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Cambierà tutto PDF Stampa E-mail

13 Ottobre 2023

 Da Comedonchisciotte dell’11-10-2023 (N.d.d.)

Della cosiddetta ‘rivoluzione digitale’ c’è un tratto che stupisce; mi riferisco a quella bonaria accettazione e/o rassegnazione con cui si affrontano i cambiamenti in atto. “Cambierà tutto” è la frase detta e ridetta; da alcuni con soddisfazione e certezza, da altri vissuta con rassegnazione, come un evento necessario al pari di un tramonto. La marcia inarrestabile della digitalizzazione è infatti paragonata a un fenomeno naturale, un terremoto per cui puoi predisporre alcuni accorgimenti sapendo che però non puoi fermarlo.

Molti sono contrari per i motivi più vari. Dalla scuola pubblica post-pandemica avviata al ‘Metaverso’ che sta allarmando trasversalmente genitori, insegnanti ed educatori vari, alla salvaguardia di un accesso ai servizi senza passare obbligatoriamente per lo Spid; dalla battaglia contro l’accumulazione di dati personali senza il nostro consenso, e quindi di conseguenza per una privacy effettiva, al piacere di interfacciarsi con un essere umano quando si tenta di comunicare con qualsiasi ente o azienda (detto fra le righe: i centralini automatici nell’ultimo periodo hanno fatto un salto di qualità non indifferente, non risolvono nulla come prima ma hanno delle voci meno meccaniche e se ti incazzi, perché alla fine t’incazzi, capiscono!); fino alle analisi di più ampio respiro che cercano di allertare le persone sulla pericolosità delle armi a guida autonoma o sullo strapotere che poche aziende – le GAFAM americane – esercitano nella vita politica di tutti i Paesi occidentali. Un mondo, insomma, che prende consapevolezza giorno dopo giorno dei problemi che comporta la digitalizzazione.

Come sapete, quanto appena descritto è un campo di battaglia estremamente importante. E visto che per un mondo che prende consapevolezza ce n’è un altro molto più vasto popolato di felici dormienti, spero in questo ed altri articoli di individuare alcuni aspetti cardine dei discorsi apologetici sulla digitalizzazione, nella speranza di offrire un punto di vista valido per provare a destarli dal sonno della ragione. A tal proposito, è necessaria una premessa: non voglio discutere sull’utilizzo delle tecnologie digitali ma del ruolo che hanno nello strutturare rapporti di potere su un piano molto differente rispetto a quello che dovremmo aspettarci in società democratiche. La questione non è l’utilizzo di un pc o di uno smartphone, ma il fatto che i problemi politici, da qualche tempo a questa parte, non vengono più visti come problemi collettivi che hanno delle cause nella società, ma come problemi individuali che richiedono interventi preventivi e che possono essere risolti esclusivamente a livello individuale, curando gli effetti e non le cause. E le tecnologie digitali offrono uno spettacolare strumento a questo tipo di approccio, come abbiamo visto durante la pandemia che è stata affrontata essenzialmente con politiche liberticide improntate esclusivamente alla prevenzione dal contagio piuttosto che alle cure, con risultati assolutamente indecenti.

Allora, quale motivazione può esserci alla base di un sostegno tacito e trentennale all’invasione e all’implementazione di queste tecnologie nella vita quotidiana ma soprattutto nella sfera politica dei cittadini? Per i rassegnati è semplice capirlo: non c’è alternativa al sorgere del sole e all’identità digitale. Ma i soddisfatti? Loro davvero non si rendono conto? C’è chi ci guadagna – chi diventa più ricco, chi più potente, chi entrambe le cose – e questo è sicuro. Eppure esiste in molti un tacito accordo sul fatto che queste tecnologie e le loro mirabolanti applicazioni rappresentino un futuro migliore. Prendiamo il Bitcoin come esempio. Questa ‘nuova moneta’ non viene vissuta come una speculazione finanziaria in assenza di responsabilità, ma come manifestazione ideologica; la promessa di una società senza Stato, che si autogoverna e in contemporanea assicura crescita economica e progresso tecnologico. Nel racconto ideologico e nelle pratiche di marketing queste tecnologie svolgono la funzione di una ‘promessa di futuro’: sono l’America dei nostri tempi, in cui non essendoci più una terra vergine dove migrare per iniziare qualcosa di nuovo, la novità è stata spostata in nuova terra, quella ‘virtuale’. Queste speranze di rinnovamento hanno come sostegno ideologico tutte le armi del progressismo. Così, per chi crede nelle potenzialità del digitale e alle sue applicazioni in campo politico o del diritto, bisogna essere disposti al rinnovamento e quando quest’ultimo non è proprio benefico bisogna essere ‘resilienti’. Vanno aggredite tutte le istituzioni tramandate, usi e costumi che diventano nel gergo progressista pregiudizi. La critica al digitale diventa una critica alla modernità stessa. In queste manifestazioni ideologiche legate al digitale, quest’ultimo non viene messo in relazione con l’economia o con la società del nostro tempo, con i suoi problemi e le sue battaglie. Questa separazione è rivolta a mascherare gli interessi enormi che prolificano nei mercati dei dati e dell’informazione, ed anzi la questione si aggrava quando il cambiamento politico viene collegato ad un’innovazione tecnica piuttosto che alla partecipazione dei cittadini organizzati ad azioni collettive. Il caso più micidiale è stato quello del Movimento 5 Stelle e la connessa celebrazione del web come strumento liberatorio.

C’è però una contraddizione tra quel “Cambierà tutto” e la realtà dei fatti. L’implementazione di queste tecnologie non è, nella maggior parte dei casi, contro i poteri del nostro tempo. Svolge anzi una funzione di stabilizzazione e conservazione, come sottolineato dal sociologo e politologo Evgeny Morozov. Chi celebra il web o la net economy dovrebbe spiegarci per quale motivo per salvare la libertà di internet siamo costretti a fare a meno della libertà di espressione, che viene messa in discussione su internet come se esistesse un luogo in cui le leggi non valgono o possono non valere. Solo separando il web dalla realtà, parlando di virtuale e di digitale, questo è possibile. A guidare questo processo è un’oligarchia, oggi telematica, che vede nella società una serie di manopole e rotelle da modificare a seconda del caso. Può cambiare lo strumento con cui vengono trasmessi gli ordini, chi li trasmette no.

Giacomo Bellucci 

 
Dissonanza cognitiva PDF Stampa E-mail

12 Ottobre 2023

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 Da Rassegna di Arianna dell’11-10-2023 (N.d.d.)

Sapete che c’è? C’è che ora dico un po’ di cosine poco simpatiche. Mi dispiace se ci sarà qualcuno che si sentirà toccato, ma questo è quanto sto riscontrando in questi ultimi giorni. La prima è che c’è tanta, ma tanta, ignoranza in Italia, e nello specifico nell’area del dissenso… Gente che non sa nemmeno in quale parte del mondo si trovi la Palestina che si permette di pontificare contro un popolo oppresso sotto assedio che subisce pulizia etnica, apartheid, torture, espropri da 80 anni. La seconda è che ancora troppa gente pensa di essersi “risvegliata” solo perché negli ultimi 3 anni ha intuito che ci fosse qualcosa che non andava sulla gestione delle nostre vite, poi, per quanto riguarda quello che succede nemmeno troppo lontano da noi (l’altra sponda del Mediterraneo), si trova a sostenere lo stesso potere che è stato combattuto qui, a casa nostra, cos’è… dissonanza cognitiva?

Gente che non ha mai approfondito alcunché, si trova a parlare di Islam come se fosse satanismo, consapevole o no, che è esattamente ciò che l’Occidente imperial-sionista vuole, e si trova a criminalizzare un intero gruppo religioso perché il potere, lo stesso che gli voleva infilare a forza un ago nella pelle con una sostanza tossica e sperimentale, impone questa narrazione, la stessa gente che non conosce nemmeno la differenza tra la parola “arabo” e la parola “musulmano” e li confonde bellamente utilizzando uno come sostituto dell’altro, ignorando che gli Arabi possono essere musulmani, ebrei, atei, cristiani etc. e che i musulmani non sono necessariamente arabi. Gente che ha avversato il “potere” contro il green pass e ora si trova a fiancheggiarlo nella lotta combattuta dall’alto verso il basso, perché il potere stesso negli anni ha fatto in lavaggio del cervello in questo senso: il tuo nemico è quello che decidiamo noi per te, è chi sta peggio di te, che è diverso da te e in qualche modo ti fa paura. Gente che ha paragonato Hamas agli Azov, così, a caso, dimostrando di non conoscere un beneamato fico secco della storia. Canali e personaggi della contro – informazione che hanno preso ad abbeverarsi da fonti tipo New York Times, Corriere, BBC, etc., anche questo in palese dissonanza cognitiva. Questa cosa è avvilente.

Qui non bastano le notizie, bisognerebbe creare delle scuole e iniziare dalle basi, facendo i disegnini… Ma se proprio costa fatica dover studiare e capire per poter leggere gli eventi che si susseguono ad una velocità impressionante, c’è un altro modo, una cartina al tornasole, ed è come tratta una notizia la stampa occidentale/italiana: dal momento in cui hanno sparato a zero in questi 4 anni contro chi divergeva dal pensiero dominante (dalla farsa pandemica, passando dalla guerra della NATO contro il Donbass per arrivare al cambiamento climatico)… come fate ancora a credere alle cazzate che dicono? Ma le bastonate prese non sono bastate? Ma quando pensate sia il caso di risvegliarsi anche da questo torpore?

Francesca Quibla

 
Si impara solo picchiando la testa PDF Stampa E-mail

9 Ottobre 2023

 Da Rassegna di Arianna dell’8-10-2023 (N.d.d.)

L'Occidente non ha più risorse culturali perché ha rimosso la sua propria storia. Non quella degli altri, ma la propria. Non ha rapporto con le sue radici greche, con quelle cristiane. Non ha più alcun rapporto con la storia, e ciò che si chiama filosofia analitica, che è la filosofia del dominio anglosassone, è l'espressione di questa rimozione. Si tratta di un'ideologia, il cui nucleo consiste nell'estrarre un frammento temporale da una sequenza. Le cose non hanno più storia, radici, motivazioni. Cadono dal cielo, sono frutto di follia e di irrazionalità. Una volta destoricizzate si prestano al ragionamento che il filosofo analitico predilige, e che è ovviamente la forma ideologica del dominio oggi: c'è un aggressore e c'è un aggredito.

Il cattivo è sempre l'altro. I buoni sempre gli Stati Uniti e i suoi alleati. Una storia che dura da Locke, i cui diritti universali servivano sempre a legittimare gli interessi proprio del suo lord protettore. Il liberalismo nasce da quest'anima da servo, ora santificato. Questa storia giunge sino a noi. I palestinesi, come sono cattivi, si cercano i guai, picchiano i poveri soldati israeliani. Alla fine, il filosofo analitico offre la soluzione: sono matti. E noi siamo la ragione. Qualcuno, che non è un filosofo analitico ma un sindacalista "de sinistra", un tale Landini che si atteggia a rivoluzionario, dice che così si bloccano le prospettive di negoziato di pace. Di quale prospettive parli lo sa solo lui. Che esistano tali prospettive deve essere una cosa segreta che è sfuggita a quegli ignoranti palestinesi. I fatti sono altri, e sono fatti di insediamenti illegittimi, di protervia, di oppressione.

I palestinesi esperiscono una cosa sola, che la loro prospettiva è semplice: o morire giorno dopo giorno in una riserva indiana, guardare la protervia di uno stato di fatto a base etnica, esempio luminoso di stato intrinsecamente razzista, oppure morire combattendo. Naturalmente sanno che Israele reagirà con la solita crudeltà, con lo stesso criterio che si chiama ritorsione ma che faremmo bene a chiamare con il suo nome: vendetta per moltiplicazione.

Hamas e i palestinesi non aprono una prospettiva di pace. Vero. Ma che scelta hanno? Che prospettiva ha offerto loro l'Europa? E l'Occidente? Ma c'è un aggredito e un aggressore. Purtroppo, la cosa che ferisce è che le generazioni che vengono sono state tirate su così, soprattutto quelle che si dicono di sinistra. Da esse non verrà niente di buono, e io temo che i disastri che faranno queste nuove generazioni faranno impallidire i secoli passati, che pure di tragedie ne hanno viste. Ma sto imparando, lo ho imparato su FB, che non serve avvisare. Purtroppo si impara solo picchiando la testa. E la storia sta accelerando, sta cambiando rapidamente. Io non penso che le generazioni che verranno saranno in grado di gestire questi cambiamenti. Il problema della storia sono loro, la fine della storia è questa generazione che ci segue. La storia sta emigrando altrove, forse, come sosteneva Patocka, gli eredi dell'Occidente sono altrove.

La Meloni non vuole diventare cinese. Il problema è che noi non siamo più in Occidente, e da un bel pezzo. Siamo in una terra di nessuno, in una sorta di limbo, sospesi. Per fortuna c'è l'apericena che salva i valori occidentali e il nostro way of life. L'Occidente oggi è l'apericena

Vincenzo Costa

 
Eduverso PDF Stampa E-mail

7 Ottobre 2023

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 Da Comedonchisciotte del 6-10-2023 (N.d.d.)

Riaprono le scuole e tornano i problemi di sempre: cattedre vuote, supplenti di passaggio,  palestre inagibili, carta igienica che manca, calcinacci che crollano, muri sporchi, ecc. Il degrado dell’edilizia scolastica è il marchio visibile del degrado morale di un paese che investe il 15% in meno della media delle grandi economie europee nell’istruzione. E che ha completamento obnubilato gli insegnamenti dei suoi maestri come Maria Montessori che voleva le scuole bellissime, in senso etico ed estetico, quale fondamento per un sano sviluppo delle nuove generazioni e quale segno di prestigio dell’istituzione. Da almeno trent’anni, infatti, il tramonto dell’Occidente è ben visibile entro l’orizzonte della scuola italiana, nell’imbrunire della memoria storica, nel rabbuiamento del valore del sapere, nell’oscuramento della cultura umanistica, nello scempio che ne è stato fatto. Scempio non certo dovuto a sciagurate politiche frutto di incompetenza ma a un progetto di distruzione programmatica che, una riforma alla volta, sotto qualsiasi partito politico, ha colpito sempre e solo in un’unica direzione: abolire l’educazione e fabbricare l’ignoranza. Oggi gli studenti italiani non possiedono più nemmeno il dominio della propria lingua-madre, non sono in grado di comprendere un testo semplice, detengono un vocabolario medio di 500 parole. Insomma, missione compiuta.

Si rientra in classe, dunque, ma si ritorna in un luogo che è diventato totalmente “altro”. Già, perché nel frattempo è stata introdotta l’ultima riforma imposta dall’Europa con il ricatto del Pnrr, Mario Draghi come sicario e masochisticamente inflitta dai dirigenti scolastici ai propri istituti nel giubilo della pioggia di soldi in arrivo. Il “Piano scuola 4.0” – così denominato in omaggio alla quarta rivoluzione industriale ideata dal Wef – prevede la transizione digitale dell’intero sistema scolastico italiano. Non si tratta solo di modernizzarlo dotandolo di quegli strumenti – in effetti essenziali di fronte ai problemi reali della scuola – come lavagna interattiva o registro elettronico. La riforma fa ben altro: legittima la didattica on line. Ciò significa che studenti e docenti saranno inghiottiti nel Metaverso, orwellianamente ribattezzato Eduverso. […]

L’assedio è iniziato negli anni ’90 con le “Raccomandazioni della Commissione Europea” e il primo “Libro Bianco” del 1993 (“Crescita, competitività, occupazione”) in cui viene esplicitamente dichiarato che le scuole devono promuovere l’acquisizione di competenze digitali e di tecnologie informatiche per rispondere alle richieste dell’industria del terzo millennio. […] Siamo a una frontiera, ad un salto di paradigma. Dopo trent’anni di politiche neoliberali che hanno “aziendalizzato” l’istruzione, la scuola non è più solo il campo dove allevare una massa di analfabeti globali, ma il laboratorio in cui sperimentare la riprogrammazione antropologica delle nuove generazioni. La riforma taglia definitivamente le radici dell’umanesimo per spostare la scuola nell’universo siderale del transumanesimo. D’altronde, la direzione a cui si puntava era già tracciata tre anni fa, con la bussola impostata sul Metaverso quando, durante la pandemia, si è inaugurata la didattica a distanza, il precedente di una scuola senza corpi come candidamente ammesso dallo stesso documento di presentazione della riforma. L’Unesco lo scrisse in maniera cristallina già nella primavera del 2020: si tratta del “più grande esperimento della storia dell’istruzione“. L’esperimento è perfettamente riuscito e ora si procede a normalizzare l’eccezione, come Overton insegna. La cavia è, naturalmente, l’alunno, nel vero senso della parola. […]

Tutto il Piano scuola è presentato in un lungo documento dove abbondano le parole in libertà stampate alla Zecca di Stato della propaganda e ben congegnate per intrappolare nella dissonanza cognitiva. Dopo aver citato Maria Montessori e Loris Malaguzzi (pace all’anima loro!) per cercare, nello scempio in atto, una fantomatica continuità con una tradizione pedagogica di eccellenza quale era la nostra, il Ministero esordisce ribadendo l’importanza dello spazio nell’apprendimento. L’aula quadrata o rettangolare con la cattedra disposta di fronte ai banchi è un modello inadeguato per le esigenze didattiche di un mondo in rapida trasformazione. Servono “ambienti innovativi” che sono, appunto, ambienti digitali, ovvero, sono “non luoghi”, spazi completamente smaterializzati. L’esatto contrario delle teorie dei pedagogisti sopracitati che consideravano le aree esperienziali e relazionali fondamentali per un sano sviluppo psicofisico. Un contorto giro di parole, di arbitrii concettuali e di lampanti menzogne oscure per arrivare ad imporre la transumanza della popolazione scolastica nel Metaverso, attirata con il piffero magico della modernizzazione, dell’aggiornamento tecnologico, della banda larga. C’è quasi da rimpiangere il banco con le rotelle della Azzolina. In entrambi i casi, il concetto di fondo è spostare gli alunni di qua e di là, secondo un moto perpetuo finalizzato ad allontanarli definitivamente dall’epicentro della scuola, ossia l’educazione. La scuola subisce, infatti, una dislocazione che ne muta profondamente l’essenza. Non più luogo di formazione dello spirito umano attraverso la parola, la dialettica, la relazione, ma sede di erogazione di nozioni impersonali somministrate per via immersiva e incantatoria. Aristotele, che fondò il primo liceo in Occidente dove insegnava camminando, deve cadere. E con lui Pitagora e la scuola di Crotone,  Copernico e l’Ateneo di Padova e tutte le nostre scuole e università, le più antiche del mondo.

È evidente che in una scuola dove si fa lezione nel Metaverso, i programmi tenderanno ad essere sempre più omologati e standardizzati, come, peraltro, già più volte annunciato dall’Onu. Non serviranno più milioni di insegnanti, ma basteranno poche piattaforme, una galleria di tutorial, un pugno di tecnici. Il ruolo del docente verrà progressivamente ridotto a quello di semplice aiutante fra uno studente e un’app fino a scomparire. Non è fantascienza, succede ora. Bill Gates lo ha promesso qualche mese fa: “entro due anni l’IA aiuterà i bambini a leggere e a scrivere”. Il docente va rottamato, non solo perché è, ormai, superfluo ma soprattutto perché, in quanto “magister”, “il più grande” e quindi esempio da imitare, è pericoloso: rappresenta un vero e proprio virus informatico vivente capace di far saltare tutto il sistema della scuola digitalizzata. Nell’Eduverso non ci sono impronte da seguire, non c’è nessun maestro che con il suo “corpo” di esperienza, sapienza, pensiero critico, umanità possa fare da anticorpo e filtrare lo schianto dei più indifesi nel virtuale dove saranno allevati dall’intelligenza artificiale, ossia da una macchina che li trasformerà in macchine. Da anni, la figura del professore italiano è il bersaglio di una programmatica svalutazione – e non solo perché ha lo stipendio più basso d’Europa e fra i peggiori nel mondo -, che ora, con il Piano scuola 4.0, diventa aperta umiliazione. In base alle competenze informatiche, infatti, il docente viene classificato “novizio, esploratore, sperimentatore, esperto, leader o pioniere”. Insomma, la scuola è diventata un video-game! Infatti, è in arrivo l’”animatore digitale”, una nuova figura da inserire al centro della comunità scolastica. Fine di ogni serietà, prestigio, autorevolezza. Non a caso, fu proprio Bill Gates il primo ad investire in Start up nate allo scopo di creare contenuti multimediali per rendere la scuola “divertente”. Siete contenti? L’istituto Saint Luiss di Milano ha già iniziato ad organizzare gite scolastiche nel Metaverso derubando gli allievi della meraviglia di esperire l’originale. La Cappella Sistina diventa un fumetto, Giulio Cesare un avatar, la geografia un video-game, la storia una fiction con la regia di Mark Zuckerberg e dei padroni dei nuovi media. Da testa pensante lo studente diventa terminale di un flusso ininterrotto di informazioni e manipolazioni presentate come verità indubitabili e indiscutibili, le uniche che saranno conosciute dalle nuove generazioni. Il medium è, infatti, il messaggio, come insegna Marshall McLuhan. Il sapere è sempre stato trasmesso per il tramite della parola, il famoso “logos”, che dal greco si traduce anche con pensiero. Non esiste, infatti, migliore palestra per l’intelligenza del linguaggio, che è ciò che ci contraddistingue come esseri umani. Togliere il confronto dialettico significa sottrarre ai giovani gli strumenti critici interiori per sottoporre ad analisi la realtà lasciandoli completamente disarmati di fronte al mondo. Scuola 4.0 significa perdere anche carta e penna a favore del tablet con la definitiva reductio ad digitum dell’essere umano. L’uomo pensa perché ha la mano: sono stati versati fiumi di inchiostro sulla connessione fra mano e cervello. A cominciare dall’antropologo André Leroy-Gouran che ha dimostrato che è grazie all’opponibilità di pollice e indice – tratto specie-specifico umano – che l’uomo ha potuto liberare la bocca dalla funzione prensile sviluppando il linguaggio, cioè il pensiero. Abolire una tappa fondamentale dello sviluppo psico-fisico dei bambini come la manualità fine dello scrivere non sarà senza conseguenze. Dall’aula fisica alla piattaforma dell’Eduverso, dal libro all’ebook, dalla penna al tablet, dal maestro al tutorial, dalla relazione alla navigazione solitaria, dalla cancellazione dei corpi al grande reset dei cervelli, la riforma entra nel nostro ordinamento e si appresta a trasformare almeno 100.000 classi delle scuole primarie e secondarie in aule multimediali, chiamate “Next Generation Classrooms” in omaggio alla colonia che siamo.

La riforma prevede un secondo asse di sviluppo: le “Next Generation Labs”, cioè la creazione in tutte le scuole superiori di laboratori per le professioni del futuro attinenti all’intelligenza artificiale e alla robotica. Non più luogo di formazione dello spirito attraverso la cultura, ma officina di avviamento al lavoro per operai specializzati e bacino di reclutamento per le multinazionali. Non si tratta più di istruire le menti ma di programmare manodopera 4.0 in linea con la mentalità utilitaristica di un mondo mercificato. L’obiettivo è di far crescere il numero degli iscritti agli ITS del 100%, come indicato da “Futura”, il piano particolareggiato del Pnrr. Lo spostamento della scuola da una funzione educativa ad una formativo-tecnica comporta una trasformazione profonda del tipo di società che si va a costruire. Si punta, quindi, sull’Istituto Tecnico Superiore a scapito del liceo che continuerà ad essere progressivamente depotenziato, insieme alle materie umanistiche, quelle che, da sempre, formano lo spirito, nutrono l’intelligenza e aprono la mente. […]

L ’Italia è il laboratorio d’eccellenza in cui si sta sperimentando la cancellazione delle Nazioni, laboratorio che è iniziato con gli attacchi alla nostra istruzione. La scuola è stata, infatti, fin dall’inizio, uno dei principali terreni di conquista subendo una vera e propria invasione barbarica dove tutto è stato pensato per offendere e sfregiare la nostra cultura.  In ossequio alla nuova frontiera del capitalismo, che è l’on-line, il Piano Scuola 4.0 obbliga gli istituti scolastici a oltrepassare la linea del digitale, lasciandosi alle spalle le macerie di una civiltà  millenaria. Nella cosiddetta “modernizzazione” paesi come Giappone, Cina e India sono all’avanguardia, ma si guardano bene dal tagliare le radici con la propria tradizione. Il cinese classico, il giapponese medioevale, il sanscrito indiano vengono, infatti, studiati per tutto il ciclo scolastico, circa 12-13 anni. […]

Tre anni di emergenza pandemica, bellica, energetica e climatica hanno dimostrato che l’unica cosa ad essere in serio pericolo è il pensiero critico, inteso come coscienza di sé, del mondo e dello stato delle cose. Un pericolo tanto più grave quando obnubila la coscienza di chi ha la responsabilità, altissima, di educare i giovani, avendo il dovere di approfondire ed esercitare il dubbio sulla complessità della realtà. Nel riallineamento di tutti i poteri in corso – politico, economico, mediatico, medico, ecc. – quello del mondo dell’istruzione è il più grave in quanto dovrebbe essere la sede, per eccellenza, deputata alla confutazione e alla tutela dei minori. Abbiamo urgentemente bisogno di insegnanti che smettano di ossequiare il Ministero dell’istruzione e tornino ad ascoltare Seneca, Dante, Leopardi. Abbiamo bisogno di maestri che non barattino la sicurezza del conformismo con il rischio del pensiero critico. Abbiamo bisogno di docenti che si riapproprino della scuola e rifiutino di trasformarla in un lager digitale disumanizzato. Abbiamo, soprattutto, bisogno di “maestri di vita”, di esempi di coraggio che non tradiscano la propria vocazione a quel compito immenso che è educare un altro essere umano.

Sonia Milone 

 
Surreali discussioni all'inizio della guerra PDF Stampa E-mail

4 Ottobre 2023

 Da Rassegna di Arianna del 3-10-2023 (N.d.d.)

Nel 1991, alla dichiarazione d'indipendenza, lo stato ucraino contava su 51 milioni di cittadini. Nel 2014, con il colpo di stato di Maidan la popolazione era di 44 milioni di abitanti. Oggi, ottobre 2023, l'Ucraina conta 23,37 milioni di abitanti. Quelli che mancano all'appello sono per la maggior parte rifugiati o emigrati volontariamente all'estero, cui si aggiungono - secondo le stime più aggiornate - intorno ai 300.000 morti in guerra (il che vuol dire almeno un milione di feriti gravi e mutilati). Le infrastrutture, la produzione agricola e gli apparati industriali ucraini sono devastati. L'intero sistema statale sopravvive soltanto grazie alla costante iniezione a perdere di capitali occidentali.

Di fronte a questo quadro ricordo le surreali discussioni dei primi giorni e settimane di guerra. Ricordo uno scambio di battute avuto su La7 in un Talk Show con un ambasciatore e con il conduttore del medesimo. L'ambasciatore (o ex ambasciatore, non ricordo), alle raccomandazioni di cercare il più rapidamente possibile la strada di una tregua e della trattativa rispondeva testualmente che era "troppo presto", che bisognava lasciar fare agli eserciti. Il conduttore, alla sollecitazione a prendere sul serio la piattaforma di proposte russe (ripristino accordi di Minsk, neutralità ucraina senza ingresso nella Nato, statuto amministrativo speciale delle regioni russofone all'interno dello stato ucraino) rispondeva stizzito che uno stato sovrano aveva il diritto di decidere se entrare o meno nella Nato. Ora, senza neanche provare ad entrare nelle contraddizioni, nelle bugie, nei doppiopesismi, una sola cosa mi chiedo. Mi chiedo se tutta questa gente che dall'inizio ha soffiato in tutti i modi sul fuoco del conflitto, adducendo come giustificazione la necessità umanitaria di "aiutare gli ucraini" ha riflettuto per un minuto sulle proprie responsabilità.

Poche settimane prima del 24 febbraio 2022, e di nuovo alcune settimane dopo l'inizio del conflitto ci furono tornate di trattative per ottenere una risoluzione politica del contenzioso; in entrambi i casi il rifiuto venne da parte americana (non ucraina, americana a nome dell'ucraina). Quello che non posso non chiedermi è se questa gente ha mai messo a confronto mentalmente cosa sarebbe stata l'Ucraina se quegli accordi fossero stati firmati con quello che è oggi. Da un lato avremmo avuto un paese neutrale, capace di commerciare in tutte le direzioni a est e ovest, con le province a maggioranza russa dotate di uno statuto simile a quello del nostro Trentino.

Dall'altro lato abbiamo un cumulo di macerie svuotato della popolazione più giovane e attiva. E in mezzo le vostre campagne h24 di menzogne guerrafondaie.

Ecco, ora per piacere, diteci di nuovo che lo avete fatto per l'inderogabile dovere umanitario di aiutare la popolazione ucraina; diteci che l'Europa si è svenata e ha compromesso il proprio futuro industriale, per il bene superiore dell'autonomia ucraina. Spiegateci una volta di più come voi eravate dalla parte del bene e dell'umanità, e tutti gli altri erano abietti putiniani.

Andrea Zhok

 
Sfacelo PDF Stampa E-mail

28 Settembre 2023

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 Da Rassegna di Arianna del 27-9-2023 (N.d.d.)

Lega: Un partito nato secessionista-autonomista-regionalista che si fa nazionalista; F.d.I: Un partito nato nazionalista-sovranista che si fa europeista e super-atlantista (ovvero assoggettato ai desiderata dell’imperialismo USA); PD: Un partito nato proletario e operaista che si fa portatore degli interessi del capitale e della finanza assegnandosi come segretario quanto di più improponibile poteva esserci sul mercato rispetto alle ragioni del proprio originario atto fondativo; M5S: Un partito nato populista e semianarchico che si fa giustizialista, esecutore dei desiderata della “magistratura  ideologizzata”; … E poi altri partitini, frattaglie varie, il cui scopo di vita è un enigma, nonché movimenti di pensiero “di sinistra” e “di destra” sedicenti radicali che si dibattono nel nulla cosmico su questioni varie (tipo l’emigrazione) affaticando la pancia piuttosto che far agire il cuore e il cervello: la gran parte dell’uno e dell’altro schieramento ne fanno una questione di consenso elettorale… il che è tutto dire.

Un’Italia così rappresentata non poteva far altro che impegnarsi nella costruzione di un conseguente mito farlocco, quello del coerentissimo emerito presidente della Repubblica elogiandone “la coerenza e il rigore etico” facendo rimbombare a pieno volume tutta la grancassa mediatica per renderlo specchio rappresentativo della Nazione. Nato fascista, si fa comunista stalinista strenuo difensore del Patto di Varsavia, quindi “comunista migliorista” (ovvero socialdemocratico) per poi diventare strenuo difensore dell’Europa delle commissioni finanziarie e strumento del Capitale, atlantista, alfiere della NATO e apologeta dei valori statunitensi.

Questa l’Italia in cui ci tocca vivere… Una Nazione in pieno sfacelo etico e morale che quelli come me orientati ormai osservano con distacco concedendosi, come atto di pura misericordia, l’auspicio di una rapida implosione.

Maurizio Murelli         

 
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