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Giornalismo schierato PDF Stampa E-mail

16 Gennaio 2023

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 Da Appelloalpopolo del 14-1-2023 (N.d.d.)

Sono anni che combatto e perdo una personale battaglia contro il tifo: tifo per; e tifo contro. Chi combatte contro il tifo non ottiene consenso, perché combatte contro la quasi generalità degli ascoltatori o lettori. Il consenso lo trovano coloro che combattono contro una parte o contro un’altra, per una parte o per un’altra. L’idea che noi italiani siamo o possiamo essere estranei alla maggior parte delle controversie che si verificano nel mondo è negata da tutti. Da taluni per (pretese) ragioni morali, da altri per (pretese) ragioni logiche. Quest’ultimo punto di vista, che pretende di essere superiore al primo, valutato come moralistico, è in sé la quintessenza della illogicità e del fanatismo: impercettibili possibilità di un eventuale interesse italiano, che derivino da un certo esito di una guerra, sono aprioristicamente valutate come sicuramente superiori ad altri interessi, più o meno omogenei, i quali spesso nemmeno sono considerati; questo modo di “pensare” fa sì che ci sia sempre un piatto della bilancia sul quale stanno considerazioni che pesano di più, se non addirittura le uniche considerazioni che pesano e che dunque vi sia sempre una ragione per tifare. È una forma di moralismo camuffato da una sedicente teoria, che altro non è che un autoinganno. Non è raro, infatti, che anche i “logicamente” tifosi adducano argomenti morali a sostegno del loro tifo. Noi tendenzialmente dissenzienti siamo sempre in bilico nel commettere questo errore, anche quando siamo persone che il più delle volte lo sottolineano e ne tengono conto. Ben venga dunque la presa di posizione di 11 ex corrispondenti di guerra, contro il tifo.

Undici storici corrispondenti di grandi media lanciano l’allarme sui rischi della narrazione schierata e iper-semplicistica del conflitto: “Viene accreditato soltanto un pensiero dominante e chi non la pensa in quel modo viene bollato come amico di Putin”. L’ex inviato del Corriere Massimo Alberizzi: “Questa non è più informazione, è propaganda. I fatti sono sommersi da un coro di opinioni”. Toni Capuozzo (ex TG5): “Sembra che sollevare dubbi significhi abbandonare gli ucraini al massacro, essere traditori, vigliacchi o disertori. Trattare così il tema vuol dire non conoscere cos’è la guerra”. “Osservando le televisioni e leggendo i giornali che parlano della guerra in Ucraina ci siamo resi conto che qualcosa non funziona, che qualcosa si sta muovendo piuttosto male”. Inizia così l’appello pubblico di undici storici inviati di guerra di grandi media nazionali (Corriere, Rai, Ansa, Tg5, Repubblica, Panorama, Sole 24 Ore), che lanciano l’allarme sui rischi di una narrazione schierata e iper-semplicistica del conflitto nel giornalismo italiano. “Noi la guerra l’abbiamo vista davvero e dal di dentro: siamo stati sotto le bombe, alcuni dei nostri colleghi e amici sono caduti”, esordiscono Massimo Alberizzi, Remigio Benni, Toni Capuozzo, Renzo Cianfanelli, Cristiano Laruffa, Alberto Negri, Giovanni Porzio, Amedeo Ricucci, Claudia Svampa, Vanna Vannuccini e Angela Virdò. “Proprio per questo – spiegano – non ci piace come oggi viene rappresentato il conflitto in Ucraina, il primo di vasta portata dell’era web avanzata. Siamo inondati di notizie, ma nella rappresentazione mediatica i belligeranti vengono divisi acriticamente in buoni e cattivi. Anzi buonissimi e cattivissimi”, notano i firmatari. “Viene accreditato soltanto un pensiero dominante e chi non la pensa in quel modo viene bollato come amico di Putin e quindi, in qualche modo, di essere corresponsabile dei massacri in Ucraina. Ma non è così. Dobbiamo renderci conto che la guerra muove interessi inconfessabili che si evita di rivelare al grande pubblico. La propaganda ha una sola vittima: il giornalismo”. “L’opinione pubblica spinta verso la corsa al riarmo” – Gli inviati, come ormai d’obbligo, premettono ciò che è persino superfluo: “Qui nessuno sostiene che Vladimir Putin sia un agnellino mansueto. Lui è quello che ha scatenato la guerra e invaso brutalmente l’Ucraina. Lui è quello che ha lanciato missili provocando dolore e morte. Certo. Ma dobbiamo chiederci: è l’unico responsabile? Noi siamo solidali con l’Ucraina e il suo popolo, ma ci domandino perché e come è nata questa guerra. Non possiamo liquidare frettolosamente le motivazioni con una supposta pazzia di Putin“. Mentre, notano, “manca nella maggior parte dei media (soprattutto nei più grandi e diffusi) un’analisi profonda su quello che sta succedendo e, soprattutto, sul perché è successo”. Quegli stessi media che “ci continuano a proporre storie struggenti di dolore e morte che colpiscono in profondità l’opinione pubblica e la preparano a una pericolosissima corsa al riarmo. Per quel che riguarda l’Italia, a un aumento delle spese militari fino a raggiungere il due per cento del Pil. Un investimento di tale portata in costi militari comporterà inevitabilmente una contrazione delle spese destinate al welfare della popolazione. L’emergenza guerra – concludono – sembra ci abbia fatto accantonare i principi della tolleranza che dovrebbero informare le società liberaldemocratiche come le nostre”.

Alberizzi: “Non è più informazione, è propaganda” – Parole di assoluto buonsenso, che tuttavia nel clima attuale rischiano fortemente di essere considerate estremiste. “Dato che la penso così, in giro mi danno dell’amico di Putin”, dice al fattoquotidiano.it Massimo Alberizzi, per oltre vent’anni corrispondente del Corriere dall’Africa. “Ma a me non frega nulla di Putin: sono preoccupato da giornalista, perché questa guerra sta distruggendo il giornalismo. Nel 1993 raccontai la battaglia del pastificio di Mogadiscio, in cui tre militari italiani in missione furono uccisi dalle milizie somale: il giorno dopo sono andato a parlare con quei miliziani e mi sono fatto spiegare perché, cosa volevano ottenere. E il Corriere ha pubblicato quell’intervista. Oggi sarebbe impossibile“. La narrazione del conflitto sui media italiani, sostiene si fonda su “informazioni a senso unico fornite da fonti considerate “autorevoli” a prescindere. L’esempio più lampante è l’attacco russo al teatro di Mariupol, in cui la narrazione non verificata di una carneficina ha colpito allo stomaco l’opinione pubblica e indirizzandola verso un sostegno acritico al riarmo. Questa non è più informazione, è propaganda. I fatti sono sommersi da un coro di opinioni e nemmeno chi si informa leggendo più quotidiani al giorno riesce a capirci qualcosa”.

Negri: “Fare spettacolo interessa di più che informare”“Questa guerra è l’occasione per molti giovani giornalisti di farsi conoscere, e alcuni di loro producono materiali davvero straordinari“, premette invece Alberto Negri, trentennale corrispondente del Sole da Medio Oriente, Africa, Asia e Balcani. “Poi ci sono i commentatori seduti sul sofà, che sentenziano su tutto lo scibile umano e non aiutano a capire nulla, ma confondono solo le acque. Quelli mi fanno un po’ pena. D’altronde la maggior parte dei media è molto più interessata a fare spettacolo che a informare”. La vede così anche Toni Capuozzo, iconico volto del Tg5, già vicedirettore e inviato di guerra – tra l’altro – in Somalia, ex Jugoslavia e Afghanistan: “L’influenza della politica da talk show è stata nefasta”, dice al fattoquotidiano.it. “I talk seguono una logica binaria: o sì o no. Le zone grigie, i dubbi, le sfumature annoiano. Nel raccontare le guerre questa logica è deleteria. Se ci facciamo la domanda banale e brutale “chi ha ragione?”, la risposta è semplice: Putin è l’aggressore, l’Ucraina aggredita. Ma una volta data questa risposta inevitabile servirebbe discutere come si è arrivati fin qui: lì verrebbero fuori altre mille questioni molto meno nette, su cui occorrerebbe esercitare l’intelligenza”.

Capuozzo: “In guerra i dubbi sono preziosi”“Sembra che sollevare dubbi significhi abbandonare gli ucraini al massacro, essere traditori, vigliacchi o disertori”, argomenta Capuozzo. “Invece è proprio in queste circostanze che i dubbi sono preziosi e l’unanimismo pericolosissimo. Credo che questo modo di trattare il tema derivi innanzitutto dalla non conoscenza di cos’è la guerra: la guerra schizza fango dappertutto e nessuno resta innocente, se non i bambini. E ogni guerra è in sé un crimine, come dimostrano la Bosnia, l’Iraq e l’Afghanistan, rassegne di crimini compiute da tutte le parti”. Certo, ci sono le esigenze mediatiche: “È ovvio che non si può fare un telegiornale soltanto con domande senza risposta. Però c’è un minimo sindacale di onestà dovuta agli spettatori: sapere che in guerra tutti fanno propaganda dalla propria parte, e metterlo in chiaro. In situazioni del genere è difficilissimo attenersi ai fatti, perché i fatti non sono quasi mai univoci. Così ad avere la meglio sono simpatie e interpretazioni ideologiche”. Una tendenza che annulla tutte le sfumature anche nel dibattito politico: “La mia sensazione è che una classe dirigente che sente di avere i mesi contati abbia colto l’occasione di scattare sull’attenti nell’ora fatale, tentando di nascondere la propria inadeguatezza. Sentire la parola “eroismo” in bocca a Draghi è straniante, non c’entra niente con il personaggio”, dice. “Siamo diventati tutti tifosi di una parte o dell’altra, mentre dovremmo essere solo tifosi della pace”.

Stefano D’Andrea

 
Un paradigma che ci sta stritolando PDF Stampa E-mail

15 Gennaio 2023

 Da Appelloalpopolo del 13-1-2023 (N.d.d.)

L’adesione alla UE è quella cosa che se togli le accise dalla benzina aumenti l’IMU, se togli l’IMU togli l’Istruzione e la Sanità, se dai alle partite iva in affanno togli al disoccupato mettendolo in crisi, se prendi il PNRR togli sanità, istruzione e trasporti per i prossimi 30 anni, se prendi il MES, togli le mutande e svendi la casa per sempre.

Tra Conte, Draghi o Meloni o Calenda differenza non c’è, la somma degli stessi fattori dà sempre lo stesso risultato. Non sono consentiti aiuti di stato per principio, si gioca a restare deboli per chi è debole e lasciare i forti liberi di esprimere la loro forza ottenuta con l’inganno, consentendo ai Paesi del Nord Europa di poter finanziare il proprio debito pubblico a tassi negativi senza alcun merito ma solo in ragione della moneta unica.

Spero che il bagno di realtà che quotidianamente si fa alla pompa di benzina sia salutare per coloro che hanno riposto la propria fiducia alla Meloni con l’illusione di migliorare. Non c’è via d’uscita facile, occorre affrontare la realtà, almeno ponendosi una domanda, conviene stare chiusi dentro un paradigma che ci sta stritolando?

Valeria Soru

 
Complottisti di Stato PDF Stampa E-mail

12 Gennaio 2023

 Da Comedonchisciotte del 10-1-2023 (N.d.d.)

Qualche giorno fa mi è capitato di guardare su you tube un vecchio confronto tra Mazzucco e Polidori a proposito del celeberrimo attentato di New York del settembre 2001. Argomento di stretta attualità, direte voi, probabilmente no, ma dato che attaccare e ridicolizzare le “teorie del complotto” e i loro seguaci “complottisti” è un esercizio ancora oggi adorato dai media per gli argomenti davvero di attualità, come per esempio la “pandemia” e le campagne “vakkinali”, non mi pare un interesse inutile. Vero è che spesso i sostenitori di spiegazioni alternative fanno del loro meglio per screditarsi da soli abbandonandosi per esempio alla letteratura fantastica e questo è assolutamente funzionale al potere, ma mi pare lo stesso il caso di combattere questa riduzione al ridicolo del dissenso attraverso il “complottismo” anche se è evidente che le teorie alternative non possano essere sempre prese sul serio, esattamente come non possano sempre esserlo le versioni ufficiali: occorre saper decidere di volta in volta.

La discussione nel video verteva sulla distruzione del terzo palazzo del complesso delle torri gemelle, quello non colpito da nessun aereo, ma ugualmente crollato. Polidori, sosteneva ovviamente la versione ufficiale: l’edificio è caduto  a seguito di un incendio appiccato dai rottami infuocati precipitati dalla torre più vicina. Mazzucco sosteneva che ciò era impossibile per diverse ragioni, la più importante delle quali è che l’edificio è crollato a velocità di caduta libera, cosa che può accadere solo se tutti i sostegni alla base vengono distrutti nello stesso momento e ciò non avviene durante un incendio. Ognuno dei due contendenti poteva vantare opinioni favorevoli di esperti, maggioritaria per quanto riguarda la versione ufficiale, di minoranza per l’altra. In realtà con la tesi alternativa Mazzucco ventila, di fatto, l’ipotesi di una demolizione controllata, ma senza sostenerla apertamente. Come ovvio io non sono in grado di fornire un’opinione autorevole in materia, ciò nondimeno il crollo di quel palazzo non può non apparire a tutti come qualcosa di sorprendente: come fa un grattacielo con scheletro in acciaio a cadere su se stesso come un castello di carte a seguito di un incendio? Quante volte è successo prima? Eppure è accaduto, quindi un motivo deve esserci. Escluderei l’ipotesi di un intervento alieno, anche se qualche traduttore della Bibbia dovesse sostenerlo con forza. Ad un certo punto Polidori ha chiesto all’opponente, data la sua incredulità sulla versione ufficiale, di formulare una ipotesi alternativa per spiegare l’accaduto, ma Mazzucco si è decisamente rifiutato sostenendo che il suo compito si limita ad evidenziare le contraddizioni della versione accettata: sarà poi chi la sostiene ad avere l’onere della spiegazione. Polidori è certamente uno strenuo difensore dello status quo e quindi del potere, e di certo non mi è simpatico, ma questo non significa che ciò che dice sia per forza sbagliato. Quello di Mazzucco mi è parso subito una specie di trucco dialettico: in sostanza, se non ti do la mia versione, non puoi criticarla, mentre la tua rimane attaccabile. Succede spesso nelle discussioni politiche specie con quelli che pensano che “tanto sono tutti uguali”. Per come la vedo io, se qualcuno cerca veramente la verità e non vuole semplicemente prevalere in una discussione, parla più apertamente, vaglia le versioni possibili per poi farsi un’idea complessiva di quale può essere la più probabile. Ma evidenziare dei problemi evitando platealmente di tirare le conclusioni pure nascostamente suggerite, per evitare possibili obiezioni, non mi pare segno di onestà nella discussione. Comunque la mettiate, l’attentato di New York non può essere frutto della folle azione di un singolo squilibrato: sia la versione main stream che le altre sono in realtà complottiste seguendo l’etimologia della parola, non esiste una versione che non lo sia. I media giurano che sono complottiste solo le teorie alternative, ma riescono a farlo perché usano il termine “complottista” impropriamente e malignamente, come se volesse dire “falso”, o meglio stupidamente falso, ridicolmente falso. La versione ufficiale è evidentemente complottista in quanto attribuisce la responsabilità dell’attentato ad un complotto ordito da una organizzazione terrorista islamica chiamata Al Qaida  con a capo la superstar Osama Bin Laden. Anche l’ipotesi alternativa parla di complotto, solo fatto da altri, magari anche dalla stessa Al Qaida, ma con la partecipazione e la collaborazione attiva di parti del deep state americano. In ogni caso, sempre di complotto si tratta. Resta da vedere quale delle versioni è più convincente. Considerando  sia l’estrema difficoltà di attuazione di un attentato così complesso, sia il fatto che Bin Laden era stato già usato dagli Stati Uniti ai tempi della guerra sovietica in Afghanistan per organizzare la guerriglia islamica, considerando inoltre che Al Qaida era stata probabilmente costituita ed armata proprio a questo scopo con la collaborazione dei servizi americani fin dagli anni 80; l’ipotesi della possibilità di un “lavoro interno” appare tutt’altro che peregrina. Non dimentichiamo che dopo la caduta dell’Urss gli  americani erano alla ricerca spasmodica di un nemico credibile che sostituisse i russi anche per poter mantenere in piedi  il lucroso apparato militare industriale, che è probabilmente la loro principale industria. Il ricercato nemico fu in un primo momento individuato proprio nel “terrorismo islamico” e quale miglior esempio per rivendicarne la pericolosità, che intrinsecamente non possedeva, di uno spettacolare attentato in diretta televisiva dall’inconfondibile sapore hollywoodiano? Al Qaida era già stata da tempo classificata come organizzazione terroristica e Bin Laden da collaboratore era già diventato per tutti i media il nemico pubblico numero uno degli Stati uniti. Infatti l’attentato alle torri non andò sprecato e divenne il pretesto principale per l’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq, per una rinnovata spinta imperialista e per una legislazione interna sempre più illiberale. Di fatto, mai, né prima né dopo, un’organizzazione terroristica, islamica o meno, è stata in grado di compiere un attentato nemmeno lontanamente paragonabile per risonanza e complessità.

In realtà la “teoria del complotto” fu inventata in occasione dell’uccisione del presidente Kennedy, dove la versione ufficiale sosteneva che l’assassinio era stata ideato ed eseguito da un solo uomo, con i suoi soli mezzi e per motivazioni personali, che in pratica erano da ricondurre al fatto che non stava troppo bene di testa. Una versione dei fatti che non era certo stata resa più credibile dalla sua spettacolare uccisione in diretta tv, pochi giorni dopo la cattura, effettuata, guarda caso, da un altro assassino solitario che agiva anch’esso per motivi personali, magari anche lui un poco fuori di testa. Chi invece sosteneva che il presidente era stato ucciso per motivi politici da un “complotto” di più persone magari con partecipazioni istituzionali, fu definito spregiativamente “complottista” al fine di screditarlo ed il termine assunse il significato negativo che ancora oggi gli è proprio. Nella fattispecie, dunque, aveva un senso preciso che in seguito è andato perso, come nel caso dell’attentato alle torri gemelle dove tutte le versioni sono necessariamente complottiste in senso proprio. La tesi di un attentatore solitario che uccide per motivi personali è spesso amata dal potere, specie quando ha qualcosa a che fare con l’organizzazione dell’evento, ma, anche se per avventura fosse vera, rimane difficilmente credibile quando il morto è persona di rilevante importanza politica. Per esempio il turco Ali Agca è sostanzialmente l’unico ad aver pagato per il tentato assassinio del Papa Giovanni Paolo II, ma l’ipotesi che abbia preso l’iniziativa e abbia eseguito tutto da solo non è mai stata molto convincente. All’epoca se ne parlò molto. tirando in ballo mestatori turchi e servizi segreti bulgari, ma come succede spesso in questi casi, non si è mai arrivati ad un chiarimento definitivo dei fatti, persino quando sembrava che il potere italiano (o meglio quello americano che gli sta dietro) avesse tutto l’interesse a farlo.

Anche in occasione della famosa bomba nella sede della Banca dell’Agricoltura di Milano del 12 dicembre del ‘69, la polizia tentò immediatamente di dare la colpa ad un improbabile operaio e ballerino anarchico, che poi tribolò per anni e anni senza riuscire a togliersi dai guai nonostante fosse chiaramente innocente. C’era perfino un tassista che spergiurava di averlo riconosciuto. La “teoria del complotto” che fu avanzata anche in questo caso trovò contrari tutti i benpensanti che si affrettarono a giudicarla ridicola, paranoica, sciocca e impossibile, ma alla fine l’ipotesi del coinvolgimento di apparati statali italiani e stranieri si dimostrò tutt’altro che campata in aria. Ciò nonostante, dopo decenni di processi, la verità ultima sui mandanti non è mai venuta a galla, soprattutto non è mai stata portata a conoscenza della maggior parte dei cittadini: basta chiedere in giro per rendersene conto. Immagino che anche da questa storia Polidori abbia tratto qualche video probo e rassicurante, con qualche piccola ammissione circa  l’esistenza di servizi “deviati”, ma col salvataggio di fondo dei poteri statali e, soprattutto, di quelli  “internazionali”, sacri e infinitamente buoni.

“Complottista”, insomma, è solo un’etichetta malevola e imprecisa che viene data ad ipotesi politicamente scomode, indipendentemente dalla loro credibilità, al solo fine di denigrarle. Di questo meccanismo è parte attiva la ricerca di imbroglioni, ingenui o visionari che portino avanti teorie le più strampalate possibile al fine di accostarle alle ipotesi alternative serie e reali per insinuarne infine l’equivalenza. Di qui il dilagare sui media della propaganda contro le “fake news” che consistono in qualunque cosa non collimi con quanto si sostiene ufficialmente. Qualcuno sostiene che non è vero che la guerra in Ucraina è iniziata l’anno scorso perché un dittatore pazzo si è alzato dal letto col piede sbagliato? Vabbè, c’è anche chi sostiene che gli dei mesopotamici erano degli alieni scesi sulla terra migliaia di anni fa: non è forse la stessa roba? Purtroppo spesso le persone comuni davvero non sono in grado di distinguere. La conclusione del carosello è sempre la stessa: fidatevi dei professionisti dell’informazione (cioè come  a dire dei professionisti della menzogna), se date retta ai dilettanti, in quattro e quattr’otto vi ritrovate con un cappello di stagnola in testa per impedire ai rettiliani di leggervi nel pensiero. Come se poi in quel pensiero ci fosse da leggere chissà che cosa. D’altra parte alcune delle teorie oggi più sostenute dai media possono essere tranquillamente definite “complottiste” nel senso che proprio loro hanno finito per dare alla parola in anni di propaganda. E non sto parlando di stupidaggini pure come la teoria gender che sono solo dei dogmi ideologici anche piuttosto cretini.

La teoria del riscaldamento globale di origine antropica è un buon esempio di teoria “complottista”: gli scienziati del settore sono sostanzialmente discordi su di essa nonostante che i finanziamenti vadano pressoché esclusivamente alle ricerche che la confermano; molti studiosi ritengono che la componente umana sia trascurabile nel riscaldamento in atto che sarebbe invece dovuto a complessi cicli astronomici che non posso riassumere in questa sede; alcuni addirittura preconizzano la fine della tendenza di qui a due, tre  anni con un ritorno al raffreddamento; gli esiti catastrofici del riscaldamento globale sono previsti non a partire da dati reali, ma tramite modelli matematici i cui parametri sono largamente arbitrari; l’aumento della percentuale di anidride carbonica nell’aria ha molti effetti positivi sul mondo vegetale e di conseguenza sulla disponibilità di cibo per quello animale. Spesso gli alfieri di questa teoria complottista si appellano al principio di prudenza secondo il quale il semplice sospetto di possibili effetti nefasti di un fattore qualsiasi dovrebbe essere sufficiente per limitarlo per quanto possibile. Niente da obbiettare in teoria, peccato che i rimedi predicati – un esempio per tutti l’azzeramento delle emissioni di anidride carbonica entro il 2050 – contraddicano di brutto il medesimo principio di prudenza. Sembra infatti chiaro che se davvero tale traguardo venisse raggiunto, sarebbe perché lo standard di vita medio ed il numero delle persone viventi sul pianeta sarebbe drasticamente crollato. Ma qualche miliardo di morti in più e il ritorno all’atavica miseria per le masse non sembrano preoccupare o apparire “imprudenti” a questi complottisti istituzionali. La politica e i media sembrano invece entusiasti di questa teoria e la propagandano forsennatamente  in qualsiasi cosa producano, dalla divulgazione scientifica ai notiziari, alla fiction, allo sport, all’intrattenimento, ai dibattiti e perfino nella pubblicità commerciale. Usando il loro stesso linguaggio, io la definirei invece una classica teoria complottista del filone catastrofista. Manca, è vero, l’intervento diretto degli alieni, ma in realtà è l’umanità stessa che viene trasformata in qualcosa di alieno perché fatta estranea all’ecologia del pianeta, al contrario di quanto sostenuto fino ad ora dalla scienza, e trasformata in un corpo estraneo e profondamente dannoso.

Nestor Halak 

 
Urgenza di spegnere il conflitto PDF Stampa E-mail

11 Gennaio 2023

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 Da Appelloalpopolo del 10-1-2023 (N.d.d.)

Le tecnologie belliche evolvono profondamente e continuamente, ma finché l’avanzata degli eserciti avverrà con mezzi che non levitano dal suolo, ancora con ruote o cingoli che solcano il terreno, le piogge e il fango autunnali resteranno un problema così come la neve e il ghiaccio invernali. Il rischio concreto è quello di finire accerchiati nel Donbass, senza energia e carburanti nella morsa del gelo, con la strada di Kiev spianata agli invasori

Saggiamente l’avanzata ucraina è stata molto lenta, evitando di finire nelle famigerate “sacche” che costituiscono la classica tattica militare russa fin dalle guerre mondiali, nelle quali si sarebbe probabilmente andata a cacciare se avesse seguito i baldanzosi e incoscienti proclami di alcuni sedicenti esperti strategici occidentali. I nostri presunti analisti militari televisivi, che non ne azzeccano una dalla seconda guerra del Golfo, prevedevano infatti (auspicandola) una rapida marcia sulla Crimea dopo la riconquista di Kherson, ritenendo che l’intero fronte russo stesse crollando. Non oso pensare quali avrebbero potuto essere le conseguenze per l’esercito ucraino se i suoi comandanti fossero stati meno cauti e guardinghi, ma avessero seguito questi consigli.

Il problema però è che pur procedendo con grande prudenza verso est, gli ucraini forse malconsigliati da americani e polacchi, potrebbero aver ripetuto l’errore di valutazione dell’Italia nella prima fase della Grande Guerra ’15-’18, quando concentrò quasi tutto l’esercito sul fronte orientale, verso Trieste, lasciando pressoché scoperto quello settentrionale, verso Trento. Nella convinzione che tanto mai gli austro-ungarici sarebbero passati all’offensiva e poi in quella zona montana così impervia, lasciando sempre nelle nostre mani l’iniziativa e quindi la scelta di dove combattere. Invece attaccarono dal Trentino e ci mancò poco che sfondassero nella pianura veneta. Se ciò fosse accaduto avrebbero preso alle spalle il grosso dell’esercito italiano, che si sarebbe trovato tagliato fuori dal resto della nazione, finendo accerchiato dalle forze nemiche, che avrebbero avuto mano libera su Milano e Torino. Non accadde secondo alcuni storici per la testarda resistenza delle poche truppe italiane schierate su quel fronte, che ritardandone l’avanzata avrebbero dato il tempo di riposizionarsi al resto del nostro esercito. Secondo altri per l’incapacità logistica da parte austro-ungarica di sfruttare il successo ottenuto, penetrando rapidamente e in forze nel Veneto. Secondo altri ancora perché contemporaneamente il nemico subì una grave sconfitta per mano russa in Galizia e dovette sbrigarsi a spostare divisioni ad est per non essere a sua volta invaso. Forse per tutti e tre i motivi.

Fatto sta che oggi i russi potrebbero far lo stesso scendendo dalla Bielorussia, la stessa strada da cui hanno puntato su Kiev nello scorso febbraio/marzo. All’epoca hanno fallito sia per le forze esigue che schieravano rispetto ad ora, sia perché l’esercito ucraino non era massicciamente concentrato ad est come adesso. Oggi cosa potrebbe accadere dopo mesi di bombardamenti sulle difese e sulle infrastrutture strategiche ucraine? Probabilmente non lo faranno perché la Bielorussia non vuole essere coinvolta direttamente nel conflitto e perché alzare così l’asticella potrebbe alzare anche quella delle rappresaglie ucraine (e, sottobanco, Nato) che ultimamente colpiscono sempre più a fondo in territorio russo. Probabilmente, ma non è detto non lo facciano.

Quindi perché insistere a fornire droni, missili e carri armati e non mettersi finalmente e seriamente a tavolino e discutere veramente per giungere a un compromesso di riassetto territoriale, che garantisca di spegnere un conflitto che dura da quasi dieci anni? Sono mesi che lo si dice e mesi che si viene tacciati di intelligenza col nemico. Ma invece è così “intelligente” continuare a distruggere le città, far morire la gente e devastare il territorio, che sia abitato in maggioranza da russofoni o da ucrofoni?

Andrea Alquati

 
Totale degrado istituzionale PDF Stampa E-mail

9 Gennaio 2023

 Da Comedonchisciotte del 6-1-2023 (N.d.d.)

Nell’ultimo discorso di fine anno del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, intriso di affermazioni apodittiche e luoghi comuni vari – come solitamente i personaggi delle nostre istituzioni sono costretti a pronunciare per mascherare, agli occhi della gente, il disastro provocato dalle loro azioni – c’è una frase che più di tutte meriterebbe lo sviluppo di una tesi di dottorato, per far vedere quanto ormai i rappresentanti del popolo italiano non provino più neanche il minimo di vergogna nel prendere in giro il popolo stesso. Sto parlando della famosa frase ad effetto pronunciata da Mattarella e sulla quale ogni mezzo della grande stampa ha posto l’accento: La Repubblica è nel senso civico di chi paga le imposte, perché questo serve a far funzionare l’Italia e, quindi, al bene comune.

Il siciliano di Castellammare del Golfo – bellissima cittadina del trapanese, terra di mafia, “culla” del latitante Matteo Messina Denaro e con una densità di logge massoniche tra le più alte in Italia – con questa frase, in perfetto stile “divide et impera”, ha voluto di fatto dividere i buoni dai cattivi, allo scopo di far ricadere sui secondi tutti i mali della nostra società. Il messaggio che si vuole far passare, a totale copertura del “sistema” e dei politici che gestiscono il nostro paese è il seguente: gli ospedali sono al collasso? Colpa di chi evade le tasse. Le scuole cadono a pezzi e le strade rimangono piene di buche alle prime piogge autunnali? Sempre colpa degli evasori. Insomma, in gergo finanziario, il “collaterale” che sta sotto a questo ragionamento è che se lo Stato avesse più soldi, potenzierebbe i servizi pubblici e citando il compianto cantautore Lucio Dalla, ci sarebbe da mangiare e luce tutto l’anno. Noi però sappiamo benissimo che non è così ed il concetto puerile e scontato, che i servizi pubblici si fanno funzionare con le tasse pagate dai contribuenti, a livello di dottrina economica è quanto di più lontano possa esserci dalla realtà. A coloro che pensano che con più tasse pagate, si potrebbero avere più servizi, sfugge che in Italia abbiamo una delle più alte pressioni fiscali al mondo e che seppur lo stato già spenda oltre la metà del PIL, la maggior parte delle persone è costretta alla precarietà in fatto di cure, istruzione, alimentazione ed ultimamente anche nel riscaldarsi. Nell’ultimo anno, stante anche il maggior costo per emettere debito, la spesa pubblica ha superato i 1000 miliardi. Se c’è un problema di fisco, non è certo la carenza di gettito. Questi cresce di anno in anno, mentre i servizi diventano sempre più scadenti. Pensereste che raddoppiando il gettito aumenterebbero proporzionalmente i servizi? Ma neanche per sogno! Sprechi e inefficienze, si calcola, valgono il doppio del mancato gettito per evasione. Senza considerare che sarebbe anche impossibile raddoppiare il gettito, visto che la pressione fiscale nel nostro paese è ben il oltre il 50% dei guadagni.

E se a questo aggiungiamo poi il fatto ben noto a tutti ed alla storia degli ultimi 30 anni – che ha visto gli italiani costretti nella gabbia degli avanzi primari a pagarsi con i propri risparmi tutti i servizi forniti dallo Stato e in aggiunta a trasferire oltre 2.000 miliardi ai rentier di casa nostra e al mondo finanziario attraverso la spesa per interessi sul debito – di fronte a questo status fiscale da vera e propria “colonia”, ci vuole veramente un bel coraggio, da parte del nostro Presidente, nel richiamare la maggioranza degli italiani al pagamento delle tasse!

Dunque, risulta estremamente chiaro che tutta la logica che sta dietro al pensiero espresso dal nostro Presidente è totalmente fallace e quindi, come già detto, mira a tutt’altri obiettivi. Uno Stato, monopolista della moneta, non ha certo bisogno dei soldi dei cittadini per spendere, né tanto meno il dover seguire il folle principio del pareggio di bilancio nella propria gestione. Potrebbe spendere come e quando vuole e con tutta la libertà di portafoglio che desidera. Ma noi sappiamo bene che per volontà ed interesse dei “lor Signori”, abbiamo deciso di rinunciare a questa libertà, quando siamo passati da emettere la Lira a usare l’Euro. O meglio, a guardare bene la realtà delle cose, tale rinuncia è servita solo come strumento funzionale per giustificare la mancanza di soldi quando ad averne bisogno è il popolo, mentre poi come possiamo constatare nella nostra quotidianità, per le necessità dei “lor Signori”, il portafoglio al contrario è sempre pieno ed abbondante.

Evidenziare quanto fino ad ora considerato da chi vi scrive, non è assolutamente un modo per giustificare l’evasione fiscale, ma certamente stante quanto la dottrina economica ci insegna e soprattutto quanto di più scellerato hanno messo in atto tutti i nostri governi da almeno tre decadi a livello di politica fiscale, ci saremmo aspettati dal Presidente Mattarella una analisi ben più profonda e democratica del fenomeno. Se come dimostrato, sempre dalle parole pronunciate nel suo discorso, il Presidente pare essere ben a conoscenza della drammatica situazione in cui versa il paese: “So bene quanti italiani affrontano questi mesi con grandi preoccupazioni. L’inflazione, i costi dell’energia, le difficoltà di tante famiglie e imprese, l’aumento della povertà e del bisogno. La carenza di lavoro sottrae diritti e dignità: ancora troppo alto è il prezzo che paghiamo alla disoccupazione e alla precarietà. Allarma soprattutto la condizione di tanti ragazzi in difficoltà. La povertà minorile, dall’inizio della crisi globale del 2008 a oggi, è quadruplicata. Le differenze legate a fattori sociali, economici, organizzativi, sanitari tra i diversi territori del nostro Paese – tra Nord e Meridione, per le isole minori, per le zone interne – creano ingiustizie, feriscono il diritto all’uguaglianza”. Quello che da cittadini tutti noi vorremmo chiedergli, tanto per fare un esempio: la compagnia energetica ENI (partecipata dal nostro Tesoro) – che pare conseguire profitti colossali sfruttando la diabolica speculazione in corso nel settore energetico, profitti provenienti dal sangue degli italiani e poi tassati in Olanda con percentuali da paradiso fiscale – ha diritto ad appartenere alla Repubblica Italiana? Qui non stiamo parlando dello scontrino non battuto dal barista sotto casa o dal venditore di frutta ambulante al mercato settimanale del paese – che poi per dirla tutta, certamente sono soldi sottratti al fisco, ma che rimangono e circolano nel nostro paese – nel caso di ENI, c’è in ballo un gettito fiscale imponente sottratto alle casse dello Stato italiano, le cui probabilità che venga poi investito fuori dal nostro paese o nei mercati finanziari, sono talmente alte da rendere il fatto un certezza. Oltretutto, ENI non è certo la sola azienda per la quale il nostro Presidente dovrebbe dirci se ha diritto o meno ad appartenere alla nostra Repubblica. La lista delle aziende e dei gruppi aziendali appartenenti al “gota” del belpaese, che pagano le tasse in Olanda pur operando in Italia, è lunghissima e variegata, tanto per ricordarne qualcuna: Enel, Saipem, Mediaset, Agip, Pirelli, Armani Olanda, Stefanel International holding, Benetton Olanda, Telecom Italia, Tiscali Olanda, Fiat, Piaggio, FCA, Ferrari, Exor, Aprilia, Luxottica, Segafredo, Ferrero, Barilla, ecc...

Se vogliamo continuare ancora a parlare di gettito fiscale mancante, come la causa della morte sociale e purtroppo anche fisica del paese, non possiamo non evidenziare come il nostro Presidente Mattarella non faccia minima menzione sulla questione web-tax. Sto parlando del tentativo, sempre poi risultato vano, di far pagare le imposte indirette alle Over the top che operano e fanno profitti in diversi Paesi del mondo ma non utilizzano la partita iva del Paese in cui erogano i servizi o commercializzano prodotti. In questo modo si porrebbe fine ad una elusione fiscale su scala globale di decine di miliardi di euro. La norma, che sarebbe dovuta entrare in vigore dal 1º gennaio 2014, fu prima rinviata e poi cancellata definitivamente dall’allora neo segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi, come primo atto da neo Premier, nel decreto “Salva Roma ter” (decreto legge 6 marzo 2014, n.16). La cancellazione della norma, come segno di completo asservimento e riverenza ai poteri che sono dietro alle multinazionali del web, venne comunicata, in “pompa magna” con un tweet dello stesso Renzi il 28 Febbraio 2014. Renzi il “Rottamatore” della classe politica, che da segretario del partito dei lavoratori, appena arrivato a Palazzo Chigi, esulta per l’introduzione di una misura fiscale che avvantaggia le multinazionali straniere che succhiano soldi degli italiani, senza nemmeno creare lavoro, credo rappresenti alla perfezione il totale degrado istituzionale in cui versa il nostro paese, oltre a certificare il completo asservimento dei nostri rappresentanti politici ai poteri globali.

Potremmo andare avanti all’infinito con esempi di elusione ed evasione, che sono ben più gravi di quelli che il Presidente Mattarella ha voluto infondere nella testa della gente, con questa sua dichiarazione tagliente ma estremamente distorsiva della realtà. La Verità, che purtroppo il nostro Presidente rinuncia deliberatamente a dirci, è la stessa di sempre. Anche il “Fisco” viene gestito dal “Sistema”, esattamente con la stessa metrologia con cui il sistema stesso gestisce la “Giustizia”: forte e spietato con i deboli, debole e timoroso con i forti. E laddove si fa puntare lo sguardo della gente verso il dito, per non far vedere la Luna, per i gestori del sistema il non pagare le tasse diventa una virtù per non dire un diritto legalizzato, mentre per i poveracci il non poterle pagare, di contro, è una colpa grave da espiare.

Fabio Bonciani

 
Perdita di autonomia culturale della Chiesa PDF Stampa E-mail

6 Gennaio 2023

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 Da Rassegna di Arianna del 4-1-2023 (N.d.d.)

Premesso che chi scrive non ha alcun titolo a parlare di un'istituzione millenaria, di cui neppure fa parte, tuttavia la vicenda della diarchia tra Benedetto e Francesco, connessa manifestamente e dichiaratamente a scontri di potere all'interno della Chiesa cattolica, segnala uno slittamento culturalmente rimarchevole - e come slittamento culturale riguarda tutti noi, cattolici e non. Sin dalla scelta dei nomi gli orientamenti di Ratzinger e Bergoglio erano evidenti, ed evidentemente divergenti.

Rifarsi a Benedetto da Norcia, fondatore dell'ordine monastico dei benedettini, significava rifarsi a quella spina dorsale della cultura cristiana ed europea che erano i monasteri come luoghi di preghiera e lavoro ("ora et labora"). Questi monasteri conservarono la cultura degli antichi e costituirono un modello di comunità ancora oggi esemplare. Studio, contemplazione, lavoro, spiritualità, conservazione e comunità sono qui i riferimenti fondamentali. Rifarsi a Francesco d'Assisi invece significava rifarsi a un modello antiistituzionale, pauperistico, rivoluzionario della Chiesa. Non è un caso che la scelta di Bergoglio sia isolata: è stata la prima volta che un papa decideva di prendere questo nome, giacché S. Francesco è ab origine un santo eccentrico, al limite dell'eresia, ma alla fine ricondotto nell'alveo della tradizione e della Chiesa. Rifarsi a Francesco significava idealmente muoversi in una direzione innovativa, di liberazione dalle incrostazioni del passato, "democratica". Naturalmente entrambe le figure storiche, sia quella di Benedetto da Norcia che quella di Francesco d'Assisi sono esempi grandiosi di virtù e visione, e dunque entrambi sono straordinariamente degni di una ripresa e riproposizione del loro messaggio profondo. Non siamo qui dunque certo a inscenare un "concorso di bellezza" tra santi per stabilire chi sia il “migliore”. Tuttavia questa diarchia, che ha rappresentato una questione eminentemente politica, con le dimissioni di Benedetto e l'avvento di Francesco presenta un aspetto culturalmente di grande interesse se lo collochiamo, come è necessario fare, nel generale processo storico corrente, di imposizione della ragione liberale in Occidente.

Il teologo Benedetto rappresentava in certo modo il volto classico del ruolo della Chiesa: la Chiesa come àncora, roccia cui aggrapparsi, come istituzione antichissima e radicata nella storia, capace di integrare variamente istanze e culture plurali, senza però mai perdere di vista il senso della propria continuità. L'accusa all'istituzione ecclesiastica di essere un "freno conservatore al progresso" è in qualche modo un topos, una figura dello spirito, e una tesi non senza motivazioni: non c'è alcun dubbio che la Chiesa non sia mai stata animata da alcuna pulsione rivoluzionaria (avendo una rivoluzione spirituale alle sue proprie origini) e al contrario, che abbia sempre fatto spazio con fatica, cautela e prudenza ad ogni innovazione, dalla dottrina sociale della chiesa, al modernismo, al Concilio Vaticano II. Ma, come sempre, il ruolo di una visione o di un'istituzione cambia in modo essenziale a seconda del contesto in cui opera. E qual è il contesto odierno, in cui opera la Chiesa del XXI secolo?

Si tratta, almeno in Occidente, di un contesto di frenetica accelerazione tecnologica, tecnocratica, soggettivista, scientista, di un processo di sistematico scioglimento dei legami, di sradicamento, di cancellazione del passato, di dissoluzione identitaria. Questa tendenza è strettamente legata a quel processo secolare che è stato l’evoluzione del capitalismo di matrice angloamericana, che nell’ultimo mezzo secolo ha raggiunto una connotazione di imperialismo culturale in tutto l’Occidente (e nelle parti occidentalizzate del resto del mondo, come il Giappone urbano). Di per sé tanto rifarsi alla tradizione di Francesco che a quella di Benedetto avrebbe potuto di principio rappresentare una mossa di distanziamento dalle tendenze contemporanee. Dopo tutto Francesco è il santo “anticapitalista” per eccellenza, nel messaggio e nell’esempio, e peraltro il sudamericano Bergoglio avrebbe potuto giovarsi della lezione dell'America Latina, dove la percezione popolare dell’Impero americano come minaccia persistente è un tratto di fondo. Ma il papa, non bisogna mai dimenticarlo, è sì un sovrano assoluto, ma non è onnisciente né onnipotente: come ogni sovrano deve agire affidandosi ad una struttura di consiglieri e informatori. Ciò che è apparso sempre più chiaro con il passare del tempo è che quell’entourage vaticano che aveva messo in grave difficoltà Ratzinger era ora nelle condizioni di orientare in sempre maggiore misura le posizioni e affermazioni del nuovo papa, che in quanto per disposizione e formazione “progressista”, era disposto a dare ascolto ad orientamenti “up to date”. Scivoloni degni di Repubblica come la stigmatizzazione della “crudeltà di ceceni e buriati” tra le truppe russe sono il segno del fatto che l’entourage papale non confida più su fonti autonome, ma è manifestamente sintonizzato sulla pubblicistica delle agenzie di stampa dominanti (le statunitensi Associated Press e United Press International e la britannica Reuters). L’apparente perdita di autonomia culturale della Chiesa, il suo farsi trascinare sempre di più dall’opinionismo alla moda, dalla ricerca di compiacere i mutamenti di costume, il suo farsi dettare l’agenda culturale dalla cosiddetta “comunità internazionale” è un segno dei tempi, un segno preoccupante. In questi tempi di rimozione, dissoluzione e cancellazione generalizzata, il carattere conservatore dell’istituzione ecclesiastica avrebbe un grande ruolo da giocare. Questo ruolo non dipende, sia detto per chiarezza, dal fatto che la tradizione tomistica e le successive elaborazioni vaticane siano “sempre nel giusto”, o che abbiano sempre una risposta adeguata alle sfide correnti. Il punto sta nel fatto che un’istituzione millenaria, radicata, capace di conservare in vita un coacervo di tradizioni, sarebbe di per sé, con la sua stessa ingombrante esistenza, un fondamentale bastione di opposizione ad una tendenza storica corrente che si caratterizza per un'irriflessa accelerazione e un “progressismo” caotico. Il venir meno di questa fondamentale autonomia, di questa estraneità alle esigenze della modernità è un grave danno culturale, non solo per i cattolici, ma per l’intero mondo occidentale.

Andrea Zhok

 
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