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Guerra aperta PDF Stampa E-mail

2 Ottobre 2022

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Ora che i contendenti non sono più occultabili, e così la posta in gioco – egemonia mondiale americana, sopravvivenza della Russia e suo spazio nel mondo – anche le armi finora tenute a freno potrebbero avere occasione di uscire dal cassetto e far risuonare la loro voce in campo aperto. Finora era stata una guerra chiusa. Nel senso che, agli angoli del quadrato, c’erano i contendenti chiusi entro il dibattito delle reciproche ragioni. Diritto internazionale, stato sovrano e questione interna per l’Ucraina, Accordi di Kiev, armamenti sul confine e nazismo antirussofono per la Russia. Tra gli sfidanti, sul tappeto del ring, si sono succeduti diversi arbitri che non sono riusciti a ridurre lo scontro fino ad un accordo di pace. In platea, a guardare l’incontro, il resto del mondo: inizialmente apparentemente estraneo e poi accalcatosi in curve opposte. Chi dava sostegno all’Ucraina e chi no. Chi si univa intorno all’idea della multipolarità e chi sbraitava per non perdere l’egemonia mondiale che – credeva – gli spettasse di diritto divino. Agli angoli, la squadra americana sosteneva il proprio combattente, nonostante fosse più volte sembrato sul punto di cedere. Dall’altro lato, sapevano delle sostanze proibite che venivano somministrare all’uomo giallo-azzurro. Il combattimento procedeva, il sangue versato non contava niente. Fuori dallo stadio, il tifo si diffondeva a macchia d’olio sull’irrefrenabile onda delle emozioni. Gli altoparlanti rivolti al mondo potevano dire qualunque cosa tornasse funzionale ai loro interessi, certi che sarebbero stati ascoltati e creduti. Lo scontro, che era praticamente globale, pareva procedere su un riff nel quale danzava la speranza che qualcuno o qualcosa potesse trovare come ridurre il conflitto, accontentare i contendenti e cessare di temere il peggio per loro e soprattutto per noi.

Alla faccia di quella speranza, neri assi sono usciti dalle maniche e ora sono sul tavolo. Le corde che contenevano il ring hanno ceduto. Il campo che era chiuso ora è aperto. Le regole che valevano – o, per meglio dire, che erano presenti – non contano più nulla. Vale tutto. I referendum delle repubbliche russofone – Crimea a parte, in quanto già consumato – e il sabotaggio dei gasdotti sono colpi sotto la cintola di uno scontro senza più spazio per alcun arbitro. La mossa di Putin impone la legalizzazione del referendum per l’indipendenza del Kosovo del 17 febbraio 2008, finora ritenuto inaccettabile dalla Serbia, dalla Russia, dalla Cina e da molti altri paesi, europei e non. Permette, in linea teorica e legittima, un eventuale referendum per l’indipendenza di Taiwan e del Kurdistan, turco e non solo. Praticamente nuovi macelli potrebbero prendere la scena sul palco della storia. Non a caso, Erdogan ha preso le distanze dalla scelta di Putin e Xi Ping, in stile confuciano, si è astenuto dal proferire parole a sostegno del presidente della Federazione russa. Chi, a questo punto, volesse riconoscere i nuovi confini stabiliti dai referendum plebiscitari, contemporaneamente accenderebbe una miccia che altri popoli potrebbero raccogliere per dar fuoco alle loro polveri di autodeterminazione.

Dal lato opposto, i sabotaggi dei gasdotti non sono altro che un’azione già messa in conto dagli americani – chi storce il naso, spieghi bene cosa volessero dire le esplicite affermazioni del Sottosegretario di stato per gli affari politici Victoria Nuland e del presidente Biden – per sparigliare la partita. Questa, come la stampaccia di regime ha sempre negato, lasciando ai “miserabili del web”, antesignani inclusi, il dovere di farlo presente fin da subito, non è tra Ucraina e Russia. Riguarda l’egemonia sul mondo. Riguarda gli americani che, alla faccia delle critiche morali, hanno saputo elaborare e attuare una strategia di provocazioni a vario livello che, al momento, pare ancora valida.

Chi aveva pensato fin da subito che nei loro progetti, oltre all’indebolimento della Russia, c’era anche quello dell’Europa, forza industriale germanica in primis? Un’Europa rivolta a Est non era mai stata così sconveniente per quella ontologica lotta egemonica a cui, fin dal Destino manifesto, gli americani non potevano rinunciare. Meglio prenderla al lazo. Rompere i tubi a che altro potrebbe servire?

Lorenzo Merlo

 
Arriva lo tsunami mentre giochiamo sulla spiaggia PDF Stampa E-mail

1 Ottobre 2022

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 Da Rassegna di Arianna del 28-9-2022 (N.d.d.)

Visto che mi sembrate particolarmente rilassati provo a rimettere in fila un po' di avvenimenti.

1. Siete stati obbligati a farvi iniettare un farmaco sperimentale per poter lavorare. Ciò ha portato alla sperimentazione sul campo di uno strumento di controllo sociale che potrebbe fungere anche da tessera annonaria elettronica e di metodi da legge marziale. 2. Il costo dell’energia è fuori controllo e non accenna a rientrare. Anzi, tutte le circostanze lasciano intendere che è destinato ad aumentare. A breve, la maggior parte delle imprese non riuscirà a fare fronte e sarà costretta a chiudere i battenti. Il tessuto produttivo dei paesi manifatturieri dell'Eurozona rischia di andare in blocco cardanico. 3. Sono mesi che politici e organi di informazione paventano razionamenti nell'utilizzo dell'energia e possibili blackout. Il tutto condito da una strana pubblicità subliminale che sta invitando al consumo di insetti e di cibo di sintesi. Il sabotaggio dei due gasdotti potrebbe essere solo la prima di una serie di azioni che condurranno verso i razionamenti e i blackout. 4. Il conflitto tra Nato e Federazione Russa per interposta Ucraina sta per vivere l'ennesima escalation. Nessuno dei due contendenti può permettersi di lasciare il tavolo da gioco, pena la perdita del proprio prestigio internazionale e la tenuta interna. 5. La Russia ha lanciato la mobilitazione parziale, segno che si prepara a rilanciare. Dato l'esito scontato dei referendum nel Donbass, esiste la possibilità concreta che la Russia dichiari guerra all'Ucraina. A quel punto toccherà alla Nato fare la sua mossa. 6. In Polonia ci sono più bandiere ucraine che polacche e i baltici stanno addestrando i riservisti. 7. Piccoli conflitti locali stanno divampando attorno alla Federazione russa. Si rischiano inoltre delle situazioni analoghe a quella Ucraina in Moldavia, per via della Transnistria e in Cina per via di Taiwan. Se per qualsiasi motivo dovessero scattare le sanzioni nei confronti della Cina, l'economia mondiale collasserebbe definitivamente. 8. È in atto una campagna russofobica che ricorda in tutto e per tutto le prime fasi delle persecuzioni del secolo scorso. Siamo solo all'inizio, date tempo al tempo. Stiamo all'interno di una spirale assolutamente analoga. 9. L'Europa si avvia verso un periodo di crisi profonda che faciliterà le svolte autoritarie, probabilmente di tipo militare. Come è avvenuto nel secolo scorso, il contagio partirà dall'Italia. Anche a questo giro Italia e Germania andranno a braccetto verso la tragedia. 10. Tutte le parti in conflitto si sono dichiarate pronte all'utilizzo degli arsenali atomici. Anche l'ultimo tabù è crollato. 11. In Europa nessuno, e sottolineo nessuno, ha la minima idea di cosa gli stia per arrivare addosso. Sembriamo tanti bambini intenti a giocare sulla spiaggia, ignari dell'onda di Tsunami che ci sta per arrivare addosso. 12. Media, istituzioni e aristocrazia industriale sono infiltrate a tutti i livelli, impossibile aspettarsi da loro un qualche tipo di ripensamento e un ritorno al buonsenso. 13. Le elezioni italiane sono andate esattamente come dovevano andare.

Giorgio Bianchi

 
La vera opposizione non ha rappresentanza PDF Stampa E-mail

29 Settembre 2022

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 Da Comedonchisciotte del 28-9-2022 (N.d.d.)

Col dilagare della rappresentazione elettronica della realtà nella vita della gente, soprattutto a mano a mano che si allarga il numero dei “nativi digitali”, si va sempre più diffondendo la sensazione illusoria che la realtà sia soprattutto un fatto mentale e che sia reversibile a piacimento, un poco come predica la “teoria gender” rispetto al sesso. La gente tende sempre più a dimenticare che tutto ciò che la circonda, a cominciare proprio dai dispositivi elettronici, è qualcosa di ben materiale e tangibile e che la nostra società estremamente complessa (e come tale molto fragile), è sostenuta da tutto un insieme di organizzazioni, reti e istituzioni molto reali e concrete senza le quali tutto cessa di funzionare. Questa complessità è organizzata politicamente. Uscendo per strada pochi riescono ancora a pensare che dietro a quella strada c’è chi decide di costruirla, chi la costruisce, chi la illumina e la manutiene, chi garantisce l’ordine pubblico, chi paga gli stipendi, chi dà elettricità ai telefonini e costruisce la rete che li fa funzionare: tutto viene dato per scontato, quasi funzionasse da sé al di fuori di qualsiasi organizzazione. Da dove l’elettricità, il gas, l’acqua, la benzina? Qualcuno ancora se lo chiede? Chi gestisce le reti che ce li consegnano in casa? Chi produce il cibo, le cose, i telefonini, gli oggetti? Forse i supermercati, Amazon, le stampanti laser, le start up, la Cina? E se li produce la Cina o la Russia o l’Arabia, perché ce li danno a noi, cosa diamo loro in cambio? O lo fanno perché ammirano così tanto i nostri straordinari “valori europei”? Chi gestisce e come tutta quella complessa rete di organizzazioni che è l’Italia, l’Europa? Quanti sopravviverebbero se si fermasse anche solo per poco tempo?

La partecipazione alla cosa pubblica consiste oramai nel mettere un “like” qua e là, nel recensire qualche albergo nel quale abbiamo soggiornato, nel guardare la televisione che ci suggerisce cosa dobbiamo pensare, nel pubblicare autoscatti e foto delle zucchine al forno che abbiamo mangiato l’altra sera da Sarah (con l’acca che fa tanto States), in un delirio di protagonismo sempre più solipsistico e disperato. In realtà il potere appartiene interamente a chi controlla quelle reti e quelle organizzazioni che fanno funzionare la società, ma il fatto di poter dire la propria su “face book”, purché sia “la cosa giusta”, s’intende, e il continuo scorrere davanti agli occhi di spettacoli virtuali dove sostanzialmente tutto è possibile e reversibile, ci dà l’illusione di possedere un briciolo di quel potere e che tutto avvenga come per magia premendo un pulsante. La grande e capillare propaganda che negli ultimi anni è stata dedicata all’antipolitica, ci ha convinti tutti che la politica non è l’arte di governare la società, ma una cosa sporca, da evitare il più possibile, così che il potere potesse passare, col nostro consenso e ovviamente con la salvaguardia della nostra privacy (per questo deve firmare qui, qui e qui), sempre più dalle istituzioni tradizionali, continuamente svalutate, ad altre organizzazioni cosiddette “private” mistificate come qualcosa di politicamente neutrale e dedicate solo all’efficienza e alla snellezza di funzionamento. In realtà la differenza principale che passa tra il pubblico ed il privato è che il primo è infinitamente più trasparente e controllabile del secondo. Si sa sempre chi è il presidente, chi è il ministro, come è stato nominato, si conoscono i provvedimenti che prende, è costretto bene o male a giustificarli, deve in qualche modo piacere al pubblico se vuole essere rieletto, risponde pubblicamente di quello che fa. Al contrario le grandi istituzioni “private” sono completamente opache, i nomi e i ruoli non sono pubblicizzati, le decisioni sono spesso segrete, non necessitano di motivazioni né sono soggette al giudizio di elettori per quanto distratti, frastornati dalla propaganda e privati di scelte davvero alternative. È evidente che organizzazioni quali Google o Microsoft esercitano sui cittadini un potere pari o superiore a quello di molti stati, un potere quasi totalmente irresponsabile, monopolistico e fuori da qualsiasi controllo da parte degli utenti. […]

Mentre le scelte politiche vengono fatte in maniera sempre più opaca e sempre più spacciandole per scelte tecniche, i cittadini continuano a ritenere “sporca” e corrotta la politica ufficiale visibile e neppure si pongono il problema di quella sommersa che prende decisioni sulle loro teste senza che loro neppure lo sappiano. Eppure quest’ultima è talmente “corrotta” che non ha neppure più senso parlare di corruzione: l’inganno e il tradimento degli interessi collettivi a favore dei gruppi che la controllano è semplicemente il suo scopo, il suo funzionamento normale, istituzionale, per così dire da regolamento. Anche quella parte della società che dissente da tutto ciò, la parte per molti versi più sveglia, cosciente ed attiva, cade spesso nelle trappole predisposte dal sistema, può credere ad esempio che l’astensione alle elezioni possa danneggiare la credibilità del sistema sottraendogli legittimazione. Eppure, è evidente che sia pure sempre meno significativamente di un tempo, i risultati elettorali al netto degli astenuti contano ancora qualcosa nell’equilibrio del potere, altrimenti non dedicherebbero loro tutta queste attenzioni. Certi sono capaci di credere con tutto il cuore che a Trump hanno rubato l’elezione, ma allo stesso tempo non vanno a votare perché loro “non si fanno prendere in giro”. Se le elezioni non contano, cosa hanno rubato a Trump? Pensano che tornare presidente senza passare dalle elezioni sia più facile? In realtà l’astensione è ricercata dal sistema stesso, è solo un mezzo di cui si serve per tenere sotto controllo il dissenso e va quasi sempre a suo favore. Lo si è visto perfettamente in queste ultime elezioni i cui tempi e modi sono stati scelti per ostacolare i movimenti della vera opposizione e massimizzare l’astensione. Il politico, per quanto non necessariamente un’aquila, è comunque più scaltro dell’elettore medio perché è stato scelto tra tanti. Meno gente si occupa della cosa pubblica, meglio è per loro, più possono trasferire potere da dove questo, se non altro, si vede (parlamenti, governi, pubbliche istituzioni), a dove è nascosto e si può esercitare senza alcun freno. L’astenuto per protesta è convinto che mostrare a questo modo la sua rabbia e il suo risentimento sia utile a cambiare la società, proprio come succede nel mondo virtuale di Hollywood che ormai moltissimi hanno introiettato come surrogato della realtà. Nelle trame hollywoodiane, “fare la cosa giusta”, denunciare l’inganno, equivale a debellare il male: la fatica è poca. D’altra parte, l’astenuto intimista e rinunciatario è convinto che sia possibile rifugiarsi ancora di più nel privato, dove si illude che sarà lasciato in pace. Nella realtà per cambiare le cose occorre molto lavoro, molta politica, occorre prendere parte al gioco, infiltrare le pedine nelle maglie del sistema, occorre prendere il controllo delle reti che formano il potere, contrastare gli avversari punto su punto, ad ogni occasione: è qualcosa di molto diverso dal mettere un “like” ad un “post” o inveire alla tastiera. Occorre prima di ogni altra cosa un’organizzazione politica che abbia un’ideologia ed un programma di fondo. Nell’attuale situazione di dilagante apoliticità, quando un possibile embrione di tale organizzazione si costruisce, occorre coltivarlo come cosa preziosa.

Negli ultimi anni il dissenso in Italia e in Europa, si è manifestato attorno ad alcuni temi chiave, per semplificare ne cito soltanto due tra i più emblematici e concreti: il rifiuto delle politiche covidiane ed il rifiuto di partecipare alla guerra americana nei confronti della Russia, due politiche tra le tante che “infiniti addussero lutti agli achei” per dirla con Omero. La larga maggioranza del paese si è dimostrata a proposito di questi due temi del tutto acquiescente, ma, nonostante ciò, si è venuto a formare un dissenso misurabile in milioni di persone. Sarebbe bastato che questi milioni, coerentemente con quanto avevano fino ad allora manifestato, avessero votato per uno dei piccoli movimenti che si sono presentati esplicitamente per lottare contro le politiche covidiane e contro la partecipazione alla guerra americana contro la Russia, per avere in parlamento una rappresentanza significativa di questa posizione politica. Una rappresentanza che avrebbe intralciato le politiche covidiane e la guerra alla Russia o, quantomeno, avrebbe fornito visibilità e testimonianza davanti a tutto il mondo dell’esistenza di milioni di persone che legittimamente dissentono dalla linea dal governo e dal potere. Invece, grazie principalmente all’astensione, questi milioni non hanno oggi alcuna rappresentanza istituzionale e continueranno a non avere accesso ai media che contano, che sono quasi l’unico mezzo efficace per poter rappresentare di fronte alla maggioranza della gente un punto di vista alternativo. E senza un punto di vista alternativo, in pratica non c’è scelta. La grande maggioranza, infatti, può scegliere solo se gli vengono rappresentate le varie opzioni possibili e più o meno in maniera paritaria. Non riesce da sola a costruirsi un’alternativa, occorre mostrargliela. Invece, adesso, i milioni di dissenzienti è come se non esistessero. Si può tranquillamente ripartire coi vaccini e proseguire la guerra. Non è forse questo un grande servizio reso al potere dagli astenuti che credevano di combatterlo?

In realtà queste elezioni politiche sono state un disastro: date le premesse, sono andate nel modo più favorevole possibile al sistema e ai partiti di regime. Se con il netto peggioramento in corso delle condizioni di vita degli italiani, non si poteva ragionevolmente sperare che vincessero i partiti di governo più direttamente responsabili e più direttamente asserviti agli interessi stranieri come il PD e i suoi cespugli, si è comunque evitata una loro eccessiva punizione. Inoltre, si è ottenuta un’alternanza al potere che aiuta a mantenere l’illusione che tra i contendenti ci sia qualche effettiva differenza e conseguentemente che la democrazia ancora esista. Persino il partito dei voltagabbana ha ottenuto un incredibile 15%, probabilmente in virtù del reddito di cittadinanza: saranno anche loro un utile strumento del regime.

Infine, come da previsioni, ha vinto il partito meno coinvolto nei disastri degli ultimi due anni, ma senza avere la maggioranza assoluta, alleato con altri che hanno invece attivamente sostenuto Draghi e le sue politiche, il che lo espone a doversi moderare ancora di più anche in quei rari e marginali temi dove poteva avere una posizione leggermente eccentrica rispetto a quella obbligatoria dettata da Washington e ribadita dai suoi leccapiedi di Bruxelles. La vera opposizione non è neppure rappresentata. Non si dovrà neppure avere il fastidio di ascoltarla in aula o di doverla brevemente recensire in televisione. Cosa si può chiedere di più alla provvidenza? Perciò niente paura, l’Italia rimane unanime e allineata con i valori europei, con il democratico presidente Zelensky e con le regole del mondo civilizzato e ne seguirà i destini. Magari si darà meno enfasi al sentito problema dei matrimoni gay e più attenzione alla dedica di qualche strada ai martiri delle foibe, altro tema di grandissima attualità. Gli inguaribili ottimisti diranno: sempre meglio di Draghi! Sarà, però è anche vero che, così su due piedi, non mi viene in mente nessun candidato premier peggiore di Draghi.

Nestor Halak 

 
Plebiscito contro Draghi PDF Stampa E-mail

27 Settembre 2022

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 Da Rassegna di Arianna del 26-9-2022 (N.d.d.)

La destra ha vinto. Ma questa è la democrazia dell’alternanza, non certo dell’alternativa. Chiunque si attenda il cambiamento resterà presto deluso. La linea politica del nuovo governo dovrà essere infatti compatibile con le scelte già imposte da vincoli esterni, indipendentemente dall’esito delle elezioni: la UE, la Nato e soprattutto il giudizio dei mercati. Il nuovo governo dovrà attenersi ai programmi già decisi in sede UE con il Pnrr, dovrà uniformarsi all’atlantismo e alla russofobia occidentale e, in caso di scelte non gradite all’establishment, saranno i mercati a imporre la linea politica governativa, pena il default. Quale margine di scelta resta alla politica? Quasi nulla, dato che i paesi occidentali sono governati con il pilota automatico.

Si è agitato lo spettro del fascismo, del pericolo sovranista, dell’estremismo. Ma l’unica deriva estremista di questa destra è quella atlantista: la destra si è opposta alla sinistra in quanto a quest’ultima si è rinfacciato un filo atlantismo troppo moderato. Si evoca inoltre il pericolo del sovranismo di destra già dilagante in Europa. Ma i sovranisti europei (con l’eccezione parziale della Le Pen), avversano l’Europa in quanto non si riconoscono nella UE, ma nella Nato. Il sovranismo europeo si rivela dunque funzionale alla strategia imperialista americana che ha sempre contrastato qualsiasi velleità autonomista dell’Europa.

I rincari energetici e la guerra produrranno presto gravi crisi economico – sociali, che si riveleranno ingovernabili. Pertanto, dinanzi a nuove e gravi emergenze, i vincoli esterni europei imporranno nuovi governi tecnici e/o di unità nazionale. È probabile dunque che si verificherà presto la fuoriuscita di Forza Italia e di una Lega desalvinizzata dalla maggioranza di centro – destra, il cui governo si rivelerà da subito debole ed eroso da continue conflittualità interne. È quindi ipotizzabile una riedizione a breve di un nuovo governo tecnico guidato da Draghi, o da Cottarelli o da qualche clone finanziario a disposizione.

Il PD, nonostante le ripetute disfatte elettorali, rimane comunque il partito istituzionale che dispone del monopolio della rappresentanza dell’Italia in Europa. La “credibilità” italiana in Europa è garantita dal PD, partito rappresentativo dell’oligarchia tecnocratico – finanziaria cui è devoluta nei fatti la governance dell’Italia. Sono dunque del tutto prevedibili manovre anti – italiane ordite dal PD con l’avallo della UE al fine di destabilizzare il governo italiano.

Le elezioni sono state stravinte da Fratelli d’Italia: l’unico merito della Meloni è stato quello di essere il solo partito di opposizione al governo Draghi. Ma queste elezioni, al di là della vittoria della Meloni, si sono rivelate un plebiscito contro Draghi e i partiti che lo hanno sostenuto. L’impopolarità di Draghi è emersa con evidenza: perfino nei feudi della sinistra gli elettori hanno votato in maggioranza per la destra, manifestando una totale avversione popolare a Draghi e ai suoi ascari. È stato lo stesso Draghi a determinare la crisi di governo e a provocare le elezioni anticipate, al fine di sottrarsi alle sue responsabilità politiche all’esplodere della preannunciata drammatica crisi del prossimo autunno. Lo scenario che imporrà la narrazione mediatica ufficiale al manifestarsi della crisi è del tutto prevedibile, anzi scontato: l’Italia del governo Draghi era credibile, europeista e avviata verso la crescita e le riforme, ma con la fuoriuscita di Draghi è esplosa una crisi devastante. Occorrerà dunque, per far fronte alle nuove emergenze, evocare il ritorno improcrastinabile del taumaturgo Draghi.

La crisi istituzionale italiana ed europea è evidente ed ormai irreversibile. Essa è testimoniata dalla astensione record del 36% e dall’esito di un voto che ha premiato l’unico partito di opposizione. Ma la deriva oligarchica delle istituzioni italiane è lampante. Il sistema democratico è stato di fatto sovvertito, in quanto alla sovranità popolare si antepongono i diktat europei ed atlantici. Ne sono testimonianza le ingerenze americane nella campagna elettorale riguardo a fantomatici finanziamenti russi ai partiti politici sovranisti e l’indebita ingerenza della von der Leyen che ha minacciato di reagire con “strumenti giusti” nei confronti di governi sgraditi alla UE, come è stato fatto con l’Ungheria di Orban. Tra i popoli e le istituzioni si è creata in Europa una frattura irreversibile. Dalla crisi incombente scaturiranno conflitti sociali insanabili. Ma sarà la crisi della Germania, i cui effetti si riverseranno su tutti i paesi europei, a determinare la destabilizzazione della UE e a rimettere in discussione le scelte filo atlantiche europee. Tale crisi avrà conseguenze sistemiche rilevanti: determinerà la fine del modello economico tedesco, improntato al rigore finanziario e strutturato su di una economia basata sull’export.

Il 25 settembre non è stato il giorno del giudizio universale, come preannunciato dai toni apocalittici dei media in campagna elettorale. Oltre il 25 settembre, come possiamo constatare oggi 26 settembre, c’è vita. In queste elezioni, data l’elevata percentuale di astenuti, è emersa una vasta area di popolo potenzialmente antagonista al sistema. Trattasi del popolo degli esclusi, marginalizzati dai partiti, ma alla ricerca di un’area politica di riferimento. Chi saprà interpretare le istanze di questo vasto dissenso, per tradurle in un programma politico antagonista credibile e generatore di consenso? Attualmente questo interrogativo resta purtroppo senza risposta. 

Luigi Tedeschi  

 
Fine dell'operazione militare speciale PDF Stampa E-mail

25 Settembre 2022

 Da Comedonchisciotte del 24-9-2022 (N.d.d.)

Il discorso televisivo di Vladimir Putin e le successive dichiarazioni del Ministro della Difesa Shoigu, che hanno annunciato la parziale mobilitazione delle riserve dell’esercito russo per aggiungere un totale di 300.000 uomini alla campagna militare in Ucraina, sono stati ampiamente riportati dalla stampa occidentale. La stessa stampa occidentale ha anche riferito dei piani per lo svolgimento di referendum sull’adesione alla Federazione Russa nelle repubbliche del Donbass questo fine settimana e negli oblast di Kherson e Zaporizia in un futuro molto prossimo. Tuttavia, come spesso accade, la correlazione tra questi due sviluppi non è stata vista o, se vista, non è stata condivisa con il grande pubblico. Dal momento che negli ultimi due giorni la stessa interrelazione è stata evidenziata nei talk show della televisione di Stato russa, colgo l’occasione per esporre ai miei lettori i fatti principali sulla piega che prenderà ora il conflitto in corso in Ucraina ed una visione aggiornata di quando potrà terminare e con quali risultati.

L’idea stessa dei referendum nel Donbass è stata ridicolizzata dai media mainstream negli Stati Uniti e in Europa. Vengono denunciati come “finti” e ci viene detto che i risultati non saranno riconosciuti. In realtà, al Cremlino non interessa affatto che i risultati siano riconosciuti come validi in Occidente. La loro logica sta altrove. Per quanto riguarda l’opinione pubblica russa, l’unica osservazione critica sui referendum riguardava la tempistica, visto che alcuni patrioti avevano apertamente dichiarato che era troppo presto per tenere il voto, dato che la Repubblica Popolare di Donetsk e gli oblast di Zaporozhie e Kherson non sono ancora stati completamente “liberati.” Anche in questo caso, la logica di queste votazioni risiede altrove. È scontato che le repubbliche del Donbass e gli altri territori dell’Ucraina ora sotto occupazione russa voteranno per entrare a far parte della Federazione Russa. Nel caso di Donetsk e Lugansk, era stato solo grazie alle pressioni di Mosca che i loro referendum del 2014 avevano riguardato la dichiarazione di sovranità e non l’adesione alla Russia. All’epoca, il Cremlino non vedeva di buon occhio un’annessione o una fusione di questo tipo, perché la Russia non era pronta ad affrontare il previsto massiccio attacco economico, politico e militare da parte dell’Occidente che ne sarebbe seguito. Oggi, Mosca è più che pronta: è infatti sopravvissuta molto bene a tutte le sanzioni economiche imposte dall’Occidente già prima del 24 febbraio, nonché alla crescente fornitura all’Ucraina di materiale militare e di “consiglieri” dei Paesi della NATO. Il voto sull’adesione alla Russia raggiungerà probabilmente il 90% o più di voti favorevoli. Anche ciò che seguirà immediatamente da parte russa è perfettamente chiaro: a poche ore dalla dichiarazione dei risultati del referendum, la Duma di Stato russa approverà un disegno di legge sulla “riunificazione” di questi territori con la Russia e, nel giro di un giorno o poco più, sarà approvato dalla Camera alta del Parlamento e subito dopo sarà convertito in legge dal Presidente Putin. Al di là del suo servizio come agente dei servizi segreti del KGB, di cui gli “specialisti della Russia” occidentali parlano all’infinito nei loro articoli e libri, ricordiamo anche la laurea in legge di Vladimir Putin. Come Presidente, è rimasto sistematicamente all’interno della legge nazionale e internazionale. Lo farà anche ora. A differenza del suo predecessore, Boris Eltsin, Vladimir Putin non ha governato per decreti presidenziali, ha governato con leggi promulgate da un Parlamento bicamerale costituito da diversi partiti. Ha governato nel rispetto del diritto internazionale promulgato dalle Nazioni Unite. Il diritto delle Nazioni Unite parla della santità dell’integrità territoriale degli Stati membri, ma il diritto delle Nazioni Unite parla anche della santità dell’autodeterminazione dei popoli.

Che cosa ne consegue dalla fusione formale di questi territori con la Russia? Anche questo è perfettamente chiaro. In quanto parti integranti della Russia, qualsiasi attacco a questi territori, e sicuramente ci saranno attacchi di questo tipo da parte delle forze armate ucraine, è un casus belli. Ma prima ancora, i referendum erano stati preceduti dall’annuncio della mobilitazione, che indica direttamente cosa farà la Russia se gli sviluppi sul campo di battaglia lo richiederanno. Le fasi progressive della mobilitazione saranno giustificate all’opinione pubblica russa come necessarie per difendere i confini della Federazione Russa dall’attacco della NATO. La fusione dei territori ucraini occupati dalla Russia con la Federazione Russa segnerà la fine dell'”operazione militare speciale.” Una OMS non è qualcosa che si conduce sul proprio territorio, come hanno osservato un paio di giorni fa i relatori del talk show Una serata con Vladimir Solovyov. [Questa annessione territoriale] segna l’inizio di una guerra aperta contro l’Ucraina, con l’obiettivo della capitolazione incondizionata del nemico. Ciò comporterà probabilmente la rimozione della leadership civile e militare e, molto probabilmente, lo smembramento dell’Ucraina. Dopo tutto, il Cremlino aveva già avvertito più di un anno fa che il percorso di adesione dell’Ucraina alla NATO, imposto dagli Stati Uniti, avrebbe portato alla perdita della sua statualità. Tuttavia, questi obiettivi particolari non erano stati dichiarati fino ad ora; l’OMS riguardava la difesa del Donbass dal genocidio e la de-nazificazione dell’Ucraina, concetto di per sé piuttosto vago. L’aggiunta di altri 300.000 uomini in armi alla forza dispiegata dalla Russia in Ucraina [ora si parla di tre contingenti da 300.000 uomini ciascuno, per un totale di quasi un milione di richiamati, N.D.T.] rappresenta un quasi raddoppio e sicuramente porrà rimedio alla carenza di fanteria che ha limitato la capacità della Russia di “conquistare” l’Ucraina. È stata proprio la mancanza di soldati sul terreno a spiegare il doloroso e imbarazzante ritiro della Russia dalla regione di Kharkov nelle ultime due settimane. Con le poche truppe impegnate al fronte nella regione [i Russi] non erano riusciti a resistere alla massiccia concentrazione di forze ucraine. Il valore strategico della vittoria ucraina è discutibile, ma ha aumentato notevolmente il loro morale, che è un fattore importante per l’esito di qualsiasi guerra. Il Cremlino non poteva ignorarlo.

Alla conferenza stampa tenutasi a Samarcanda la scorsa settimana al termine dell’incontro annuale dei capi di Stato dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, era stato chiesto a Vladimir Putin perché avesse mostrato così tanta moderazione di fronte alla controffensiva ucraina. Aveva risposto che gli attacchi russi alle centrali elettriche ucraine, seguiti alla perdita del territorio di Kharkov, erano solo “colpi di avvertimento” e che ci sarebbero state azioni molto più “impattanti.” Di conseguenza, mentre la Russia passa dall’OMS alla guerra aperta, possiamo aspettarci una massiccia distruzione delle infrastrutture civili e militari ucraine per bloccare completamente tutti i trasferimenti di armi fornite dall’Occidente dai punti di consegna nella regione di Lvov e da altri posti di confine fino alle linee del fronte. Potremmo aspettarci anche il bombardamento e la distruzione dei centri decisionali ucraini a Kiev.

Per quanto riguarda un ulteriore intervento occidentale, i media occidentali hanno ripreso la poco velata minaccia nucleare del Presidente Putin nei confronti dei potenziali co-belligeranti. La Russia ha esplicitamente dichiarato che qualsiasi aggressione contro la propria sicurezza e integrità territoriale, come quella sollevata dai generali in pensione negli Stati Uniti, che nelle ultime settimane avevano parlato alla televisione nazionale della disgregazione della Russia, sarà affrontata con una risposta nucleare. Visto che la minaccia nucleare della Russia è ora diretta contro Washington, piuttosto che a Kiev o a Bruxelles, come si supponeva finora, è improbabile che i politici di Capitol Hill rimangano a lungo indifferenti alle capacità militari russe e perseguano un’ulteriore escalation. Alla luce di tutti questi sviluppi, sono costretto a rivedere la mia valutazione su ciò che era emerso alla riunione dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. I media occidentali avevano focalizzato l’attenzione su una sola questione: il presunto attrito tra la Russia e i suoi principali partner globali, India e Cina, per la guerra in Ucraina. Mi era sembrato che questo aspetto fosse stato esagerato. Ora sembra essere una vera e propria assurdità. È inconcepibile che Putin non avesse discusso con Xi e Modi di ciò che stava per fare in Ucraina. Se davvero la Russia ora dedicherà allo sforzo bellico una parte assai maggiore del proprio potenziale militare, allora è del tutto ragionevole aspettarsi che la guerra finisca con la vittoria russa entro il 31 dicembre di quest’anno, come il Cremlino sembra aver promesso ai suoi fedeli sostenitori. Al di là della possibile perdita della condizione di Stato da parte dell’Ucraina, per Washington una vittoria russa sarebbe molto di più di un’emorragia di sangue simile a quella dell’Afghanistan. Metterebbe in luce lo scarso valore dell’ombrello militare statunitense per gli Stati membri dell’UE e porterebbe necessariamente ad una rivalutazione dell’architettura della sicurezza europea, come chiedevano i Russi prima della loro incursione in Ucraina a febbraio.

Gilbert Doctorow (tradotto da Markus) 

 
Traditore del popolo italiano PDF Stampa E-mail

23 Settembre 2022

 La Russia mobilita altre 300.000 persone, l’escalation verso il ritorno dell’atomica e della guerra globale avanza senza interruzioni. Due sottomarini russi armati con missili nucleari si aggirano nel Mediterraneo, ed uno si trova di fronte la Sicilia probabilmente puntato contro la base americana di Sigonella.  Nel frattempo, anche le imprese più solide sono stremate da bollette decuplicate. Frasi come “l’anno scorso in questo periodo pagavo 2000 euro di bolletta, quest’anno me ne sono arrivati 20.000, un altro mese così e chiudiamo” sono all’ordine del giorno, basta fare un giro nei negozi per sentirle.

E questo signore riceve un premio. Questo signore che da Presidente del Consiglio non è stato capace di garantire la sicurezza dei suoi concittadini anzi li ha esposti al peggiore dei rischi, quello della guerra. Così come non è stato capace di proteggerne l’economia tuffandola in un’inflazione e una crisi senza precedenti.  Il premio però, almeno dal punto di vista del padrone americano, lo meritava tutto! È riuscito in una missione impossibile: portare l’Europa, contro qualsiasi suo interesse economico e politico, dentro il conflitto. È stato l’uomo americano in Europa sin dal primo momento, invece di aggregarsi ai più miti alleati come Francia e Germania, ha giocato il ruolo del falco coinvolgendo l’intera Europa nella guerra più di quanto non lo fosse già. Servile e astuto come pochi! Ha usato le finanze pubbliche come un bancomat per mandare centinaia di milioni di euro in armi infischiandosene di qualsiasi altra calamità colpisse i suoi concittadini, mostrando un cinismo che deve aver compiaciuto moltissimo i padroni d’oltreoceano.  Ironico è anche il termine “statista” usato dagli americani per premiarlo, essendo chiaro che l’Europa non ha statisti e proprio per questo può essere trascinata a destra e a manca, premiando poi il cocchiere di turno. Oggi come oggi un Erdogan conta nelle relazioni internazionali più di tutti i leader europei messi insieme.

Il premio americano se l’è certamente meritato, così come la carezza sulla testa. Ma stia altrettanto certo che l’unico premio che riceverà dalla storia sarà la medaglia di traditore del popolo italiano, traditore del suo ruolo di Presidente del Consiglio e traditore della storica tradizione di neutralità, diplomazia e dialogo internazionale del nostro paese.

Luca Pinasco

 
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