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Imbarbarimento culturale generalizzato PDF Stampa E-mail

3 Settembre 2023

 Da Rassegna di Arianna del 2-9-2023 (N.d.d.)

Quali sono le ragioni principali dei gravi errori di valutazione commessi dai decisori politico-militari occidentali nella guerra in Ucraina? Credo che le ragioni degli sbalorditivi errori di calcolo compiuti siano da attribuire al senso di onnipotenza che ha pervaso le classi dirigenti statunitensi a partire dal collasso dell’Unione Sovietica. Questa percezione distorta ha atrofizzato il pensiero critico e alimentato un sostanziale disinteresse per il resto del mondo; il conformismo dilagante che ne è scaturito ha pregiudicato la capacità sia di formulare valutazioni realistiche delle potenzialità proprie e del nemico, sia di comprendere le implicazioni strategiche delle proprie scelte politiche. Hanno quindi trasformato deliberatamente la questione ucraina da crisi regionale in sfida esistenziale per la Russia, senza rendersi pienamente conto dei pericoli che comporta la decisione di mettere con le spalle al muro quello che si configura come il Paese più grande del mondo dotato di oltre 6.000 testate atomiche e vettori ipersonici in grado di trasportarle verso l’obiettivo. Hanno quindi sottovalutato la capacità industriale, la coesione sociale, le competenze tecnologiche e la forza militare latente della Federazione Russa, sovrastimando allo stesso tempo la propria capacità di condizionamento e dissuasione nei confronti dei Paesi terzi, l’impatto delle sanzioni, le implicazioni della sempre più spiccata tendenza a “militarizzare” il dollaro e i circuiti attraverso cui circola la moneta Usa. Si sono quindi illusi di strangolare l’economia russa come avevano fatto con quella cilena negli anni ’70, di poter agevolmente convincere il resto del mondo a aderire alla campagna sanzionatoria orchestrata dall’Occidente contro la Federazione Russa e di infliggerle una sconfitta strategica sul campo di battaglia contando sulla presunta superiorità della propria dottrina militare, oltre che dei propri sistemi d’arma. Nei confronti della Cina hanno commesso errori di calcolo paragonabili, se non peggiori. Hanno ritenuto di poterla “occidentalizzare” includendola nell’ordine globalizzato, e quindi favorendo il trasferimento dei migliaia di stabilimenti produttivi presso la principale potenza demografica al mondo, che nel corso dei millenni è rimasta straordinariamente fedele a se stessa facendo affidamento su un bagaglio culturale inestimabile. Hanno quindi posto le condizioni per la trasformazione di un Paese poverissimo in una superpotenza a tutto tondo, con intenti palesemente anti-egemonici. Un risultato sbalorditivo.

Sono errori di una classe dirigente o di un’intera cultura? Credo si tratti del frutto avvelenato di un processo di “imbarbarimento” culturale generalizzato. Negli Stati Uniti, il concetto paretiano di “circolazione delle élite” ha trovato applicazione fino a degenerare nel ben noto sistema delle “porte girevoli” (revolving doors), già analizzato a suo tempo da Charles Wright Mills nel suo eccellente Le élite del potere. Militari, politici, banchieri e finanzieri che passano con grande disinvoltura dal pubblico al privato e poi di nuovo al pubblico, dando origine a grovigli di interessi particolari profondamente confliggenti con quelli della nazione nel suo complesso. La funzione politica diviene così ostaggio del più bieco affarismo, che si esprime sotto forma di peculiarissimo sodalizio che l’ex analista della Cia Ray McGovern ha definito “Military-Industrial-Congressional-Intelligence-Media-Academia-Think-Tank Complex”, in cui la circolazione del denaro per via tangentizia interconnette i mezzi di comunicazione di massa, le università, i “pensatoi”, le agenzie spionistiche e il Congresso orientando le direttrici strategiche del potere pubblico. L’enormità degli sforzi profusi in propaganda al fine di modellare l’opinione pubblica interna e “costruire consenso” a livello domestico dà la misura del livello di corruzione raggiunto dagli Stati Uniti, che a mio avviso tendono a somigliare sempre di più all’Unione Sovietica degli anni ’80. Ultimamente, quando rifletto sull’entità del degrado che ormai caratterizza gli Usa, mi sovvengono spesso le amare valutazioni formulate in quel periodo da Nikolaj Ivanović Ry×kov, ex ufficiale e politico sovietico, in riferimento al suo Paese.  «L’ottusità del paese – affermò Ry×kov – ha raggiunto un picco: dopo, c’è solo la morte. Nulla è fatto con cura. Rubiamo a noi stessi, prendiamo e diamo mazzette, mentiamo nei nostri rapporti, sui giornali, dal podio, ci rivoltoliamo nelle nostre menzogne e intanto ci conferiamo medaglie a vicenda. Tutto questo dall’alto in basso, e dal basso in alto».

La guerra in Ucraina manifesta una crisi dell’Occidente. È reversibile? Se sì, come? Se no, perché? Direi di sì. Intendiamoci; l’Occidente ha ancora numerose frecce al proprio arco, ma mi pare stia scivolando ormai irreversibilmente su un ripidissimo piano inclinato. Come ho cercato di spiegare nei miei lavori, il conflitto russo-ucraino ha palesato urbi et orbi l’inaffidabilità dell’“occidente collettivo” e l’arbitrarietà del cosiddetto “ordine basato su regole” (rules based order) di cui i portavoce di Washington magnificano senza sosta le inesistenti virtù. Ma soprattutto, ha messo a nudo la debolezza strutturale degli Stati Uniti e la falsa coscienza delle classi dirigenti euro-statunitensi, le quali inquadrano il conflitto russo-ucraino come scontro tra democrazie e autocrazie mentre il resto del mondo lo vede come una guerra per procura tra Nato e Russia, che vede quest’ultima tenere testa dal punto di vista sia economico che militare all’intera Alleanza Atlantica. Sono molto d’accordo con Emmanuel Todd, secondo cui «la resistenza dell’economia russa spinge il sistema imperiale americano verso il precipizio. Nessuno aveva previsto che l’economia russa avrebbe tenuto testa al “potere economico” della Nato. Credo che i russi stessi non lo avessero anticipato. Se l’economia russa resistesse alle sanzioni indefinitamente e riuscisse a esaurire l’economia europea, laddove essa rimanesse in campo, sostenuta dalla Cina, il controllo monetario e finanziario americano del mondo crollerebbe e con esso la possibilità per gli Stati Uniti di finanziare il proprio enorme deficit commerciale dal nulla. Questa guerra è quindi diventata esistenziale per gli Stati Uniti». Agli Stati Uniti occorrerebbe un “adattamento morbido” a un mondo in rapida evoluzione, ma il Paese non dispone di apparati dirigenti all’altezza del compito.

Cina e Russia, le due potenze emergenti che sfidano il dominio unipolare degli Stati Uniti e dell’Occidente, dopo il crollo del comunismo si sono ricollegate alle loro tradizioni culturali premoderne: Il confucianesimo per la Cina, il cristianesimo ortodosso per la Russia. Perché? Il ritorno all’indietro, letteralmente “reazionario”, può attecchire in una moderna società industriale? La riscoperta delle radici culturali ha permesso a Cina e Russia di erigere “grandi muraglie” sufficientemente robuste da resistere all’ostinato tentativo tutto statunitense di occidentalizzare il mondo intero. Il recupero del passato costituisce uno strumento formidabile per entrambi questi Stati-civiltà, in un’ottica di affermazione della propria identità differenziata rispetto alle altre, e di compattamento della società attorno a valori millenari specifici. Credo che “innestare” queste tradizioni in una società moderna rappresenti un compito difficile a livello generale, ma che per nazioni come Cina e Russia possa risultare molto meno arduo perché si tratta di Paesi che non hanno mai realmente rinnegato il proprio passato. In un modo o nell’altro, i capisaldi di entrambe le culture sono sempre riemersi, anche quando sono stati sottoposti a prove durissime come la Rivoluzione Culturale o i progetti trozkisti miranti alla creazione del cosiddetto “uomo del futuro”. La deriva nichilistica dell’Occidente rende invece particolarmente difficile l’attuazione di un processo di rivalutazione del passato analogo a quello realizzato da Cina e Russia.

Giacomo Gabellini
 
La nuova religione PDF Stampa E-mail

31 Agosto 2023

 Da Rassegna di Arianna del 30-7-2023 (N.d.d.)

Lo dice la scienza, signora mia! Assomiglia al brocardo antico Roma locuta, causa finita. Ogni questione è risolta, ogni dubbio dissipato dalla pronuncia della massima autorità. La verità indiscutibile, la religione rivelata è la scienza. O forse la tecnica e la tecnologia, le sue ancelle. Il problema della verità scientifica è che non può essere divisa; non esiste la “mia” o la “tua “ verità”. Come la mettiamo, allora, con la superstizione para religiosa sul clima, la credenza obbligata che stia cambiando a velocità inaudita per responsabilità esclusivamente umane? Una teoria, nient’altro. Eppure, il sistema mediatico, il giornalismo e la “ cultura” con rimborso a piè di lista sono certissimi: così è perché lo “dice la scienza”. Poi capita che un battaglione di scienziati qualificati la pensi diversamente e rediga un manifesto che confuta la tesi ufficiale. Poveri inetti invidiosi dei colleghi allineati, circonfusi da un’aura di prestigio e di infallibilità oracolare. Succede anche che il premio Nobel per la fisica in carica, John F. Clauser non la pensi come l’oligarchia al potere e gli sia impedito di parlare al forum sul clima del Fondo Monetario Internazionale. Sorpresa: l’incontro è organizzato dal FMI, uno dei pilastri del potere finanziario, non da un cenacolo di meteorologici e fisici. Segno che la teoria del cambio climatico e del riscaldamento della Terra per motivi antropici è una tesi i cui mandanti sono i padroni del mondo. Gli interessi dei banchieri vincono sulle ricerche degli scienziati: la mano che dà è superiore alla mano che riceve. Tanto basterebbe per essere prudenti, sospettosi, noi ignoranti, noi che ci fidiamo dei nostri occhi e dei nostri ricordi. La nonna di chi scrive usava dire: il freddo e il caldo vengono sempre. Il primo in inverno, il secondo in estate. Da non credere, eh, ultras della “scienza”? Secondo l’informazione di sistema, il 97 per cento degli scienziati ( qualifica posseduta o ritirata a insindacabile giudizio del mainstream) è certo che il clima stia mutando per ragioni antropiche. Chissà come hanno effettuato la rivelazione: il mago Otelma o Alessandra Ghisleri, principessa dei sondaggisti ? La prostituzione intellettuale è più diffusa e pericolosa di quella tradizionale.

Più seriamente, la scienza sta abbandonando la sua natura , fondata sul dubbio programmatico, sul continuo provare e riprovare, sul coraggio di abbandonare vecchie certezze se la ricerca porta altrove. Il nuovo paradigma bandisce il dubbio e brandisce il bavaglio, perfino se il destinatario è un prestigioso premio Nobel. In tempi di pandemia la grancassa scientifico – mediatica ha trattato da rimbecillito Luc Montagnier, un monumento della medicina, in quanto non allineato alla verità ufficiale, salvo riconoscere a posteriori che lo studioso francese, nel frattempo deceduto, aveva le sue ragioni.

Bavaglio dopo bavaglio, la scienza si trasforma in oracolo, credenza, superstizione indiscutibile. Gli stessi che hanno decostruito, abbattuto nel tempo ogni certezza si trasformano nei nuovi inquisitori. Uguale potenza assertiva, stessa violenza verbale, al servizio del contrario di quanto asserivano ieri. È il cambio di paradigma di cui parlava Thomas Kuhn. Granitiche certezze – ben pagate, supponiamo – sostituiscono il dubbio e la ricerca costante, libera, aperta a ogni ipotesi suffragata dai fatti. Una strana scienza che sembra non essere più in grado di rispondere a domande elementari, diventate pericolosi tabù. Che cos’è una donna, ha domandato il capo del partito spagnolo Vox ai suoi avversari, presidente e vice presidente del governo in carica. Silenzio imbarazzato. Simile a quello di Ketanji Jackson, giurista candidata alla Corte Suprema americana, che alla medesima domanda, ha opposto uno sconcertante “non lo so, non sono biologa”. Poiché la signora non è neppure zoologa, immaginiamo la sua difficoltà a riconoscere un gatto , che potrà confondere con un cappello o un paio di stivali. Sconcerta che una parte di opinione pubblica, disabituata a pensare, fanaticamente imbevuta di fede nella “scienza”, dia credito a spacciatori di idee false e avariate. L’abuso della credulità popolare non cambia, se non nelle modalità. Generazioni scervellate sono portate a credere che una donna sia “un essere umano adulto che si percepisce come tale, indipendentemente dal genere rilevato alla nascita” (dizionario Cambridge) che il ruolo di madre e la gravidanza siano costruzioni sociali, perfino che il caldo di luglio sia colpa dell’uomo cattivo.

Una deputata italiana, Eleonora Evi, laureata in “design dei servizi”, indispensabile nuova scienza, chiede di condannare “chi nega le colpe dell’uomo”. Più moderata del collega verde, geometra Angelo Bonelli, che invoca l’introduzione del reato di negazionismo climatico. Tragitto concluso: da libertari a forcaioli sempre nel nome della scienza, del progresso, della “liberazione” dell’uomo. Viva la nonna, che stava ai fatti e diffidava dei saccenti. Non è stato sempre così: la scienza per moltissimo tempo si è retta su presupposti assai diversi. Mai ha praticato la ribellione contro la realtà. Ingiungono di “credere alla scienza”. Il fatto è che non di un atto di fede si tratta, ma della ricerca delle leggi relative ai fenomeni fisici, un metodo di conoscenza che avanza per contrasto tra ipotesi diverse. Stiamo diventando un popolo che ha dimenticato come accendere il fuoco e allora postula che la scintilla sia un “costrutto culturale”. Per la persona religiosa, la fede consiste nel credere in ciò che non vede. La fede della neo religione ufficiale costringe a credere il contrario di ciò che vediamo. In ogni tempo e in ogni luogo sono state difese delle falsità, imposti concetti erronei, ma l’ovvio non è mai stato negato. I padroni così vogliono, come quelli di O‘Brien in 1984. “Ma come posso fare a meno…borbottò Winston, come posso fare a meno di vedere quel che ho dinanzi agli occhi? Due e due fanno quattro. Qualche volta, Winston. Qualche volta fanno cinque. Qualche volta fanno tre. Qualche volta quattro e cinque e tre nello stesso tempo. Devi sforzarti di più. Non è facile recuperare il senno. Quasi inconsciamente, Winston scrisse con le dita sul tavolo coperto di polvere: 2+2 = 5.” La vera scienza lavora per approssimazione ed è per natura aperta a ribaltare le sue conclusioni, se sopravvengono ipotesi migliori. Non può consistere in un credo. Julian Huxley, genetista e uomo di potere, scrisse che la scienza compie suicidio quando adotta un credo. Il fisico e matematico Jules-Henri Poincaré, il primo a formulare una teoria della relatività, negò sì la possibilità di una morale scientifica, ma affermò anche che non può sussistere una scienza immorale. Poiché conoscere è un atto, la scienza appartiene alla sfera della morale; agire è seguire un pensiero: dunque la morale appartiene al campo della scienza. Tutto ciò significa che la scienza non può diventare scientismo, la convinzione che attribuisce alle scienze fisiche e ai loro metodi la capacità di risolvere tutti i problemi, le ansie e i bisogni dell’uomo. La contemporaneità, in particolare le classi dirigenti, sta percorrendo con il paraocchi la via della religione scientifica ( e tecnica, giacché l’uomo moderno vuol essere innanzitutto faber, artefice e creatore). Lodata sia la scienza, ovviamente, purché non diventi il criterio unico di giudizio, la Verità rivelata agli Illuminati e da essi fatta discendere al volgo. La scienza non ci redimerà dai nostri peccati: tutt’al più allargherà di un po’ i nostri limiti, senza raggiungere le verità ultime o svelare il senso della vita. Adesso è diventata il credo della classi semicolte, incessantemente predicato dai suoi sacerdoti, la casta politica, il coro mediatico e “ color che sanno”. La pandemia di Covid-19 ha moltiplicato la fede scientifica, ma la svolta era già nell’aria, specie nei presagi sull’ imminente catastrofe climatica. Scienza singolare, questa dei nostri giorni, un luogo incantato in cui non c’è dibattito o contrasto, solo certezze granitiche, verità imposte mettendo a tacere i reprobi, trasformati in eretici e nuovi atei. I suoi tribuni non sono scienziati, ma politici, comunicatori, industriali, finanzieri, “influencer”. Non si esprimono come ricercatori che espongono razionalmente delle teorie, sono sciamani che distillano sentenze e pongono intangibili tabù. Sul coronavirus non c’è stato un dibattito scientifico. Ogni tentativo è stato picconato da campagne mediatiche di linciaggio morale, scherno, insulti, come quelli subiti da Montagnier quando ha osato uscire dallo spartito officiato a reti, governi, culture unificate.

Uguale sorte sta raggiungendo coloro che osano diffidare delle previsioni mai verificate dell’apocalisse climatica. Ma può esistere una scienza senza discussione, priva di dibattito, esente dal pubblico esame di tesi ed ipotesi, immune dalle critiche? Evidentemente no. Ciò che le classi dominanti chiamano “scienza” non è tale. La scienza è un insieme di certezze rivedibili. Se non vengono sottoposte a revisione, diventano comandamenti. L’intero percorso di riflessione sulla conoscenza nel secolo scorso camminava esattamente nella direzione opposta, con la permanente messa in discussione della capacità della scienza di incarnare la verità. Il principio di indeterminazione di Heisenberg ha insegnato che la nostra qualità di osservatori “interni”, altera la percezione e la precisione del calcolo. Il teorema di incompletezza di Gödel ha svelato i limiti dei sistemi matematici formali nel dimostrare ciò che è vero. Thomas Kuhn ha stroncato l’idea del progresso per accumulazione delle scienze per sostituirlo con una successione di cambi di “ paradigma”, ossia teorie dominanti che diventano visioni del mondo. Karl Popper ha abbassato le pretese di verità della conoscenza scientifica introducendo la più modesta falsificabilità: è scientificamente corretta una proposizione che non può (più) essere confutata. Jacques Monod, biologo ed epistemologo, ha concluso che la scienza moderna non è in grado di attraversare un triplice confine: l’ origine del Big-Bang, il sistema nervoso centrale umano e l’emergere del primo DNA. Paul Feyerabend ridusse in polvere la pretesa di stabilire regole universali, affermando che il metodo della scienza è non avere un metodo. David Bohm iniziò con la fisica quantistica e concluse con la certezza che l’universo si regge in un “ordine implicato” che avvolge in unità ogni cosa, a sua volta implicata nel tutto .

Dunque, ciò che ha caratterizzato la scienza è stata la consapevolezza dei propri limiti, l’esatto contrario della futile petulanza di chi oggi sventola la bandiera scientista. La fanciullesca venerazione della scienza è una sorprendente regressione cognitiva, come un paziente il cui deterioramento mentale gli fa ricordare solo alcuni fatti e dimenticare tutto il resto. Abbiamo cancellato un secolo di pensiero per tornare al positivismo ingenuo di Auguste Comte , che vedeva nell’uomo di scienza la fase più avanzata — e ultima — dell’evoluzione umana; i bei tempi in cui la borghesia trionfante toglieva Dio dagli altari e vi innalzava la scienza gridando “viva il progresso”. Con lo stesso fervore religioso, i suoi predicatori intonano gli inni a una scienza che è il nome di una fede senza Dio né paradiso, ma con inferno, inquisizione e roghi degli eretici in Campo de’ Fiori. Niente di nuovo sotto il sole, come già sapeva Qoelèt.

Roberto Pecchioli

 
Foresta e giardino PDF Stampa E-mail

29 Agosto 2023

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 Da Comedonchisciotte del 22-8-2023 (N.d.d.)

Prima il Mali (2020 e 2021), poi il Burkina Faso (2022) e ora il Niger. La cintura dei golpe nell’Africa subsahariana si estende e imbarazza i vertici di Bruxelles. Solo un mese fa l’Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri, Josep Borrell, aveva incontrato Mohamed Bazoum dichiarando entusiasticamente che il Niger è “un paradiso di stabilità”. Il caos aperto dal colpo di stato nigerino riflette le nuove dinamiche geopolitiche internazionali che si stanno intessendo sul territorio del Sahel, area sensibilissima per le ricche miniere di uranio a cui sono sempre più interessati nuovi attori esterni con cui i paesi più poveri del mondo – fragili e penetrabili – possono rinegoziare relazioni che sono state, fino ad ora, del tutto asimmetriche. Vengono, infatti, in mente le dichiarazioni aberranti rilasciate da Borrell lo scorso 13 ottobre durante l’inaugurazione dell’Accademia diplomatica europea a Bruges, in Belgio:

“L’Europa è un giardino. Abbiamo creato questo giardino, tutto in esso funziona. Questa è la migliore combinazione di libertà politica, prosperità economica e coesione sociale che l’umanità è stata in grado di raggiungere. Il resto del mondo non è un giardino, ma una giungla e la giungla può prendere il giardino con la forza, ma la costruzione di muri non può essere la risposta alla minaccia rappresentata dalla giungla, anche se noi, giardinieri che si occupano del giardino, non possiamo ignorare questo pericolo: dobbiamo andare noi stessi nella giungla”. In sintesi: noi siamo il giardino, la parte di mondo curata, coltivata, colta, mentre gli altri sono gli incolti, gli incivili, i selvaggi. Noi siamo la “civitas”, la civiltà, fuori c’è solo la “silva”, ovvero il silvestre o, meglio, il selvatico. Insomma, noi siamo il Bene mentre gli altri sono il Male. Gli “altri” sono il resto del mondo, quelli che hanno l’ardire di non condividere il sistema di valori occidentale e di voler vivere in base ai propri principi. E ciò è una minaccia, bisogna entrare nella giungla, disboscarla e trapiantarvi i semi del nostro modello di vita. Come dei bravi giardinieri, occorre addomesticare la natura ribelle e sorvegliare che ogni pianta stia al suo posto pronti a potare i rami che crescono troppo e ad estirpare le erbacce. Magari riuscendo a trasformare la terra intera in uno sconfinato giardino, in uno spazio interamente pianificato, controllato, panottico, diradando, una volta per tutte, le ombre della foresta nera dove si nasconde solo caos e irrazionalità.

Come si è fatto con il Colonialismo nella seconda metà del XIX secolo, quando l’Africa è stata rappresentata come il luogo di un’umanità corrotta e inferiore e, perciò, idonea ad essere ridisegnata sulla base di una nuova geografia politica che ha spartito il continente fra le potenze europee. Con l’appoggio dell’antropologia evoluzionistica del tempo che ne ha fornito la giustificazione “scientifica” interpretando le differenze culturali in base a una linea progressiva che andava dal primitivo al civilizzato. I civilizzati siamo, naturalmente, sempre e solo noi. Loro, gli “altri”, sono talmente involuti che, quando giungono in Europa le sculture di Ife (attuale Nigeria), gli etnologi si affannano a giustificare cotanta, sublime, raffinata bellezza con improbabili ascendenze etrusche (!). Occorrerà attendere Picasso, Modigliani e gli altri artisti dei primi del Novecento per vedere riconosciuto il valore delle culture “altre”. Parallelamente, nell’iconografia africana compare per la prima volta il disegno della “chiave”, simbolo del potere europeo di aprire e chiudere gli spazi altrui. È passato più di un secolo ma nel discorso di Borrell riecheggia la stessa mentalità di superiorità di allora, la medesima volontà di tenere ben strette nelle mani le chiavi delle porte del mondo. Un’arroganza che, oggi, continua a covare sotto la retorica delle parole progressiste di uguaglianza e tolleranza. Infatti, la globalizzazione altro non è che una forma moderna di Colonialismo in cui la volontà di dominio dell’Occidente si dispiega nella esportabilità della nostra forma di vita sulle altre culture e sull’intero mondo. I cosiddetti “selvaggi” si sono combattuti, uccisi e anche sterminati, ma sempre nel reciproco riconoscimento del valore dell’alterità. Per noi, invece, gli “altri” non sono niente. La nostra idea astratta e universalistica di “umanità” è razzista nella sua essenza poiché istituisce la categoria opposta di “non umanità”. Non è un progresso morale, ma l’approfondimento del razzismo occidentale che s’incarica di annichilire le differenze estendendo a tutti la logica capitalistica delle equivalenze. La nostra è la civiltà che ha fatto dell’assolutizzazione della ragione il proprio unico orizzonte di senso. Un’assolutizzazione del tutto metastorica e irrazionale che, tuttavia, ha portato alla credenza (una vera e propria superstizione) che lo sviluppo tecnologico coincida con il progresso dell’umanità autolegittimandosi a conquistare il resto del globo e relegando le altre culture ai margini della geografia, nell’angolo dell’indifferenza, in luoghi lontani destinati a sparire o a essere saccheggiati.

Senza farlo di proposito, Joseph Borrell ha evocato due grandi archetipi dell’antropologia che declinano due modi opposti di concepire il mondo. La foresta è, infatti, l’archetipo che rappresenta la natura nel suo stato originario di primigeneità immutabile, di crescita autonoma senza modificazioni apportate dall’uomo. È un “assoluto”, l’inabitabile per eccellenza: un luogo che supera ogni misura umana e che non può essere dominato. Il giardino è, invece, l’archetipo che rappresenta la natura nel suo aspetto più benefico e razionale. È l’emblema di una natura addomesticata, coltivata, progettata per divenire un luogo accogliente, a misura umana. È, infatti, l’immagine del paradiso terrestre creato da Dio e offerto all’uomo come dimora provvida dispensatrice di frutti e di beni, materiali e spirituali, affinché una vita armonica possa svilupparsi. Dalla stessa radice latina deriva sia domus, casa, sia dominus, dominio. Giardino e foresta simboleggiano due forme di conoscenza opposte: nel giardino la luminosità solare, apollinea, dirada le tenebre labirintiche della foresta dionisiaca. Il giardino è progettato per essere offerto primariamente alla vista che, da lontano, con distacco razionale, può abbracciarne il disegno complessivo. La foresta, invece, può essere conosciuta solo standovi dentro, percorrendola, poiché nessuno sguardo esterno globalizzante è in grado di sintetizzarne la complessità che si dà solo per scorci parziali perpetuamente cangianti a ogni passo. Richiede la partecipazione intima e fisica alle sue leggi, come fa il selvaggio che la vive dall’interno per ottenerne una memoria e un controllo. Ad esempio, i Pigmei (popolo nomade delle aree equatoriali comprese fra il Camerun e lo Zaire) percorrono la foresta incidendo le foglie e tracciando segni sul terreno: rendono, in tal modo, significativo lo spazio ritagliandole degli itinerari, cioè lo umanizzano. E dove il fitto della foresta lascia spazio alla radura, lì situano l’accampamento. L’area priva di vegetazione, dove vi si riversa la luce del sole, non è concepita come un vuoto ma come apertura a un principio di insediamento. Il centro della radura viene sempre lasciato libero e investito di funzioni importanti per il gruppo come le cerimonie religiose o quelle legate alla parola perché chi parla nel centro è udito da tutti. Per le etnie africane il concetto di spazio come vuoto da invadere e riempire non esiste. Lo spazio non è mai un’entità astratta, divisibile in parti equivalenti e misurabili, come è nella nostra tradizione cartesiana, ma è un campo relazionale, topologico, qualitativamente differenziato e non quantitativamente omogeneo. Così come non esiste una netta scissione fra l’uomo e la natura, esiste solo una distinzione fra natura umanizzata e natura selvaggia dove, all’esigenza della demarcazione, si accompagna sempre anche quella del raccordo: non si tratta di esercitare un dominio sulla natura ma di innescare uno spazio antropizzato al suo interno. La demarcazione non è un confine fisso ma mobile, da presidiare con attenzione. Presso gli Hausa della Nigeria, ad esempio, il garii, traducibile impropriamente con città, comprende non solo gli insediamenti effettivi ma anche le zone non abitate ma potenzialmente abitabili, includendo anche il cielo e i pozzi d’acqua. Fuori del garii ci sono le terre improduttive, siano esse lontane, vicine o addirittura interne all’insediamento abitato: la “distanza” non è concepita geometricamente. Il garii si dilata all’alba quando gli abitanti vanno al lavoro nei campi e si contrae la notte, con l’oscurità, quando ogni spazio al di fuori della casa tende a divenire brousse. Ma anche a mezzogiorno, quando il sole abbaglia e appiattisce le figure rendendole meno distinte, la brousse può avanzare. In Burkina Faso, quando arriva la stagione secca e la sterpaglia invade i campi cancellandone i confini, tocca ai cacciatori Lobi aprire ritualmente la brousse e penetrarvi, mentre le divinità dei campi si ritirano nei granai. Con la stagione delle piogge saranno gli spiriti della brousse a ritirarsi mentre gli uomini e le divinità agrarie lasceranno i villaggi per recarsi sui campi e chiudere la brousse sospendendo la caccia. Le spedizioni dei cacciatori Lobi ritagliano temporaneamente dei territori umanizzati che rendono la distesa indifferenziata della savana un luogo temporaneamente protetto dagli spiriti che vi abitano. Anche le statue di fango poste al limite del villaggio hanno la medesima funzione: impedire agli spiriti della foresta di entrare nello spazio ordinato del villaggio.

Per i “selvaggi”, che non hanno mai “naturalizzato” la natura, essa è un “altro” reale, vivente, differenziato: è una figura alla pari dello scambio sociale nell’ordine simbolico. E il territorio è sempre uno spazio elastico generato da una dialettica delle differenze. Nei dipinti su corteccia dei nomadi pigmei, ad esempio, compaiono segni che rimandano sia alle foglie incise durante gli spostamenti, sia a quelli lasciati sul terreno nei rituali che propiziano la caccia, sia a quelli delle pitture corporee. Tali rimandi attenuano la distinzione fra accampamento e foresta fornendo una sorta di travestimento a colui che indossa il tessuto e assimilandolo alla natura. In Africa, il cacciatore è sempre una figura ambigua per il suo transitare continuamente fra la brousse e il villaggio. Rispettato e temuto al contempo, gli si conferisce uno status particolare per controllarne l’oscuro potere che gli deriva dal contatto con le forze della foresta. Tale ambiguità è testimoniata dai tessuti: a differenza dei membri del villaggio che indossano abiti che esibiscono misura e chiarezza, segni della civiltà, il cacciatore indossa abiti scuri con amuleti in pelle, corna, pelo e cauri che rimandano alle creature selvagge della brousse. Quando un animale viene ucciso nella brousse una sua parte significativa viene aggiunta all’abito che così si modifica continuamente. Con gli anni, gli elementi animali finiscono con il ricoprire tutto il tessuto: l’abito assomiglia sempre di più alla brousse e il cacciatore si immedesima sempre più con essa. La trasformazione non implica però il passare dall’altro lato: il cacciatore resta un operatore culturale che si muove lungo la linea di frontiera, l’elemento naturale cucito al tessuto si muta in artefatto che restituisce la brousse con una valenza diversa umanizzata. Il confine non crea una cesura ma un’osmosi porosa.

Noi abbiamo desimbolizzato la natura trasferendola alle leggi biologiche della scienza. Il nostro rapporto con la natura non è più vivo e mortale, ma strumentale: essa è veramente una natura morta, uno sfondo asettico, messo nello statuto idealizzato dell’ecologia, un vero e proprio ghetto, così come abbiamo messo nei musei le culture extra-occidentali dopo averle sterminate. Giardino e foresta sono due paesaggi a temperatura differente, orientati secondo coordinate geo-culturali completamente opposte. Per Martin Heidegger, la Foresta esprime anche la componente aurorale della Terra in quanto Erde, opposta alla Terra in quanto Welt. Qualsiasi azione umana non può che istituirsi come attività modificatrice che tende a trasformare la natura in cultura, ovvero la Foresta in Giardino. Diverso però è il modo in cui viene concettualizzato. La nostra civiltà si basa sul pensiero logico-analitico, su una cultura dedita a coltivare il giardino. Il giardino era il sogno di portare il Paradiso in terra, lungamente vagheggiato da un Occidente che, alla fine, tradendo sé stesso, lo ha trasformato nell’incubo odierno. Il giardino ha cominciato ad appassire quando i tarli del pensiero astraente hanno iniziato a prosciugare la fertile vitalità di ogni contenuto che non fosse riducibile a formule scientifiche. La modernità, col suo grande progetto di addomesticamento totalitario del reale, di rimodellamento uniforme di ogni alterità, di rarefazione di ogni ombra alla luce delle sue ipostasi illuministe, in sintesi, con il suo sogno di trasformare il mondo in uno spazio interamente controllato, si ritrova, infine, senza più terreno sotto i piedi facendo dello sradicamento e della deterritorializzazione le proprie coordinate di fondo. E il giardino, accuratamente coltivato da Socrate, Eraclito, Leonardo, ora è infestato dai parassiti di Bruxelles che stanno facendo marcire definitivamente i frutti di una tradizione bimillenaria di incommensurabile bellezza, sapienza e profondità.

Globalizzazione, cancel culture, censura della pluralità, massificazione livellante, abbassamento dell’istruzione, distruzione dell’arte, genderismo, eugenetica, transumanesimo, scientismo, tecnocrazia, metaverso, sono i semi assai velenosi piantati nel nostro terreno dai Borrell e dalle Von der Leyen, i “giardinieri” al soldo dei proprietari del tecno-capitalismo neoliberale, apolide e feroce. Il giardino sta appassendo sotto i nostri occhi: se non lo ripuliamo velocemente dai parassiti morirà del tutto. E mentre l’Africa si ribella spezzando i ceppi per correre verso il multipolarismo, l’Italia decide di restare dentro la gabbia dell’eurozona dove si sta allestendo la nuova tratta degli schiavi con le catene del debito infinito, dei passaporti vaccinali, delle smart cities, delle monete digitali. E non ci saranno più né la verginità precapitalistica della foresta né l’ordine armonico del giardino ma un’unica monocultura improntata al modello panopticon di uno spazio interamente visibile, senza zone d’ombra e vie di fuga, cioè lo spazio pianificato e controllabile del potere disciplinare e del capitalismo della sorveglianza.

Abbiamo dimenticato che all’origine della nostra luminosa civiltà c’è anche quel luogo di curve e bivii che è il labirinto, l’analogo architettonico della foresta oscura. E se è vero che Teseo uccide il Minotauro segnando la vittoria dell’elemento apollineo su quello dionisiaco, del logos sul mytos, è anche vero che ritrova la luce del sole uscendo dalle tenebre del labirinto solo grazie al filo tesogli da Arianna, la sposa di Dioniso.

La sapienza greca non ha mai trascurato la dialettica feconda fra il filo lineare della logica e il vortice vertiginoso dell’ebbrezza, fra l’ordine eccessivo di Euclide e il caos incontrollato delle Baccanti, fra la foresta e il giardino. “Dioniso fa parte dell’ordine!”, dicevano ad Atene. Infatti, nei templi eretti sulle coste frattali della Grecia si ergeva la statua di Atena, portatrice delle funzioni civilizzatrici e della saggezza politica, che serbava sul petto l’effigie della testa mostruosa di Medusa.

Sarebbe ora di licenziare il giardiniere Borrell, è evidente che non ha il “pollice verde”...

Sonia Milone

 
Entusiasmi eccessivi per i BRICS PDF Stampa E-mail

26 Agosto 2023

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 Da Rassegna di Arianna del 24-8-2023 (N.d.d.)

È terminato il summit dei BRICS in Sud Africa. Star dell’incontro il presidente indiano Modi. Putin era in remoto e sappiamo in quali altre faccende affaccendato, Xi ha saltato senza dare ragioni il primo incontro pubblico dei leader, Lula si è preoccupato di rilasciare dichiarazioni che spegnessero l’impeto competitivo del gruppo contro l’Occidente cui è legato anche in ragione di recenti incontri ed accordi (USA ed UE). Per dire, era stato proprio Lula che aveva annunciato nei mesi scorsi la volontà di varare la valuta alternativa al dollaro. Occorre che s’impari a leggere questa complessa trama delle nuove relazioni mondiali, a volte fai una dichiarazione prima di certi incontri per ottenere qualcosa, è “politica”.

Il vertice aveva al centro un punto, la questione dell’allargamento del gruppo ad altri partner, una ventina in esplicita richiesta di ammissione, un’altra ventina interessati a seguire. Poiché molti seguono la geopolitica come seguono il calciomercato ovvero seguendo “storie”, s’erano prematuramente eccitati immaginando roboanti annunci di valute alternative al dollaro, ma nessuno aveva anticipato tale intenzione nella preparazione del vertice, anzi era stato esplicitamente escluso da indiani e sudafricani. Prima si fanno i soggetti, poi i soggetti deliberano le proprie comuni intenzioni, semmai vi riescono. I primi due giorni, a parole, erano tutti entusiasti ed uniti nel dichiarare la volontà di allargamento. Mercoledì notte, riuniti a specificare i dettagli, si sono incagliati su punti presentati da Modi, fresco di gloria spaziale. Come detto, Modi gioca una complessa partita in cui occorre tener conto anche del fatto che l’anno prossimo va ad elezioni per il terzo mandato, con alta frizione interna che ha portato addirittura ben 26 diversi partiti, che più eterogenei non si possono immaginare, a creare un cartello unico contro di lui sotto la bandiera del terzo Gandhi, Rahul. La complessa partita sulla politica estera di Modi è relativa a molti punti: 1) ottenere il prestigioso seggio al Consiglio di Sicurezza (India è il più grande paese del pianeta ed è -al momento- la quinta economia, ma la quarta più o meno l’anno prossimo, la terza per Pil PPA); 2) calibrare i delicati rapporti con la Cina, sia localmente (confini), che arealmente (Asia), che dentro i BRICS dove l’India vuole presentarsi come reale capofila dei Global South dicendo che la Cina è ormai un paese non più “in via di sviluppo”. Da segnalare come il successo lunare dia all’India una immagine assai attraente dal punto di vista tecnologico, chiave importante per le ambizioni di sviluppo di terzi; 3) combattere proprio contro Cina e Russia sul senso da dare ai BRICS ovvero una unione economica e non una unione geopolitica o non del tutto. L’India, infatti, intrattiene ottime e proficue relazioni con il Giappone, l’Unione europea e soprattutto gli Stati Uniti d’America (anche militari e nel Pacifico), senza per questo trascurare la vecchia amicizia con la Russia; 4) in subordine al punto 2), una crescente attenzione all’Africa che l’India ha per il momento colonizzato con una apparentemente innocua diaspora di sarti e commercianti per la parte sudorientale. C’è anche, poco notato, un crescente problema di rapporti con certo mondo musulmano, problema etnico interno piuttosto sensibile, che però ha riflesso sui codici di fratellanza islamica che è un mondo altrettanto complesso.

Modi allora, mercoledì sera, si presenta con due nuovi criteri limite per accettare le domande di ammissione dei nuovi candidati: a) non esser sotto sanzioni; b) avere un Pil PPP di un certo livello. Entrambi, vanno in direzione di dar ai BRICS il senso di unione di cooperazione economia e meno geopolitica. Non vuole trovarsi annegato in una pletora di paesotti senza senso imbarcati da cinesi e russi solo per far “massa”, non vuole trovarsi in imbarazzo nel suo gioco su più tavoli con gli occidentali. È probabile che avesse anche dalla sua parte il Brasile altrettanto sensibile a non urtare troppo gli occidentali. Il Sud Africa ha giocato il ruolo di mediatore, padrone di casa interessato al successo del vertice, a sua volta orientato a rappresentare gli interessi continentali. Modi, sapendolo, ha stabilito in un incontro bilaterale che si farà promotore dell’annessione dell’Unione Africana al G20 e forse poi, nel più generale riassetto del Consiglio di Sicurezza, anche lì. Si può immaginare come la seconda richiesta possa esser stata valutata forse contrattabile dai cinesi (i russi, in questo momento, non hanno un grande peso o, meglio, lo hanno comunque e per varie ragioni, ma non sono proprio nel miglior loro momento di far geopolitica), la prima no. A parte escludere a priori le candidature di Iran e Venezuela, avrebbe creato anche un imbarazzo palese con la Russia stessa e forse domani con la Cina stessa. Non solo, avrebbe dato agli americani l’arma perfetta per mettere sotto sanzioni chiunque a loro piacimento pur di interdire le politiche interne lo stesso BRICS. Era evidente Modi avesse presentato il punto per ottenere qualcos’altro, il punto non era realistico ma contrattualistico.

Com’è finita la battaglia nelle segrete stanze? Si è deciso di non decidere i principi ma procedere pragmaticamente. Così s’è deliberata l’ammissione dell’Arabia Saudita spinta dall'India e non solo (che per altro sta giocando una sua propria partita con Iran da una parte, Israele dall’altra e gli Stati Uniti a chiudere il quadrato, anche AS come l’India va sul multi-allineamento), l’Egitto (Russia) e gli Emirati Arabi Uniti (sponsorizzati dalla propria ricchezza e basta). Seguono Argentina (sponsorizzata da Lula) e l’Iran (Cina) che alla fine Modi ha dovuto ingoiare anche perché s’era messo in imbarazzo da solo visto anche i più che ottimi rapporti bilaterali diretti. Infine, l’Etiopia (Sud Africa) leader storico del senso africano. Pare che l’Indonesia si sia chiamata fuori per il momento, ci sarà da capire meglio perché e per quanto. Quindi i BRICS passano da cinque a undici, da 01.01.24, da verificare con quali prerogative tra fondatori ed associati. Solo dichiarazioni congiunte in favore dell’ulteriore esplorazione di una valuta comune da concordare e definire tecnicamente a seguire mentre si riafferma l’impegno a nuove cooptazioni.  Modi ha poi dovuto dichiarare di essere strafavorevole all'allargamento ("I believe Brics and friendly countries present here can work together to strengthen a multipolar world."), ma forse sovraeccitato dalla conquista lunare, non ha calcolato che le sue uscite all'undicesima ora ieri notte, si sono sapute. Difficile rendersi credibili nella difesa di interessi terzi, quando ha dimostrato che più che altro si stava facendo i fatti propri.

Segnale finale? Da una parte la volontà strategica c’è ed è confermata, dall’altra quando si passa dalla volontà ai fatti, emerge tutta la delicata complessità di questo progetto e siamo solo alle ammissioni, poi sarà la volta delle decisioni e degli impegni fattivi. In sostanza, BRICS si avvia a diventare qualcosa che ha la forza ed in parte la debolezza dell’Unione europea, forza economica ed in parte finanziaria, geopolitica un po’ maggiore, ma da verificare caso per caso e tavolo per tavolo. Dall’altra G7 con ancora alta forza finanziaria e geopolitica, in declino quella economica e demografica. USA/G7 potrà aggredire paese per paese la unione BRICS offrendo qualcosa in cambio di qualcos’altro. Paese per paese ci si barcamenerà tra interessi a breve ed a medio-lungo. Di fatto, come nel caso del presentarsi nel mercato di un concorrente che limita i privilegi del precedente monopolista, l’intero processo spingerà USA/G7 a doversi preoccupare della propria postura ed immagine (concreta non pubblicitaria), che però sconta decenni e secoli di protervia difficilmente cancellabili. Biden ha già annunciato importanti revisioni nella composizione dei diritti, voti e rappresentanze in World Bank e International Monetary Fund, mentre affila le armi per nuovi “divide et impera”. Certo, da oggi è chiaro che "tutto il mondo ti osserva" e se predichi bene e razzoli male, gli spettatori diventeranno attori e non a tuo favore.

Partita lunga e complessa che però arriverà inevitabilmente ad una nuova configurazione di ordine mondiale, anzi che è già arrivata anche se molti faticano a comprenderlo, tra ironie sui “sogni di gloria alternativi” e gli eccessivi entusiasmi che non tengono contro delle tante complessità e contraddizioni di processo. Il mondo cambia, le nostre mentalità arrancano.

Pierluigi Fagan

 
Nuove generazioni private di un enorme patrimonio culturale PDF Stampa E-mail

25 Agosto 2023

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 Da Comedonchisciotte del 23-8-2023 (N.d.d.)

Tra meno di un mese prenderà avvio un nuovo anno scolastico. Ma la situazione che insegnanti, studenti e famiglie si ritroveranno a vivere sarà molto diversa da quella degli anni precedenti. Nel silenzio pressoché totale di istituzioni, sindacati e organi di informazione sta infatti per entrare in vigore l’ennesima riforma della Scuola italiana, con un impatto superiore persino alla “Buona Scuola” di Renzi. Pianificata dal governo Draghi su mandato europeo e implementata in perfetta continuità dal Governo Meloni, fa parte a tutti gli effetti del PNRR, il piano straordinario di investimento dell’UE finalizzato a ridare fiato agli Stati membri provati dalla Pandemia. In realtà, il PNRR è un colossale piano di indebitamento delle nazioni europee, obbligate a trasformare le loro istituzioni, economie e società in direzione delle politiche sanitarie, alimentari, energetiche, digitali e, non ultime, anche belliche, decise dalle lobby d’Oltreoceano che detengono i brevetti delle relative tecnologie. Mai come in questo frangente storico è risultato più palese l’asservimento delle élite nazionali ed europee agli interessi geopolitici statunitensi e all’avidità delle corporation che ormai ne detengono il controllo. Prima la Pandemia, ora la guerra contro la Russia, testimoniano senza mezzi termini l’assenza completa d’iniziativa e d’indipendenza dell’UE dagli interessi americani; ne svelano la funzione di “caporalato” nei confronti dei singoli Stati membri ridotti ormai a semplici colonie. Ed è in questo contesto “neo-coloniale” che vanno lette le pesanti trasformazioni cui dà seguito il PNRR.[…]

Intelligenza Artificiale, Realtà aumentata, stampanti 3D, ecc. È il cespite più consistente dell’iniziativa: circa i ¾ degli investimenti previsti. Entro Natale 2022 tutte le scuole sono state “caldamente invitate” dal Ministero a fare incetta di strumentazioni high tech per il massimo degli stanziamenti virtuali disponibili (cioè, a contribuire sconsideratamente al Debito pubblico), indipendentemente dalle dotazioni pregresse, dalla reale capacità di fruizione delle nuove, dalla loro utilità per il tipo di scuola, ecc. Il resto dei finanziamenti servirà per “smontare” le aule tradizionali e riqualificarne l’apertura al mondo attraverso banchi a rotelle, aule-laboratorio, ambienti virtuali, ecc. Questa trasformazione della scuola è funzionale ad una vera e propria rivoluzione pedagogica sul piano dell’apprendimento, che non dovrà essere più “frontale” e meramente “cognitivo” (come se lo fosse mai stato!) ma multilaterale ed esperienziale. È il concetto di apprendimento “ibrido”. Saranno incentivate le situazioni d’apprendimento collaborativo e la didattica “concreta” (simulata però da AI e spazi virtuali!) finalizzata alla creazione di prodotti informatici, servizi digitali e start-up innovative.  […]

Si tratta insomma di una macroscopica riconversione della Scuola italiana alle finalità di un mercato del lavoro ormai globalizzato e virtualizzato, bisognoso di operai con una nuova alfabetizzazione, questa volta digitale, funzionale ai bisogni neocolonialisti dei colossi BigTech che ci dominano. Sarà dunque il lavoro – e non più la formazione dell’individuo – la nuova finalità dell’istruzione. Da passaggio fondamentale per la scoperta di sé attraverso la trasmissione sociale del sapere la Scuola sarà svilita a componente della riforma del lavoro, sollevando le aziende dall’onere di selezionare e formare il proprio personale. La riforma introduce infatti due nuove figure di insegnanti (la seconda grande novità): il docente Orientatore e il docente Tutor. Con compiti, l’uno, di aiutare lo studente nella scelta precoce della futura professione e, l’altro, di consigliarlo nei percorsi di apprendimento liberi ad essa più adeguati. Nel nuovo scenario scolastico, infatti, non tutti studieranno tutte le materie previste dal curricolo o non tutti nello stesso modo o negli stessi tempi, ma ciascuno in base alle sue presunte esigenze e preferenze, così da “avvantaggiarsi” sul percorso professionale prescelto. Una scuola à la carte, insomma, nella quale studiare solo ciò che aggrada o è stato inculcato come preferibile, più “utile” al nostro futuro. Questi due insegnanti dovranno infatti operare negli anni una vera e propria profilazione lavorativa dello studente.

La strategia propagandistica fa leva sulle idee di “personalizzazione” dell’apprendimento contro l’omologazione attuale, di “libertà” di scelta del singolo contro la coercizione dell’istituzione, di “collaborazione” Stato-famiglie per garantire ai giovani un futuro lavorativo, ecc… Ripropone cioè tutte le caratteristiche della scuola pre-repubblicana, funzionale ad una società gerarchizzata e competitiva che intende la libertà nella sua accezione più elementare di “scelta” pragmatica (non importa quanto condizionata). Si misconoscono completamente le ragioni storiche dell’attuale assetto costituzionale della Scuola, che proprio quel tipo di società intendeva superare. Cioè, la possibilità offerta dallo Stato ad ogni cittadino di godere degli stessi percorsi d’istruzione indipendentemente dai condizionamenti della situazione familiare, economica o sociale di partenza; di educare cittadini consapevoli e attivi, che esercitino diritti e doveri come contributo alla res publica, e non egotisticamente; di formare persone libere, cioè in grado di perseguire fini che nascono dal più autentico Sé e non da invisibili condizionamenti ideologici o economici.

Nel tempo queste due nuove figure esproprieranno il Consiglio di Classe della prerogativa di condurre in modo concertato il progetto formativo relativo al singolo studente e di valutarne progressi o ritardi, secondo l’attuale prassi pedagogica che mira alla globalità della persona. Sarà di fatto conferito loro il potere di limitare la libertà d’insegnamento altrui per implementare una pluralità di percorsi differenziati nelle stesse classi, un patchwork ritagliato sulle esigenze delle aziende e di famiglie blandite nell’illusione di potersi finalmente sostituire a quei docenti ritenuti incapaci di comprendere le potenzialità dei loro figli, i loro nascosti “meriti”.

La difesa del merito – di studenti e insegnanti – è in effetti il terzo pilastro della riforma, come del resto programmaticamente annunciato dal Governo Meloni fin dal nuovo nome del Ministero dell’Istruzione, divenuto pure “del Merito”. Chi potrà dirsene contrario senza autodenunciarsi come immeritevole? Si tratta in realtà di un tentativo, già compiuto da altri governi, di introdurre criteri di valutazione del lavoro completamente spurii rispetto ai doveri contrattuali e costituzionali del docente italiano, per il cui rispetto tra l’altro esistono già adeguate procedure disciplinari. Con la nozione di “merito” si vorrebbe misurare l’efficacia prestazionale del docente, la sua “bravura”, per intenderci. Si finge qui di non sapere che ad ogni ruolo della pubblica amministrazione si accede per concorso; vale a dire dopo aver superato una selezione per titoli e prove che stabilisce una volta e per sempre l’idoneità e la legittimità – dunque il merito – di ricoprire quel ruolo. Come parametro di natura eminentemente soggettivo la “bravura” non può costituire un requisito per insegnare, più di quanto non accada per le altre professioni del settore pubblico. E ciò per un banale principio di neutralità delle selezioni pubbliche teso ad evitare parzialità e corruzione. L’insegnante meritevole è semplicemente quello che si attiene al suo dovere, che è anzitutto di trasmettere in scienza e coscienza il suo sapere. Così come lo studente meritevole ha il dovere di apprendere, per sé prima che per comando. Non c’è altro né può esserci, se vogliamo che l’istruzione resti libera. Del resto, nessun altro criterio di giudizio può essere più significativo per un insegnante dell’apprezzamento ricevuto da studenti, famiglie e colleghi; che tuttavia resta e deve restare di natura esclusivamente morale, se non vuol trasformarsi in un indebito strumento di lusinga o di pressione. Come invece farebbe certamente comodo ad una classe politica tra le più demeritevoli al mondo. È fin troppo chiaro infatti quale sia la vera finalità di questo sbandierato progetto di valorizzazione del merito. Anzitutto, acquisire un’arma di ricatto contro la libertà professionale degli insegnanti costituzionalmente garantita (art. 33). Ogni nuovo regime cerca infatti di consolidarsi sottomettendo ai propri fini l’Istruzione e chi la esercita, così da conseguire una (pseudo) legittimazione sociale prima ancora che politica.

Cancellando il principio della fedeltà alla propria coscienza che è tipico delle “professioni togate”, si vuole insomma trasformare gli insegnanti in semplici impiegati della pubblica amministrazione, per renderli più organici al potere. Non a caso analoghe ipotesi di riforma sono in fieri anche per i medici e i magistrati. L’introduzione del criterio del “merito” è funzionale proprio a questa cancellazione, attraverso la dipendenza che si verrà a creare tra gli insegnanti e i dirigenti che dovranno valutarne la bravura. Sottoposti già da alcuni anni ad un analogo sistema di valutazione da parte del Ministero che li spinge a confondere spesso i propri doveri nei confronti dello Stato con l’obbedienza al Governo, i dirigenti scolastici fungono infatti sempre più da “catena di trasmissione” nei confronti della “truppa” dei docenti. Alla condizione di assoggettamento etico e professionale degli insegnanti si arriverà probabilmente correlando al merito lo stipendio, il punteggio interno alla scuola e quello esterno per i trasferimenti. […]

Il quarto “pilastro” della riforma prevede lo stravolgimento delle finalità educative della Scuola italiana, reindirizzate e rimodulate a favore della transizione digitale pilotata in Occidente dalle BigTech statunitensi. Le finalità umanistiche e “liberali” dei tradizionali curricoli scolastici lasceranno il posto a quelle utilitaristiche della formazione tecnologica, funzionale alla creazione di un vasto proletariato di nuova concezione. Con il pretesto (certamente allettante per le famiglie plagiate dai valori consumistici) di fornire ai giovani un’istruzione “al passo coi tempi”, si priveranno le nuove generazioni di un enorme capitale culturale forse unico al mondo, selezionato nei secoli per farne uomini e donne liberi. Blanditi nell’idea di veder trasformati i propri limiti cognitivi e caratteriali in meriti non ancora scoperti e valorizzati, gli studenti saranno inseriti in percorsi ad hoc interni alle singole scuole (che così perderanno le loro specificità) con l’illusione di formarsi a lungo termine per un mondo del lavoro che invece cambia ogni sei mesi. […] Naturalmente si chiederà anche agli insegnanti di adeguarsi ai tempi, adattando le loro conoscenze didattiche agli strumenti e alle finalità delle nuove onnipresenti tecnologie informatiche, secondo i voleri insindacabili dell’UE (vedi Quadro di riferimento europeo per le competenze digitali dei docenti, il “DigCompEdu”). Inseriti in un sistema europeo di riconoscimento delle competenze digitali, saranno valutati (e domani stipendiati) secondo una precisa scala di bravura didattica con tanto di titolo distintivo: A1) Novizio; A2) Esploratore; B1) Sperimentatore; B2) Esperto; C1) Leader; C2) Pioniere. In altre parole, non saranno più riconosciuti come professionisti tutti ugualmente “sapienti” nelle loro rispettive materie, ma incardinati in una gerarchia di valore (e di diritti) di natura prettamente tecnica, che confonde i fini del loro lavoro con gli strumenti utilizzati per conseguirli.

Concludiamo con un paradosso. Il grottesco di questa riforma della Scuola – nella quale insegnanti studenti e famiglie convergeranno macchinalmente verso un mondo senza libertà, che non sia quella concessa loro – non può soffocare una sarcastica considerazione: valeva la pena percorrere tutto il cerchio dell’ideale democratico per tornare al “MinCulPop”, ai Balilla e ai Lupetti da cui proveniamo? – E allora vogliamo pure i Colonnelli!

Marco Bonsanto

 

 
Conta solo la soggettivitÓ PDF Stampa E-mail

24 Agosto 2023

 Da Comedonchisciotte del 30-7-2023 (N.d.d.)

In origine era la famiglia numerosa. Poi venne la famiglia simmetrica e quadrangolare, padre madre figlio e figlia. Quindi la famiglia con figlio unico. Si passò poi alla coppia senza figli, anche dello stesso sesso. Poi fu varata la famiglia mononucleare, composta da un solo membro, il single. Adesso siamo arrivati alla sologamia. Di che si tratta? Il single si ama a tal punto che decide di convolare a nozze con se stesso e sposarsi con un rito ad hoc. Matrimonio narcisistico, potremmo dire, celebrato allo specchio, in un selfie. Garanzia di indissolubilità.

Un’installazione di Elena Ketra al Gazometro di Roma ha figurato una donna che sposa se stessa, con tanto di marcia nuziale. A Kyoto esiste il self-wedding per singoli che amano se stessi al punto da prendersi in sposo/a; conta “lo stare bene con se stessi”, imperativo assoluto della nostra epoca. L’artista la motiva a contrario come una forma di “inclusione sociale” giacché “amarsi è necessario per poter amare in modo libero ogni altro essere umano”. Quel matrimonio onanistico, autoreferenziale, in cui si è sposo, sposa e figlio della propria unione, è una esibizione simbolica; portata all’estremo, rappresenta la tendenza e lo spirito della nostra epoca.

A conferma di questa tendenza ad amare se stessi sopra ogni cosa, e considerare lo “star bene con se stessi” come l’unico vero fine e requisito per l’esistenza, si possono citare altri due fatti concomitanti. Uno è il congelamento degli ovuli, o dei semi, che nasce da una motivazione originaria comprensibile: se sono single e temo che con gli anni perderò la fecondità, cerco di mettere in salvo la mia possibilità di riprodurre, per consentire – in caso di unione fuori tempo massimo per il mio corpo – di avere ugualmente figli. Ma l’ideologia sottostante al congelamento non è l’impulso alla maternità e tantomeno il desiderio di fare famiglia e coronare l’unione con un consorte; ma la possibilità di autoriprodursi, di lasciare in banca, congelato, la propria virtuale riproduttività, come si congelano anche corpi malati e senili che sperano di poter “risorgere” alla vita quando si troveranno le cure giuste per superare quella malattia ora mortale. Sentitele le single che depositano ovuli nella banca del futuro: è un modo per perpetuarsi, per lasciare lo stampino di se stessi, garantirsi se non l’immortalità, una possibilità di replicarsi ed eludere la mortalità. Ancora una volta la religione, la filosofia di vita che traspare in queste scelte è lo sconfinato amore per se stessi, e l’inclinazione a pensare il partner non come colui col quale si desidera dividere la vita, giurarsi e praticare amore reciproco, e coronare la propria unione con uno o più figli; ma come l’inseminatore occasionale, il fuco rispetto all’ape regina, ossia il semplice donatore di seme che serve per ingravidare e consentire alla donna autarchica di riprodursi. Non un figlio, dunque, quanto una replica di se stesse, un modo per rigenerare il proprio io e i propri geni.

Per coronare questa visione autarchica e autoreferenziale della vita, consideriamo infine un altro aspetto, recentemente ribadito da una sentenza della magistratura. È possibile mutare la propria sessualità e tutto quello che ci identifica, comprese le generalità, semplicemente con un’autocertificazione o un’autopercezione. Lo ha stabilito una sentenza recente del tribunale di Trapani: si può cambiare sesso senza operazione chirurgica o mutazione ormonale, ma per un “puro” desiderio di farlo. Per cambiar sesso non c’è bisogno nemmeno di sottoporsi a un’operazione in modo da mettere anche la legge con le spalle al muro davanti a un’evidente mutazione genetica; basta sentirsi di un altro sesso per modificare i propri dati anagrafici e la propria identità sessuale. Se la legge non parte dalla realtà oggettiva e da quel che noi siamo secondo evidenza e natura, ma deve sottomettersi a ciò che noi vogliamo essere, allora non solo la percezione del sesso dovrebbe costituire motivo sufficiente per la mutazione dei dati. Ma anche la percezione anagrafica: se io mi sento trent’anni di meno, vivo, vesto, penso e sono come un ragazzo, o se mi sento più africano o asiatico che italiano, perché non riconoscere la variazione d’età o di etnia rispetto a quel che dice la mia anagrafe? Un tema che avevamo già posto provocatoriamente in un controcanto paradossale di un anno fa. E che potrebbe estendersi oltremisura: se mi sento cinghiale, potrà bastare la mia percezione e la mia volontà di ungulato per decretare il mio cambiamento anagrafico e statutario? O l’umanità non può essere revocata, per la semplice ragione che non sarebbe mai possibile l’inverso, ovvero la domanda di un cinghiale di essere riconosciuto umano? Per avanzare una tale richiesta e manifestare la tua volontà devi essere almeno umano, non appartenere al regno animale, vegetale o minerale.

Naturalmente sono paradossi, resta però il principio di fondo: non conta più la realtà e la sua evidenza, la natura e la fisiologia, anzi non conta più l’oggettività; conta il soggetto, il suo sentire e volere soggettivo. Qui torniamo al punto di partenza: Io sono quel che voglio essere, se decido posso perfino sposarmi con me stesso, e riprodurmi in modo autarchico, usando il seme altrui come concime anonimo, impersonale. Io amo io, e basta. Resta solo una domandina per voi: siete contenti di questa conquista, alzate le spalle dicendo che i tempi mutano, o vi rifiutate di accettare la fine ingloriosa dell’umanità, della natura, del buon senso e della civiltà?

Marcello Veneziani

 
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