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CecitÓ PDF Stampa E-mail

27 Marzo 2022

Da Rassegna di Arianna del 25-3-2022 (N.d.d.)

La vera sfida in questa fase storica, se sei un occidentale moderatamente vigile, e a maggior ragione se sei italiano, è non soccombere alla depressione. Già, perché chi riesce ancora a unire i puntini e a intuire almeno la forma generale di quello che ci sta succedendo, vede che siamo di fronte a qualcosa che ha la portata della caduta dell’Impero romano. Il decentramento dell'impero americano ha ed avrà conseguenze non minori di quell'illustre precedente sulle sue province. Il dato di partenza è che il mondo non è già più unipolare, come è stato dagli anni '90, e non è neppure bipolare, come è stato dopo il 1945, ma sta divenendo sempre più chiaramente multipolare. In questo contesto l'Occidente europeo vive una doppia tragedia, geopolitica e culturale. Sul piano geopolitico si sta capendo sempre più chiaramente come l'Europa in tutte le sue versioni non si sia mai davvero allontanata dalla cuccia predispostale nel secondo dopoguerra dagli USA.

Gli europeisti, o almeno una parte di essi, si erano illusi che l'Europa (CEE, CE, UE) fosse nata come contraltare e polo alternativo agli USA, ma il perfetto allineamento degli "alleati" degli USA prima nella vicenda pandemica ed ora nel conflitto russo-ucraino ha mostrato a chi ne avesse ancora bisogno che l'Europa è e rimane sostanzialmente una colonia americana, tenuta a catena corta dal padrone. Il fatto che in questo momento tutta l'Europa stia scavando la propria tomba economica opponendo pochissima o nulla resistenza alle spintarelle americane dice tutto quello serve per capire. Tralasciando l'Italia, che scodinzola attorno all'amministrazione USA in modo molesto e imbarazzante persino per il padrone, anche paesi un po' più accorti del nostro circa i propri interessi (Germania e Francia) stanno tutt'al più mugugnando, senza riuscire davvero a prendere una posizione differente. Si dirà: perché accade? Parte della risposta sta semplicemente nel fatto che il nostro asservimento strutturale agli USA passa attraverso la dipendenza totale sul piano militare (dal '45 siamo e restiamo pieni di basi militari americane) e sul piano delle telecomunicazioni (la "rete" è sì "mondiale", ma in effetti è sotto diretto o indiretto controllo americano - salvo per quei paesi che hanno adottato verso di essa per tempo e sistematicamente modalità di filtraggio e sorveglianza su base sovrana.)

Ma c'è anche una seconda parte della risposta, che è assai più triste, e con ciò veniamo alla tragedia culturale. L'Europa è soprattutto una colonia culturale americana. Il mondo in cui ci muoviamo è integralmente formato da modelli, format e contenuti di importazione: passeggiamo virtualmente per le strade di S. Francisco e tra gli attici di Manhattan, viviamo come nostri i problemi di razzismo di un'eredità schiavista e facciamo seriosi interventi legislativi per porre rimedio ai problemi dell'Alabama. Persino l'apprezzamento che abbiamo per le nostre città o per i nostri territori passa attraverso la patinatura della filmografia americana e ci emozioniamo nel vedere con gli occhi di Hollywood il glamour di Parigi o le vie di Roma. Gli USA si sono dimostrati essere sì una potenza militare, ma soprattutto un'immensa potenza propagandistica, una macchina monopolistica micidiale di creazione dell'immaginario. Ed è perciò che noi europei non siamo più in grado nemmeno di immaginare forme di vita diverse da quelle fittizie proiettate dall'advertising americano. I cinesi, russi, arabi, ecc. che la nostra immaginazione evoca sono proiezioni passate attraverso gli studios californiani. Ora, finché gli USA erano il padrone unipolare del mondo, questa nostra collocazione di province culturali dell'impero americano poteva non risaltare, ed essere relativamente innocua. Ci consentiva di proseguire nel sogno europeo anteguerra di essere i "civilizzatori del mondo" che si facevano carico del "fardello dell'uomo bianco" (white man's burden), anche se ora il comando centrale era passato dalla rissosa Europa al di là dell'Atlantico. Abbiamo continuato a percepirci come il centro culturale del mondo, e lo abbiamo fatto in modo vicario, parassitario, grazie alle portaerei americane e alla filmografia americana. Certo, sapevamo di non essere più davvero al centro, ma finché ci pensavamo come ricca e colta periferia dell'impero, non c'era bisogno di sottilizzare. Potevamo persino permetterci di fare un po' gli snob nei confronti dell'ingenuità plastificata dei cugini americani, permettendoci tratti di paternalismo sul piano dell'"alta cultura". Ma gli USA sono in crisi da tempo, e il resto del mondo non è più un'espressione geografica su cui semplicemente muovere le pedine americane. Gli USA sono riusciti a contenere negli anni '80 l'autonomia giapponese e riescono ancora, con qualche fatica a tenere in piedi la "dottrina Monroe" nel continente americano. Ma l'emergere della potenza cinese, la rinascita russa dalle ceneri dell'URSS e anche la tumultuosa insofferenza dell'intero mondo islamico hanno ridato fiato a tutte quelle parti del mondo lontane dai paradigmi americani, e che ora riescono ad immaginare che il loro destino includa la possibilità di esplorare strade proprie. In questo quadro la tragedia europea si staglia in tutta la sua angosciosità.

L'Europa oggi appare in effetti culturalmente incapace di comprendere e accettare che possano esistere forme di vita diverse da quella euroamericana. Si tratta di una forma di spettacolare cecità antropologica, di cui le élite europee, e in ampia misura anche il popolo minuto cresciuto davanti alla TV, sono espressione. Non riusciamo proprio a capacitarci di come si possa essere e soprattutto desiderare di essere diversi da "noi", laddove questo "noi" è l'idealizzazione mediatica e fascinosa della "vita occidentale". Così noi, i nostri ceti politici e le nostre classi dirigenti, oggi ci troviamo paralizzati nell'incapacità di pensare al resto del mondo in termini che non siano quelli di un "grande errore". Questa cecità culturale poteva essere un mero difetto sovrastrutturale finché comunque al centro della scena della potenza mondiale c'eravamo noi europei, ed era comunque un difetto privo di conseguenze drammatiche finché, come provincia dell'impero americano, non dovevamo davvero confrontarci con niente di davvero diverso. La "diversità" che il mondo euroamericano celebra è sempre solo la diversità innocua e magari buffa del "folclore" o della "eccentricità" interna alla propria forma di vita. Ma una diversità che si pensi come mondo alternativo è per noi concepibile solo come un "grande errore". La tragedia è che oggi, per evitare di uscire dall'illusione che ci siamo costruiti attorno, dobbiamo assumere in modo sempre più netto posture dogmatiche, dobbiamo chiudere non solo gli occhi, ma le orecchie e il naso, e tappare la bocca ai dissenzienti, perché solo ed esclusivamente il mondo fittizio delle liberaldemocrazie idealizzate che ci è stato teletrasmesso ci appare abitabile.

È per questo che i leader europei non possono davvero oggi opporsi alle volontà americane: non solo per oggettivi rapporti di forza, ma anche perché tutti gli argomenti, tutti i modelli, tutto l'immaginario su cui possono fare leva dice a loro e al loro elettorato una sola cosa: nessun altro mondo è possibile. Gli altri, tutti gli altri, tutte le epoche diverse dalla nostra, tutte le forme di umanità diverse dalla nostra - così come ci viene rappresentata idealmente - sono solo errori, incomprensibili brutture, residui dogmatici. Solo che oggi, questa nostra cecità ci induce a raccontarci bugie sempre più grandi, e ci spinge ad essere sempre più intolleranti verso chi non regge il gioco di queste illusioni. E questa cecità ci rende anche incapaci di valutare il pericolo reale di continuare a crederci l'indispensabile centro del mondo, mentre potremmo ritrovarci in tempi straordinariamente rapidi ad essere solo la periferia ottusa e impoverita di un impero americano, a sua volta decentrato e in crisi.

Andrea Zhok

 
Impresa ciclopica PDF Stampa E-mail

26 Marzo 2022

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 Da Comedonchisciotte del 10-3-2022 (N.d.d.)

L’Occidente ha perso la sfida della globalizzazione, avendola interpretata come una competizione senza frontiere basata sul mercantilismo, sull’export che si conquista attraverso la riduzione dei costi anziché sulla crescita della domanda interna. Il paradosso è rappresentato degli Usa, la punta di diamante dell’Occidente capitalistico: ha abbandonato completamente la produzione manifatturiera, la Old Economy, immaginando che la New Economy le avrebbe regalato un nuovo Secolo di prosperità: ed invece è diventata la Nazione più indebitata del mondo, con una posizione finanziaria netta negativa per 13 mila miliardi di dollari ed un deficit commerciale strutturale che nel 2021 è arrivato alla astronomica cifra di 859 miliardi di dollari, di cui ben 353 miliardi nei confronti della Cina (+14,5%). Gli Usa comprano a debito, per loro fortuna denominato in dollari: stampando moneta, lo rimborserebbero.

Anche l’Europa è in enormi difficoltà. Il saldo attivo della bilancia dei pagamenti correnti dell’Eurozona deriva principalmente da quattro paesi: al termine del terzo trimestre 2021, la somma dei risultati dei quattro trimestri precedenti portava l’Eurozona a +333 miliardi di euro complessivi. La Germania ha contribuito con +249 miliardi, l’Olanda con +78 miliardi, l’Irlanda e l’Italia con +68 miliardi. La Francia ha invece registrato nel 2021 un nuovo record negativo della bilancia commerciale, con -84,7 miliardi euro rispetto ai -75 miliardi del 2020, peggiorando ancora la sua posizione finanziaria netta sull’estero, ormai negativa per 800 miliardi di euro. È superata solo dalla Spagna che ha un passivo rovinoso di 909 miliardi di euro. L’Italia ha invece recuperato i precedenti disavanzi commerciali strutturali, con enormi sacrifici sul piano dei salari e della crescita, registrando ora una posizione finanziaria netta positiva per 106 miliardi di euro. La Germania ha approfittato enormemente della relativa debolezza dell’euro, riuscendo ad accumulare un astronomico saldo finanziario netto positivo verso l’estero: ora è pari a 2.300 miliardi di euro, quando era a zero nel 2001. Questi sono i numeri dell’Occidente: dimostrano che Usa ed Unione europea hanno perso malamente la sfida di vent’anni di globalizzazione. Il processo di riequilibrio dell’Occidente viene ora ipotizzato attraverso l’isolamento geopolitico di Russia e Cina, con un processo di decoupling economico e finanziario nei confronti del Resto del Mondo. Si sta creando una sorta di Western Comecon: una forma di economia autarchica, come ai tempi dell’Unione Sovietica e dei suoi pochi Paesi satelliti. L’Occidente sta creando una rete di relazioni interne volte ad eliminare le sue due dipendenze fondamentali, quella tecnologica in campo ICT dalla Cina e quella energetica dalla Russia. Siamo tornati indietro al TTIP (Trans Atlantic Trade and Investment), alla strategia che fu impostata dalla Amministrazione Obama per legare l’Europa agli Usa isolando la Russia, e al TPP (Trans Pacific Partnership) volto ad isolare la Cina dal resto dei Paesi del Pacifico.

Il processo di isolamento della Cina era continuato con l’Amministrazione Trump, neppure tanto in sordina, vietando l’importazione delle sue produzioni nel settore delle telecomunicazioni, mettendo all’indice i sistemi di rete e la tecnologia 5G di ZTE e di Huawei, in quanto non assicuravano ai gestori occidentali la assoluta integrità delle comunicazioni, per via di possibili intercettazioni. Subito dopo fu messa sotto controllo la esportazione americana di microchip alla Cina: rappresentano il cuore di ogni dispositivo elettronico, la leva indispensabile per qualsiasi applicazione di Intelligenza Artificiale, su cui Pechino ha fatto giganteschi passi in avanti. È dunque sul controllo della produzione dei microchip, che vede a Taiwan la concentrazione di più alto livello qualitativo e di dimensioni maggiori, che si gioca gran parte della partita nei confronti della Cina: la competizione in campo tecnologico si trasforma in conflitto geopolitico. D’altra parte, la colpa è dell’Occidente, che ha abbandonato sin dagli anni Sessanta il comparto delle manifatture dell’elettronica di consumo: prima le radio, i televisori ed i videoregistratori; poi i lettori CD ed i personal computer; infine i tablet e gli smartphone. All’inizio, i più forti erano i produttori giapponesi e sud coreani, poi sono arrivati i cinesi, con una capacità travolgente e prezzi imbattibili.

L’Europa è uscita di scena: i suoi marchi tradizionali, da Nokia ad Ericsson, da Alcatel ad Italtel, passando per Siemens, sono stati travolti. L’America è riuscita a mantenere una forte capacità produttiva solo nei mainframe, gli elaboratori di grandi dimensioni, i sistemi di raccolta e di elaborazione dati che rappresentano la forza delle piattaforme di e-commerce come eBay oppure Amazon, ovvero dei social network come Facebook e Twitter. Ma se in Cina esistono altrettante capacità di realizzazione e sviluppo, di quanto accade in Russia non si racconta molto sui media occidentali, se non per sottolineare la estrema pericolosità degli hacker che scatenano attacchi informatici continui su scala globale. Ora si cerca di riavviare le produzioni nel settore dell’ICT, ma tra immense difficoltà. Il NGUE, il Piano europeo di recovery e resilienza, destina infatti ingenti risorse al settore della tecnologia informatica e della Intelligenza Artificiale. Lo stesso si fa negli Usa con il programma federale “3B, Built Back Better“, voluto dall’Amministrazione Biden. Senza questi enormi investimenti pubblici, tra contributi a fondo perduto e commesse all’industria europea ed americana, sarebbe impossibile ricostituire un sistema produttivo distrutto dalla globalizzazione mercantilistica. Questo è il primo aspetto del Western Comecon, un sistema di relazioni industriali e commerciali chiuse e sovvenzionate nel settore delle tecnologie informatiche con il quale gli Usa e l’Ue stanno cercando di ricostruire nel settore dell’ICT un sistema produttivo autonomo rispetto al resto del mondo, soprattutto dalla Cina e dai partner asiatici, come il Giappone e la Corea del Sud, e dalla stessa India. E, naturalmente, impermeabile a qualsiasi presenza della Russia.

C’è poi il tema della transizione energetica. Si punta alla decarbonizzazione della produzione per contrastare la tendenza all’aumento della temperatura terrestre: ma i tempi previsti dagli Accordi sul Clima, che traguardano il 2050, non sono compatibili con il processo geopolitico di isolamento dell’Europa dalla Russia. Il conflitto in Ucraina è l’occasione giusta per accelerare il processo di riduzione della dipendenza dal gas russo, soprattutto dopo che il gas stesso era stato giudicato dalla Unione europea come una fonte compatibile con il processo di transizione energetica, che prevede di abbandonare solo il carbone ed il petrolio come fonti fossili di produzione dell’elettricità. Le risorse del NGUE in materia di transizione energetica rappresentano dunque il secondo pilastro della medesima strategia, con cui l’Europa si isola innanzitutto dalla Russia: si tratta di contributi a fondo perduto e di commesse riservate alle imprese europee per la produzione di energia da fonti rinnovabili. Una impresa ciclopica, una sfida tecnologica e finanziaria senza precedenti. Anche in questo caso, gli Usa e l’Europa stanno costruendo un sistema chiuso, una sorta di Comecon energetico indipendente ed autonomo, che avrà costi di produzione e di consumo completamente fuori mercato, in cui non ci seguirà quasi nessuno. L’auto elettrica e la produzione di energia da fonti esclusivamente rinnovabili comportano infatti investimenti e costi insostenibili: sono il frutto di una pianificazione velleitaria.

Nel frattempo, i contraccolpi immediati delle sanzioni irrogate alla Russia per il suo intervento militare in Ucraina penalizzano l’Europa assai più che l’America, visto che solo quest’ultima è autosufficiente sia dal punto di vista energetico che agricolo, al pari della Russia. Le Borse europee cedono, insieme all’euro, mentre salgono le quotazioni del dollaro e quelle a Wall Street: quando c’è pericolo, i capitali della periferia si riversano verso il centro dell’Impero. All’Occidente non resta che l’autarchia tecnologica ed energetica

Guido Salerno Aletta

 
Balle gigantesche PDF Stampa E-mail

25 Marzo 2022

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 Da Rassegna di Arianna del 22-3-2022 (N.d.d.)

Molti italiani si sono stupiti per aver scoperto che soltanto il 27% dei Russi è contrario alla guerra e per aver visto la folla oceanica di sostenitori della guerra allo stadio e fuori: la propaganda li aveva convinti che la guerra l'avesse voluta il pazzo, dittatore e criminale Putin, e che vi fosse dissenso sia tra i russi che nel gruppo di comando. Questo stupore sta a significare che quegli italiani non capiscono che la propaganda russa è, come è ovvio, completamente opposta a quella ucraina, assorbita e diffusa acriticamente dai nostri quotidiani e dalle nostre TV nazionali.

In generale, pressoché tutti gli italiani non capiscono che la distanza dalla verità della propaganda russa, se in linea di principio non dovrebbe essere superiore o inferiore a quella ucraina, nel caso concreto contiene meno balle e meno esagerazioni, perché vi sono ragioni precise che spingono gli ucraini a inventare più balle e a esagerare di più. Infatti la propaganda russa è rivolta esclusivamente al fronte interno, a far vedere ai russi: cosa fanno i banderisti (interviste a cittadini russofoni che si sentono "liberati"); come combattono con coraggio e sorriso i soldati russi e i miliziani russofoni e come si proteggono l'un l'altro; come i soldati russi trattano bene i soldati ucraini catturati e apprestano cure mediche a quelli feriti; che i banderisti bombardano il centro di Donetsk; perché i russi sono costretti talvolta a bombardare il centro delle città (immagini che mostrano che gli ucraini sparano razzi dal centro delle città e immagini che riprendono gli scoppi provocati dal bombardamento di un deposito di armi creato all'interno di Kiev, in particolare in un centro commerciale). Questa, e altra propaganda simile, non è tutta la verità e perciò è propaganda, ma almeno è una parte della verità. Gli ucraini, invece, devono convincere i paesi europei ad entrare in guerra o, almeno, a inviare le armi, e perciò devono persuaderli che i russi sono dei mostri. Le balle ucraine perciò sono gigantesche: nel teatro di Mariupol sarebbero morte 1000 persone, quando invece non ne è morta nessuna; i civili che dalle zone dell'est vanno in Russia sarebbero "deportati"; i 20 morti di Donetsk li avrebbero provocati i russi; 100 persone che sulla spiaggia di Odessa mettono sacchi dimostrerebbero che tutto il popolo ucraino o gran parte è pronto a combattere; l'esercito russo avanzerebbe lentamente, perché sarebbe stato respinto o avrebbe trovato una resistenza inattesa (perché l'esercito russo dovrebbe avere fretta nessuno lo dice mai: si dà per scontata una assurdità, senza nemmeno inventare una assurda motivazione).

Dopo 23 giorni di propaganda ucraino-italiana, ormai anche Caracciolo e Fabbri e Negri svolgono ragionamenti sulla base della unilaterale e comica (per chi sa riflettere) propaganda ucraina. In questo modo, sono davvero rarissimi ormai, nel discorso pubblico, sprazzi di intelligenza e squarci di verità

Il Generale Mini osservò una decina di giorni fa: che la Russia aveva inviato pochi soldati e pochi mezzi e vecchi (tra i carri armati t-72 e qualche t-80, quindi mezzi progettati nel 1972: la Russia ha carri armati t-14 che sono rimasti in Russia); e che limitava estremamente il numero di bombardamenti, ricordando che la NATO in Libia e in Iraq faceva 2000 missioni aeree in 8 ore. Insomma la NATO in Iraq e Libia bombardava in 8 ore molto più di quanto abbia fatto la Russia in questi 23 giorni. Ora, è evidente che se queste osservazioni sono vere, tutti i discorsi degli "esperti", Fabbri e Caracciolo compresi, sono campati in aria. Se si volesse conoscere la verità, bisognerebbe soltanto ragionare su queste affermazioni del generale Mini e verificare se sono vere. Bisognerebbe che ci si dedicasse una sola settimana a rispondere alla domanda: ha ragione il Generale Mini? Se la risposta fosse positiva, poi bisognerebbe ridere di ogni esperto che svolge considerazioni, muove osservazioni e propone valutazioni incompatibili con la verità accertata. Ma questo sarebbe giornalismo. Invece, purtroppo, TV e quotidiani sono ormai organi di propaganda.

Cosa ci guadagniamo ad ingannare noi stessi e a diseducare il popolo e i ceti colto e semi-colto al ragionamento?

Stefano D’Andrea

 
Servi e traditori PDF Stampa E-mail

24 Marzo 2022

 Da Appelloalpopolo del 22-3-2022 (N.d.d.)

A chi giova? A chi giova una guerra contro la Russia? A chi giovano le sanzioni alla Russia? A chi giova l’opposizione alla definitiva nascita di un mondo multi-polare? Sicuramente non all’Italia. Abbiamo una classe politica che per l’ennesima volta non solo non si è preoccupata degli interessi nazionali e di quanto previsto dalla Costituzione, ma che ha preso scelte in antitesi con entrambi. Una classe politica che ancora una volta ha messo gli interessi dei padroni esteri davanti a quelli del proprio Paese.

Andiamo con ordine. Saltiamo, dandolo per acquisito, il breve ripasso storico sull’espansione a Est della NATO (contro tutte le rassicurazioni fatte nel corso dei decenni) e sulla guerra, in corso dal 2014, in Ucraina (tra rivoluzione colorata e tentativi di pulizia etnica da parte dei neo-nazisti ucraini). Vale la pena solo ricordare – nonostante i tentativi di rimozione della stampa dominante occidentale – che quello ucraino è un Governo che non si avrebbe avuto problemi a definire, in altre circostanze, filo[neo]nazista. Perché molto semplicemente lo è. I rapporti istituzionali, ben documentati, con i neo-nazisti vanno ben oltre l’esistenza del Battaglione Azov. Quello ucraino è un Governo con pesanti affiliazioni/infiltrazioni neo-naziste. In tanti, troppi ambiti. Ovvio che quello della Russia di de-nazificare l’Ucraina sia un pretesto: l’obiettivo è porre un freno al costante allargamento a Est della NATO che viene da sempre visto come una minaccia mortale per l’esistenza della Russia. Ma è un pretesto – andrebbe ammesso per onestà intellettuale – comunque più credibile dell’esportazione di democrazia invocata da USA e NATO per giustificare tutte le loro numerose guerre di aggressione (quelle contro cui i “buoni” nostrani non hanno mai detto nulla).

Tutto questo aiuta a comprendere come si è arrivati alla situazione attuale. Com’era prevedibile, le sanzioni alla Russia stanno colpendo prevalentemente i Paesi che le hanno emesse. Soprattutto quelli – com’è normale che sia – più esposti con la Russia. Cioè più dipendenti. Tra questi, al primo posto in tantissimi settori, c’è proprio l’Italia. Un Paese già fortemente penalizzato da 30 anni di appartenenza alla UE e da 20 anni di euro. I primi indicatori non lasciano spazio a dubbi di sorta. In termini congiunturali, il PIL del primo trimestre è stimato in calo del 2,4%. I consumi sono ancora inferiori del 10,2% rispetto allo stesso periodo del 2020, mentre l’inflazione è stimata in aumento del 6,1% nel 2022 (una stima fin troppo ottimistica). Questo perché gli effetti delle sanzioni alla Russia si innestano in un quadro già problematico per la UE e soprattutto per l’Italia, che dipende enormemente dalle importazioni di materia prime, energetiche e non, dalla Russia (gas, petrolio, grano, mais, fertilizzanti, metalli, ecc.). Oltre ai danni derivanti dal mancato import di materie dalla Russia (circa 10 miliardi di euro l’ammontare annuo), vanno ovviamente aggiunti quelli del mancato export verso la Russia (circa 15 miliardi di euro). Per quanto riguarda invece la Russia, sembra resistere piuttosto bene alle sanzioni comminate dall’Occidente (prevalentemente dalla UE). Perché è un paese ricco di materie prime, perché ha un rapporto debito/PIL ridicolo, perché l’ammontare del debito in valuta estera detenuto dagli stranieri è appena l’1.3% del PIL, perché ogni giorno ha flusso di cassa di circa 1 miliardo di dollari per gas e petrolio. E perché continua a fare affari col resto del mondo. Cioè con quei Paesi (Cina, India, Brasile, Argentina, Messico, Arabia Saudita, ecc.) che rappresentano circa la metà del PIL mondiale e più della metà della popolazione terrestre.

Ecco, questo è uno dei fattori più importanti da prendere in considerazione. Stiamo combattendo una guerra per procura che ci danneggia e favorisce solamente il decadente impero americano. L’unico Paese che trae vantaggio da un’escalation con la Russia sono gli USA. Che non vogliono accettare la nascita di un mondo multi-polare dopo decenni di monopolio a stelle e strisce. Il nostro interesse nazionale andrebbe difeso ponendosi diplomaticamente come mediatori del conflitto attualmente in corso. Non soffiando sui venti di guerra, non armando un Paese con un Governo filo-[neo]nazista, non aggredendo economicamente e verbalmente quello che per noi è un Paese storicamente amico e un fondamentale partner economico. E invece, mentre nel mondo ci sono sempre più Paesi che non accettano di essere trattati alla stregua di una colonia americana, in Italia abbiamo al governo una classe politica di servi e di traditori. Perché l’alternativa a essere una colonia americana, non è diventare la colonia di qualcun altro, ma smettere finalmente di esserlo.

Gilberto Trombetta

 
Miserabili del Web PDF Stampa E-mail

23 Marzo 2022

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Celebriamo Giannini, Gruber, Mentana, Severgnini, Fontana, Vespa, Formigli, Brindisi, Gentili. Sono i Giusti. Noi, i Miserabili del web.

 

Se non ancora chiaro, se qualcuno aveva ancora qualche riserva di credito nei confronti dei progressisti, il signor Giannini chiarisce definitivamente le idee ai tenaci resistenti di sinistra. (È un ossimoro scrivere “di sinistra”, ma rende l’idea della profondità della vergogna). “I miserabili del web” è quanto ci dice il signor Giannini in occasione degli argomenti a sostegno della sua scelta, riferiti a proposito della demagogica – leggi propagandistica – prima pagina del suo La Stampa del 16 marzo 2022. Oppure possiamo ammettere non conoscesse il “Testo unico dei doveri del giornalista”, detto codice deontologico. Ma dai! E tralasciamo l’ipotesi che l’interesse della signora Gruber alla replica del signor Giannini più che di matrice giornalistica fosse ideologica, vista la fratellanza progressista con il protagonista della porcata giornalistica. Nelle parole del signor Giannini non si trova nulla di condivisibile. Non solo. Volendo trovarne ragion sufficiente, non si può non finire a dover riconoscere che la sola fonte possibile di tanto vaiolico veleno non è che un sentimento di disprezzo nei confronti di chi non si allinea al suo modo, al suo giornalismo, al suo atlantismo. Di chi nega la propria coreica genuflessione. Ciò non risolve la questione che i miserabili popolano il mondo.

 

Volendo evitare di essere approssimativi, va detto che il signor D’Orsi, ex collaboratore de La Stampa, dopo aver esperito la prima pagina incriminata, ha scritto al direttore Giannini. Gli ha fatto presente quanta vergogna giornalistica contenesse – “Siamo oltre ogni artefizio giornalistico” – quanto dolore etico ciò gli avesse provocato e quanta distanza sia ora obbligato a prendere dal quotidiano e, penserei, da certa stampa. Visto quanto accaduto negli ultimi ventiquattro mesi, penso ci siano elementi bastanti per aggiornare il lessico. Se dire negro non va più bene in nome dell’ipocrisia di chi ci sta portando alla società del mercato, anche giornalista credo non rispetti più il politicamente corretto. Se il giornalismo si era guadagnato il blasone di cane da menzogna, ora preferisce la ciotola piena e abdicare al fiuto originario. Lasciare nascosto, sotto terra, ciò che non rientra nei suoi interessi economici, impone un aggiornamento dell’autopoietico lignaggio vantato dai “veri professionisti, i soli che riportano i fatti”, a leggere ciò che scrivono di se stessi. Menzognisti pare corrisponda più opportunamente a ciò che questi direttori fanno e difendono e impiegano per attribuire responsabilità agli “irresponsabili” fuori dal loro controllo.

 

Giannini è solo l’eroe di giornata. Campione di un reggimento in forze e in salute, la cui difesa – oltre a quanto affermato da Giannini per se stesso – secondo i più acuti, per mettere in bolla tale gravità menzognistica, sarebbe quella di screditare fonti non governative – i cosiddetti miserabili del web – a causa di qualche imprecisione in esse presente. Tali dimostrazioni di appartenenza e fedeltà ideologica vanno premiate. Non a caso, nonostante dica cose che molti non possono neppure ascoltare da anni, Giannini passa da un direttorato all’altro. Sta già accumulando i bonus per ampliare la tessera della vita a punti con la quale dovremo, temo, tutti fare i conti. Se un ufficiale si guadagna i galloni per il comando di forze sempre più vaste, significa che sopra di lui troviamo la crema via via più gustosa. Se il comando del corpo d’armata atlanto-progressista-liberista non ha bisogno di essere ricordato, è opportuno qui ricordare altre gesta dei suoi comandanti regionali.

Mandiamo le armi agli ucraini”. È una bella prestazione nella gara di tiro di distanza dagli interessi degli italiani. Prendete il vaccino se no morirete. “L’appello a non vaccinarsi è un appello a morire”. Non è da meno. Volendo, anche più blasonata perché ripresa con piglio insolito dal nostro superpartes, detto anche no non lo faccio, sì lo faccio (il presidente).

Sarebbe bastante per una rivolta culturale. Ed effettivamente c’è stata, ma riguardava e riguarda i miserabili del web e, quindi, non conta. Infatti, o è criminalizzata, come un qualunque obiettore di intruglio, o non è presente nel panorama dialettico-intellettuale d’Italia. Merito ai menzognisti di tale valoroso risultato.

Sarebbe bastante, ma non lo è. Eppure non ero solo quando, partecipando ad un momento relativo alla formazione permanente dei giornalisti dedicato al tema della privacy, cioè su come comportarsi in occasione di testi e immagini, neppure una sola singola parola è stata detta dai nobili conferenzieri-esperti sulle leggi che governano la questione. La ragione? Semplice, avevano preferito parlare di sé. Senza neppure accorgersi che nella loro narrazione risiedeva anche l’ammissione della sequela di omissis volontari e non dichiarati che orientavano il pensiero dei loro interlocutori-lettori-visori. Ne più né meno di quanto fatto dal prode Giannini pochi giorni fa a tutta pagina, dalla quale, tra immagine, titoli e occhielli, la prima informazione che emergeva, che si assumeva, era la responsabilità russa di una strage. Ho consultato il dizionario Treccani. Pare che farabutto sia il termine opportuno per questo tipo di menzognista. Per decenza, evito di ricordare le prodezze del signor Figliuolo. Ma torniamo ugualmente alle penne bianche, nel senso degli alti comandi. Ad un certo punto, siamo arrivati che il capo di governo, il signor Draghi, si è ritenuto in diritto, penso scambiandolo per dovere, di pretendere il seguito del parlamento. Se un qualunque scrittorucolo di stravaganti distopie avesse potuto arrivarci da solo, mai avrebbe potuto immaginare che nessuno avrebbe detto nulla. Nessuno, dico nessuno dei menzognisti ha ritenuto di eccepire. Possibile che la pulce della democrazia non sia loro salita al cervello? Sì! La risposta è “sì”. La tanto decantata nuova normalità non è dunque addavenì. È già in noi. Ma non come ideologia. È giù incarnata. Significa che nel fare comune la esprimiamo. Ecco perché il menzognista è il nuovo giornalista.

Del resto, equipollenza di tanta miseria (se ne ha fatto uso Giannini, posso farlo io?) istituzionale ne avevamo già vista in buona quantità. Una goccia della quale, se non fossimo stati cresciuti a pillole di opulenza, a tette, culi, champions e festival, sarebbe bastata all’insurrezione. Mi riferisco, in un certo senso, ad un campione particolare, di quelli detti fuoriclasse, nei confronti dei quali ogni argomento e intento di contrastarne il dominio su noi, comuni e ordinari, risulta insulso e quindi perdente. In questa occasione mi riferisco all’obbligo di inoculazione travestito da scelta personale. Il popolo del divano non ha battuto ciglio e, quando lo avrà fatto, si sarà sentito una merda a contestare quanto gli esperti in modalità frana gli andavano ripetendo, travolgendo del tutto il suo spirito critico. Il mito dell’esperto quale detentore della verità e il congiunto senso di inferiorità se non hai neppure la laurea, ha visto la propria conclamazione e, senza bisogno di scomodare Ivan Illich, anche la sua miseria laureata. Basterebbe. Certo, se fosse tutto. Ma non lo è. Oltre al travestimento, oltre al vaccino come solo debellatore della protopandemia, oltre e sopra queste certezze scientifiche (così le chiamavano lor signori) non si prendevano la responsabilità per gli eventuali effetti collaterali. Insomma, inculcavano a mezzo bugie e nessun menzognista ha avuto da ridire, se non “io i no vax non li invito” (Gruber e Mentana). L’obbligo di intruglio plus, pena la decurtazione totale dello stipendio per le persone dai cinquanta anni in su, è venuta subito dopo. Ma ormai il menzognista aveva preso l’onda su un chiaro consiglio. Se promuovi la nostra campagna prendi i soldi, sennò no. Così, è diventato giusto, legittimo, corretto e doveroso, togliere il sostentamento a chi la pensasse diversamente.

Ricordo di aver denunciato all’Ordine dei menzognisti del Lazio un certo signor Bruno Vespa, in merito al fatto che aveva sostenuto che per gli ultra sessantenni non c’erano controindicazioni da intruglio. L’Ordine non ha risposto al mio esposto contro il notabile menzognista, neppure dopo il mio sollecito, avvenuto a mesi dalla data dell’esposto stesso. Evidentemente, insabbiare è ordinario per l’Ordine. Aggiungo – è l’occasione per farlo – che pari vergogna, per altro esposto e per altro argomento, era stata impersonata a suo tempo dall’Ordine Giornalisti della Lombardia e dall’Ordine nazionale. Ma la cricca si autoconforta. Del resto, anche l’Ordine dei Medici ha ritenuto di radiare o sanzionare più che a ragion veduta, secondo ragion di stato, i suoi iscritti non allineati allo spergiuro.  

Così abbiamo saputo – veramente i miserabili del web lo avevano da sempre affermato – che il conteggio dei morti da covid era strumentale agli interessi della narrazione delle penne bianche, quella scientifica. Mi duole la tastiera a scrivere tanta siderale blasfemia.

“Vabbé, ma tutti quelli che lavorano sbagliano, perché essere tanto critici?” Non è questo il punto. Il punto è che ammettere i propri errori è un punto di forza di chi se ne prende la responsabilità. In caso contrario, ammetti debolezza, falsità, inaffidabilità. Queste si sono guadagnate la politica, le istituzioni, la stampa menzognista. Un guadagno che aumenterà le proprie auree riserve a giudicare da cosa è riuscito a dire il nostro ministro degli Esteri. “Sono animalista. Penso che tra Putin e qualsiasi animale ci sia un abisso e sicuramente quello atroce è lui. E ora sta pagando uno scotto enorme”. Domanda. Può esserci qualche italiano interessato a fomentare il problema russo-ucraino, meglio atlantoccidental-sinorusso, in cui l’Italia è meno di una formina sul bagnasciuga? Può esserci qualche nostro concittadino – non in preda a incantesimi ideologici – che non veda l’avventatezza di tanta affermazione? Siamo generici, diciamo più no che sì. Eppure, avete visto in giro qualche menzognista che abbia proferito parola sorpresa? O la tsunamica carovana suicida ha tirato dritto perché “è stata la Russia ad invadere un paese sovrano”?

Ma ci si perde a star dietro alle prestazioni o alle astensioni dei menzognisti. Come nessun menzognista si sia finora sentito di rivedere le proprie posizioni sulle falsità predette e diffuse, così non si trova fra loro chi ritenga – ahi, la carriera! – di riprendere l’intervento di Pino Cabras del 17 marzo 2022 in Parlamento o del signor Alessandro Orsini, il 17 marzo 2022, a Piazzapulita su La7 riguardo alla preziosa focalizzazione relativa alla reciprocità e pari dignità delle posizioni tra Nato/Occidente e Russia.

Si può forse concludere che i menzognisti fanno sempre del loro meglio. Se prima erano in grado di strappare le maschere indossate dai protagonisti invitati ai ricevimenti del Potere, ora possono vantare di passare le veline ai mezzimbusti senza neanche un’orecchia. Si può forse concludere che la spaccatura tra noi e loro è una voragine consapevolmente allargata. Un’opera, un capolavoro dei progressisti, di quelli che una volta erano votati ai miserabili ed ora alle élite. La spaccatura con tutto ciò che è popolo è chiara e dichiarata. Come è chiaro che ancora prenderanno i vostri voti, godranno della vostra solidarietà e vivranno sulla vostra genuflessione permanente, quando non della vostra gianesca ipocrisia.
Bevi Gruber e, se non ti piace, prendi un Giannini. Se così fosse per chiunque abbia ripassato deduzione, non significa altro che nel nuovo ordine non contiamo nulla in senso sempre più stretto. Ma che stupido, è proprio quello che i miserabili del web ci stanno ripetendo da sempre.

Volete finire ridendo? Facile. Chiedete ai menzognisti italiani, ai soci del signor Giannini, la cricca della “vera informazione”, capace di discernere sempre – tranne quando mandano un videogioco a documentare dal campo qualche bombardamento – cosa hanno fatto a favore di Assange. Se vi viene da piangere, non fa niente, vi capisco, anche io sto lacrimando. Ho esagerato? Ho detto il vero? Ho infranto il la barriera del politicamente corretto, neo Muro di divisione tra i giusti e gli inutili? Non so, lo saprà certo il fascismo democratico che per ora è agli Ordini, poi passerà alle squadre.

Lorenzo Merlo

 
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22 Marzo 2022

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 Da Comedonchisciotte del 20-3-2022 (N.d.d.)

Oramai le dimensioni della propaganda hanno raggiunto limiti grotteschi, comici, come accadeva nelle vecchie dittature novecentesche, ricordano i “contrordine compagni” della Pravda e gli apparecchi (come li chiamavano allora) di Mussolini che tornavano dalle ardite missioni più numerosi di quando erano partiti. Avete fatto caso che i russi smisuratamente ricchi si chiamano oligarchi, mentre gli omologhi occidentali sono solo “miliardari”? Magari filantropi nei casi migliori, oppure “visionari”, quando sono più stupidi dell’ordinario. Così i media ci raccontano della filantropia di Gates e accostano sempre al nome di Elon Musk l’epiteto di “visionario”, alla maniera di Omero: ricordate “l’accorto Odisseo”, o “Achille dai piedi veloci”? Il filantropo Soros non è forse un oligarca? O quanto meno, la mummia di un oligarca? Ora non state a domandarvi come un filantropo possa riuscire a diventare miliardario, però, se ci fate caso, in Russia o in Cina la politica ancora prevale sull’economia e indirizza l’agire di quei paesi ed è invece proprio in occidente che gli oligarchi sono al potere. Forse proprio per nascondere questo fatto, chiamano oligarchi i russi. Trump è un miliardario un poco rozzo e pittoresco, Berlusconi un simpatico palazzinaro che si è fatto da sé. Immaginatevi cosa direbbero i media di Putin se avesse un patrimonio personale vagamente paragonabile ai loro.

Sempre più grotteschi appaiono anche i servi al potere in rappresentanza degli oligarchi: il ministro degli “esteri” britannico che non distingue le città russe da quelle ucraine mentre pretende di difendere l’indipendenza di Kiev, o di Kursk? No, no, Kiev, ho detto bene! Oppure un ex ministro italiano che fa il guitto in Polonia, senza rete, completamente in balia degli eventi, povera comparsa televisiva rintronata. Ci è dato anche di vedere il super, extra, mega, tre volte grandissimo Draghi, che quando è chiamato ad esprimere questa sua grandezza parlando al popolo, riesce solo a balbettare “chi non si vaccina, muore; chi si vaccina, non muore; chi si vaccina poco, muore poco”. Ricorda molto da vicino papa Bergoglio e il suo primo affaccio alla finestra. Ci si aspetta che un papa abbia da dire qualcosa di profondo ai fedeli, o almeno, se proprio non è nelle sue corde, che si attenga ad un protocollo ben collaudato, vecchio di secoli, invece tutto ciò che riuscì a dire fu “signore e signori, buonasera!” “Signore e signori, Mina!” Pippo Baudo era molto più professionale. Probabilmente sarebbe stato un papa migliore.

Converrete che oramai è praticamente impossibile per una mente pensante seguire i telegiornali o i dibattiti televisivi, è come infilare la testa dentro una lavatrice. O sei già dentro il sogno, o ti pare incredibile che davvero qualcuno possa prendere sul serio quella roba. Nell’attualità, con subitanea svolta, il popolo bue è stato chiamato a non occuparsi più dell’epidemia, che pure era stata propagandata con la più grande e pervasiva campagna mediatica della storia dell’uomo (e della scimmia), ma è improvvisamente dovere civico di tutti sentirsi in guerra con la Russia e con Vladimir il Terribile e solidarizzare con il moderato, umanitario e democratico governo ucraino. Mi permetto di ricordare che gli americani, che hanno dietro di sé la potenza che tutti conosciamo, si sono finora limitati ad invadere Grenada o più ambiziosamente l’Iraq dopo mesi e mesi di accumulo di materiali, bombe e truppe sul posto, già l’Iran gli è sembrato un boccone troppo grande e hanno rinunciato. E noi sudditi della decadente italietta, con un pavido direttore di banca come sovrano assoluto, vogliamo far la guerra alla Russia, probabilmente la prima potenza militare del pianeta? Ma non ci potremmo trovare un nemico più alla nostra portata? Che ne so, Malta? Guardate che è già un obbiettivo molto ambizioso: già nella Seconda guerra mondiale, incredibilmente, non ce l’abbiamo fatta ad occuparla e neppure a neutralizzarla. Il povero Mussolini, con i suoi milioni di baionette, ci si rodeva il fegato.

Qualcuno potrebbe spiegarci perché mai dovremmo amare così tanto l’Ucraina da far la guerra alla Russia a costo della vita? Perché abbiamo bisogno di badanti? Ma se il governo, con le politiche anti covid, sta attivamente eliminando il problema dei vecchietti? Cosa ci troviamo di meritevole e democratico in un regime nato da un colpo di stato finanziato dalla CIA che ha continuato a uccidere parte del suo stesso popolo per otto anni facendo migliaia di morti? Un regime che ha nell’esercito battaglioni che marciano dietro bandiere con le croci uncinate? Ma non eravamo tutti orripilanti dalla “barbarie nazifascista”? Non ci facevano dimostrazioni le coraggiose sardine? Non ce l’avevamo a morte con Saddam Hussein perché “gasava il suo stesso popolo” come ci hanno ripetuto innumerevoli volte i telegiornali? O forse qualunque paese aggredito merita il nostro sostegno? Allora non sarebbe più prudente correre ad aiutare lo Yemen che combatte con l’Arabia che è certo più alla nostra portata della Russia? Perché Bruno Vespa non ce lo spiega a porta a porta?

Vogliamo essere più cinicamente realisti? Un pizzico di real politik? Noi abbiamo bisogno della Russia, del gas, del petrolio, dei fertilizzanti, ma non dell’Ucraina. Perché dovremmo stare dalla parte dell’Ucraina quando sotto tutti gli aspetti possibili (tranne, forse, le badanti), il nostro interesse giace completamente sulla sponda opposta? E allora, se né l’etica né l’interesse ci portano a supportare l’Ucraina, perché dobbiamo essere pronti a sacrificarci per lei? Qualcuno può avere la compiacenza di spiegare al popolo questo arcano? Chi ha autorizzato il governo a portarci in una situazione di guerra? C’è stato un dibattito parlamentare? Una discussione nel paese come prima della grande guerra tra neutrali e interventisti? Il vate D’Annunzio ha parlato? Chi è il vate oggi, Cacciari? Niente di niente, solo propaganda sempre più insensata, sempre più grottesca. Censurato tutto ciò che è russo. Se chiedi un’insalata russa al ristorante, ti sputano in faccia. Io non la prenderei mai, non perché sono fedele al governo e voglio esportare la democrazia, ma perché il mio paese è così democratico che al ristorante non mi lasciano entrare. Neanche fossi russo. Anch’io sono in guerra, ma non sono in guerra con la Russia, i miei nemici li conosco, li vedo, li ricordo, sono quelli che non mi riconoscono neppure la proprietà del mio corpo e lo vogliono usare per i loro esperimenti, che mi impediscono di lavorare, di viaggiare, che mi confinano, mi ricattano, mi negano l’assistenza medica, mi inondano di menzogne, mi aumentano le tasse e mi vogliono ridurre in miseria. Letteralmente chiunque sia contro di loro, fosse pure Gengis Khan, è mio alleato. Si arriva a mostri giuridici. La confisca dei beni dei russi … perché sono russi. Sono compresi anche gli ebrei con passaporto russo? Ce ne sono diversi tra gli oligarchi, questo ricorda qualcosa a qualcuno? Forse si organizzeranno anche falò in piazza con i classici della letteratura. Del resto in Delitto e Castigo già si possono intuire i primi segni del putinismo (per non parlare della torbida storia di colui che era certamente un suo prozio e già aveva rovinato la credibilità della graziosa famiglia reale, il famigerato Ras Putin). Al di là delle semplici menzogne sui fatti, che sono quasi tutto ciò che la stampa riesce oggi a produrre, si leggono titoli di giornale incredibili “come difendersi in caso di attacco termonucleare”. Bé, direi innanzi tutto di usare la mascherina, preferibilmente quelle ffp2, chiudere le finestre (se hanno ancora i vetri, altrimenti non importa), e non guardare direttamente il lampo: pare certo che il vaccino Pfizer sia utile anche contro le radiazioni, specialmente quelle dello stronzio 90, ma solamente dopo le tre dosi canoniche. Rassicura molto anche il fatto che ci sarà la protezione civile e il generale Figliolo a difenderci. Mi aspetto un monito dal vecchietto dai capelli candidi.

Concluderei sottolineando che tre fatti chiave hanno completamente alterato il corso della storia degli ultimi due anni: un’epidemia di una sindrome parainfluenzale, la pretesa necessità di passare immediatamente ad una produzione di energia più sostenibile e, ultimamente, la guerra in Ucraina. Ciascuno di questi temi è reale: infatti esistono epidemie di influenza, esistono l’inquinamento e la possibilità di esaurimento delle materie prime, esistono guerre regionali in corso pressoché ininterrottamente dalla fine della guerra mondiale. Ma l’importanza (o l’urgenza), di ciascuno di essi è stata enormemente esagerata attraverso le più grandi campagne di propaganda della storia, campagne che hanno raggiunto e superato ampiamente i limiti del grottesco. Queste campagne sono nei fatti dirette a far accettare alla popolazione limitazioni decisive della libertà personale e del livello di vita raggiunto dopo la Seconda guerra mondiale, esagerando in modo appunto grottesco l’incidenza dei tre temi scelti, fino a cambiare drasticamente la natura stessa degli stati occidentali. Nella realtà non sono stati e non sono i tre fatti esposti a cambiare il mondo, ma le azioni che il potere ha intrapreso pretendendo di combatterli. I rimedi adottati, oltre ad essere palesemente inefficaci, sono di gran lunga più dannosi e distruttivi dei problemi stessi. In altre parole, stiamo andando a caccia di zanzare col cannone o, se preferite, ci stiamo tagliando gli attributi per far dispetto alla moglie. Oltre a domandarsi perché, sarebbe il caso di smettere. Subito.

Nestor Halak

 
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