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L'Ospizio occidentale PDF Stampa E-mail

15 Maggio 2024

 Da Rassegna di Arianna del 12-5-2024 (N.d.d.)

“La Russia si è assunta la grande responsabilità storica di aver riportato la guerra sul suolo europeo”, ha detto Sergio Mattarella alle Nazioni Unite a New York. Per la verità, sul piano storico, la guerra in Europa fu portata dagli Stati Uniti venticinque anni fa, nella primavera del 1999, intervenendo in Serbia. E l’Italia fu coinvolta per la prima volta direttamente in un’operazione di guerra a due passi da casa: era presidente del consiglio Massimo D’Alema e vice-presidente del consiglio, con delega ai servizi segreti e poi ministro della Difesa Sergio Mattarella (omonimo?). Diciannove basi Nato sul suolo italiano furono utilizzate per due mesi per attacchi contro la Serbia, in un’operazione chiamata Allied Force, per farvi decollare gli aerei, per la logistica e la copertura radar: furono bombardate centrali elettriche e la sede della televisione serba a Belgrado. I bombardamenti e le operazioni militari, a cui partecipò il nostro Paese con nostri aerei e nostre portaerei, non ebbero l’autorizzazione dell’ONU anche se furono giustificati come un intervento umanitario. Le famose bombe umanitarie del progressista dem Clinton, con l’appoggio del governo progressista e umanitario nostrano… Fu quella la prima guerra europea dei nostri anni, ai confini di casa nostra, con diretta partecipazione italiana. Il precedente, ma lontano dall’Europa, era stato pochi anni prima in Iraq. Non ricordo grandi mobilitazioni pacifiste né discorsi istituzionali sul pericolo di una guerra alle porte dell’Europa, col diretto coinvolgimento dei paesi europei. Eppure quella fu una guerra molto più vicina al cuore dell’Europa e ai nostri confini, rispetto all’Ucraina. […]

Ogni posizione che assume l’Occidente è ormai minoritaria sul piano mondiale, sia per quel che riguarda la guerra russo-ucraina sia per quel che riguarda la tragedia israelo-palestinese (salvo una parvenza di ravvedimento estremo). Ha senso in questa situazione e avendo davanti agli occhi gli sviluppi di quelle due catastrofi, insistere sulla linea filo-atlantista e interventista? La riflessione a questo punto si sposta dall’attualità al piano più profondo della condizione occidentale. Che cos’è oggi l’Occidente sul piano mondiale? Temo che la definizione riassuntiva più efficace sia quella che ha dato qualche anno fa Eduard Limonov, scrittore russo-ucraino morto quattro anni fa: il grande ospizio occidentale. E’ il titolo di un suo libro pubblicato in Italia da Bietti, con un’introduzione di Alain de Benoist. Secondo Limonov gli euroatlantici “non sentono più la vita”, non hanno più energia, l’Europa è morta da un pezzo, ma il suo cadavere è mummificato nell’Unione europea. Vivere nelle società occidentali significa campare in un ospizio, gestito dagli amministratori pubblici e popolato non da cittadini ma da pazienti che vivono sotto sedativi, tranquillanti e antidepressivi. Ospizio anche per l’età media, ben rappresentato dal malandato Biden. Il totalitarismo soft occidentale per Limonov si copre di moralismo, diritti umani e “impero del bene” che Cristopher Lasch definì Stato terapeutico, tra infantilizzazione programmata e opinioni prefabbricate. I bastioni di questo canone occidentale sono la teoria gender, la cancel culture e l’ideologia woke, che si riassumono in una sindrome diffusa: l’autodisprezzo, la vergogna di essere quel che siamo e che fummo nella storia. Spingendosi oltre Limonov, de Benoist nota che l’Ospizio Occidentale, alla luce di questa ideologia, è diventato una specie di ospedale psichiatrico. A un regime dispotico, nota Limonov è possibile ribellarsi, ma è difficile rivoltarsi contro le proprie debolezze. Impossibile l’agitazione dentro un ospizio, tutto viene sedato e ricondotto alla quiete, anzi al quieto non vivere, alla sua longeva e ricoverata sopravvivenza. L’amministrazione dell’ospizio non è nemica dei suoi pazienti, ma si presenta come loro complice e protettrice, e se limita la loro libertà e i loro orizzonti lo fa solo per il loro bene. Curiosamente, nota Limonov, la libertà è la parola-feticcio più inflazionata, con democrazia, negli ospizi occidentali. L’aggressività, nota lo scrittore russo, è scaricata in Occidente contro la natura, che è il secondo nemico, insieme alla storia. I suoi abitanti, post storici e snaturati, sono “infantili oltre che effemminati”, gli scarsi giovani sono “vecchietti in erba” che vivono digitando; la musica pop provvede ad abbrutirli. La rivoluzione sessuale e il femminismo, più che innalzare la donna abbassano l’uomo; la pornografia è l’erotismo per i poveri. Ma oggi, aggiungiamo noi, siamo entrati in una fase di desessualizzazione dell’occidente, come si conviene del resto a un ospizio.

In questo quadro, conclude Limonov, l’unico patriottismo ammesso è il patriottismo del nichilismo: non difendere la civiltà, le eredità, il mondo di valori, ma la loro assenza, smerciata per libertà e diritti umani. Pensate che l’Ospizio occidentale possa ingaggiare con questi presupposti una guerra contro i mondi vitali che premono ai suoi bordi, a est, a sud? Non vi sembra velleitario questo occidente in tuta militare che si prepara alla guerra e al riarmo quando è interiormente disarmato e demotivato?

Marcello Veneziani

 

 
Servitų volontaria PDF Stampa E-mail

14 Maggio 2024

 Da Comedonchisciotte dell’11-5-2024 (N.d.d.)

Lo scorso 3 maggio era la giornata internazionale della libertà di stampa. Ossia, si è festeggiato un fantasma, uno spettro, un simulacro. In Italia non esiste alcuna libertà di stampa, dal gossip alla politica internazionale esiste un’unica libertà: quella delle classi dominanti di celebrare se stesse e la propria narrazione tramite l’ausilio di un gruppo sociale cooptato, dominato e compiacente: gli influencer. La società odierna è infatti rigidamente tripartita: oligarchi, influencer, moltitudini. I primi, tra l’altro, dominano e selezionano i secondi. I secondi conferiscono significato al sistema. Le terze fanno largo uso della prassi, così ben descritta da Étienne de la Boétie sin dal XVI secolo, della “servitù volontaria”.

Sono le moltitudini, infatti, che coi loro comportamenti servili alimentano gli influencer con like e visualizzazioni, e incoronano de facto gli oligarchi, permettendo di dominarle a piacimento. Il servilismo e il masochismo dei dominati, influencer e moltitudini, sono spesso all’origine dell’assenza di libertà e della tirannia dell’ingiustizia (in ogni ambito).

Paolo Borgognone

 
I veri negazionisti PDF Stampa E-mail

12 Maggio 2024

 Da Rassegna di Arianna del 10-5-2024 (N.d.d.)

Il dato storico, la verità dei fatti accaduti va rimossa, nessun inciampo è ammesso, negare innanzitutto, negare e poi negare, altro che negazionismo col quale si vogliono bollare posizioni critiche e scomode al sistema.

E così accade che il presidente Mattarella a New York, intervenendo all’assemblea generale delle Nazioni Unite, pronuncia un discorso curiale, di quelli graditi all’ambiente di corte, in questo caso la Nato, che sempre più oscenamente confeziona il “discorso pubblico” occidentale nel modo a essa utile e funzionale. L’essenza del discorso di Mattarella si esprime in queste sue parole: «La Russia si è assunta la grande responsabilità storica di aver riportato la guerra sul suolo europeo». Riportato la guerra sul suolo europeo? Eppure il nostro presidente 25 anni fa era ministro della Difesa nel governo D’Alema quando l’Italia decise di partecipare con propri aerei e portaerei ai bombardamenti della Serbia in quella operazione Nato (neanche autorizzata dall’Onu) chiamata “Allied Force”. Smemorato? O semplicemente che negare l’evidenza è ormai la linea di condotta delle nostre corrotte e subalterne classi dirigenti europee? La guerra alla Serbia (ultimo frammento di una Jugoslavia che andava smantellata perché di impedimento all’avanzata verso est della Nato) fu condotta a suon di quelle che spudoratamente, e vigliaccamente, furono chiamate “bombe umanitarie”, in ossequio alla nascente religione neopagana del diritto-civilismo.

Antonio Catalano

 
La pių grande rapina della storia PDF Stampa E-mail

11 Maggio 2024

 Da Rassegna di Arianna dell’8-5-2024 (N.d.d.)

“Dopo aver ammesso in tribunale la possibilità di pericolosi effetti collaterali, talvolta anche letali, AstraZeneca ha ritirato dal mercato il suo vaccino anti Covid. La decisione è ufficiale e le fiale di Vaxzevria, come era conosciuto nel mondo scientifico, non saranno più disponibili. L’azienda è stata citata in giudizio per gli effetti avversi (coaguli di sangue e problemi circolatori) che hanno causato alcuni decessi”. La notizia dovrebbe aprire tutti i giornali e telegiornali, ma non è così. Perché?

Insomma, non eravamo matti quando in libertà decidemmo in tanti di non vaccinarci. Io scelsi di non farlo proprio per quegli effetti immediatamente descritti. Fui vessato, trascinato in tv e additato come untore, fu detto dai Bassetti di turno che poiché ero obeso se avessi contratto il Covid sarei morto sull’onda del Draghi di “non ti vaccini, ti ammali, muori”, fui pesantemente insolentito dai Burioni e dai Cartabellotta sempre tronfi, infine furono lesi i miei principali diritti di cittadino con l’obbligo vaccinale e il green pass. Oggi ritirano il vaccino da tutto il mondo per gli effetti avversi anche letali e leggo sette righe nascoste in pagine secondarie. L’Unione europea ha acquistato da Astrazeneca 300 milioni di dosi di questo vaccino. L’opzione per ulteriori 100 milioni di dosi non venne attivata, perché già nel giugno 2021 erano chiari i problemi. Il commissario europeo Breton negò che la causa fosse “la qualità del vaccino, che è molto buona”. E partì il contratto con Pfizer per 900 milioni di dosi con opzione per altri 900 milioni. Ursula von der Leyen trattò direttamente via sms il contratto per questi 1.8 miliardi di dosi con il capo di Pfizer, Albert Bourla. Come è noto, gli sms di questa trattativa sono stati cancellati e sia Von der Leyen che Bourla hanno rifiutato di rivelarne il contenuto. Tra una settimana, il 17 maggio, i due sono stati convocati al tribunale di Liegi che ha aperto un’indagine ufficiale, ma non si presenteranno. Dalla relazione depositata dalla Corte dei Conti europea il 12 settembre scorso sappiamo però che l’Ue con queste formule a trattativa sostanzialmente privata ha acquistato tra il 2020 e la fine del 2021 4.6 miliardi di dosi di vaccino Covid sborsando 71 miliardi di euro con contratti di “acquisto anticipato”, cioè pagando prima della consegna. L’Unione europea ha 447 milioni di abitanti, sono state acquistate più di 10 dosi di vaccini a persona compresi neonati e bambini. Sono stati del tutto ignorati effetti avversi e decessi, è stato fatto terrorismo presso chi non si vaccinava, sono state propagandate con assillo martellante una valanga di fake news dai governi e dai media, il tutto per coprire la più grande rapina della storia: 71 miliardi di euro rubati in un solo anno alla fiscalità generale, cioè presi dai soldi che paghiamo tutti noi in tasse, per farli finire nelle mani di pochissimi soggetti che vendevano a 18 quel che a loro costava cinquanta volte dì meno produrre. Il tutto già pagato prima di produrlo.

Ecco, tutti questi fatti e queste cifre non sono sui giornali e oggi che uno dei vaccini più noti viene fatto sparire per sempre dal mondo, la notizia è relegata tra le brevi. Se votate alle europee per i partiti che hanno avallato questo scempio, dovete essere proprio fessi. […]se siete sinceri con voi stessi ammetterete che sono questioni e soprattutto cifre che leggete qui per la prima volta. E allora non potete non chiedervi il perché.

Mario Adinolfi

 
Sanzioni alla Russia PDF Stampa E-mail

9 Maggio 2024

 Da Comedonchisciotte del 7-5-2024 (N.d.d.)

All’inizio dello scoppio della guerra in Ucraina sembrava che il crollo del sistema economico russo – in virtù di quelle che ci venivano rappresentate come delle sanzioni insopportabili per la Russia, applicate dai paesi occidentali – fosse questione di ore. Poi, visto che tale previsione tardava ad avverarsi, figure politiche di primo piano e main stream hanno provato a convincerci, giorno dopo giorno, che il crollo della Russia e di Putin sarebbe stato l’indomani. A due anni dall’inizio del conflitto, siamo ancora qui, ad aspettare che arrivi quel domani! Anzi, a dirla tutta, i numeri che ci provengono – non dal Cremlino ma dal principale organismo che più di tutti opera per tenere in vita l’istinto colonizzatore da sempre presente nei cromosomi dell’Occidente – ci raccontano tutta un’altra storia.

È proprio il Fondo Monetario Internazionale (FMI), fiore all’occhiello degli Stati Uniti (con annessa Europa) a confermarci che nonostante le sanzioni, il pil della Russia continua a correre. Secondo le sue stime, nel 2024 Mosca potrebbe crescere del 3,2%, superando tutte le altre economie avanzate del mondo occidentale: dagli Stati Uniti (+2,7%), al Regno Unito (+0,5%), alla Germania (+0,2%), alla Francia (+0,7%), all’Italia (+0,7%) e alla Spagna (+1,9%). La Russia – sempre secondo quanto ci racconta l’organismo presieduto dall’economista bulgara Kristina Georgieva – quest’anno sarebbe terza solo al pil dell’economia della Cina (+4,6%) e dell’India (+6,8%). Due paesi – definiti emergenti – con economie in grande crescita che vale la pena ricordare: oggi rappresentano i principali partner commerciali e strategici a livello geopolitico per Putin ed il suo popolo. Dal Cremlino ci fanno sapere che le sanzioni occidentali sulle sue industrie critiche hanno reso il paese più autosufficiente e che i consumi privati e gli investimenti interni rimangono resilienti. L’aumento delle esportazioni di petrolio e materie prime verso paesi come India e Cina ed i meccanismi di elusione delle sanzioni abbinati agli alti prezzi del petrolio, hanno consentito al paese di mantenere robusti ricavi dalle esportazioni di greggio. Persino la Commissione Europea ha dovuto alzare bandiera bianca ed ammettere che le sanzioni hanno funzionato meno del dovuto. In un documento sull’adozione del 13° pacchetto di sanzioni dell’Ue contro la Russia, redatto a Bruxelles, si legge: «La rapida crescita osservata nel 2023 è stata registrata principalmente nei settori associati al complesso dell’industria militare (metalli, mezzi di trasporto, computer, elettronica, dispositivi ottici). La produzione di questi tre rami nel 2023 è stata di circa il 30-40% superiore rispetto al 2021».  Diverse fonti rivelano anche che le sanzioni possono essere facilmente eludibili tramite Paesi terzi, soprattutto se si considera che alcuni di essi, come Cina, Qatar o India, non le hanno attuate e stanno di fatto aiutando la Russia ad aggirarle.

Le sanzioni quindi non stanno funzionando e per di più proprio nei giorni scorsi è arrivata – inaspettata per il nostro governo – non per chi è dotato ancora della pura logica con la quale si analizzano gli eventi – la contromossa di Putin. Il Presidente russo ha firmato un decreto (il n. 294, datato 26 aprile 2024), con il quale di fatto nazionalizza le filiali russe di Ariston e Bosch. Le aziende italiana e tedesca sono state trasferite alla gestione temporanea di JSC Gazprom Household Systems del gruppo Gazprom. Si tratta in particolare del 100% di Ariston Thermo Rus LLC, di proprietà di Ariston Holding N.V., e di BSH Household Appliances LLC, di proprietà di BSH Hausgerate GmbH. A fronte di sanzioni che per lo più prevedono il blocco di riserve in denaro di proprietà della Banca di Russia operate dall’Occidente, il Cremlino si prende le nostre aziende ed il relativo Know-how. Insomma, se vogliamo proprio dirla in modo palese: noi gli blocchiamo dei numeri su dei computer, numeri che la Banca centrale russa si può tranquillamente ricreare da sola con un battito di “click”; di contro noi perdiamo aziende vere che fanno parte del nostro patrimonio tecnologico nazionale, frutto di generazioni di lavoro. Ed anche sul blocco delle riserve in valuta estera, ci sarebbe molto da dire, come di fatto ho già detto in vari articoli. Lasciando libera Gazprombank di operare nel sistema dei pagamenti SWIFT – per ovvie ragioni riconducibili alla necessità che la UE ha di ottenere il gas russo – in un certo qual mondo è come se le sanzioni non esistessero o perlomeno siano molto annacquate rispetto a quello che ci viene prospettato. Non solo, i nostri politici, chiaramente in grossa difficoltà di fronte all’opinione pubblica, hanno anche la faccia di bronzo per risentirsi nei confronti della decisione del governo russo. È Antonio Tajani – vice presidente del Consiglio dei ministri – a metterci la faccia, con dichiarazioni che non mostrano il ben che minimo senso di vergogna: “Dopo l’inattesa decisione del governo russo sulla gestione di Ariston Thermo Group ho subito attivato la nostra ambasciata in Russia e parlato con i vertici dell’azienda italiana. Il governo italiano è al fianco delle imprese, pronto a tutelarle in tutti i mercati internazionali”.

Tajani, in rappresentanza del nostro governo, primo attore dentro il mondo occidentale che da due anni, oltre a sanzionare la Russia, è in prima fila nell’inviare armi in Ucraina e come se non bastasse fomentatore della nostra stampa nazionale che quotidianamente insulta il suo Presidente, si meraviglia dell’accaduto e addirittura pretende spiegazioni attraverso i medesimi canali diplomatici con i quali si rifiuta di dialogare per riportare la pace in territorio ucraino. Siamo veramente di fronte alla più che sfacciata pretesa di superiorità che l’Occidente, ormai senza più nessun tipo di ragione di sorta, continua a voler intestarsi rispetto al resto del mondo.

Di contro a dimostrazione che le sanzioni fanno parte di una narrativa da dare in pasto alla gente – come ci ha spiegato anche Warren Mosler (padre fondatore della MMT) in una intervista, pubblicata nell’ottobre del 2022 – è notizia di pochi giorni fa che le principali banche europee in Russia hanno pagato cifre record di tasse, nonostante le promesse di ridurre le loro esposizioni dopo l’invasione dell’Ucraina. Raiffeisen Bank International, Ing, Commerzbank, Deutsche Bank, Otp ma anche le italiane Unicredit e Intesa Sanpaolo – hanno registrato un profitto combinato di oltre 3 miliardi di euro nel 2023 – arrivando a versare nelle casse del Cremlino più di 800 milioni di euro di tasse lo scorso anno: una cifra pari a quattro volte i livelli prebellici. Ed anche qui non è la Pravda a dircelo ma bensì lo rivela un’inchiesta del Financial Times, quotidiano simbolo del mondo finanziario occidentale. I profitti sono tre volte superiori a quelli del 2021 e sono stati in parte generati dai fondi che le banche non possono ritirare dal Paese.

Se mi consentite una valutazione delle capacità di comprendere la materia economica ed i sistemi monetari moderni, da parte del governo russo, posso tranquillamente affermare che Putin ed i suoi ministri siano di un’altra categoria rispetto ai nostri governanti. Solo il fatto di aver compreso l’opportunità di non nazionalizzare le banche commerciali produttrici di depositi (moneta), rispetto ad aziende produttrici di beni e servizi, è la certificazione che in Russia hanno compreso perfettamente che la moneta oltre a non essere scarsa è merce, la cui produzione non necessità nessun tipo di know-how particolare.

Concludendo, per chi ha ancora l’arroganza di guidarci, le sanzioni alla Russia, anche per oggi avranno effetto... domani!

Fabio Bonciani

 
Ritorno alle origini PDF Stampa E-mail

6 Maggio 2024

 Da Comedonchisciotte dell’1-5-2024 (N.d.d.)

Theodore Postol, professore di Scienza, Tecnologia e Politica di Sicurezza Nazionale al MIT, ha fornito un’analisi forense dei video e delle prove emerse dall’attacco dimostrativo dell’Iran con droni e missili del 13 aprile contro Israele: Un “messaggio”, piuttosto che un “assalto”. Il principale quotidiano israeliano, Yediot Ahoronot, ha stimato il costo del tentativo di abbattere la salva di missili e droni iraniani in 2-3 miliardi di dollari. Le implicazioni di questa cifra sono sostanziali. Il professor Postol scrive: “Ciò indica che il costo della difesa contro ondate di attacchi di questo tipo è molto probabilmente insostenibile contro un avversario adeguatamente armato e determinato”. “I video mostrano un fatto estremamente importante: tutti i bersagli, droni o altro, sono abbattuti da missili aria-aria”, [lanciati per lo più da aerei statunitensi. Secondo quanto riferito, circa 154 velivoli erano in volo in quel momento] che probabilmente usavano missili aria-aria AIM-9x Sidewinder. Il costo di un singolo missile aria-aria Sidewinder è di circa 500.000 dollari”. Inoltre: “Il fatto che molti missili balistici non intercettati siano stati visti brillare al rientro nell’atmosfera ad altitudini inferiori [un’indicazione di ipervelocità], fa capire che, in ogni caso, gli effetti delle difese missilistiche David’s Sling e Arrow di [Israele], non sono stati particolarmente efficaci. Pertanto, le prove a questo punto mostrano che essenzialmente tutti o la maggior parte dei missili balistici a lungo raggio in arrivo non sono stati intercettati da nessuno dei sistemi di difesa aerea e missilistica israeliani”. Postel aggiunge: “Ho analizzato la situazione e sono giunto alla conclusione che la tecnologia ottica e computazionale disponibile in commercio è più che in grado di essere adattata ad un sistema di guida di missili da crociera per dargli una capacità di puntamento di altissima precisione… è mia conclusione che gli iraniani abbiano già sviluppato missili da crociera e droni a guida di precisione”. “Le implicazioni di una cosa del genere sono chiare. Il costo dell’abbattimento di missili da crociera e droni sarà molto alto e potrebbe essere insostenibile, a meno che non si possano mettere a punto sistemi antiaerei estremamente economici ed efficaci. Al momento, nessuno ha dimostrato di possedere un sistema di difesa economico in grado di intercettare missili balistici con una certa affidabilità”.

Per essere chiari, Postol sta dicendo che sia gli Stati Uniti che Israele hanno una difesa assai parziale nei confronti di un possibile attacco di questa natura – soprattutto perché l’Iran ha disperso e interrato i silos dei suoi missili balistici su tutto il territorio iraniano e li ha posti sotto il controllo di unità autonome che sono in grado di continuare una guerra, anche se il comando centrale e le comunicazioni fossero completamente persi. Si tratta di un cambiamento di paradigma, chiaramente per Israele. L’enorme spesa fisica per gli armamenti di difesa aerea – 2-3 miliardi di dollari – non sarà ripetuta come se niente fosse dagli Stati Uniti. Netanyahu non riuscirà facilmente a convincere gli Stati Uniti ad impegnarsi con Israele in altre imprese contro l’Iran, dati questi costi insostenibili per la difesa aerea. Ma anche, come seconda importante implicazione, questi mezzi di difesa aerea non sono solo costosi in termini di dollari, semplicemente non ci sono: cioè, il magazzino è quasi vuoto! E gli Stati Uniti non hanno la capacità produttiva per sostituire rapidamente queste piattaforme non particolarmente efficaci e ad alto costo.

Sì, l’Ucraina… il paradigma del Medio Oriente si collega direttamente a quello dell’Ucraina, dove la Russia è riuscita a distruggere gran parte delle capacità di difesa aerea fornite dall’Occidente, dando alla Russia un dominio aereo quasi completo dei cieli. Posizionare la scarsa difesa aerea “per salvare Israele” espone quindi l’Ucraina (e rallenta anche il perno statunitense verso la Cina). E, vista la recente approvazione della legge sui finanziamenti all’Ucraina da parte del Congresso, è chiaro che i mezzi di difesa aerea sono una priorità da inviare a Kiev, dove l’Occidente sembra sempre più in trappola e alla ricerca di una via d’uscita che non porti all’umiliazione.

Ma, prima di lasciare il cambio di paradigma del Medio Oriente, le implicazioni per Netanyahu sono già evidenti: deve tornare a concentrarsi sul “nemico vicino” – la sfera palestinese o il Libano – per fornire a Israele la “Grande Vittoria” che il suo governo brama. In breve, il “costo” per Biden di salvare Israele dalla salva di missili iraniani, che era stata preannunciata dall’Iran come dimostrativa e non distruttiva o letale, è che la Casa Bianca deve sopportarne il corollario – un attacco a Rafah. Ma questo implica una diversa forma di costo: un’erosione elettorale dovuta all’esacerbazione delle tensioni interne derivanti dal continuo e palese massacro dei palestinesi.

Non è solo Israele a sopportare il peso del cambio di paradigma iraniano. Consideriamo gli Stati arabi sunniti che hanno lavorato in varie forme di collaborazione (normalizzazione) con Israele. Nell’eventualità di un conflitto più ampio che coinvolga l’Iran, è chiaro che Israele non potrebbe proteggerli – come dimostra chiaramente il professor Postol. E possono contare sugli Stati Uniti? Gli Stati Uniti devono far fronte a richieste concorrenti per le loro scarse difese aeree e (per ora) l’Ucraina e il perno verso la Cina sono più in alto nella scala delle priorità della Casa Bianca. Nel settembre 2019, l’impianto petrolifero saudita di Abqaiq era stato colpito da missili da crociera che, osserva Postol, “avevano un’accuratezza effettiva di forse pochi metri, molto più precisa di quella che si potrebbe ottenere con la guida GPS (probabilmente un sistema di guida ottica e computazionale, che fornisce una capacità di centrare il bersaglio molto più precisa)”. Quindi, dopo il cambio di paradigma della deterrenza attiva iraniana e il successivo shock del paradigma dell’esaurimento della difesa aerea, il presunto prossimo cambio di paradigma occidentale (il Terzo Paradigma) è analogamente interconnesso con l’Ucraina. Infatti, la guerra per procura dell’Occidente con la Russia, incentrata sull’Ucraina, ha reso evidente una cosa: che la delocalizzazione della base produttiva dell’Occidente l’ha resa non competitiva, sia in termini semplicemente commerciali, sia in termini di limitazione della capacità produttiva della difesa occidentale. Il governo occidentale ha scoperto (dopo il 13 aprile) di non avere i mezzi di difesa aerea necessari per “salvare Israele”, “salvare l’Ucraina” e prepararsi alla guerra con la Cina. Il modello occidentale di massimizzazione dei profitti degli azionisti non si è adattato facilmente alle esigenze logistiche dell’attuale guerra “limitata” Ucraina/Russia, né tanto meno ha fornito il posizionamento per le guerre future – con Iran e Cina. In parole povere, questo imperialismo globale “all’ultimo stadio” ha vissuto una “falsa alba”: con l’economia che si è spostata dalla produzione di “cose” alla sfera più lucrativa dell’immaginazione di nuovi prodotti finanziari (come i derivati), che consentono di fare rapidamente un sacco di soldi, ma che destabilizzano la società (attraverso l’aumento della disparità di ricchezza) e che, in ultima analisi, de-stabilizzano il sistema globale stesso (poiché gli Stati della Maggioranza Mondiale si ribellano alla perdita di sovranità e autonomia che il finanziarismo comporta).

Più in generale, il sistema globale è prossimo ad un massiccio cambiamento strutturale. Come avverte il Financial Times, “gli Stati Uniti e l’Unione Europea non possono abbracciare argomenti di ‘industria nascente’ per la sicurezza nazionale, impadronirsi di catene di valore chiave per ridurre le disuguaglianze e infrangere le ‘regole’ fiscali e monetarie e, allo stesso tempo, usare il FMI e la Banca Mondiale – e la professione di economista – per predicare le migliori pratiche di libero mercato agli EM ex-Cina. E la Cina non può aspettarsi che gli altri non copino quello che fa”. Come conclude il FT, “il passaggio ad un nuovo paradigma economico è iniziato. Dove andrà a finire è tutto da vedere”.

‘Tutto da vedere’: beh, per il FT la risposta può essere opaca, ma per la Maggioranza Globale è abbastanza chiara: “Stiamo tornando alle origini”: Un’economia più semplice, in gran parte nazionale, protetta dalla concorrenza straniera da barriere doganali. Chiamatelo pure “vecchio stile” (i concetti sono stati scritti negli ultimi 200 anni), ma non si tratta di nulla di estremo. Le nozioni riflettono semplicemente il rovescio della medaglia delle dottrine di Adam Smith e di quelle avanzate da Friedrich List nella sua critica all’approccio individualista del laissez-faire degli anglo-americani.

I “leader europei”, tuttavia, vedono la soluzione del paradigma economico in modo diverso: “Panetta della BCE ha tenuto un discorso che fa eco all’appello di Mario Draghi per un ‘cambiamento radicale’: ha dichiarato che per prosperare l’UE ha bisogno di un’economia POLITICA di fatto incentrata sulla sicurezza nazionale e incentrata su: riduzione della dipendenza dalla domanda estera, rafforzamento della sicurezza energetica (protezionismo verde), avanzamento della produzione di tecnologia (politica industriale), ripensamento della partecipazione alle catene globali del valore (tariffe/sussidi), governo dei flussi migratori (quindi aumento del costo del lavoro), rafforzamento della sicurezza esterna (ingenti fondi per la difesa), investimenti congiunti in beni pubblici europei (tramite Eurobond … da acquistare con il QE della BCE)”.

La “falsa alba” del boom dei servizi finanziari statunitensi era iniziata mentre la sua base industriale stava marcendo e mentre si iniziavano a promuovere nuove guerre. È facile capire che l’economia statunitense ha bisogno di un cambiamento strutturale. La sua economia reale è diventata poco competitiva a livello globale – da qui l’invito della Yellen alla Cina a frenare la sua  eccessiva capacità che sta danneggiando le economie occidentali. Ma è realistico pensare che l’Europa possa gestire un rilancio come “economia politica guidata dalla difesa e dalla sicurezza nazionale”, come sostengono Draghi e Panetta, come continuazione della guerra con la Russia? Un rilancio che dovrebbe nascere vicino a dove si combatte la guerra stessa? È realistico pensare che lo Stato di sicurezza americano permetterà all’Europa di farlo, dopo averla deliberatamente ridotta a vassallaggio economico facendole abbandonare il suo precedente modello di business basato sull’energia a basso costo e sulla vendita alla Cina di prodotti ingegneristici di alta gamma?

Il piano Draghi-BCE rappresenta un enorme cambiamento strutturale, che richiederebbe uno o due decenni per essere attuato e costerebbe trilioni. Inoltre, avverrebbe in un momento di inevitabile austerità fiscale europea. Ci sono prove che la gente comune in Europa è favorevole ad un cambiamento strutturale così radicale? Perché allora l’Europa sta perseguendo un percorso che abbraccia rischi enormi, che potenzialmente potrebbe trascinare l’Europa in un vortice di tensioni che sfoceranno in una guerra con la Russia?

Per una ragione principale: la leadership dell’UE nutriva l’ambizione arrogante di trasformare l’UE in un impero “geopolitico”, un attore globale con il peso necessario per affiancare gli Stati Uniti al tavolo del vertice. A tal fine, l’UE si è offerta senza riserve come ausiliaria del team della Casa Bianca per il suo progetto sull’Ucraina e ha accettato come prezzo d’ingresso di svuotare le proprie armerie e di sanzionare l’energia a basso costo da cui dipendeva la propria economia. È stata questa decisione a deindustrializzare l’Europa, a rendere non competitivo ciò che restava di un’economia reale e a innescare l’inflazione che sta minando il tenore di vita della sua popolazione. L’allineamento al fallimentare progetto ucraino di Washington ha scatenato una cascata di decisioni disastrose da parte dell’UE. Se questa linea politica dovesse cambiare, l’Europa potrebbe tornare ad essere ciò che era: un’associazione commerciale formata da diversi Stati sovrani. Molti europei si accontenterebbero di questo: concentrarsi sulla necessità di rendere l’Europa nuovamente competitiva; fare dell’Europa un attore diplomatico, piuttosto che un attore militare.

Gli europei vorranno almeno sedere al “tavolo buono” degli americani?

Alastair Crooke (tradotto da Markus) 

 
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