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L'obiettivo la Cina PDF Stampa E-mail

1 Maggio 2022

 Da Rassegna di Arianna del 29-4-2022 (N.d.d.)

Anche se può sembrare fantapolitico, specie per chi non si occupa di politica internazionale, è importante sottolineare che l’obiettivo strategico dell’offensiva globale americana (leggi, fra le altre cose, l’espansione della NATO ad est), è la Cina, non la Russia. L’indebolimento o addirittura la destabilizzazione della Russia sul medio-lungo periodo è “solo” (con molte virgolette…) un passaggio intermedio, anche se di enorme importanza, al fine di isolare la Cina, il vero e più importante competitor degli americani. Che ciò sia possibile è tutto da verificare, naturalmente, ma a mio parere questa è l’intenzione. Gli Stati Uniti puntano a prolungare quanto più possibile il conflitto in Ucraina se non a renderlo permanente. In questo modo sperano di dissanguare la Russia sia dal punto di vista militare che soprattutto economico, e di logorarla con il tempo anche sul piano psicologico, minando la coesione interna. Sul medio periodo la guerra potrebbe rafforzare e sta già rafforzando molto la leadership di Putin ma sul lungo potrebbe, forse, indebolirla. Del resto, restare impantanati in una guerra di lungo periodo può essere ed è stato destabilizzante per tutti. Pensiamo al Vietnam per gli USA e all’Afghanistan sia per l’America che per l’Unione Sovietica, solo per portare alcuni esempi noti. E per quanto la leadership di Putin sia molto solida, non possiamo escludere a priori nel tempo un suo indebolimento interno. Quanto e se ciò sia possibile, come dicevo, è altro discorso ma io credo che la strategia del Pentagono sia questa.

Subito dopo il crollo dell’URSS (ma il disfacimento era iniziato già da tempo) la Russia era ridotta ad una colonia, un paese con un enorme serbatoio di materie prime da saccheggiare e una grande massa di manodopera a bassissimo costo a disposizione per le multinazionali e le aziende occidentali, più un governo di affaristi senza scrupoli in combutta con la mafia e guidato da un fantoccio ubriacone al servizio degli USA. I quali erano ormai convinti di avere il mondo in pugno. E questo è stato il loro più grave errore. Un errore che per la verità hanno commesso spesso negli ultimi trent’anni. Sono rimasti letteralmente spiazzati dalla crescita economica impetuosa, se non portentosa, della Cina e non pensavano che la Russia potesse risollevarsi e ritrovare la sua forza, il suo baricentro, la sua identità, che è quella di un grande paese, con una grande storia, una grande cultura e un grande popolo che non può accettare di essere ridotto ad una colonia dell’Occidente. Che ci piaccia o no (questo è del tutto indifferente al fine della comprensione delle cose) Putin è stato l’uomo che ha incarnato questa rinascita. Ed è proprio questo che l’Occidente non gli perdona. Perché gli ha tolto quel grande giocattolo che pensavano di avere ormai tra le mani e così facendo gli ha tolto il sogno – che sembrava ormai raggiunto – di poter dominare sull’intero pianeta. Che poi la crociata antirussa sia all’insegna della difesa dei valori occidentali, della libertà, dei diritti civili e della democrazia, è ovviamente scontato, ma sono chiacchiere, propaganda delle più scontate, minestrine per ingenui (non voglio infierire…). L’Occidente fa e ha fatto affari, appoggiato, finanziato, armato e spesso creato di sana pianta le più feroci dittature in tutto il mondo (così come non esita oggi a nobilitare la peggiore feccia nazifascista mai vista in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale in poi), figuriamoci se il problema possono essere i diritti e la democrazia. Se Putin fosse al suo servizio potrebbe pure mangiarsi letteralmente i bambini a colazione che non gliene importerebbe assolutamente nulla e troverebbero anche il modo di occultarlo.

Indebolire, ridimensionare drasticamente o addirittura destabilizzare la Russia e insediare un governo compiacente, significherebbe, come dicevo, isolare la Cina. Pensiamo oggi all’India, un paese formalmente collocato nella sfera di influenza occidentale ma di fatto non ad esso omogeneo, per ovvie ragioni geografiche e quindi economiche e commerciali. Venendo meno la Russia, cioè l’altro principale bastione, oltre alla Cina, del blocco (euro)asiatico, l’India verrebbe inevitabilmente risucchiata nella sfera occidentale e forse anche il Pakistan, alleato fino a poco più di un anno o due anni fa degli Stati Uniti. Si tratta ovviamente di una strategia e di un progetto ambiziosissimi che gli americani potrebbero giocarsi sul medio e lungo periodo. Del resto, se non riescono a spezzare in qualche modo il legame fra Russia e Cina, cioè l’asse centrale del (possibile ma non ancora del tutto omogeneo) blocco asiatico, per gli Stati Uniti e per il blocco occidentale le cose si potrebbero mettere molto male.

È per questo che la crisi in corso è sicuramente la più grave e inquietante dal termine della Seconda guerra mondiale ad oggi. Una crisi di cui obiettivamente non siamo in grado di prevedere gli sviluppi e soprattutto gli esiti, potenzialmente drammatici.

Fabrizio Marchi

 
Thomas Sankara PDF Stampa E-mail

30 Aprile 2022

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Proseguiamo il nostro ciclo di articoli sull' Africa ,rammentando che l' Europa se dal punto di vista geostrategico si deve collegare all' Asia,sotto il punto di vista spirituale è intimamente affine al Continente Africano(molto più di quanto noi possiamo immaginare). Dico spirituale,non religioso,i due concetti sono totalmente diversi e per nulla sinonimi. Qualche giorno fa si è parlato delle affinità spirituali che uniscono Europei ed Africani,sfatando inoltre alcuni falsi miti : oggi ne sfateremo un altro,assai duro a morire,ossia la falsa convinzione che in sessant' anni e poco più di decolonizzazione la classe dirigente africana non sia riuscita a lanciare sulla scena personaggi di grosso calibro e che il tutto si debba ridurre al "clichè" di presidenti marionette,corrotti,incapaci,asserviti al colonialismo di ritorno,cleptocrati instabili che in cambio di royalties e mazzette sulle immense risorse di materie prime sfruttate da multinazionali estere puntellano regimi di cartapesta,con al massimo qualche pseudodemocrazia imperfetta di contorno in un mare di inefficienza. Nulla di più sbagliato: l' Africa ha saputo offrire dei giganti,distintisi non solo per l' azione di governo ma per una peculiarità di pensiero. L' Africa non ha mostrato al mondo solo le macchiette tragicomiche degli Amin,dei Bokassa,dei Mobutu: l' Africa ha saputo trarre dal suo cilindro uomini integri. Parleremo anzitutto di un uomo poco conosciuto oggi ,la cui azione,bruscamente interrotta,avrebbe potuto cambiare il percorso della Storia contemporanea africana e forse, chi sa, pure il nostro. Parliamo di Thomas Sankara.

Tra il tardo autunno 1982 e l' estate 1983 due colpi di Stato condotti da un gruppo di giovani ufficiali,nell' allora Alto Volta,estromisero il presidente di turno e instaurarono un Consiglio della Rivoluzione nel quale ben presto si fece strada il capitano Thomas Sankara,classe 1949,studi e formazione cattolica(diplomato al liceo di Bobo-Dioulasso) alla cui cultura univa un carisma fuori dal comune. Specialmente col secondo golpe,quello del 4 agosto 1983,Sankara scalò i più alti livelli giungendo alla carica di Presidente della Repubblica. Nel 1983 l' Alto Volta era uno Stato ultimo tra gli ultimi,strozzato dal debito precoloniale e postcoloniale e languente in un presente grigio e senza prospettive; nel 1987 -ribattezzato da tre anni Burkina Faso(Terra degli Uomini Integri,in lingua Mossi) dopo quattro anni di intensa attività Sankara finì per trasformarlo in un vero e proprio modello e faro di luce di tutta l' Africa sub-sahariana. È quasi impossibile etichettare con una ideologia ,con un "-ismo" come avrebbe detto Alekos Panagulis nei suoi pensieri,l' attività politica di Thomas Sankara: non fu comunista,forse ebbe un pizzico di socialismo(adattato alla temperie africana) ,non si distinse nemmeno per il "non allineamento" in una epoca di Guerra Fredda(seppur nella sua fase calante). Più facile dire quel che fu Sankara: anticolonialista e fautore dell' emancipazione dell' Africa in primo luogo mediante l' abolizione del debito estero,vero e proprio circolo vizioso che strangolava le potenzialità del Continente; fu un "Pan-Africanista" secondo la teoria della unità nella diversità e soprattutto nella sua azione di governo adottò il comunitarismo e l' antimaterialismo,due elementi di cui noi allo stato attuale delle cose abbisogniamo quanto e più del pane. I quattro anni di governo Sankara,per il Burkina Faso,furono intensi quasi quanto l' equivalente di quattro decenni, innumerevoli le leggi,le opere,i decreti,le iniziative del Consiglio della Rivoluzione sotto la spinta inesauribile di questo grande leader pan-africano. Citiamoli per la maggior parte: -Conscio dell' importanza dell' acqua come bene pubblico ,Sankara istituì un Ministero dell' Acqua -Campagna antispreco: quella di Sankara fu una vera e propria campagna antispreco con tagli mirati e selezionati al superfluo,al lusso e all' ostentazione,per avere un autentico risparmio da reinvestire in ammortizzatori sociali e sussidi e aiuti alla piccola e media impresa. Sostituì il parco auto-composto da lussuose Mercedes-con modeste utilitarie; abolì ogni privilegio,costrinse i politici, i ministri,i collaboratori a pagarsi i viaggi sia all' interno che all' esterno del Paese,abolì fronzoli ed orpelli negli uffici pubblici,ridusse drasticamente i salari dei dirigenti,dei ministri ,degli alti funzionari e della Presidenza stessa,giungendo a guadagnare mensilmente meno dei suoi collaboratori. La riduzione degli sprechi,in quella che divenne ben presto una campagna contro il materialismo e l' ostentazione a favore di una "modestia contenta" e di una "essenzialità volontaria" furono reinvestiti in benefit sociali,quali il prezzo calmierato della carne e la fornitura gratuita alle famiglie di due pasti al giorno e di cinque litri di acqua pro-capite.

La campagna culminò nella lotta "alle importazioni inutili": dividendo le importazioni in "necessarie " e in "non necessarie",Sankara spinse la popolazione a non cadere nella trappola di voler possedere oggetti e gingilli superflui,il cui costo ed importazione alimentavano solo la spirale del debito pubblico e privato: l' orgoglio e la dignità,per Sankara,consistevano nell' accontentarsi del necessario e nel non vergognarsi a mostrare una immagine di modestia e povertà dignitosa,con l' essenziale garantito. Innumerevoli i provvedimenti a favore della sanità pubblica,con la creazione di ospedali e ambulatori e campagne di vaccinazione antimalarica; ottimi i provvedimenti a favore delle donne vietando una pratica tradizionale ma ormai vetusta e fuori dal tempo e dalla ragione quale l' infibulazione femminile; Sankara fu infine il primo Presidente di tutta l' Africa a riconoscere l' AIDS quale malattia e a spingere i suoi concittadini all' uso del preservativo e alla prevenzione.

In economia Sankara permise l' iniziativa e la proprietà privata dei mezzi di produzione sin tanto che le aziende fossero individuali o modeste: raggiunti certi limiti,per il suo pensiero era necessario l' intervento dello Stato per evitare abusi e divario sociale. Vide nel comparto agricolo la vera ricchezza del Burkina Faso e spinse per la creazione di una piccola e media impresa basata sul settore agro-industriale,disdegnando l' industria pesante: permise e incoraggiò le cooperative nella piccola impresa.

Molto legato al territorio e all' ecologia profonda,ordinò la piantumazione di oltre 10 milioni di alberi in quattro anni per reinverdire la fascia Saheliana del Burkina Faso e aumentarne la piovosità,contrastando il deserto. In politica estera,come detto,fu equidistante dai blocchi: condannò sia l' intervento degli USA a Grenada sia l' occupazione sovietica dell' Afghanistan,sia la politica israeliana nei "Territori " occupati e infine fu sempre durissimo contro il Sudafrica ,in quegli anni ancora in "apartheid" e con Mandela rinchiuso in carcere. Fu duro e schietto contro le vecchie Potenze coloniali e denunciò più volte il neocolonialismo di ritorno,spronando l' Africa sub-sahariana ad unirsi per riprendere in mano il proprio destino. Fu uomo pratico,non solo  sognatore e da uomo pratico seppe agire: nel 1985 non esitò a usare la forza per una questione territoriale di confine col Mali,imbarcandosi in una breve guerra durata qualche giorno e costata alcune centinaia di vittime da ambo le parti.

Ammirato internazionalmente ma allo stesso tempo odiato,i suoi quattro anni di vero e proprio terremoto interno nel Burkina Faso,fino a farlo diventare un punto di riferimento per i popoli del Continente gli procurarono parecchi nemici,interni e specialmente esterni. Il 15 ottobre 1987 a Ouagadougou ,nell' edificio del Consiglio della Rivoluzione,un gruppo di militari e di ufficiali irruppe nella sala delle riunioni a uccise a colpi di fucile mitragliatore Sankara e altre dodici personalità di rilievo del governo. Ancora oggi non si capisce bene il ruolo del suo vice,l' ex presidente (dal 1987 al 2014) Blaise Compaorè,che prese dopo questo cruento golpe il suo posto per ventisette anni,riportando indietro l' orologio della Storia e cancellando l' opera di Sankara. Quel che si capisce e anche sin troppo bene è che la morte di un leader quale fu Sankara assestò un colpo esiziale alle chances di rinnovamento politico ed esistenziale di una Africa in cerca delle chiavi per aprire le porte del proprio destino. La morte di Sankara fu il "dies ater" dell' Africa,una morte che ha fatto male agli Africani come a noi Europei,che siamo legati all' Africa più di quanto possiamo immaginare.

In questa epoca di grande confusione sotto il cielo sarebbe utile ricordare l' opera di uomini degni come fu sopra tutti Sankara. Guardiamo,continuiamo a guardare all' Africa e ai nostri fratelli africani con simpatia ed empatia di destino comune,perché il benessere degli uni si riverbera in quello degli altri e viceversa.

Simone Torresani

 
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29 Aprile 2022

La storia è natura, non fa sconti, non ha riguardi. Si può affermare che se ora siamo in una certa condizione, certamente ci sono state le ragioni storiche che l’hanno permessa/imposta. Quindi, in qualunque situazione ci si trovi, è opportuno legittimare quanto si osserva, al fine di trovarne le ragioni che lo sostengono. È una modalità – la legittimazione – di tipo fenomenologico: non antepone il giudizio morale, non attribuisce valori. A suo modo contiene l’intento di una concezione immacolata della realtà. La Storia procede sincopata, per opposti. Come se ogni stagione avesse in sé il suo stesso termine. Gli uomini che le animano esplorano la vita secondo la vena che le connota, finché l’assuefazione può crescere. Quindi, collassano sotto il maglio di idee nuove avviando così un nuovo ciclo dall’identica struttura vitale. Come in ogni crisi, i cambi di paradigma hanno il terreno per affermare ciò che nel flusso pieno della stagione non aveva la forza per far mutare lo status quo. Con tale promessa proviamo a seguire un arco dell’escursione dell’umanità occidentale e non solo.

La parabola si compone di cinque periodi/miti: Magico, Divino, Logico, Illogico, Virtuale. Il periodo qui nominato Magico corre dalla preistoria all’avvento del cristianesimo. È il tempo il cui cuore è il sentimento di dominio della natura sull’uomo. La natura, da un lato è del tutto inaccessibile e misteriosa, dall’altro, si identifica in essa o ne sente la sopraffazione. La visione è olistica. L’uomo non si sente separato dalla natura che è la sola entità esistente. È il momento della vita piena e vera, in cui l’immaginato non è meno reale della realtà. La simbologia e i rituali creano un ponte energetico tra gli uomini e i poteri che lo sovrastano. Come un bimbo che immagina di galoppare a cavallo di una scopa e non sarà mai convinto né di aver solo immaginato, né che era una scopa e non un cavallo. Nel periodo magico, l’uomo non è succube del pensiero speculativo. I suoi poteri sono pieni e veri. La morale e il senso di colpa gli sono sconosciuti. I saperi sono sintetizzati dal sentire e, attraverso il sentire, permanentemente modulati. Una specie di so di non sapere ante litteram. Non si conosce la condizione della paura, questa non sottintende il suo pensare e le sue scelte. La paura di morte non condiziona la vita.

Il tempo Divino si avvia con l’anno zero e si protrae fino ad oggi. Corrisponde all’affermazione del cristianesimo bigotto, ovvero di quel cristianesimo che nulla ha a che fare con il vero messaggio di Cristo, del tutto rimasto estraneo alla vulgata. È il tempo del dominio di Dio. In esso sussiste l’idea del dominio esterno all’uomo. Una psicologia che si appesantisce con l’idea della punizione/espiazione in funzione di un aldilà di salvezza. Il terrore degli inferi presiede a tutto. Il mistero è un’entità ed è per sua natura insondabile. Per quanto l’uomo sia altro dalla natura, tanto che proprio con il cristianesimo si avvia il discorso del dominio sul creato, il potere divino domina nella coscienza degli uomini che si sentono controllati, in difetto e procedono timorati. La paura della morte condiziona la vita, ora costretta al giogo del peccato. Mentre il cristianesimo, con il cardine del perdono, ha in sé l’idea dell’Uno-Dio, entità disincarnata alla quale si può accedere, nell’islam e nell’ebraismo sussiste la vendetta. Come a dire che la storia è la sola verità, che l’altro non sarà mai un noi.

Il periodo Logico si attesta nella storia tra il Cinquecento e la fine dell’Ottocento. Ad esso corrispondono l’avvento del razionalismo e, soprattutto, del suo assolutismo culturale e dell’oggettivazione della realtà. Il mistero, il flusso, il movimento, il divenire che il periodo magico contemplava, vengono meno a favore di un mondo fisso, determinato e determinabile. La scienza meccanicistica che prende avvio da Bacone, Galileo, poi celebrata da Cartesio, ha rinchiuso la realtà entro i regolamenti che aveva escogitato, escludendo da essa ogni altra indagine del reale, ogni altro linguaggio lo riferisse. L’uomo formula il pensiero di poter esercitare il proprio dominio sulla natura. La scienza, da magica, imponderabile, olistica, spirituale e metafisica, diviene esclusiva del misurabile, del materiale e, quindi, fisica, marziale. La presunzione umana implicata in questa fase conduce alla celebrazione dell’ego e dell’egoico. Una presunzione radicale, visto che mai si è messo in discussione il senso di un presunto dominio sempre maggiore sulla natura. Un ulteriore passo di separazione dal sé spirituale. La realtà, la verità e, dunque, l’infinito sono compressi nel misurabile. Il mistero è posto sul vetrino del microscopio in quanto entità disvelabile, composta da particelle.

Il periodo Illogico è collocabile nel Novecento. È un momento, per il momento, rimasto sotto traccia. Troppo destabilizzante. Corrisponde alla relatività della realtà e alla sua indeterminabilità. Riconoscendo il significato culturale e valoriale della fisica quantistica e dell’epistemologia che ne emerge – precisata nientemeno che dallo stesso Heisenberg – tutta la struttura che componeva la meccanica classica e il pensiero deterministico che ne derivava viene meno, quando si tratta di definire la realtà, la verità, il mondo. La fisica tradizionale resta funzionale per un mondo ridotto a bidimensione. Dunque, il suo potere sul nostro pensare da assoluto diviene relativo. Se in campo amministrativo, ovvero quel terreno governato da regole, linguaggio e sue accezioni condivisi, la meccanica classica ha ancora ragione d’essere e d’essere impiegata come sfondo e riferimento, in ambito relazionale, didattico, pedagogico, terapeutico e psicoterapeutico, perde il suo potere, anzi diviene un elefante in cristalleria. Nella fase illogica – popolarmente parlando, rimasta lettera morta – l’uomo compiuto avrebbe avuto a disposizione una prospettiva per svincolare il proprio pensiero dai lacci dell’oggettività della materia, quale sola realtà attendibile e, parallelamente, avrebbe fatto sue la relatività, la reciprocità, l’identicità con quanto credeva differente da sé; avrebbe scoperto la serietà dell’illogicità; sarebbe ritornato in grado di recuperare la dimensione spirituale e la sua verità nel contesto del reale. Sarebbe divenuto idoneo a osservare la realtà in quanto flussi di energia che scorrono o si annodano. Si sarebbe emancipato dalla dimensione analitica della realtà e del sapere, fino ad assumersi la responsabilità di tutto, sola modalità per alzare il livello di stabilità, serenità, benessere. Nella verità quantica, anche l’assolutismo dell’oggettività viene meno. La mutevolezza diviene la sola permanenza. Viene recuperata la concezione olistica della realtà e del pensiero. L’intento del dominio viene meno, nella misura in cui subentrano a pieno titolo i principi del rispetto, della legittimazione dell’altro e della pari dignità delle posizioni. Con la fisica quantica si compie una sorta di sincretismo con il pensiero orientale, caratterizzato dall’osservazione che dietro la materia vi è lo spirito. Miracoli ed entanglement sono due espressioni ora in relazione. In questo tempo assistiamo alla crisi delle certezze, al crollo dei valori identitari e religiosi, all’angoscia esistenziale, all’alienazione diffusa ed endemica della struttura sociale, all’avvento della psicoanalisi come popolare rincorsa, tanto alla ricerca, quanto ad un salvifico sollievo esistenziale. Un terreno apparentemente ottimo per scoprire cosa fosse stato nascosto sotto al tappeto della storia. Ma la cui interpretazione spesso meccanicistica, mutuata dallo status quo ereditato, ne ha tarpato il potenziale creativo. Nonostante la portata culturale, questo periodo illogico passa inosservato, se non strategicamente tenuto lontano dal suo benefico significato sociale, destinato a produrre tolleranza, emancipazione da luoghi comuni, legittimità e pari dignità tra le persone.


Il quinto periodo, qui detto Virtuale, corrisponde al tempo contemporaneo. Si estende da oggi ad un futuro potenzialmente lontano. Incarna, realizza l’intento della cosiddetta IV Rivoluzione industriale, un progetto di gestione sociale attraverso la digitalizzazione del maggior numero di prassi personali, private, pubbliche, imprenditoriali e relazionali. In esso si possono evincere le basi del tentativo Occidentale filoatlantico di mantenersi in vita e di affermare l’egemonia sul mondo.  La natura della fase virtuale è di tipo binario, manichea. Una modalità culturale che implica separazione. Il cui aspetto socio-politico corrisponde all’ubbidienza vissuta dal singolo come attestazione di se stesso dalla parte giusta. Una modalità che comporta spaccature e contrapposizioni civili, come la vicenda Covid e il conflitto Nato-Russia mettono in evidenza. Nel tempo detto virtuale, le lacerazioni, da problema in carico alla politica, tendono a divenire culturalmente legittimate, giuste. Finora, la modalità analogica aveva tenuto il campo dell’umanità, in quanto diretta espressione della natura dell’uomo. L’avvento del virtuale interrompe il corso naturale e avvia quello tecnologico-digitale, che viene ad assumere il ruolo e il centro che nei tempi precedenti erano stati di Dio. Il transumanesimo oggi è già presente in noi. I pensieri ad esso dedicati sono su come e quando ne vedremo il progredire o, se contestativi, sono considerazioni disperate e inefficaci: per quanto si possa dire e fare, ormai non c’è più niente da fare. Si tratta di un’ennesima, ma più radicale, mortificazione dell’uomo. La cui dimensione infinita sarà relegata all’arte come enclave protetta e ricca, ma senza più valore sociale, solo commerciale. È l’arte addomesticata. Il modello sovietico, che imponeva un’arte dedicata al lavoro, alla produzione, ai lavoratori, ben lo rappresenta. L’accredito assoluto all’ideologia tecnocratica, il fideismo nella sua capacità e idoneità al miglioramento della vita, fanno dell’epoca digitalizzata un’epoca manichea. Nella quale, il raffinato controllo del pensiero si concretizza come endogeno negli individui inconsapevoli. Persone che, più o meno costrette dalle loro stesse circostanze, non possono che giocare la partita della vita, solo e soltanto entro un campo delimitato da regole scambiate per giuste, vere ed ineludibili. Gabbie virtuali più vincolanti di un filo spinato staliniano. Epoca magica mai recuperata, tanto dalla logico-analitica, quanto da quella incipiente digitale, perché nel mondo, ridotto ed esaurito ad apparenza di fenomeni e consuetudini, è meglio estromettere e anche criminalizzare il pensiero che ne mina la struttura. Famelici dell’accumulo infinito di potere, lo sfruttamento di terra e uomini ha affermato la narrazione del progresso come abbondanza di merci e di saperi analitici. Se ciò sussisteva anche nel periodo logico, ora il popolo, che era stato il motore delle ricchezze dei pochi, non serve più. Nella neoeconomia esso è un costo e, in quanto tale, da eliminare o comunque ridurre al minimo. Riduzione dei servizi, privatizzazioni, assegni di sussistenza, soffocamento della piccola impresa, tassazioni progressive, alti costi della vita, formazione irreggimentativa, ne sono l’evidenza.

Lorenzo Merlo

 
Occidente cieco PDF Stampa E-mail

28 Aprile 2022

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 Da Rassegna di Arianna del 20-4-2022 (N.d.d.)

Rampini in un suo articolo ha fatto notare che quando parliamo di una Russia isolata dovremmo specificare in Occidente, perché nel resto del mondo non è così. Effettivamente in Asia, Africa, Sudamerica e persino Medio Oriente non è così. Basta, come fa notare Rampini, contare gli stati che non applicano sanzioni. Si dirà che c'era da aspettarselo. Direi di no, e piuttosto sorprendenti sono le posizioni di India e Israele. Supponendo che quest'ultimo agisca per sicurezza interna, ha 1.5 mln di ebrei russi, e per prevenire destabilizzazione nell'area, la posizione indiana è invece sorprendente. L'India, considerata dai media ormai in orbita americana in funzione anticinese, non si è rivolta contro Mosca, anzi. Uno sgarbo non gradito che vede una diplomazia muscolare, come quella adottata in Pakistan, in piedi da giorni. Ma non pare siano rose destinate a fiorire.

Perché questa situazione? Sono tutti insensibili primitivi che non hanno a cuore la democrazia? Le ragioni, se vi fosse volontà e lucidità, andrebbero cercate e capite. Bisognerebbe stilare una lista di ipotesi e verificarle. La Russia resta a livello mondiale un partner economico credibile? La Russia mantiene una sfera diplomatica e geopolitica più ampia di quanto analisi spesso scolastiche le attribuiscano? La Russia eredita il posizionamento dell'URSS a favore dei popoli oppressi? Oppure sono decenni di imperialismo US a far preferire i 'mali minori' russo e cinese? Gli US a forza di intervenire in ogni quadrante geopolitico, talvolta anche un poco a casaccio, per essere potenza egemone in ogni dove hanno finito per attirarsi molti nemici? È un vantaggio operare muscolarmente in ogni quadrante o sono più efficaci mix strategici? Insomma, ci sarebbe una lunga lista di ipotesi da valutare, pesare, misurare. Ma niente, la supponenza dell'Occidente e il suo autocompiacimento lo rendono cieco. Così cieco che tutto è ridotto ad un dualismo bene contro male. Putin sanguinario. Putin col polonio per tutti. I soldati russi stuprano e mangiano il nemico. I russi che diventano nuovamente sovietici e neosovietici. Come può funzionare una tale ottusità a livello globale? Non funziona per chi ha ricevuto i confettoni americani e non sono in pochi. O per chi ricorda i massacri in Vietnam, o Abu Ghraib o Guantanamo. Funziona evidentemente di più quando Putin, serafico, all'ipotesi tribunalesca risponde: cominciamo dalla Nato. Però qui in Occidente le TV ripetono la litania. Arrivando a augurare la morte di Putin o un male incurabile. Neanche si fosse al derby Brescia-Atalanta.

Che poi se guardiamo a questo Occidente, più il tempo passa e più le posizioni si complicano. I tedeschi, che così tanto per gradire si riarmano, sono contrari alle sanzioni sul gas. Lo dice persino la loro confindustria. E chissà se tra qualche tempo Stream2 rimarrà tubo morto come dicono gli americani o no. In Francia la Le Pen parla di uscita dalla Nato senza che mai Macron la attacchi su quello. Anzi pare certe volte che la Le Pen dica in parole semplici ciò che Macron pensa. Che buffa situazione. Forse Macron chiamava Putin per il personale francese a Mariupol, ma più probabile che ci sia poca voglia di servire la Nato, desiderio di chiarire le posizioni in Africa e voglia di distinguersi da Nato e anglosfera che nel quadrante Indo-Pacifico alla Francia rompono assai. Insomma, chissà che col trascorrere del tempo e con le continue sparate di Zelensky, guarda caso contro Germania e Francia, anche questo Occidente non cominci a mostrare intensi pruriti. Solo sul riarmo tedesco potremmo farci mille domande. Faranno da soli? Proseguiranno i progetti franco tedeschi? Come hanno preso la cosa oltremanica e oltreoceano?

La sensazione è che se il tanto auspicato default della Russia non arriverà, e francamente pare difficile che arrivi e che se anche arrivasse non finirebbe per travolgere anche noi europei, il tempo giochi a favore di Mosca e di tutti quei paesi che vedono di buon occhio un nuovo ordine mondiale alternativo.  E la sensazione è che la sovraesposizione di Putin possa renderlo a livello globale quella icona, anche un po' pop, che divenne Mao. Magari sbaglio tutto io, ma a uno sguardo sul mondo e non sul nostro ombelico le dinamiche mi sembrano queste.

Nicola Guerra

 
Dobbiamo credere alle favole PDF Stampa E-mail

27 Aprile 2022

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 Da Appelloalpopolo del 24-4-2022 (N.d.d.)

C’era una volta un signore cattivo cattivo di nome Adolfo. Era minuto, coi capelli corvini e portava dei buffissimi baffetti tagliati dritti dritti sotto il naso. Sin da bambino aveva sofferto per il suo aspetto, perché sognava da sempre di essere alto, biondo e con gli occhi azzurri, come gli eroi delle fiabe. Col passare del tempo divenne sempre più cattivo e riversò la sua frustrazione sugli ebrei. Un bel giorno decise di ucciderli tutti e di conquistare il pianeta, ma Capitan America e Zangief di Street Fighter si coalizzarono per sconfiggerlo. E fu così, grazie all’intervento provvidenziale dei due supereroi, che il bene trionfò.

Un numero considerevole di persone scolarizzate in Italia continua ad avere una visione del fenomeno del nazismo non troppo distante dalla versione fiabesca appena esposta. Quando parlo con persone mediamente istruite mi rendo conto che la comprensione della Seconda guerra mondiale non di rado si riduce alle tragiche conseguenze della follia di un uomo malvagio. Una visione ridicola e infantile della realtà, che ignora la complessità dei fenomeni storici, delle direttrici geopolitiche, dei contesti economici e sociali in cui si generano e si sviluppano i conflitti e che non contempla minimamente il ruolo attivo dei popoli, delle masse. Non interrogarsi sulle cause che inducono ciclicamente milioni di esseri umani a desiderare l’annientamento di loro conspecifici e ad adoperarsi per portare a compimento questo desiderio vuol dire essere condannati a ripetere drammaticamente sempre gli stessi errori. Secondo questa visione fanciullesca della storia potrebbe sembrare inutile e pericoloso, dunque, cercare di analizzare la complessità dei fenomeni per far sì che gli errori del passato non si ripetano. Perché mai interrogarsi sulle cause del conflitto, sul processo storico che ha prodotto quella degenerazione che chiamiamo nazismo? Sulle “conseguenze economiche della pace” descritte nel 1919 dal saggio illuminante di John Maynard Keynes? Sulle motivazioni economiche e sociali che hanno alimentato in milioni di individui desiderosi di riscatto un crescendo di insofferenza e odio avverso altri popoli identificati come nemici? Perché mai cercare di capire come si è giunti all’iperinflazione di Weimar? Perché indagare sulle condizioni di vita disumane in cui versavano milioni di tedeschi dopo la Prima guerra mondiale e sull’insostenibilità delle cosiddette riparazioni di guerra previste nel patto di Versailles e sui rischi che questa “pena esemplare” comportava? Per quale ragione studiare la storia dell’Impero tedesco, dalla nascita dello Zollverein, all’unificazione della Germania e dell’afflato imperialista della grande Germania del Secondo Reich? Perché mai studiare le origini e l’affermazione delle teorie eugenetiche in campo scientifico, sostenute da premi Nobel e dai più autorevoli biologi evoluzionisti di quel periodo, che giustificò l’adesione alle teorie razziali di numerosi intellettuali ed esponenti politici? Perché mai addentrarsi nell’analisi del ruolo che l’industria tedesca, in particolar modo quella farmaceutica, ha giocato nell’allestimento dei campi di lavoro prima e poi nei campi di sterminio, che costituivano un terminale fondamentale della capacità produttiva del Terzo Reich? Perché mai entrare nel merito degli interessi economici e militari che si giocavano nel controllo dell’area di confine tra la Germania e la Francia, delimitata dal distretto della Ruhr, dal bacino della Saar, dalla Lorena e dall’Alsazia, cioè le aree siderurgiche più ricche di giacimenti minerari del continente?

Insomma, se ci accontentassimo di una lettura ingenua e fanciullesca della storia potremmo anche porci la seguente domanda: perché cercare di capire la logica dietro le scelte umane quando sono sufficienti le categorie che Propp applicava alle fiabe per spiegare la storia dell’umanità? Esistono i “cattivi” che cercano di fare del male ai “buoni” e alla fine arriva un eroe che ristabilisce la giustizia e tutti vissero felici e contenti. Giusto? Eppure sono stati versati fiumi di inchiostro per spiegare il nazismo, perché la storiella del signore cattivo dai buffissimi baffetti può anche essere sufficiente a saziare il languorino di conoscenza dei più ingenui, ma come spiegare logicamente anche a un bambino il consenso di decine di milioni di individui motivati a portare a compimento i suoi piani malvagi? Gli storici che nei decenni passati hanno cercato di spiegare come siamo giunti dalla pace di Versailles alla Shoah non sono chiaramente stati tacciati di essere nazisti o “hitleriani”. Hanno fatto il loro lavoro, cercando di spiegare con la razionalità e il metodo scientifico, proprio dell’analisi storiografica, il corso degli eventi che hanno portato l’umanità agli orrori del secondo conflitto mondiale. Questo percorso non è solo scientificamente corretto e metodologicamente fondato. Una lettura matura e consapevole della storia costituisce anche la condizione necessaria affinché si possa far tesoro degli errori passati al fine di non ripeterli, se crediamo nella funzione sociale educativa e formativa della storia, che la nostra cultura ricapitola nella locuzione ciceroniana “historia magistra vitae”.

Se avessimo dato retta a Keynes, per esempio, probabilmente il secondo conflitto mondiale non ci sarebbe mai stato, o quantomeno non in quelle proporzioni e con quelle modalità. Se le riparazioni di guerra non avessero condannato alla fame milioni di tedeschi, umiliati e ridotti alla miseria, il nazismo non sarebbe mai attecchito. Quindi è nostro dovere studiare per capire e per non ripetere gli errori già commessi. Oggi, però, è diverso. Secondo la propaganda cui siamo esposti ormai ventiquattro ore su ventiquattro a reti unificate, se non crediamo alle favole siamo complici del male.

Gianluca Baldini

 
L'Italia investe sull'ignoranza PDF Stampa E-mail

26 Aprile 2022

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 Da Comedonchisciotte del 24-4-2022 (N.d.d.)

Abbiamo detto in altre occasioni di essere “passati al bosco”, ossia ribelli, oppositori del nostro tempo. Incomoda posizione, vissuta, come prescriveva Zarathustra “su un alto monte”, dove l’aria è gelida ma pura e si osserva “molto di mondo”. Strana situazione quella italiana, in cui comanda un signore non eletto da nessuno e dove il bilancio statale prevede un aumento delle spese militari e un taglio secco di quelle destinate all’istruzione. Esiste una correlazione tra le due improvvide decisioni. Per armarsi seguendo la volontà del padrone a stelle e strisce, proseguendo in una politica inesistente e servile, non occorre grande cultura. Per svolgere le mansioni assegnate – camerieri o addetti al catering, anche bellico – basta un’istruzione sommaria. Si può affermare che l’Italia investe sull’ignoranza dei suoi giovani, tenacemente perseguita da decenni di incuria, innumerevoli fallimentari riforme scolastiche e, soprattutto, di clamorosa indifferenza nei confronti della cultura, il più rilevante patrimonio immateriale della nostra nazione. Viene in mente la lirica del ventenne Giacomo Leopardi all’Italia: “vedo le mura e gli archi e le colonne, ma la gloria non vedo”. Due secoli dopo, le vestigia sono nascoste dagli orrendi parallelepipedi dei centri commerciali e i muri imbrattati da improbabili geroglifici, le prestazioni di sedicenti artisti di strada. La bruttezza ha conquistato il Bel Paese – ridotto a marca di formaggio – sulle ali di un’ignoranza soddisfatta di sé, segno di un popolo imbarbarito che ha sostituito il look alla bellezza trasmessa dai padri.

La giustificazione al taglio degli investimenti sull’istruzione (investimenti, non spese) fa riferimento alla diminuzione della popolazione in età scolastica. Il dato statistico è inoppugnabile, ma che cosa hanno fatto i governi della repubblica – nessuno escluso – per incentivare quello che dovrebbe essere il primario interesse nazionale, ossia la riproduzione biologica degli italiani, presupposto della persistenza del nostro popolo, della trasmissione della sua cultura, della sua lingua, della sua eredità storica, della sua economia? Assolutamente nulla, tranne incentivare in ogni modo l’individualismo, la denatalità, il crollo dell’istituzione familiare e dell’idea stessa di società naturale aperta alla nascita di nuovi membri della comunità. Eventualmente, i dubbi risparmi nel bilancio dell’istruzione potevano essere stornati a politiche concrete – economiche ed educative – a favore della natalità. Allo stesso modo, l’aumento delle spese militari avrebbe potuto essere destinato a sostenere il lavoro stremato da anni di crisi. Se tutto ciò non avviene, è segno che “vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole”. L’inversione di tendenza – se mai avverrà – ci sarà solo il giorno in cui gli italiani comprenderanno che i governi non perseguono l’interesse popolare ma rispondono a logiche oligarchiche da cui noi, la trascurabile maggioranza, siamo esclusi. Nel caso dell’istruzione, è difficile negare l’evidenza. Le classi dirigenti lavorano per aumentare l’ignoranza dei sudditi, gli ex cittadini che hanno battuto un primato sconfortante: pagano più tasse che mai. Negli anni drammatici della Seconda guerra mondiale, molti italiani inventarono mille mestieri per ottenere un po’ di denaro dagli occupanti, o liberatori, scelga il lettore il termine corrispondente ai suoi sentimenti. Uno era il lustrascarpe, svolto prevalentemente da bambini e ragazzi in cerca di qualche soldo per la pagnotta. Nacque il neologismo “sciuscià”, dall’inglese shoe-shine, e sulla dura condizione servile di quei piccoli fu girato un commovente film di Vittorio De Sica. Nel mondo capovolto, siamo noi a pagare per svolgere il ruolo di lustrascarpe. Più spese per compiacere l’apparato bellico della Nato, risparmi sull’istruzione degli italiani di domani.  Autolesionismo, insipienza o tradimento?

Nessuno negherà il progressivo declino culturale (e morale) delle classi dirigenti, che trascina in basso il resto degli italiani. Eppure in ogni ambito esistevano tesori di sapienza, volontà, capacità di lavoro, dalle maestranze operaie e contadine sino agli artigiani, agli imprenditori e alla stessa scuola, vertebrata dalla riforma di Giovanni Gentile, il maggiore filosofo italiano del Novecento. Quasi settantenne, il padre dell’attualismo fu assassinato durante la guerra civile. Il primo segnale di una decadenza il cui moto sta accelerando, tra banchi a rotelle, didattica a distanza, perdita di prestigio dei docenti, diplomi e titoli sempre più facili e sempre più svalutati. Al di là della retorica egalitaria, una scuola che insegna, educa e istruisce con la giusta selezione è un primario interesse nazionale, innanzitutto dei ceti più modesti. L’ascensore sociale si è arrestato e si è allargato il divario tra i ricchi – che possono pagare una preparazione adeguata ai figli – e tutti gli altri. Dilagano tuttavia lauree e master che valgono pochissimo in termini culturali e quasi nulla ai fini del futuro professionale. Un numero sterminato di italiani in possesso di titoli di studio ha difficoltà a leggere, scrivere, comprendere testi: è diventato più ignorante e probabilmente meno intelligente. Si chiama effetto Flynn e riguarda l’intero occidente: da almeno vent’anni diminuisce il quoziente intellettivo dei cittadini. L’istituzione scolastica non può non avere responsabilità, unite con la pigrizia mentale di massa che affida tutto allo smartphone. Provvedimenti? Lezioni da remoto, promozioni di massa, distruzione programmata, perseguita, delle materie dette umanistiche, quelle che conferiscono la cultura generale e soprattutto dotano di spirito critico e capacità di ragionamento. La sociologa Ida Magli scrisse che la frammentarietà di cui sembra vittima il sapere umanistico è la sua grande ricchezza. Sconfitto perché insegna a pensare, senza che sia aumentata la competenza scientifica. La scuola, nel migliore dei casi, addestra a svolgere le mansioni decise dall’oligarchia mortificando le eccellenze senza fornire educazione civile. Nel peggiore, è un parcheggio per futuri disoccupati e una possibilità d’impiego poco attrattiva (università a parte) per un numeroso proletariato docente – soprattutto femminile – interessato ad accumulare punteggi per insegnare sotto casa. Malpagati e privi di prestigio, perché dovrebbero sentirsi investiti di una missione, o almeno di un impegnativo ruolo sociale e nazionale? Misera consolazione è sapere di non essere soli nel degrado educativo. In Spagna una recentissima riforma ha abolito di fatto lo studio della filosofia e ridotto la storia alla cronaca della contemporaneità. Pochissimo spazio per la geografia, matematica “inclusiva” (che cosa vorrà dire?), lezioni sul gender e il neo femminismo. Riduzione a gregge ignorante e manipolabile, là, da noi e dovunque nell’Occidente terminale, tranne che per i rampolli della classe dirigente. Un totalitarismo della tabula rasa che rende le generazioni schiave della narrazione dominante, l’unica conosciuta, la sola autorizzata, che cancella tutto, a partire dalla storia.

Illuminante è una vignetta del quotidiano spagnolo ABC. Un nipote chiede al nonno: “ti preoccupa che io non sappia chi fu Don Pelayo? (il re che iniziò la Reconquista nell’VIII secolo, fondatore della nazione). No, figliolo mi dispiace che non sai chi sei tu “. Nel caso italiano, l’obiettivo è ridurci a una popolazione residuale travolta dalla vitalità degli stranieri, formata da camerieri, porta pizza, fattorini e schiavi del modello Amazon, operatori della Disneyland a cui ci stanno riducendo. Il destino dei più svegli sarà quello di influencer sulle reti sociali, guide turistiche e museali. Italia-museo, ovvero cristallizzazione delle glorie passate, rinchiuse in una teca, da osservare a orari fissi, i monumenti e le bellezze naturali semplici fondali, locations per i selfie dei turisti da feste comandate. I modelli saranno sempre più le veline, i calciatori, i partecipanti a programmi come la Pupa e il Secchione; i giochi di ruolo saranno quelli di Uomini e Donne o Amici. L’Italia di Maria De Filippi.

Nondimeno, non pochi giovani riscoprono il sacro, recuperano un rapporto diretto con la natura e la terra fuori dalla retorica di Gaia e dell’ambientalismo d’accatto. In molti fuggono dalle città per ritrovare in campagna il senso della vita, recuperano ed aggiornano la sapienza profonda dei mestieri agricoli ed artigianali. Minoranze, le uniche su cui riporre speranze. La scuola, oltreché scadente, è privatizzata e non insegna più neppure la lingua comune. Alcuni atenei impartiscono le lezioni in inglese, specie nelle materie economiche e finanziarie, un segno disperante di colonizzazione sottoculturale. Quando la scuola si apre alle famiglie la chiamano Open School e perfino i pensionati, per accedere alle prestazioni previdenziali, si devono connettere a MyInps. Del passaporto vaccinale, green pass, portale della digitalizzazione dell’esistenza, meglio tacere per carità di patria. La scuola non educa alla libertà, ma al conformismo e a una religione secolare basata sulla tecnica. Mancano i maestri, sovrabbondano gli istruttori, mentre i giovani si apprestano a recitare il ruolo di militi inconsapevoli di un sistema che li vuole fragili, sottomessi, incolti, lontani dalle domande sul senso della vita, sullo spirito e sulla libertà. Signorini soddisfatti e uomini massa, come previde José Ortega y Gasset. Tutt’al più, i più dotati diventeranno specialisti, persone che conosceranno sempre di più su un argomento sempre più piccolo, e da questa perizia settoriale, angusta, impartiranno lezioni su tutto, dopo aver ascoltato il telegiornale unico, letto la stampa Unica, per ricevere istruzioni. Istruzioni per l’uso, un gigantesco tutorial (si dice così, adesso) scaricabile on line, la nuova enciclopedia della vita a gettone, per la quale è sufficiente saper utilizzare la tastiera degli apparati elettronici, di cui l’Homo digitalis è diventato propaggine.

Nulla è più terribile di un’ignoranza attiva, scriveva Goethe. Cervantes osservava che è volgo, plebe chiunque non sappia, sia pure principe e signore. Ma chi sono costoro, chiede il signorino soddisfatto, barbaro di ritorno che tuttavia sa tutto di Fedez ed Elettra Lamborghini. Forse – il paradosso e il capovolgimento sono le cifre dell’epoca – diminuire le spese per l’istruzione è un bene: meno scuola – questa scuola – meno danni alle menti in formazione. Ha ragione l’americano Rod Dreher, teorico della cosiddetta “opzione Benedetto”, che teorizza la nascita e lo sviluppo di comunità unite dalla cultura e dal desiderio di futuro, che svolgono autonomamente il lavoro educativo abbandonato dalle istituzioni e dai loro padroni oligarchici. Fu l’intuizione di San Benedetto nel buio seguito al crollo dell’Impero Romano, che ridette vita, speranza, lavoro e cultura all’Europa illuminando lo straordinario Medioevo.  Dovremo ricostruire noi, dal basso – con iniziative piccole e grandi, reti di prossimità, libere associazioni – ciò che viene disfatto dall’alto. Una tela di Penelope contro i nuovi Proci.

Per le giovani generazioni italiane – le ultime di un popolo in estinzione? – vediamo tre alternative. La prima riguarda il gregge: accettare la situazione e, all’italiana, cercare di trarne profitto personale. È la regola da otto secoli, da quando ci dividemmo tra Guelfi e Ghibellini per conto di stranieri.  La seconda, triste ma inevitabile, è emigrare, riprendere in mano il proprio destino rompendo con una nazione morente, indifferente ai suoi figli, disinteressata a riprodurre se stessa e trasmettere i tesori ricevuti di civiltà, conoscenza, cultura, prosperità a generazioni capaci di ridar loro vita. La terza opzione è lottare, da posizioni di minoranza – estrema, incompresa, spesso ridicolizzata – per rendere testimonianza a chi ci sostituirà come abitatori di questa piccola penisola. Non tutti vollero cancellare l’Italia, la cultura, il suo popolo, la sua lingua, il suo specifico ruolo nel mondo. Non tutti investirono sulla fine, l’oblio e l’ignoranza. Forse a qualcuno interesserà, domani o dopodomani. Oggi, non resta che stringere i denti, non cedere allo scoraggiamento, non contribuire al deserto che avanza.

Roberto Pecchioli

 
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