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Intelligenza Artigianale PDF Stampa E-mail

23 Giugno 2024

 Da Rassegna di Arianna del 21-6-2024 (N.d.d.)

Il tema dell’Intelligenza Artificiale e delle sue insidie è da qualche tempo di moda. Tra le “insidie” più sentite (e più risentite) c’è l’idea che l’Intelligenza Artificiale possa sostituire professioni qualificate, intellettuali. Ora, in questo timore e in questa attenzione c’è un fraintendimento di fondo. Si immagina che la minaccia provenga dall’IA, mentre essa proviene da scelte organizzative della produzione e del lavoro, scelte che precedono di almeno due secoli ogni discussione sull’IA.

La ragione per cui è oggi realistico che un medico, un avvocato o un professore possano essere presto o tardi sostituiti da un’istanza meccanica non-umana è che da quasi tre secoli la forma presa dalla produzione economica mira sistematicamente ad assimilare il lavoro umano (ogni tipo di lavoro umano) ad istanze meccaniche non-umane. Ci si sveglia oggi perché ad essere minacciati appaiono tradizionali mestieri d’élite, ma questa è semplicemente l’ultima propaggine del medesimo processo che ha sostituito la produzione artigianale con la produzione seriale, meccanizzata. La produzione artigianale era notoriamente diseguale e quantitativamente più ristretta della produzione seriale, che si parli di pelletteria, falegnameria, lavorazione del ferro, costruzione di strumenti musicali, ecc. Questa disuniformità della produzione artigianale consentiva vertici di eccellenza oggi irraggiungibili (si pensi alla tradizione dei maestri liutai come Stradivari o Guarneri del Gesù), ma naturalmente non garantiva uno standard, e dunque per distinguere un lavoro ben fatto da un prodotto mediocre richiedeva la maturazione di una capacità di giudizio nel fruitore. La produzione meccanizzata produce dunque tre effetti: tende a perdere sistematicamente sul piano dell’innovazione sperimentale, tende a perdere le punte di eccellenza, e tende a degradare il gusto medio dei fruitori, cui viene offerto un prodotto standardizzato, di cui non bisogna riconoscere le peculiarità. Al tempo stesso, naturalmente, la produzione seriale consente di portare alla luce quantità di prodotto enormemente superiori a quelle disponibili in passato, abbattendone i prezzi e dunque incrementandone l’accessibilità.

Per poter ottenere questo risultato fu necessario utilizzare l’esperienza pregressa dei maestri artigiani. Tale apporto consentì di costruire apparati produttivi seriali cui potevano dare un contributo produttivo anche lavoranti che mai avrebbero passato la soglia di una bottega artigiana. Le competenze più alte e specifiche tendono così dapprima a restringersi, nei numeri dei soggetti coinvolti, per poi ridursi anche quanto all’altezza e specificità stessa di quelle competenze, che sempre meno persone sono in grado di valutare. Nel passaggio dall’uomo artigiano all’operaio alla catena di montaggio, l’uomo viene sempre più assimilato alla macchina e questo permette ai processi di natura meccanica, con il loro carattere anonimo e infinitamente iterabile, di diffondersi. La meccanizzazione del processo produttivo conferisce una potenza inedita alla produzione, al prezzo di smarrirne gli aspetti qualitativamente irriducibili.

Oggi, quando ad un medico si richiede di affidarsi ai “protocolli”, conferendogli garanzie legali e di deresponsabilizzazione se i “protocolli” sono seguiti pedissequamente, si sta procedendo alla meccanizzazione progressiva dell’arte medica, che appunto scompare come arte, scompare come fattore che sollecita lo sviluppo di facoltà diagnostiche e osservative speciali. Ciò avviene nel nome di una “standardizzazione” che risulterà necessariamente ottusa nella valutazione dei casi “eccentrici”, ai margini della distribuzione normale della gaussiana, ma che garantirà risposte rapide, economiche e di massa nella maggioranza dei casi ordinari. Quanto più questo processo avanza, tanto più ciò che i medici in carne ed ossa fanno è “riducibile a meccanismo”. Più standardizzato il servizio, tanto più rapidamente ed efficacemente esso potrà venire sostituito da procedimenti di Intelligenza Artificiale, che mediamente produrranno diagnosi e ricette rapide, massive, economiche e anche efficaci, per i casi vicini alla distribuzione media. Naturalmente il prezzo da pagare per questo beneficio è la sempre maggiore irriconoscibilità di tutto ciò che presenta aspetti eccentrici, la sempre maggiore ottusità nei confronti delle specificità individuali.

Lo stesso processo bussa alle porte quando nell’insegnamento, scolastico e a maggior ragione universitario, si promuove l’esigenza dell’uniformazione dei programmi e delle metodologie di insegnamento. Quando inizia a diventare senso comune che se si studia “letteratura latina” o “epistemologia” ciò deve garantire che si studi LA STESSA COSA – perché il nome è lo stesso – si prende la strada per cui potremo fare un solo corso standard filmato, riproducendolo infinitamente ad un numero indefinitamente ampio di studenti. E gli aggiustamenti o aggiornamenti potranno essere consegnati all’IA, che si affiderà alle forme pregresse ricombinate. Anche questo processo avrà il grande vantaggio di abbattere drasticamente costi e tempi di produzione del prodotto “lezione”, con il marginale problema di distruggere in forma ultimativa buona parte di ciò che un tempo rappresentava "cultura umana". Che lo si sappia oppure no, quanto più ci si adegua agli standard richiesti dall’esterno, dai “ministeri”, dalle “autorità internazionali”, ecc. tanto più si lavora per l’uniformazione e infine la meccanizzazione della produzione culturale, ad ogni livello. In generale, quanto più questo processo va avanti, tanto più "perdibili" (o senz'altro scadenti) appaiono i contributi umani e tanto più sensata appare perciò la loro sostituzione con uno standard meccanico. Ma forse è bene così – chi sono io per contestare il progresso - basta che non vi siano infingimenti e che si tratti di una scelta consapevole, senza che venga camuffata da “attenzione alla qualità”.

Andrea Zhok

 
Quattro livelli di comprensione della guerra PDF Stampa E-mail

19 Giugno 2024

 Da Rassegna di Arianna del 16-6-2024 (N.d.d.)

Il conflitto in corso può essere compreso a diversi livelli, di profondità e realismo crescente. A un primo livello, quello dell’uomo comune, si dice che la Russia, senza giustificazione quindi illegittimamente, in violazione delle leggi internazionali, ha aggredito e invaso l’Ucraina, un paese sovrano, liberale e democratico, perciò è legittimo sostenere questo paese con aiuti di ogni forma, nonché confiscando gli interessi sui cespiti russi che si trovano in Occidente. C’è un aggressore e un aggredito, un buono e un cattivo, un chiaro dovere di sostenere i buoni contro i cattivi.

A un secondo livello di approfondimento, gli USA hanno gravemente violato l'accordo, stipulato allorché l'Unione Sovietica autorizzò la riunificazione delle Germania, di non espandere la loro sfera di controllo, attraverso la NATO, verso est. Infatti gli USA hanno acquisito alla Nato quasi tutti i paesi dell'Europa orientale, hanno attuato un colpo di stato in Ucraina per avanzare fino ai confini russi, hanno fomentato ostilità anti russe in Ucraina, inducendola perseguitare le minoranze russe nel Donbass, a Odessa e altrove, poscia a violare i patti di Minsk. È chiaro quindi che si preparavano ad assediare direttamente la Russia per acquisirne in prospettiva il controllo. Quindi la Russia è stata costretta e insieme legittimata ad occupare l'Ucraina per difendere la propria minacciata indipendenza. Tatticamente, la Russia è l’aggressore dell’Ucraina, ma strategicamente gli USA e la NATO sono gli aggressori illegittimi della Russia. Inoltre l’Ucraina di Zelensky non è affatto un paese liberale né democratico, bensì autoritario e illiberale, che soffoca il dissenso, e la sua popolazione è scontenta del suo regime. E Zelensky, noto cocainomane, assieme ai suoi compari, si sta arricchendo sul sangue dei suoi concittadini.

A un terzo livello, il vero soggetto agente per parte occidentale è il suo sistema monetario e finanziario, il cosiddetto Impero del Dollaro, che, per reggersi, cioè per reggere l'enorme massa di debito insolvibile e la maxi-bolla di titoli finanziari senza valore sottostante che ha immesso nel mercato, ha necessità oggettiva di emettere sempre nuove masse di tali titoli e di moneta, cosa che può fare soltanto se espande il proprio controllo a sempre nuove aree e risorse minerarie, agricole e industriali. A tal fine, quel sistema si è servito di USA e NATO per inglobare dapprima tutta una serie di paesi; poi ha preso di mira l'Ucraina,  che si stima abbia risorse naturali per 14.000 miliardi di dollari, soprattutto nel Donbass, e che quindi potrebbe alimentare la macchina finanziaria della speculazione per molti anni; ma a quel punto la Russia è intervenuta per fermare l'avanzata e prendere per sé quelle risorse. L’Impero del Dollaro ha reagito ingaggiando una guerra per procura, in cui intanto già guadagna dalle notevole spesa pubblica per le commesse militari, guadagna perché si prende tutte le risorse della parte “libera” dell’Ucraina e la indebita a sé in perpetuo; inoltre guadagna perché con le sanzioni costringe l’Europa a comperare il gas americano pagandolo un multiplo di quello russo; inoltre guadagna perché toglie dall’Europa molte industrie che si rilocalizzano negli USA per risparmiare sull’energia; inoltre guadagna perché mette Russia ed Europa l’una contro l’altra, impedendo una saldatura economica e politica. Combatte non per vincere, ma per profittare dalla guerra. Non rileva il fatto che questi guadagni avvengono a spese della vita di centinaia di migliaia di combattenti. La Russia, in questa lettura, non è il nemico, ma è carburante per la macchina finanziaria.

A un quarto livello, stiamo osservando che, nonostante la sua popolazione sia un nono circa e la sua economia sia un ventesimo del PIL dei paesi Nato e sia colpita da pesantissime sanzioni oltre che dallo sforzo bellico, la Russia sta crescendo notevolmente e ancor più dei paesi occidentali, e inoltre senza indebitarsi, e reggendo egregiamente il confronto militare e industriale con il fronte avversario, mentre costruisce un blocco BRICS che si sgancia dal Dollaro come moneta degli scambi internazionali, indebolendo esso e gli USA. Questi dati di fatto dimostrano che la generale teoria economica che si insegna in Occidente è fallace, soprattutto nella adozione del PIL come parametro centrale. E che un'economia in cui il 90% del PIL è dato da transazioni finanziarie improduttive e parassitarie, è un'economia debole e malata, destinata a soccombere contro un’economia più piccola ma reale.

Con ciò, si apre la possibilità che quanto sopra porti non solo a una revisione della teoria economica generale, ma che, se le potenze dell'Impero del Dollaro saranno sconfitte, l'Impero stesso crolli, che crolli il sistema del capitalismo finanziario speculativo, e che venga sostituito da un sistema incentrato sull'economia reale produttiva. Che si ritorni dal capitalismo speculativo a quello produttivo.

Marco Della Luna

 
Cretinismo parlamentare e servilismo PDF Stampa E-mail

18 Giugno 2024

 Da Appelloalpopolo del 15-6-2024 (N.d.d.)

La democrazia tende solitamente ad autocelebrarsi in modo quasi ossessivo, celando e tacendo le ipocrisie e i malfunzionamenti da cui è affetta, i quali, sia ben chiaro, caratterizzano qualsiasi sistema istituzionalizzato di regolazione dei rapporti umani. Quando parliamo del sistema democratico, indubbiamente preferibile ad altri sistemi quantomeno per il maggiore ventaglio di protezione dei diritti fondamentali dell’individuo che esso garantisce, non dobbiamo tuttavia cadere nell’errore di considerarlo a prescindere come il migliore in assoluto in quanto a efficienza politica. Perché lo sia, esso deve essere messo in condizione di “funzionare bene”. A tale scopo, la democrazia non può essere pensata senza il suo corollario operativo, ovvero il parlamentarismo, espressione concreta della pluralità sociale, la quale si condensa in un’assise decisionale che è la sintesi dei differenti orientamenti culturali, politico-ideologici ed economici di una comunità, da comporre in una sede istituzionale. Perché questo sia possibile però, occorre dare sostanza a un sistema che di per sé nasce come mero contenitore, essendo passibile pertanto di restare senza contenuto. La democrazia può in effetti restare un guscio vuoto, un puro involucro procedurale, per dirla alla Schumpeter. Nel migliore dei casi, infatti, la democrazia parlamentare diventa uno strano moloch autoreferenziale rinchiuso in una torre d’avorio e impermeabile alla realtà che si dispiega all’infuori di esso.

Lo aveva ben compreso Friedrich Engels già nel 1852 quando, a proposito dei deputati della sinistra nell’Assemblea legislativa, scriveva: “Questi disgraziati poveri di spirito, per tutto il corso delle loro esistenze, generalmente molto oscure […] dal principio della loro carriera legislativa erano stati più di qualsiasi altra frazione dell’Assemblea contaminati dalla incurabile malattia del cretinismo parlamentare, infermità che riempie gli sfortunati che ne sono vittime della convinzione solenne che tutto il mondo, la sua storia e il suo avvenire sono retti e determinati dalla maggioranza dei voti di quel particolare consesso rappresentativo che ha l’onore di annoverarli tra i suoi membri, e che qualsiasi cosa accada fuori delle pareti di questo edificio […] non conta nulla in confronto con gli eventi incommensurabili legati all’importante questione, qualunque essa sia, che in quel momento occupa l’attenzione dell’onorevole loro assemblea”. Settant’anni dopo, Antonio Gramsci, nell’ambito di una critica alla borghesia, non risparmiava strali acuminati nei confronti del parlamentarismo di quegli anni, definendo la classe politica come specializzata in “cretinismo parlamentare”, e l’istituto parlamentare stesso nei termini seguenti: “[…] il Parlamento diviene una bottega di chiacchiere e di scandali, diviene un mezzo al parassitismo. Corrotto fino alle midolla, asservito completamente al potere governativo, il Parlamento perde ogni prestigio presso le masse popolari”.

Ora, se il sistema democratico si esprime attraverso il parlamentarismo, nel momento in cui esso sia dominato dal cretinismo di engelsiana e gramsciana memoria, la democrazia diventa tanto insulsa, inefficiente e odiosa quanto qualsiasi altro sistema sideralmente distante dal corpo politico dei governati. Quando poi al cretinismo si affianca e si aggiunge il servilismo e la subordinazione a diktat che sono l’espressione di poteri esogeni, il parlamentarismo entra in una nuova fase, ancora peggiore della precedente. Esso cioè diventa un agente patogeno di decostruzione dell’interesse collettivo e nazionale, seppure ancora travestito da presidio di democrazia. Se nel primo caso la degenerazione è funzionale al mantenimento di uno status quo che non minaccia in modo radicale e immediato le fondamenta dello Stato – sebbene ne intacchi irrimediabilmente la credibilità -, nel secondo sono queste a essere erose in modo inesorabile, fino al punto di non ritorno.

Il complesso reticolato sovranazionale che ingessa e condiziona il nostro Paese induce un lento processo di disfacimento, durante il quale l’insorgere delle conseguenze fatali è paradossalmente imputato a supposte inefficienze del tessuto istituzionale interno. Il meccanismo psicologico è talmente subdolo che diventa quasi impossibile scardinarlo perché i fenomeni di presa di coscienza collettiva sulle reali cause dei problemi spesso insorgono solo a posteriori e dopo molto tempo, quando il danno ha già prodotto i suoi esiti irreversibili. Il cretinismo allora, da fenomeno istituzionale, si traduce in un vero e proprio abito mentale di carattere culturale e collettivo, difficilmente estirpabile attraverso una chiave di lettura puramente logico-argomentativa. Esso è un fenomeno che viene assorbito organicamente a livello inconscio e psicologico, assumendo i contorni di un habitus psichico capace di ingannare e disorientare un popolo intero. Il risveglio, qualora dovesse avvenire, sarà presumibilmente traumatico e dovuto anch’esso a eventi esogeni subiti e non consapevolmente gestiti. Ristrutturare il sistema democratico rappresentativo nazionale facendolo tornare da soggetto passivo ad agente politico attivo è la sfida più urgente dei tempi in cui viviamo, una sfida che presuppone un risveglio psichico subordinato a un cambio radicale di orientamenti culturali.

Davide Parascandolo

 
L'autismo della Rete PDF Stampa E-mail

16 Giugno 2024

 Da Appelloalpopolo del 12-6-2024 (N.d.d.)

L’intelligenza artificiale è senza ombra di dubbio l’avanzamento tecnologico più poderoso e allo stesso tempo pericoloso dell’ultimo mezzo secolo. Cosa sia l’intelligenza artificiale lo sappiamo tutti perché sotto varie forme, la usiamo da decenni, la novità di quest’ultimo sviluppo dell’informatica è che attraverso la programmazione si cerca di imitare e superare il ragionamento umano. Sfruttando la potenza di calcolo cresciuta esponenzialmente, utilizzando i dati che vengono acquisiti quotidianamente dai centri di accumulazione, si è arrivati alla capacità gestionale pressoché autonoma di processi sempre più complessi. Questa tecnologia è in fase di forte sviluppo ed avendo applicazioni duali (civili e militari), potrebbe avere effetti potenzialmente distruttivi per l’umanità, quindi a mio avviso abbiamo il dovere di osservare le applicazioni esistenti tenendo in debita considerazione questa prospettiva, usando sempre una buona dose d’immaginazione.

Per addentrarci nel ragionamento, senza cadere in discorsi fantascientifici, bisogna precisare che per ora l’intelligenza artificiale, anche quella generativa più sofisticata, non è capace di inventare niente! Molto banalmente perché sfrutta solo contenuti pubblicati su internet, già creati in precedenza dall’uomo, per questo motivo siamo al cospetto di un potenziamento stupefacente di una tecnologia già esistente che ogni giorno ci svela dettagli incredibili. Alla luce di questa riflessione, per articolare un ragionamento sensato, dobbiamo guardare al passato, con particolare attenzione ai momenti in cui gli avanzamenti tecnologici sono stati resi disponibili per il grande pubblico.

Innanzitutto la tecnologia informatica può rappresentare una opportunità di sviluppo formidabile ma allo stesso tempo, come già detto, un pericolo esistenziale per la specie umana perché, se è fortemente diffusa, abbraccia gli aspetti fondamentali delle nostre vite e li rende dipendenti dal suo funzionamento. Immaginate cosa potrebbe accadere se i grandi distacchi di corrente (black out) che si sono verificati negli Stati Uniti nel 2003, arrivassero nei nostri giorni, dove tutto è informatizzato e automatizzato… A mio avviso l’esperienza maturata con i grandi disastri del passato e il piccolo assaggio di interazione che abbiamo visto tra uomo e macchina, dovrebbero essere i punti di partenza per ogni valutazione di costi/benefici, ma la rapidità dell’evoluzione tecnologica e l’atavica avidità umana di potere e ricchezza impediscono questo approccio e si corre ai ripari solo dopo accadimenti disastrosi. Tra gli aspetti negativi, potenzialmente catastrofici, che abbiamo potuto osservare diffusamente nelle società tecnologicamente avanzate c’è il repentino calo di abilità intellettive umane fondamentali, specialmente nelle popolazioni più esposte come gli adolescenti. L’orientamento in spazi aperti, sia urbani che naturali, la lettura, la scrittura, l’uso di un vocabolario adeguato a sostegno della parola, la concentrazione, la manipolazione di oggetti, l’equilibrio, sono tutte abilità fisiche e cognitive che si sono mediamente ridotte in questa fascia di popolazione. Chiunque può constatare che un adolescente occidentale, immerso nella tecnologia fin dalla prima infanzia, cresciuto negli agi domestici, mediamente ha minori capacità fisiche e intellettuali rispetto a un coetaneo proveniente dal secondo/terzo mondo, che ha vissuto una vita solo sfiorata dalla tecnologia. Perché sta avvenendo?

Le risposte sono molteplici ma perlopiù riconducibili al concetto di interazione uomo macchina. Che sia uno strumento meccanico o che sia digitale, ogni estensione tecnologica del corpo condiziona l’evoluzione fisica e mentale umana. Senza esprimere un giudizio su questa dinamica, propongo un esempio banale e allo stesso tempo esplicativo sull’utilizzo di massa dell’automobile che ha sostituito il cavallo e l’asino. L’uomo, utilizzando l’auto come mezzo di locomozione e trasporto merci, ha aumentato il raggio d’azione dei suoi spostamenti, ha migliorato i riflessi, ha potenziato l’orientamento nelle grandi distanze e la capacità relazionale con popoli diversi, ha accresciuto il benessere economico… Di contro ha mediamente ridotto la propria forza e resistenza fisica alla fatica, ha perso la capacità di interazione con gli elementi naturali e gli animali e, se pur inizialmente ha migliorato la propria salute, con il forte inquinamento e la vita sedentaria la sta peggiorando. Quindi, escludendo i giudizi, possiamo affermare che l’uomo prima dell’introduzione dell’automobile nelle società era “diverso” perché ha sostituito alcune abilità e caratteristiche fisiche con altre ed è stato proprio il mezzo a cambiarle. Fenomeni simili che hanno portato piccoli cambiamenti continui sono avvenuti con l’introduzione della radio, della televisione, del telefono e sta avvenendo in maniera più marcata e veloce con l’introduzione della tecnologia informatica di massa. L’uso massiccio dei monitor (televisori, telefonini, videogiochi), sta distruggendo l’energia vitale degli esseri umani perché li disconnette dalla vita reale, multidimensionale, multisensoriale, imprevedibile e li immerge in una realtà artificiale preordinata, quasi priva di azioni fisiche e intellettuali. Mi focalizzo sull’aspetto autistico dello strumento digitale e per farlo ho coniato un neologismo: “L’Autismo della Rete”. Per non cadere in equivoci, con questa teoria intendo l’uso massiccio degli strumenti informatici (telefoni intelligenti, tablet, P.C., assistenti vocali...) che causano la perdita di contatto con la realtà e agevolano la costruzione di una vita interiore che alla realtà viene anteposta. Per comprendere al meglio questa mia teoria, come prima cosa bisogna osservare gli strumenti informatici e quello che ci impongono di fare, fin dai primi momenti in cui li usiamo:

1 creare un account 2 impostarlo 3 accettare le condizioni di utilizzo. Questo insieme di operazioni apparentemente banali che richiedono pochi minuti, sono la chiave d’ingresso nella nostra mente e nel nostro corpo perché da quel momento in poi, lo strumento intelligente (Smart) che stiamo utilizzando, si impossessa dei dati che noi stessi offriamo gratuitamente, ci inizierà a riconoscere, memorizzando tutti i nostri comportamenti. Saranno catturate ed elaborate tutte le nostre azioni durante l’utilizzo e non, attraverso la geolocalizzazione, con l’accesso al microfono e alla fotocamera, con i dati biometrici e tanto altro. Questa ragnatela digitale inestricabile ha come primissimo effetto quello di creare un ambiente virtuale personalizzato e confortevole per ciascun utente così da rendere “l’esperienza di navigazione” il più possibile aderente alle necessità. L’utente ben profilato, con tutte le applicazioni e le impostazioni consigliate attive, vedrà apparire sotto i propri occhi solo contenuti coerenti con le proprie ricerche pregresse e suggerite con una compilazione automatica da parte dell’algoritmo. A seconda dei discorsi che saranno catturati dal microfono, riceverà pubblicità mirate o inviti a visualizzare immagini o gruppi rispondenti al profilo di appartenenza. Sempre più sistemi di assistenza vocale suggeriscono risposte e contenuti impostati automaticamente per omettere realtà scomode al sistema e amplificarne altre funzionali alle grandi narrazioni dominanti. Questa metodologia di funzionamento della tecnologia rinchiude gli utenti in bolle cognitive personalizzate, all’interno delle quali vengono archiviati tutti gli interessi, le curiosità , le informazioni, le emotività, i divertimenti, trasformando di fatto larghi strati di fruitori delle tecnologie informatiche in “utenti autistici”. Il sistema di potere oligarchico anglofono che gestisce questo mondo digitale in gran parte del pianeta (Cina esclusa perché ha un proprio sistema), da un lato spinge gli individui nell’isolamento delle bolle autistiche e dall’altro tenta di formare le cornici ideologiche e valoriali capitalistiche, all’interno delle quali i singoli individui possano identificarsi.

Già Platone con il mito della “Caverna”, attraverso le molteplici interpretazioni che vi si possono trarre, aveva inquadrato e descritto in maniera esemplare la natura umana ed il suo rapporto con la conoscenza. “L’autismo della rete” si potrebbe inserire in continuità con questa riflessione filosofica, da un lato attraverso la creazione sempre più raffinata di ombre, dall’altro isolando ogni singolo individuo in nicchie della caverna. Il risultato è che l’individuo vedrà sempre e solo la propria ombra muoversi insieme alle altre proiettate.

Fin dalla notte dei tempi, menti raffinatissime lavorano alacremente per cercare di condizionare il nostro mondo immaginario, per la prima volta nella storia, però, hanno la capacità tecnologica di controllare direttamente o indirettamente ogni singolo umano. Ci riusciranno? Per il momento no! Questa mia riflessione è la prova provata che esistono sempre persone immuni dal condizionamento tecnologico e mediatico, che filosoficamente si adoperano per divulgare pensieri critici. Per iniziare ad affrancarsi da questa forma di autismo artificiale, in fin dei conti basta poco, se si spengono i monitor che abbiamo di fronte immediatamente appare il mondo reale che aspetta solo di essere compreso e vissuto.

Gianfranco Valeri

 
Sull'orlo del baratro PDF Stampa E-mail

14 Giugno 2024

 Da Comedonchisciotte del 12-6-2024 (N.d.d.)

Su tutti i fronti, il paradigma interno israeliano si sta sfaldando e, all’esterno, l’Occidente si sta a sua volta sfaldando, diventando un paria sulla scena globale. L’esplicita facilitazione da parte delle leadership occidentali di una sanguinosa pulizia dei palestinesi ha riportato alla ribalta il vecchio spettro dell'”orientalismo” e del colonialismo. E sta facendo dell’Occidente “l’intoccabile del mondo” (insieme a Israele). Nel complesso, l’obiettivo del governo israeliano sembra essere quello di far convergere e poi incanalare le molteplici tensioni in un’ampia escalation militare (una grande guerra) che, in qualche modo, porti ad un ripristino della deterrenza. Un tale percorso implica che Israele volterebbe le spalle alle richieste occidentali di agire comunque in modo “ragionevole”. L’Occidente definisce questa “ragionevolezza” principalmente come l’accettazione da parte di Israele della chimera di un passaggio alla “normalità”, che arriverebbe grazie alla concessione del principe ereditario saudita, in cambio di un Israele contrito che rinuncia a sette decenni di suprematismo ebraico (cioè accetta uno Stato palestinese).

L’errore insito nel calcolo occidentale-israeliano è che gli Stati Uniti e l’Unione Europea si stanno muovendo in una direzione – tornando al fallito approccio di Oslo – mentre i sondaggi sottolineano che gli elettori ebrei marciano decisamente in direzione opposta. Un recente sondaggio condotto dal Centro di Gerusalemme per gli Affari Pubblici mostra che, dal 7 ottobre, il 79% di tutti gli intervistati ebrei si oppone alla creazione di uno Stato palestinese sulle linee del 1967 (il 68% si opponeva prima del 7 ottobre); il 74% si oppone anche in cambio della normalizzazione con l’Arabia Saudita. E, a riprova della divisione interna a Israele, “solo il 24% degli elettori di sinistra sostiene uno Stato [palestinese] senza condizioni”. In breve, mentre la leadership istituzionale occidentale si aggrappa alla sinistra laica e liberale israeliana, che si sta riducendo, gli israeliani nel loro complesso (compresi i giovani) si stanno spostando a destra. Un recente sondaggio Pew mostra che il 73% dell’opinione pubblica israeliana sostiene la risposta militare a Gaza – e addirittura un terzo degli israeliani si è lamentato che [l’esercito] non si è spinto abbastanza in là. Una pluralità di israeliani ritiene che Israele debba governare la Striscia di Gaza. E Netanyahu, all’indomani della minaccia di arresto da parte della Corte penale internazionale, sta superando Gantz (il leader dell’Unione Nazionale) negli indici di gradimento. Sembra che il “consenso occidentale” preferisca non notare queste scomode dinamiche. Inoltre, un’altra divisione israeliana riguarda lo scopo della guerra: si tratta di restituire ai cittadini ebrei il senso di sicurezza personale e fisica che è andato perduto dopo il 7 ottobre? Vale a dire: è l’identità di Israele intesa come una ridotta, uno spazio sicuro in un mondo ostile, che viene ripristinata? O, in alternativa, l’obiettivo principale dell’attuale lotta è stabilire un Israele pienamente giudaizzato nella “Terra d’Israele” (cioè tutta la terra tra il fiume e il mare)? Questo costituisce una divisione fondamentale. Coloro che vedono Israele soprattutto come la ridotta sicura in cui gli Ebrei avevano potuto fuggire dopo l’olocausto europeo, sono naturalmente più cauti di fronte al rischio di una guerra più ampia (con Hezbollah) – una guerra che potrebbe vedere le “retrovie” civili attaccate direttamente dal vasto arsenale missilistico di Hezbollah. Per questo gruppo di elettori, la sicurezza è fondamentale. D’altra parte, la maggioranza degli israeliani considera il rischio di una guerra più ampia come inevitabile – anzi, per molti è da accogliere con favore, se si vuole che il progetto sionista si affermi pienamente sulla Terra d’Israele.

Questa realtà può essere difficile da comprendere per gli occidentali laici, ma il 7 ottobre in Israele ha rivitalizzato la visione biblica, piuttosto che suscitare un eccesso di cautela nei confronti della guerra o un desiderio di riavvicinamento agli Stati arabi. Il punto è che una “nuova guerra d’indipendenza” può essere venduta al pubblico israeliano come una “visione” metafisica della strada da seguire, mentre il governo israeliano tenta di perseguire la strada più banale del gioco lungo, che porta al pieno controllo militare della terra tra il fiume e il mare e all’allontanamento delle popolazioni che non si sottomettono all’ordine di Smotrich di “acquietarsi o andarsene”. Lo scisma tra Israele come “spazio sicuro” laico e post-olocausto e la contrastante visione biblica e sionista determina tra le due correnti un confine poroso e a volte incerto. Ciononostante, questa frattura israeliana si è riversata nella politica statunitense e, in modo più diffuso, è entrata anche nella politica europea. Per la diaspora ebraica che vive in Occidente, mantenere Israele come spazio sicuro è di vitale importanza perché, nella misura in cui Israele diventa insicuro, gli Ebrei sentono la propria insicurezza personale peggiorare di pari passo. In un certo senso, la proiezione israeliana di una forte deterrenza in Medio Oriente è un “ombrello” che si estende anche alla diaspora. Vogliono la tranquillità nella regione. La “visione” biblica ha, per loro, un taglio francamente troppo polarizzante. Eppure, sono proprio le strutture di potere che si sforzano di sostenere nella coscienza occidentale il paradigma dell’uomo forte israeliano, che ora scoprono che i loro sforzi tendono a ridurre a brandelli le strutture politiche occidentali da cui dipendono, alienando così i principali elettori, in particolare i giovani. Un recente sondaggio condotto in Gran Bretagna tra i giovani di età compresa tra i 18 e i 24 anni ha rilevato che la maggioranza (54%) concorda sul fatto che “lo Stato di Israele non dovrebbe esistere”. Solo il 21% non era d’accordo con questa affermazione. Lo sforzo della Lobby per costringere l’Occidente a sostenere unitamente Israele e i suoi obiettivi di deterrenza – unito alla mancanza di empatia umana per i palestinesi – sta infliggendo pesanti perdite alle strutture di leadership istituzionali, mentre i partiti mainstream si frammentano in direzioni diverse. Il danno è aggravato dal “punto cieco della realtà” dei pacifisti occidentali. Lo sentiamo ripetere in continuazione: l’unica soluzione è quella di due Stati che vivano pacificamente fianco a fianco sulle linee del 1967 (come sancito dalle risoluzioni 242 e 338 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite). Oltre che in Occidente, lo stesso mantra viene ripetuto (come ci ricordano i pacifisti) anche dalla Lega Araba. Sembra così semplice.

È davvero “semplice”, ma solo perché ignora la realtà che uno Stato palestinese di questo tipo potrebbe essere sovrano solo con la forza, con la forza militare. La realtà è che ci sono 750.000 coloni che occupano la Cisgiordania e Gerusalemme Est (e altri 25.000 coloni che vivono sulle alture siriane del Golan). Chi li rimuoverà? Israele non lo farà. Molti coloni sono fanatici e combatteranno fino all’ultimo. Erano stati invitati e collocati lì negli anni successivi alla guerra del 1973 (in gran parte dai vari governi laburisti), proprio per ostacolare la nascita di un eventuale Stato palestinese. Ecco la domanda a cui non rispondono coloro che dicono che “la soluzione è semplice”, due Stati che vivano fianco a fianco in pace: l’Occidente ha la volontà o la determinazione politica di istituire uno Stato palestinese con la forza delle armi, contro l’attuale volontà della maggioranza degli israeliani? La risposta, inevitabilmente, è “no”. L’Occidente non ha la “volontà” – e sorge il sospetto che, in cuor suo, lo sappia. (Forse c’è il desiderio di una soluzione e l’inquietudine che, in assenza della “calma a Gaza”, le tensioni aumenterebbero anche nella diaspora).

La dura verità è che la Resistenza ha compreso la realtà della situazione meglio delle sue controparti occidentali: dal processo di Oslo del 1993, la prospettiva di un presunto Stato palestinese si è solo allontanata, anziché progredire di un millimetro. Perché l’Occidente non ha intrapreso azioni correttive per tre decenni e si è ricordato del dilemma solo quando è diventato una crisi? La Resistenza ha compreso molto bene l’insostenibile contraddizione intrinseca di un popolo che si appropria di diritti e privilegi speciali rispetto a un altro, che condivide la stessa terra, e che un tale scenario non potrebbe persistere a lungo, senza spaccare la regione (lo testimoniano le guerre e le devastazioni a cui il mantenimento del paradigma esistente ha già portato). La regione si trova sull’orlo del baratro e gli “eventi” possono spingerla oltre in qualsiasi momento, nonostante gli sforzi degli attori regionali per controllare il movimento incrementale dell’escalation. Questa sarà probabilmente una lunga guerra. E una soluzione potrà emergere solo se Israele, in un modo o nell’altro, affronterà la contraddizione del paradigma interno al Sionismo e inizierà a vedere il futuro in modo diverso.

E di questo, per ora, non c’è traccia.

Alastair Crooke (tradotto da Markus) 

 
Atlantismo ottuso delle sinistre PDF Stampa E-mail

12 Giugno 2024

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 Da Rassegna di Arianna del 10-6-2024 (N.d.d.)

Tra le varie analisi sbilenche del voto europeo ce n'è una, diffusissima, che lega il (relativo) progresso dei partiti di destra o nazionalisti nel panorama politico all'atmosfera bellicista, secondo la logica che associa la destra alla temperie guerrafondaia. Si tratta di un'analisi che oltre ad esprimere una preoccupante cecità alla realtà, risulta particolarmente dannosa. Essa infatti fornisce l'ennesimo alibi ai molti benpensanti, che continuano a leggere la politica con categorie binarie di cent'anni fa (sinistra - destra, progresso - reazione, pacifismo - bellicismo, ecc.). Ora, se c'è una cosa chiara è che le forze politiche che più hanno alimentato il bellicismo nel panorama europeo sono state forze di centro (i "moderati per la nuclearizzazione", tipo la Von der Leyen) e forze sedicenti progressiste, di sinistra o centro sinistra (dall'SPD di Scholz, a Renaissance di Macron, ai Verdi della Annalena Baerbock).

Le forze di destra premiate dalle elezioni sono quasi tutte (l'unica significativa eccezione è la nostra Meloni) contrarie alla guerra, contrarie a spedire armi all'Ucraina, contrarie alle sanzioni alla Russia (non per russofilia, ma perché consapevoli che danneggiano più noi che la Russia). Anche dove la destra al governo non viene premiata, come in Ungheria, essa è sfidata su questioni di corruzione interna, non sulla linea politica. Accade così che in Ungheria i due primi partiti siano Fidesz con il 46% seguito da Tisza, guidato da un fuoriuscito da Fidesz con il 31%, con un'agenda di politica estera indistinguibile da quella di Orban. La minaccia della guerra e il contenimento dell'autolesionismo economico dell'Europa sono i punti su cui la destra ha vinto, dove ha vinto. Che su questi temi la sinistra non riesca a battere un colpo da tempo è un dato su cui meditare.

Negli eredi storici dei partiti socialisti e popolari - oltre che nei Verdi - oggi prevale un atlantismo ottuso, una visione manichea e fortemente ideologizzata della storia e della politica, prevale soprattutto una visione del mondo sconcertantemente astratta, che ha perso ogni contatto con il senso comune prima ancora che con i beni comuni. È quell'astrattezza europea che mette a posto le sedie del Titanic (con eroiche battaglie su diritti LGBTQ, auto elettriche e certificazioni termiche) mentre ci prepara alla guerra col sorriso sulle labbra (la CO2 fa malissimo, ma quanto alle radiazioni ionizzanti e all'uranio impoverito, ecchessarà mai).

Le forze di destra che escono vincitrici, come l'AfD o, con agenda molto più annacquata, il Rassemblement National della Le Pen, non rappresentano però delle risposte realistiche al disorientamento corrente dell'elettorato. Sono qualcosa di più di un mero voto di protesta, ma qualcosa di meno di un voto per un'alternativa. Nonostante qualche segno interessante, come il buon successo del Bündnis Sahra Wagenknecht in Germania, di un'alternativa programmaticamente solida non si vede ancora traccia.

PS. Comunque accetto scommesse che la politica europea non cambierà di una virgola. Perché non è decisa in Europa.

Andrea Zhok

 
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