipico della classe media semi colta queste vicende non le ricorda. Forse non le conosce nemmeno. Era troppo impegnato a bersi il cicchetto nello spritz hour o a manifestare per i diritti civili di qualche minoranza per occuparsi di queste bazzecole. Il presidente di una grande potenza, per esempio Putin, è presumibile che queste cose invece le ricordi, così come è presumibile che si sia accorto che, mentre si dedicava a queste opere di beneficenza, la NATO si è progressivamente allargata a ridosso dei suoi confini. Nel 2014, in seguito a un colpo di stato organizzato dalla CIA, è stata persino sul punto di inglobare l'Ucraina, vale a dire un paese che con la Russia è legato da mille vincoli storici e dove vivono milioni di Russi.

Di fronte a un evento del genere il sopracitato esponente della classe media semi colta avrebbe gioito: finalmente anche a Kiev sarebbero stati ammessi i matrimoni omosessuali e un nuovo membro si sarebbe aggiunto al consorzio del mondo civile. Il presidente della Russia, invece, avrebbe avuto ben poche ragioni per rallegrarsi. L'Ucraina nella NATO avrebbe avuto conseguenze estremamente preoccupanti per il suo potente vicino: la fine della parità strategica (un missile nucleare posizionato al confine può raggiungere Mosca e Pietroburgo in meno di due minuti), una permanente ipoteca dell' Occidente sulla politica interna russa, la possibilità che, sull'esempio ucraino, ciascuna delle centinaia di minoranze etniche presenti nel suolo russo rivendicasse l'indipendenza, su impulso delle ONG finanziate da Soros. Il rischio, insomma, era la riedizione, in peggio, dei drammatici anni Novanta, con l'innesco di una spirale di guerra civile e la perdita della sovranità. La stessa esistenza della statualità russa sarebbe stata in forse. Il paese avrebbe potuto scindersi in quattro o cinque entità ( più una miriade di staterelli) ostili tra loro. Non si trattava di una minaccia astratta. Questo progetto è stato chiaramente enunciato dai teorici e geopolitici dell'Occidente (Brzezinski in primis), che individuano nella frantumazione della Russia il principale obiettivo strategico degli Stati Uniti. La conoscenza di questi studiosi non si può richiedere al tipico esponente della classe media semi colta e semi ignorante. Essi però non possono non essere noti a Putin e ai suoi consiglieri.

Qui troviamo le radici della guerra in Ucraina e qui la ragione per cui una sua soluzione risulta particolarmente difficile. Una sconfitta della Russia rappresenterebbe la fine della Russia. Una sconfitta dell'Occidente rappresenterebbe la fine della NATO. Il tipico esponente della classe media semi colta auspica che si verifichi la prima alternativa. Io, dovendo scegliere, preferirei che si realizzasse la seconda e che la NATO venisse finalmente accolta nel luogo che più le compete: la pattumiera della storia.

Fiorangela Altamura

 
La festa non Ŕ affatto finita PDF Stampa E-mail

27 Giugno 2024

 Da Appelloalpopolo del 26-6- 2024 (N.d.d.)

Durante le ultime elezioni per il parlamento della UE ha fatto scalpore in Spagna il risultato di una lista nuova, “Se Acabó La Fiesta” [“La festa è finita”]: presentatasi per la prima volta, ha raccolto 800.763 voti corrispondenti al 4,59% delle preferenze ed eleggendo 3 eurodeputati. Il fondatore di questa lista, Alvise Perez, è un ex militante di “Ciudadanos”; ma l’aspetto singolare di questo soggetto politico è la sua assoluta nascita e crescita in rete, attraverso canali Telegram, in particolare attraverso il canale che porta il nome del suo fondatore (ad oggi 23/6/2024 conta più di 570.000 iscritti) e quello che risponde al nome della lista stessa (ad oggi 23/6/2024 risulta avere 5.200 iscritti). Questo successo improvviso ha indotto osservatori e analisti a gridare alla “fine dell’era dei partiti”, a dedurre che “il modello di partito del secolo scorso è scomparso” e che ormai siamo nell’epoca del digitale, della rete, dei canali, del virtuale, e che solo sulle piattaforme telematiche sia ormai possibile cercare ed ottenere consensi. Ma è davvero così? Vediamo un po’ più da vicino la faccenda.

Innanzitutto SALF ha mostrato, in tutti i sondaggi, di fare presa soprattutto nelle periferie degradate e in situazioni di disagio sociale. Il suo programma è un misto di anti-immigrazionismo critico verso l’immigrazione magrebina, di liberismo in economia, di affermazioni contro la pederastia e – immancabile, scontato e deprimente sempreverde – contro la corruzione in politica. La classica rete per intrappolare i tonni, che funziona sempre. Hanno anche un punto rispetto alla riformulazione dello stato, che però è un tema contingente della realtà iberica caratterizzata da una monarchia che dovrebbe rappresentare la comunità ma condizionata anche da forti spinte secessioniste, il cui frangente più drammatico è quello della Catalogna. Già nel contenuto esposto si notano le contraddizioni di base: Perez si scaglia contro i guasti di un’immigrazione incontrollata però invoca il sistema economico liberista, ossia… proprio quello che richiede manodopera a basso costo dai paesi poveri. La cosa grave è che ci siano più di ottocentomila spagnoli che non si rendono conto che liberalizzare l’economia (come se la Spagna di oggi fosse una repubblica sovietica, tra l’altro) comporti consegnare ciò che rimane dell’economia nazionale in mano a corporazioni multinazionali che non esiteranno dieci secondi a gettare a mare la manodopera locale per sostituirla con quella esotica a minor costo.

Ora, fare previsioni per il futuro specie in un contesto storico come quello attuale è impossibile, ma il sospetto che questo successo sia uno dei tanti fuochi di paglia elettorali del XXI secolo è supportato da diversi elementi già contenuti nella disamina appena effettuata. Innanzitutto questa lista SALF nasce in seguito all’apogeo e al tramonto di altri soggetti politici la cui crescita sembrava inarrestabile anni fa, da Ciudadanos a Podemos (quest’ultimo partito è passato dal 7,98% del 2014 al magro 3,28% delle recenti europee) e quindi nulla ci garantisce che si tratti di un fenomeno stabile nel tempo, visti i precedenti. Nel panorama politico spagnolo la fanno ancora da padrone i partiti tradizionali, il PP e il PSOE. Poi, “Se Acabó La Fiesta” ha il lievissimo difettuccio di essere l’ennesima associazione personalistica, del tutto incentrata sulla figura di Alvise, e se per caso questi non dovesse continuare a fare politica possiamo scommettere tutti quanti che la lista si scioglierebbe come il proverbiale ghiacciolo lasciato sotto il sole di agosto. L’incredibile culto della personalità che ammanta gli ammiratori di Perez è riscontrabile nella sbalorditiva differenza tra gli iscritti al suo canale personale e quella del “partito”: il primo è un canale Telegram dai numeri invidiabili, il secondo ha una platea pari a quella di un qualunque canale residuale. Per inciso: Perez ha cercato di presentare la propria lista con il suo nome proprio (“Alvise”) ma gli è stato impossibile a causa delle norme elettorali del paese iberico, quindi non ha nemmeno cercato di dissimulare il suo egocentrismo. Siamo all’ennesimo “fan club” in salsa M5S, destinato a terminare non appena il fondatore smette di fare politica, o cade in disgrazia per qualunque motivo, o semplicemente passa di moda. Se questo è il modello politico che ci permette di superare i partiti, diciamo che i paesi “europei” possono andare già adesso a prenotarsi un posto in qualche impresa di pompe funebri, Spagna inclusa.

Qui il punto è molto semplice. In politica non esiste un modello alternativo al partito. Qualsiasi soggetto politico è un insieme di più persone, e affinché funzioni ha bisogno di un’organizzazione. Quindi è imperativo che i cittadini, anche quelli più disperati – anzi, soprattutto questi – digeriscano il concetto e lo accettino. Liste estemporanee, telematiche e liquide finiscono sempre nelle discariche di rifiuti tossici, portandosi con sé chi ci ha creduto. Prima il popolo lo capisce, prima si dota dell’unico vero strumento che ha permesso in passato e può in futuro permettere la realizzazione di uno stato sociale: il partito. Punto numero due: il partito nasce e vive grazie alla partecipazione, e qui parliamo della partecipazione fisica delle persone. Sbattacchiare i polpastrelli contro la tastiera di un telefono non ha mai prodotto né produrrà mai rivoluzioni, né emancipazioni, né liberazioni, né risultati. Bisogna che tutti, giovani in primis, tornino alla partecipazione in politica come unica e nobile pratica del potere popolare. Qualsiasi fesseria realizzata esclusivamente su piattaforma è una stupida illusione. No, la festa non è affatto finita. Non è nemmeno stata organizzata. La fiesta deve ancora iniziare.

Marco Trombino

 
Intelligenza Artigianale PDF Stampa E-mail

23 Giugno 2024

 Da Rassegna di Arianna del 21-6-2024 (N.d.d.)

Il tema dell’Intelligenza Artificiale e delle sue insidie è da qualche tempo di moda. Tra le “insidie” più sentite (e più risentite) c’è l’idea che l’Intelligenza Artificiale possa sostituire professioni qualificate, intellettuali. Ora, in questo timore e in questa attenzione c’è un fraintendimento di fondo. Si immagina che la minaccia provenga dall’IA, mentre essa proviene da scelte organizzative della produzione e del lavoro, scelte che precedono di almeno due secoli ogni discussione sull’IA.

La ragione per cui è oggi realistico che un medico, un avvocato o un professore possano essere presto o tardi sostituiti da un’istanza meccanica non-umana è che da quasi tre secoli la forma presa dalla produzione economica mira sistematicamente ad assimilare il lavoro umano (ogni tipo di lavoro umano) ad istanze meccaniche non-umane. Ci si sveglia oggi perché ad essere minacciati appaiono tradizionali mestieri d’élite, ma questa è semplicemente l’ultima propaggine del medesimo processo che ha sostituito la produzione artigianale con la produzione seriale, meccanizzata. La produzione artigianale era notoriamente diseguale e quantitativamente più ristretta della produzione seriale, che si parli di pelletteria, falegnameria, lavorazione del ferro, costruzione di strumenti musicali, ecc. Questa disuniformità della produzione artigianale consentiva vertici di eccellenza oggi irraggiungibili (si pensi alla tradizione dei maestri liutai come Stradivari o Guarneri del Gesù), ma naturalmente non garantiva uno standard, e dunque per distinguere un lavoro ben fatto da un prodotto mediocre richiedeva la maturazione di una capacità di giudizio nel fruitore. La produzione meccanizzata produce dunque tre effetti: tende a perdere sistematicamente sul piano dell’innovazione sperimentale, tende a perdere le punte di eccellenza, e tende a degradare il gusto medio dei fruitori, cui viene offerto un prodotto standardizzato, di cui non bisogna riconoscere le peculiarità. Al tempo stesso, naturalmente, la produzione seriale consente di portare alla luce quantità di prodotto enormemente superiori a quelle disponibili in passato, abbattendone i prezzi e dunque incrementandone l’accessibilità.

Per poter ottenere questo risultato fu necessario utilizzare l’esperienza pregressa dei maestri artigiani. Tale apporto consentì di costruire apparati produttivi seriali cui potevano dare un contributo produttivo anche lavoranti che mai avrebbero passato la soglia di una bottega artigiana. Le competenze più alte e specifiche tendono così dapprima a restringersi, nei numeri dei soggetti coinvolti, per poi ridursi anche quanto all’altezza e specificità stessa di quelle competenze, che sempre meno persone sono in grado di valutare. Nel passaggio dall’uomo artigiano all’operaio alla catena di montaggio, l’uomo viene sempre più assimilato alla macchina e questo permette ai processi di natura meccanica, con il loro carattere anonimo e infinitamente iterabile, di diffondersi. La meccanizzazione del processo produttivo conferisce una potenza inedita alla produzione, al prezzo di smarrirne gli aspetti qualitativamente irriducibili.

Oggi, quando ad un medico si richiede di affidarsi ai “protocolli”, conferendogli garanzie legali e di deresponsabilizzazione se i “protocolli” sono seguiti pedissequamente, si sta procedendo alla meccanizzazione progressiva dell’arte medica, che appunto scompare come arte, scompare come fattore che sollecita lo sviluppo di facoltà diagnostiche e osservative speciali. Ciò avviene nel nome di una “standardizzazione” che risulterà necessariamente ottusa nella valutazione dei casi “eccentrici”, ai margini della distribuzione normale della gaussiana, ma che garantirà risposte rapide, economiche e di massa nella maggioranza dei casi ordinari. Quanto più questo processo avanza, tanto più ciò che i medici in carne ed ossa fanno è “riducibile a meccanismo”. Più standardizzato il servizio, tanto più rapidamente ed efficacemente esso potrà venire sostituito da procedimenti di Intelligenza Artificiale, che mediamente produrranno diagnosi e ricette rapide, massive, economiche e anche efficaci, per i casi vicini alla distribuzione media. Naturalmente il prezzo da pagare per questo beneficio è la sempre maggiore irriconoscibilità di tutto ciò che presenta aspetti eccentrici, la sempre maggiore ottusità nei confronti delle specificità individuali.

Lo stesso processo bussa alle porte quando nell’insegnamento, scolastico e a maggior ragione universitario, si promuove l’esigenza dell’uniformazione dei programmi e delle metodologie di insegnamento. Quando inizia a diventare senso comune che se si studia “letteratura latina” o “epistemologia” ciò deve garantire che si studi LA STESSA COSA – perché il nome è lo stesso – si prende la strada per cui potremo fare un solo corso standard filmato, riproducendolo infinitamente ad un numero indefinitamente ampio di studenti. E gli aggiustamenti o aggiornamenti potranno essere consegnati all’IA, che si affiderà alle forme pregresse ricombinate. Anche questo processo avrà il grande vantaggio di abbattere drasticamente costi e tempi di produzione del prodotto “lezione”, con il marginale problema di distruggere in forma ultimativa buona parte di ciò che un tempo rappresentava "cultura umana". Che lo si sappia oppure no, quanto più ci si adegua agli standard richiesti dall’esterno, dai “ministeri”, dalle “autorità internazionali”, ecc. tanto più si lavora per l’uniformazione e infine la meccanizzazione della produzione culturale, ad ogni livello. In generale, quanto più questo processo va avanti, tanto più "perdibili" (o senz'altro scadenti) appaiono i contributi umani e tanto più sensata appare perciò la loro sostituzione con uno standard meccanico. Ma forse è bene così – chi sono io per contestare il progresso - basta che non vi siano infingimenti e che si tratti di una scelta consapevole, senza che venga camuffata da “attenzione alla qualità”.

Andrea Zhok

 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Pross. > Fine >>

Risultati 1 - 16 di 3746