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Degrado antropologico senza precedenti PDF Stampa E-mail

6 Febbraio 2023

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 Da Rassegna di Arianna del 4-2-2023 (N.d.d.)

Ieri mi è capitato di vedere una scena disturbante. Locazione: centro storico di grande città italiana. Una banda di ragazzine, età forse 14 anni, vestiario chediomiperdoni griffato, che menavano ferocemente una loro coetanea in lacrime, calci, graffi, distruzione del cellulare, con l'accompagnamento di un frasario che non era solo turpiloquio capace di traumatizzare un camallo, ma era un intero programma di vita, direttamente estratto da qualche canzone trap. La prima cosa che ho pensato è che finalmente quel meraviglioso degrado terminale che abbiamo così a lungo visto solo nei film americani, era finalmente approdato anche da noi. Ragazzine di un età in cui cent'anni fa sarebbero arrossite se le si guardava negli occhi, ora si potevano comportare  - perfettamente a loro agio - come una gang di spacciatori di Harlem, senza remore morali o fastidiosi residui di pudore. Anche questa indubbiamente è una forma di parità di genere, anche se probabilmente distante da quella auspicata dai più: la riduzione a branco decerebrato ha indubbiamente superato tutte le "barriere repressive" e tutti gli "stereotipi irreggimentanti" per arrivare ad un minimo comune denominatore incline al subumano ma gloriosamente unisex. Naturalmente, a scanso di equivoci, il problema non è la parità di genere come non è l'emancipazione da retaggi oppressivi o moralismi stantii, tutte istanze lodevolissime. Il problema è che apparteniamo ad un mondo culturale, quello del liberalismo occidentale, che ha pensato che smantellare i costrutti sociali, destabilizzare aspettative e credenze, sradicare le persone, rompere i legami famigliari e territoriali, cancellare il passato e immergere tutti in una gaia competizione hobbesiana di tutti contro tutti fosse automaticamente un gesto emancipativo, una forma di liberazione. Perché tanto, nella società come nel mercato, dal caos di libere individualità in competizione una mano invisibile avrebbe estratto benefici per tutti.

La società occidentale ha avviato una frenetica e oramai secolare corsa alla cancellazione sistematica di ogni barriera, confine, limite, forma, natura, costume, eredità culturale, proiettando la propria modellistica economica sulla realtà sociale tutta e credendo, o fingendo di credere, che tutto ciò fosse “emancipazione migliorativa”. In verità questo atteggiamento generalizzato esprime soprattutto la confortevole pigrizia  mentale di cui sono particolarmente colpevoli quei ceti intellettuali per i quali, negli ultimi cinquant’anni, è bastato esibirsi in qualunque sciatta gesticolazione emancipativa, volta a liberarsi da un passato proverbialmente oppressivo, che subito ci si poteva fregiare d’una sgargiante medaglia progressista. In ogni società della storia la più grande fatica, oltre a procurarsi i mezzi di sussistenza, è sempre consistita nel forgiare giuste credenze, solide legittimazioni, guide comportamentali e finalità condivise, capaci di dare orientamento e motivazione ai propri membri. Si tratta di un lavoro sociale full time. La fatica della trasmissione etica e culturale, e dell’aggiornamento di quanto trasmesso, è stato sempre al centro del mondo sociale. In ciò non c’è e non c’è mai stato niente di semplice: ogni società ha prodotto ordinamenti che venivano percepiti come parzialmente difettivi o disarmonici e chiedevano di essere integrati o migliorati. Non bisogna immaginare nessuna “età dell’oro” di leggi sociali stabili e universalmente armoniche. Ma d’un tratto invece tutto è diventato splendidamente semplice: è emersa l’idea che tutto quanto prodotto dall’umanità in migliaia di anni, salvo le conoscenze tecniche latrici di strumenti produttivi, era un grande cumulo di spazzatura, su cui si ergeva finalmente libera la nuova umanità. A dare un impulso decisivo in questo senso è stato anche il fatto contingente che gli Stati Uniti d’America, preservati economicamente dalla Seconda Guerra Mondiale, sono emersi come potenza occidentale dominante, conferendogli un’ enorme capacità di influenza culturale. Essendo gli Stati Uniti una società di emigrati, nata sulla scorta di un gesto di cancellazione delle proprie radici ed origini, la cultura egemone nel mondo occidentale ha continuato ad alimentare questa spinta - che così bene si accordava con i desiderata del sistema economico. È qui opportuno ribadire che non ci sono scorciatoie senza fatica che possano invertire questa tendenza, posto che si voglia farlo. Non è improvvisando di colpo una qualche “faccia feroce”, un po’ di dogmatismo autoritario, qualche normativa punitiva, non è che appellandosi nei ritagli di tempo - tra una speculazione in borsa e una privatizzazione - ai “valori dei bei tempi antichi”, che si risolva nulla. Quelli che pensano che allo sbracamento disorientante del progressismo tanto al chilo si possa porre rimedio con un’improvvisata rigidità senza fondamento sono semplicemente complici del degrado: vogliono una formuletta a costo zero rapidamente spendibile per rimettere la società in ordine, pronta alla massimizzazione produttiva. Questi conservatori da sceneggiata sono il perfetto complemento dei liquidatori liberali.

La forma di vita occidentale, liberalcapitalistica, specificamente nella sua incarnazione neoliberale, è il più efficiente produttore di degrado antropologico che la storia abbia conosciuto: produzione sistematica di anime deformi, fragili, aggressive, frustrate, disorientate. I danni subiti nella gioventù della generazione precedente si trasmettono amplificati alla gioventù della generazione odierna, incolpevolmente e inconsapevolmente abbrutita. L’amara realtà è che la storia occidentale almeno dalla fine del XIX secolo è una storia di sistematica generazione di degrado, con un tentativo di ricostruzione nel secondo dopoguerra, naufragato negli anni ’80. Viviamo in società ancora relativamente benestanti (come media), ma umanamente agli sgoccioli, incapaci di tramandare niente di credibile intergenerazionalmente, società rispetto a cui ogni altra forma sociale che la storia passata abbia prodotto, anche le più problematiche, avrebbe qualcosa da insegnare.

Andrea Zhok

 
La vita a punti PDF Stampa E-mail

5 Febbraio 2023

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Ci stanno spingendo. Con cani da guardia intelligenti, a cui non serve più mostrare i canini, ci fanno avanzare verso l’imbocco del ponte. È una transumanza che lascia i pascoli analogici, a misura d’uomo, per portarci a quelli digitali, algoritmici e disumani. Come altrimenti nominare la cultura, la società, la politica, gli ideali, i valori, l’educazione fondata sul relativismo? Tuttavia nel pensiero che considera il relativismo un traguardo raggiunto, da esibire e vantare, è nascosto, si muove il germe del nichilismo. Che non è una corrente filosofica, ma uno stato esiziale dello spirito umano. Una condizione in cui, inconsapevole del doloroso significato che implica, l’uomo celebra la separazione dalla propria trascendenza. Lo condanna ad un’esistenza che i cattolici chiamano Inferno, che i buddhisti e altri riempiono di sofferenza. Uno stato in cui il maligno ha campo libero, e la potenza e la creatività degli uomini sono limitate al loro proprio ego. Il relativismo è considerato un bene conquistato dall’attuale società del pugno di mosche, in contrasto a quella fondata sui gerarchici, inequivoci, duraturi valori tradizionali. Come in questa sussistevano le solidità identitarie e sociali, all’opposto nell’attuale, transumanistica, dominano i pensieri e le idee propri di un ordoindividualismo a tutto esteso. L’aveva già detto Zygmunt Bauman nel 1999.

La persona, entità base della comunità, che poteva analogicamente relazionarsi a tutto il mondo, è divenuta individuo, entità incapace di comunità se non digitali, virtuali, dall’identità effimera, in quanto aggregata al momento della bisogna, spesso del piacere o dell’interesse personale. Un essere che con due soldi è stato convertito in consumatore e, in quel solo modo, a sua insaputa soppesato. Poi, algoritmicamente anticipato, paurosamente reso prevedibile, digitalmente sempre più sorvegliato. La vita a punti, da guadagnare o perdere in funzione dell’ubbidienza o meno ai canoni che ci attendono al di là del ponte, ne rappresenta l’epilogo. Tutti schedati o, se reietti, progressivamente emarginati dai servizi sociali, fino alla loro resa, autodistruzione o eliminazione. Il capitalismo della sorveglianza, diversamente da quanto qualcuno lo crede, limitato e alimentato soltanto dai social, dove tra gridolini e cianfrusaglie tutti mettono in pubblico diverse profondità di se stessi, si attua in assai più numerosi percorsi. Riconoscimento facciale e vocale, digitalizzazione pervasiva di tutti gli aspetti della vita, velocità di trasmissione dati, inoculazione informatica. Naturalmente, tutto presentato come progresso, tecnologia salvifica e servizio di miglioramento della vita. Uomini ridotti a dati, elaborati da algoritmi in costante raffinazione che, a boomerang, indurranno loro – quando e dove – a gridolinare, - come e perché – a cianfrusagliare. La volontà di relativismo è dunque una corrente in cui i pesci convertiti all’individualismo trovano cibo in abbondanza. Una conversione spontanea, che non ha richiesto né spada né solennità d’investitura. L’adepto è infatti desideroso di entrare in scena, di far parte del futuro che verrà. Lo fa con senso di responsabilità, dedicandosi all’ambiente con l’auto elettrica, alla riduzione del riscaldamento globale con la rinuncia al porco e al manzo, all’abbraccio dei diritti individuali; aderendo al politicamente corretto, alla demolizione di ruoli, alla criminalizzazione del parere contrario al proprio. È un individuo che s’indigna se scrivi finocchio, ma che non fiata davanti al ripugnante comportamento dei media d’informazione. Che, sorridendo, riduce a slogan le menzogne di stato. Lo fa in quanto del tutto ignaro che l’industria della paura non è argomento da complottista, ma una banale osservazione che, forse, per essere compiuta richiede di scendere dal divano. Un’industria che ha anche il monopolio della comunicazione, a sua volta solido sostegno del femminismo di superficie e della bandiera a otto colori. Quella così orgogliosamente e allegramente sventolata nelle piazze, nella cultura, nella politica, nelle istituzioni. Che insieme a quelle della biotecnologia e della bioingegneria, in una grande festa virtuale, conclamerà che la transumanza è stata compiuta. Ormai, da ogni dove si diffondono i suoni e i canti del melodioso concerto che sta accompagnando il gregge sereno e danzante al di là del ponte. Tutti intenti a cercare fuori da sé come affermarsi, inconsapevoli del potere che è nel proprio sé, che neppure sanno cosa sia. Ignari della bellezza come guida e del benessere come ordinarietà. Al loro posto, ora, inseguiamo i loro lontani surrogati, succedanei offerti dall’opulenza e dalla menzogna dei farmaci.

È un’industria estesa, capillare, in grado di inquinare spirito, pensieri e azioni. Che si sposa con la société sécuritaire. Colei che ci vende sicurezza un tanto al chilo, ma sotto clausola, che ci impone una connessione permanente. Che ci ha resi assuefatti e quindi dipendenti, tanto che quella connessione ora è pretesa. Fin dall’infanzia. Osservazioni banali che, oltre che gravi, sono anche una premessa di atroce garanzia: le culture saranno cancellate, le parole significheranno altro o l’opposto, e le identità saranno a piacere, i bonus faranno sopravvivere gli inutili impegnati in guerre tra poveri, intelligentemente pasturate da chi sa come gira il fumo. La Neolingua di 1984 ne è stata la consapevole anticipazione, ora pienamente in atto.

Perduti ed esauriti nel ciclo dei desideri, gli uomini, assuefatti e dipendenti, vorranno sempre nuovi giri di giostra. Finché esausti, alieni a se stessi, non saranno gettati fuori, lungo qualche tangente marchiata dall’arco nero della depressione, della psicopatologia, della disperazione, dell’ansia permanente, dell’angoscia mortificante. È il frutto della pianta del nichilismo. Cibo potenzialmente destinato a tutti, e latentemente appeso su tutti come la Spada di Damocle della postmodernità. Alimento che, sebbene con difficoltà, potrà essere rifiutato soltanto da coloro che avranno distinto la natura apparente ed effimera dell’io da quella eterna e infinita del sé. Da quelli che si saranno emancipati dalla logica dell’egocentrismo e, dunque, da quella dell’antropocentrismo. Vera dottrina dell’attuale mattanza spirituale.

Lorenzo Merlo

 
Rispettando il protocollo si può ammazzare PDF Stampa E-mail

4 Febbraio 2023

 Da Rassegna di Arianna del 2-2-2023 (N.d.d.)

Una medica sarda è stata condannata all'ergastolo dalla corte d'assise di Cagliari perché alcuni suoi pazienti col cancro sono morti. In Italia ogni giorno muoiono di cancro in media 485 persone al giorno ma, naturalmente, nessuno si sogna di accusare i loro medici di omicidio. La dottoressa, però, non applicava il protocollo. Curava i suoi pazienti malati di cancro con ultrasuoni e radiofrequenze ma soprattutto, e questa è probabilmente la sua colpa più grave, pare che in qualche caso abbia sconsigliato la chemioterapia. "Non ho mai proibito o scoraggiato i miei pazienti a seguire le cure tradizionali come chemioterapia e radioterapia. Tutto ciò che hanno fatto è stata una libera scelta di ciascuno". Questo è logico e inconfutabile: qualsiasi terapia consigli o sconsigli un medico, è il paziente che sceglie se seguirla o no. Come in qualsiasi altro campo, l'essere umano è responsabile di sé stesso e delle proprie scelte. Tranne in un regime dittatoriale, che usi la minaccia e la violenza per chi non si adegua.

Dobbiamo dunque dedurne che oggi la cosiddetta "medicina" non sia altro che un regime dittatoriale, che chi non si adegua ai "protocolli" dettati dalle compagnie farmaceutiche multinazionali sia sempre sotto una minaccia pronta a diventare violenza. Come chiamare, se no, una condanna all'ergastolo per chi agisce, come la dottoressa sarda, in "scienza e coscienza"? Perché, al di là dei risultati ottenuti, che non conosciamo (ma conosciamo i risultati ottenuti dalla medicina ufficiale: 178.000 morti di cancro l'anno in Italia; chissà se li conosce il tribunale di Cagliari), sembra evidente la buonafede di una dottoressa che ha affrontato la minaccia per curare i suoi pazienti con i mezzi che riteneva più efficaci. E questo è stato il suo sbaglio: un medico oggi deve curare con i mezzi che ritengono più efficaci le multinazionali della medicina, i mercanti della malattia che misurano l'efficacia in base ai profitti annuali. Deve curare seguendo i "protocolli". La scienza non serve più e tantomeno la coscienza, diventate ambedue inutili e pericolose zavorre. I "protocolli" li dettano le varie associazioni scientifiche finanziate da Big Pharma, con i loro "studiosi" finanziati da Big Pharma e carichi di conflitti d'interesse come una nave portacontainer è carica di merci.

I morti per errori medici sono UFFICIALMENTE nella sola Italia almeno 14.000 l'anno, ma c'è chi ne calcola 40.000. Non volendo infierire, atteniamoci ai 14.000.  Non lo dico io, lo dicono loro, mentre l'Associazione Italiana di Oncologia Medica dice 30-35.000. Diecimila più, diecimila meno... Si contano, come vedete, a decine di migliaia. Poi ci sono i morti per infezioni ospedaliere, o almeno ad esse attribuiti. La cosa certa è che si tratta di persone morte in ospedale dopo trattamenti vari come da protocollo: antibiotici a gogò, antinfiammatori, magari un po' di corticosteroidi per non fargli mancare niente e, se si agitano la notte, qualche sonnifero. Questi ultimi sono stati 49.000 nel solo 2016: in un anno quarantanove mila morti.  Non lo dico io, lo dice l'Osservatorio Nazionale sulla Salute. Ma voi credete che sia finita qua? No, che non è finita qua. Nel conto non ci sono i decessi provocati dai farmaci, sia direttamente che indirettamente. Perché un numero sconosciuto e quindi inquantificabile di quei morti attribuiti a cancro, infarto, trombosi, polmonite, rabdomiolisi, edema polmonare ecc., sono morti sì di tali malattie ma che gli sono state procurate dai farmaci. E NON LO DICO IO, LO DICONO GLI STUDI SCIENTIFICI UFFICIALI CHE I MEDICI DI BASE E OSPEDALIERI NON CONOSCONO. Decine di farmaci "di massa", cioè usati per lungo tempo da milioni di persone in Italia, centinaia di milioni nel mondo, possono provocare danni anche fatali. Tra i farmaci che possono provocare insufficienza cardiaca e infarto ci sono: antinfiammatori non steroidei (FANS); anestetici; farmaci per il diabete; antiaritmici; ipotensivi; antinfettivi; anticancro; antimetaboliti; anticorpi monoclonali e altri farmaci di biosintesi; ematologici; neurologici; farmaci oftalmici; farmaci per i polmoni; farmaci reumatologici; urologici. Poi ci sono anche dei farmaci "conosciuti per causare tossicità diretta al miocardio", e sono un certo numero di: antracicline, antifungini, antimalarici, anti emicrania... Inutile elencarli tutti, potete verificare autonomamente sullo studio scientifico dell'American Heart Association, l'Associazione Americana di Cardiologia: sono loro a dirlo. Tra i farmaci che possono aumentare il rischio di ammalarsi di cancro ci sono: antidiabetici, antireumatici, antipertensivi, farmaci per l'osteoporosi, antibiotici, antidepressivi... Sono tanti gli studi che lo confermano.  Per quel che riguarda i danni ai polmoni causati dai farmaci, i casi sono così numerosi da essersi meritati una sigla apposita: DILD (Drugs Induced Lung Disease). Vediamone un piccolo elenco: statine (usate per ipercolesterolemia), anticorpi monoclonali, antiaritmici, immunosoppressori, chemioterapici, antipertensivi, antibiotici, i soliti antinfiammatori non steroidei (FANS)... "Più di 350 farmaci possono causare danni ai polmoni". Non lo dico io, lo dice uno studio pubblicato sul Giornale di Medicina Clinica britannico, riportato anche dal sito governativo del Ministero della Salute americano. Come vedete, la medicina è diventata una pratica pericolosa, ma in questi casi solo per i pazienti.

Mi fermo qui. Il pericolo che i farmaci rappresentano è ormai ben chiaro nell'ambiente scientifico, un po' meno nell'ambiente "sanitario", cioè in chi i farmaci li ammannisce ai propri pazienti in base a informazioni ricevute dai rappresentanti a tutti i livelli delle industrie farmaceutiche, e in base a interessi economici che con la medicina non hanno nulla a che fare. O, meglio, hanno a che fare solo con la medicina "ufficiale" e i suoi protocolli.

Tutti noi, probabilmente e disgraziatamente, abbiamo conosciuto persone che sono morte di cancro, e nella maggior parte dei casi queste persone sono state curate con chemioterapia, radioterapia, operazioni chirurgiche, come da protocollo; nonostante le terapie, sono peggiorate e morte ma nessuno si sogna di condannare i loro medici per omicidio. Da dove vengono i due pesi e le due misure? I costi-guadagni (sì, perché non bisogna dimenticare che i costi per lo Stato sono profitti per le multinazionali del farmaco) dei cicli di chemioterapia variano più o meno dai 12.000 ai 50.000 euri a paziente.  Lascio a voi la risposta. Prima di finire, però, voglio informarvi di una strage (una ma non l'unica attuata da Big Pharma) consapevolmente compiuta dalla multinazionale del farmaco Merck. Nel 1999 la Merck lanciò sul mercato un medicinale, il VIOXX. Uno dei tanti antidolorifici, un antinfiammatorio non steroideo: veniva ordinato anche per i dolori mestruali e per il mal di testa. La Merck nascose i risultati degli studi clinici, che mostravano un aumentato rischio di problemi cardiaci per chi assumeva le sue Vioxx pasticche. In questo modo guadagnò una paccata di miliardi (nel solo 2003 i guadagni del Vioxx ammontavano a un miliardo e duecento milioni di dollari). Fosse stato per i paesi europei, l'affare poteva continuare all'infinito. Ma, per disgrazia della Merck, negli USA esistono le Class Action, cioè le cause collettive, ed esistono studi legali che guadagnano solo quando vincono le cause di risarcimento. Questo, assieme a studi pubblicati da medici-scienziati americani che evidenziavano i rischi cardiovascolari del Vioxx, convinse la Merck a ritirare dal mercato nel 2004 il suo prodotto così remunerativo. Uno studio pubblicato in seguito sulla rivista scientifica Lancet stabiliva che le vittime del Vioxx negli USA, colpite da attacchi di cuore in seguito all'assunzione del farmaco, erano 88.000. Di questi, 38.000 erano morti. La Merck fu condannata a pagare quattro miliardi e ottocentocinquanta milioni di dollari di risarcimenti. CON TRENTOTTOMILA MORTI NON SI VA IN GALERA, come vedete. La Merck e i suoi "scienziati" sapevano del rischio che avrebbero corso le persone che assumevano un farmaco di largo consumo e somministrato per disturbi minimi, come un dolore muscolare o mestruale. Avevano falsificato i risultati delle sperimentazioni. Hanno venduto miliardi di confezioni del Vioxx in tutto il mondo. Hanno causato la morte di 38.000 cittadini americani (e quanti europei, quanti latino americani, quanti asiatici e africani?). Nessuno ha fatto un giorno di prigione per questo. La dottoressa sarda è stata condannata all'ergastolo perché tre suoi pazienti, malati di cancro, sono morti, come gli altri 485 malati di cancro che muoiono ogni giorno in Italia ma seguendo i protocolli. E non crediate che il caso della Merck sia un'eccezione. La regola ormai nel mercato della malattia pare sia la falsificazione delle sperimentazioni dei farmaci. E non lo dico io, lo dice l'ex direttore del British Medical Journal e tanti altri scienziati senza conflitti d'interesse.

Questo è il sistema, questa è la giustizia nel marasma finale del capitalismo globale.

Sonia Savioli

 
Obliterazione della realtà PDF Stampa E-mail

3 Febbraio 2023

 Da Rassegna di Arianna del 29-1-2023 (N.d.d.)

Dopo aver cancellato nei mesi scorsi una marea di profili scomodi o averne cambiato i curricula ad arte, dopo aver trasformato il "Rogo di Odessa" in un incidente domestico, dopo aver cambiato ad hoc la paternità dei missili ucraini quando serviva a supportare una tesi Nato, l'ultima iniziativa brillante cui abbiamo assistito è far liberare Auschwitz non dall'Armata Rossa, ma da un sedicente esercito ucraino. Confidiamo che seguirà a breve l'elenco dei miracoli performati da Zelensky a suffragio della sua canonizzazione.

Ora, tutto questo farebbe ridere, farebbe ridere se non fosse l'indice della più pericolosa trasformazione di questo triste tempo. Naturalmente possiamo dire che, dopo tutto, che si pretende? È Wikipedia, mica una vera enciclopedia. Non puoi mica chiedere rigore? Ed è vero. Come è vero che  Facebook, o Google o altri sono imprese private e che dunque è nell'ordine della cose che agiscano secondo il proprio interesse. Chi può negarlo. Solo che non è neppure possibile negare che oggi il 90% dei giornalisti - quando proprio vuole essere scrupoloso e non fare copia-incolla dalle agenzie, - controlla le sue fonti su Wikipedia. Non si può negare che così fanno (senza ammetterlo) gli studenti e moltissimi professori. E non si può negare che, dopo la chiusura delle sezioni di partito, dopo la distruzione delle comunità locali e della vita di quartiere, praticamente l'unica arena di pubblica discussione politica rimasta in piedi è quella fornita dai social, quei social che sono direttamente o indirettamente influenzati dall'amministrazione americana, meglio dal loro apparato militare industriale. Fino a 15/20 anni fa era ancora uso recuperare una notizia importante su fonti cartacee accreditate. L'eredità del sapere cartaceo, che di per sé può essere falsificato come ogni altro sapere, aveva però una sua fondamentale inerzia, dovuta sia ai costi di produzione sia alla difficoltà di modificare fisicamente un'informazione stampata su carta. Se dovevi produrre un volume della Treccani facevi attenzione a non inserirvi corbellerie arbitrarie, perché le correzioni erano molto onerose, e i danni reputazionali ed economici potevano essere enormi. La digitalizzazione dell'informazione ha ridotto i costi di produzione e i costi di modifica. La riduzione dei supporti fisici e l'accesso alle informazioni sempre più spesso presso server remoti, "cloud", ecc. ha inoltre facilitato a noi utenti finali l'accesso a molte informazioni (ho un dubbio enciclopedico sulla pista da sci? Nessun problema, tiro fuori il telefonino e il problema è risolto.) Il risultato complessivo di questo sviluppo, recente ma massivo, è che non è mai stato così facile mutare e manipolare l'accesso ad ogni tipo di informazione; e che non è mai stato così facile orientare pubbliche discussioni e dibattiti politici.

Certo, nelle biblioteche, nelle emeroteche, nei luoghi di studio per gli storici e i filologi esistono ancora tracce, basi fondate, fonti effettivamente accreditabili. Ma - ed è questa la grande novità - ciò non rappresenta una vera preoccupazione per chi ha interesse a manipolare l'opinione pubblica, la quale galleggia come una tavola da surf sempre sull'onda del "si dice corrente", sufficiente a definire le decisioni nel presente e futuro prossimo. Possiamo ancora recuperare manoscritti secenteschi e verificarne il testo, ed è una bella soddisfazione intellettuale, ma francamente per la gestione del potere corrente è irrilevante. Basta che siano scomparse o messe in dubbio di volta in volta tutte le notizie e informazioni che toccano il discorso pubblico  presente e le decisioni degli organismi politici.

Il processo cui assistiamo è recente, molto recente, ma ha una potenza assolutamente straordinaria. In pochi anni abbiamo già assistito ad un'enorme capacità di riorientamento dell'opinione pubblica di massa, e in pochi altri anni potremmo trovarci a nuotare in un mondo completamente trasformato nei suoi riferimenti. Uno o due cicli di studio e il vecchio mondo della conoscenza storica e scientifica potrà essere integralmente rimpiazzato da una sua versione conveniente, a sua volta in perenne fluttuazione. Non c'è mai il bisogno di "cambiare tutto". Basta cambiare strategicamente di volta in volta ciò che rileva, rendendo inaccessibile ciò che disturba, per il tempo che serve. […]

Chi pensa che questo quadro sia tinteggiato in modo troppo fosco si culla in due illusioni. La prima è l'idea che esisterebbe pur tuttavia una pluralità di agenti economici in competizione, e che ciò può garantire una qualche pluralità informativa. Purtroppo la pluralità degli agenti economici in primo luogo non è poi così plurale, visto che le capitalizzazioni necessarie per contare in questo mondo (grande editoria digitale, informazione mainstream) sono elevatissime e le concentrazioni già enormi; in secondo luogo tale pluralità non è tale quando si toccano gli interessi di autoriproduzione del capitale, e dunque sul tema principale e dirimente nel dibattito politico contemporaneo la pluralità in competizione si traduce in garbate variazioni su un tema dove vige piena collaborazione. La seconda illusione è data dalla vecchia idea che l'esistenza di isole dissenzienti, di conoscenze di minoranza, garantisca in qualche modo sufficiente pluralità da impedire manipolazioni di massa. Qui si sottovaluta il fatto che i tempi odierni del cambiamento mettono fuori gioco i processi di accertamento del vero. Che un decennio o due più tardi si giunga a dimostrare che quella "rivoluzione colorata" era un'operazione sotto copertura dei servizi segreti non è una "vittoria della verità" di cui consolarsi. Una verità che emerge quando nessuna decisione ne dipende più è solo una curiosità. E peraltro, se la verità viene fuori è perché in quel momento non c'è più sufficiente interesse a offuscarla. Se invece tale interesse è ancora vivo, qualunque cosa, letteralmente qualunque cosa, può essere manipolata quanto basta da condurre l'opinione pubblica nel porto desiderato. È importante capire che non è necessario che la "gente" venga fermamente convinta di una certa falsità. Se non si riesce a fare di meglio, è sufficiente che ci sia abbastanza rumore di fondo da rendere qualunque verità indistinguibile e dubitabile. Fatto questo il resto del processo di persuasione viene prodotto con forme di ordinaria propaganda, senza bisogno di scomodare fondamenti o verifiche. Finché questo processo di obliterazione e sostituzione della realtà pubblica non viene preso sufficientemente sul serio da tutti quelli che hanno interesse alla verità, ogni altro tema corre il rischio di essere irrilevante.

Andrea Zhok

 
Le condizioni per la sovranità PDF Stampa E-mail

2 Febbraio 2023

 Da Rassegna di Arianna del 30-1-2023 (N.d.d.)

Il recente dibattito sull'invio dei carri armati Leopard all'esercito ucraino ha messo nuovamente in luce la straordinaria debolezza della (ex?) locomotiva d'Europa: la Germania. Quella che fino a pochi mesi fa era considerata una potenza egemone nel Vecchio Continente si è ritrovata letteralmente messa a nudo in pochi mesi in diverse sfere: quella politica (instabilità continua nel post-Merkel), quella economica (dipendenza energetica, crisi industriale causa sanzioni) e quella militare (esercito di livello zero). Chiusa in questa tenaglia, la Germania è stata costretta a prendere decisioni contrarie al suo interesse nazionale smantellando in pochissimo tempo anni di progettazione politica. L'occasione è ghiotta per utilizzare l'esempio tedesco come caso di studio per capire in cosa consista davvero la "sovranità" di un Paese. Le macroaree che conferiscono ad una nazione la possibilità di essere padrona del proprio destino (nel bene e nel male) sono tre: - la stabilità politica; - la potenza militare; - la stabilità finanziaria.

Dal punto di vista politico, quale che sia la forma di governo nei singoli paesi, una leadership forte nei casi delle autocrazie, una fiducia massiva nel partito/leader nelle democrazie illiberali o un consenso elettorale esteso nelle democrazie liberali (o un sistema bipolare dietro cui si muove un coeso deep state che rende su molti temi ininfluente il voto) è indispensabile per consentire ad un governo di prendere decisioni di carattere politico, economico (approvvigionamento energetico, stato sociale, fisco etc.) e militare. Quest'ultimo, in barba ai decenni in cui in molti Paesi europei (in primis quelli usciti sconfitti dalla guerra mondiale come il nostro o, giustappunto, la Germania) si è diffuso l'assioma secondo cui sarebbe stato più saggio appaltare all'esterno la propria difesa e ridurre al minimo la spesa militare perché "con quei soldi si possono costruire asili", è uno strumento indispensabile per poter affermare la propria sovranità. E lo stiamo vedendo con la guerra in corso: chi ha un esercito potente (Turchia, Israele, Cina, Francia, oltre ai grandi player coinvolti direttamente nel conflitto) prende decisioni, gli altri si accodano. Per esercito "potente" si intende ovviamente dal punto di vista numerico, ma anche in termini di preparazione, di versatilità (es. avere un'aviazione forte e una marina debole rende un esercito potente solo in alcuni scenari) e soprattutto di primato industriale e tecnologico. Questo punto è fondamentale: se i propri armamenti si comprano, o si realizzano in quella che ufficialmente si chiama "partnership" ma praticamente è un subappalto, non si è sovrani, perché non si avrebbe la possibilità di disporre liberamente delle proprie armi nel momento del bisogno. Il programma F-35 è un ottimo esempio. Il progetto è sviluppato da Lockheed Martin, BAE e Leonardo, con buona ricaduta occupazionale (in proporzione) per tutti. Ma le tecnologie, il supporto, il controllo sul loro utilizzo è appannaggio di una potenza sola (con rarissime eccezioni). Di pari passo procede il potenziale industriale. Se si hanno tecnologie proprie, siano esse obsolete o di straordinaria avanguardia, bisogna avere anche la capacità pratica di tradurle in armamenti (quindi potenziale industriale, materie prime, personale etc.) oppure di appaltarla all'estero con forme di partnership "vere".

La stabilità finanziaria è in qualche modo ciò che tiene tutto insieme visto che nel mondo globalizzato è a tutti gli effetti un'arma. Troppo debito pubblico in mano straniera rende vulnerabili. Troppo deficit lega le mani ai governi e non consente di fare Pil. Troppo poco Pil crea malcontento e instabilità. Troppa instabilità rende le economie preda di attacchi finanziari e fa cadere i governi.

Nessuna di queste sfere è prioritaria sull'altra, ma tutte si autoalimentano e il loro sostanziale equilibrio si traduce nella massima espressione possibile della sovranità. Tuttavia, anche in casi di squilibrio, avere un forte accento su due di loro capaci di minimizzare gli impatti dell'altra (emblematico l'esempio della Turchia, in perenne crisi economica) potrebbe essere accettabile a patto che si lavori per rientrare nell'equilibrio. Uno squilibrio di due di queste sfere o addirittura di tutte e tre non può rendere in alcun modo un Paese realmente sovrano ma solo trasmettere la sensazione. È ciò che è accaduto alla Germania: in tempi di pace sembrava indistruttibile, col cambio di scenario si è scoperta manchevole.

Utilizzando questo semplice specchietto è possibile tracciare una sorta di "pagella" per ogni singolo caso di studio. Dal mio punto di vista, in base a questi concetti emerge che in Europa (Regno Unito compreso) non ci sia alcun Paese che possa dirsi realmente sovrano, a eccezione della Francia. La quale, però, è in progressiva remissione negli ultimi decenni sia sul campo politico (è sempre più instabile nonostante una legge elettorale che la mette più possibile al riparo da ribaltoni anti-sistema) che su quello finanziario. Il suo equilibrio è insomma precario. Ma almeno c'è. Da qui il motivo per cui, ad oggi, i destini dell'Europa non si decidono in Europa.

Daniele Dell’Orco

 
Guerra europea contro l'Italia PDF Stampa E-mail

1 Febbraio 2023

L’Unione Europea è oggettivamente nemica degli interessi italiani. Oramai dovrebbe averlo capito chiunque, compresa l’ex-sovranista Giorgia Meloni e tutti gli altri eredi politici di Mario Draghi. Oddio, non c’era forse bisogno di attendere fino a questi ultimi mesi per intuirlo. Sarebbe bastata un’occhiata ai funesti “parametri di Maastricht” per accorgersene, per rendersi conto che questi erano stati creati su misura per favorire le economie di paesi europei che erano in oggettiva competizione con l’Italia (ed ogni riferimento alla Germania non è puramente casuale) e per imporre standard bancari privatistici che ci erano ostili (ed ogni riferimento alle banche “d’affari” anglosassoni non è parimenti casuale). Per tacere di tutto quanto è seguíto poi, fino a disegnare una Unione Europea che è oggi una macchina da guerra al servizio dell’aberrante ideologia (si fa per dire) dell’alta finanza mondialista, con il suo armamentario “politicamente corretto”: immigrazionismo, cancel culture e, naturalmente, un estremismo bellicista made in USA che potrebbe condurci dritto filato a una terza guerra mondiale.

Ma, senza andare troppo indietro nel tempo, basterebbe un’occhiata all’agenda europea di questi ultimi mesi per avere la prova provata dell’avversione dell’UE agli interessi italiani. Avversione mascherata dietro la volontà di accelerare forsennatamente quella “transizione energetica” sulla quale, peraltro, grava il sospetto di essere originata da un colossale errore di valutazione; se non anche – ma non vorrei proprio crederlo – da una gigantesca operazione di speculazione finanziaria. I supporter di una tale transizione (dalla donnetta di Bruxelles all’ingenua ragazzina cui hanno fatto credere di essere una specie di Giovanna d’Arco, dai clan della sinistra democrat di Washington ai geniali imbrattatori di monumenti di Roma e Parigi, a tutta intera la variopinta congerie gretina) sostengono che i mutamenti climatici e i conseguenti disastri ambientali siano dovuti all’azione dell’uomo, che sta “distruggendo il pianeta” con l’utilizzare i combustibili fossili e con altri comportamenti di minore impatto (giù giù fino ai sacchetti di plastica). Orbene – secondo costoro – per arginare tutto ciò e per “salvare il pianeta” occorre imporre una draconiana “transizione energetica”, cominciando dalla rapida eliminazione dei combustibili fossili e dalla loro sostituzione con fonti energetiche alternative. Naturalmente, per giungere ad una tale “transizione” ci sarà bisogno di spendere montagne di miliardi. Miliardi che saranno intercettati leggiadramente dai soliti noti di Wall Street e della City; mentre la necessaria “distrazione di massa” sarà garantita da qualcuno degli scandaletti di copertina sempre disponibili sul mercato del politicantismo d’accatto, con i soliti raccoglitori di briciole (tipo Qatargate) di cui ci si accorgerà cadendo dalle nuvole, con sussiegoso disappunto per la volgare violazione delle regole democratiche.

In realtà, la maggior parte dei climatologi è concorde nell’affermare che i mutamenti climatici siano dovuti solo in minima parte all’inquinamento prodotto dall’uomo, mentre per il 95% sarebbero riconducibili direttamente alle fasi dell’attività solare [vedi «Ecologismo all’amatriciana» su “Social” del 23 settembre scorso]. Basterebbe, dunque, spendere somme infinitamente più modeste per gli interventi di bonifica e di messa in sicurezza dei territori, senza bisogno di mettere in crisi gli equilibri energetici del mondo intero e, con essi, la qualità di vita degli abitanti dell’intero pianeta.

Ma lasciamo stare questi scenari megagalattici, e torniamo invece alle piccole cose, ai piccoli affari, ai piccoli attentati della quotidianità antitaliana che imperversa nella cosiddetta “Unione”. Limitiamoci agli ultimi provvedimenti assunti o da assumere a breve scadenza. Si comincia dalla cancellazione dell’industria automobilistica tradizionale e dal passaggio obbligato all’industria della “auto elettrica” da realizzarsi inderogabilmente entro il 2035. L’impatto sull’industria automobilistica italiana sarà – fra diretto e indotto – di circa 500 imprese in crisi e di 70.000 lavoratori licenziati (come da dichiarazione del Presidente di Confindustria). V’è poi la vera e propria guerra mossa all’agroalimentare e alla zootecnía, attraverso tutta una serie di provvedimenti tra loro legati dal fil rouge della lotta aperta contro gli interessi italiani. Si va da una generica avversione alla dieta mediterranea, passando per l’ostilità dichiarata (anche personalmente da certi altissimi papaveri di Bruxelles) per la zootecnía italiana, per le sue carni e per i suoi insaccati, accusati di essere cancerogeni; proseguendo col tentativo di promuovere prodotti proteici alternativi (farine di grillo e simili porcherie); per giungere infine all’ultima carognata, quella che vuole colpire l’export del nostro vino attraverso l’obbligo di una etichettatura terroristica e farneticante. Ma il culmine della guerra europea contro l’Italia è certamente rappresentato dall’imminente direttiva sul cosiddetto “efficientamento” delle abitazioni; anche questo – manco a dirlo – motivato dalla “transizione energetica”. Ebbene, secondo gli ecologici nemici dell’edilizia italica, entro il 2029 tutte le abitazioni europee dovrebbero rientrare almeno nella classe energetica E, ed entro il 2032 almeno nella classe energetica D. Questa direttiva green – secondo le stime di Confedilizia – colpirebbe in Italia non meno di 9 milioni di abitazioni, i cui proprietari sarebbero di fatto obbligati a spendere cifre ingentissime, pena l’impossibilità di vendere o affittare gli immobili. Sarebbe una patrimoniale mascherata, e salatissima. Al riguardo, si ricordi che i governanti di Berlino non hanno mai digerito il fatto che numerosissimi italiani siano proprietari delle proprie abitazioni, mentre la generalità dei tedeschi vive in case d’affitto. La Merkel aveva il chiodo fisso delle case degli italiani, che avrebbe voluto fossero date in garanzia del nostro debito pubblico. Nonostante gli sforzi, la Kanzlerin dovette rassegnarsi a subire quella “anomalía italiana”, anche perché nessuno dei governi succedutisi a Roma fu talmente sciocco da avallare un provvedimento che gli avrebbe messo contro milioni e milioni di cittadini elettori. Adesso, ci riprova la donnetta di Bruxelles, attraverso una prossima “direttiva” ammantata dai nobili ideali di transizioni del piffero, di riduzione della dipendenza dal gas russo, di lotta dura e pura ai mutamenti climatici, eccetera, eccetera.

Naturalmente, si spera che la Meloni batta un colpo, che si metta di traverso, che dia un segnale per avvertire che la pacchia delle angherie contro l’Italia sia veramente finita. Si spera, si spera… Ma in ogni caso, anche a prescindere dall’esito di queste ultime scandalose manovre antitaliane, credo che oramai sia chiaro e lampante che la Unione Europea ci è ostile, che lavora contro di noi, che colpisce i nostri interessi. Così come ci è ostile la sua banca “centrale” (cioè posseduta da soggetti privati che dovrebbero lavorare per il bene pubblico). E la linea della BCE non lascia ormai dubbi: le soluzioni geniali adottate dalla sua presidente – quella insopportabile Christine Lagarde – sono costate ai risparmiatori italiani nel 2022 qualcosa come 20 miliardi di euro, bruciati da una inflazione “passeggera” che dovrebbe agevolare – anch’essa! – la transizione energetica.

Non credo che ci possano essere ancora dubbi: dobbiamo uscire, dobbiamo scappare da questa camicia di forza che si chiama Unione Europea. Il problema sarà farlo con intelligenza, con gradualità, con la capacità di assorbire i contraccolpi negativi. Lo hanno già fatto gli inglesi, che pure dalla partecipazione alla cosiddetta Unione hanno avuto assai meno danni di noi. Perché non dovrebbero poter farlo anche gli italiani?

N.B. Il pezzo, naturalmente, non ha la pretesa di essere esaustivo. Non si parla, per esempio, del MES, uno strumento che sembra essere stato pensato appositamente per incaprettare l’Italia, con la scusa di soccorrere la sua Sanità. E non si parla nemmeno del PNRR, che per l’Italia ha più svantaggi che vantaggi, e che ci è stato di fatto imposto per costringerci a realizzare alcune “riforme” direttamente riconducibili alla “transizione energetica”.

Michele Rallo

 
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