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La Russia continua a essere Europa PDF Stampa E-mail

18 Luglio 2022

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La guerra in Ucraina e le sanzioni occidentali avrebbero spinto la Russia verso l’Asia, separandola politicamente dall’Europa. Questa convinzione diffusa è discutibile.

Dietro le guerre e in generale dietro la politica degli Stati ci sono motivazioni ideologiche che in gran parte sono pretesti per veicolare politiche di potenza, ma l’ideologia ha pure una sua consistenza che deve essere valutata.

Per restare in Russia, è utile riandare allo scontro di un secolo fa tra Stalin e Trotzky. In parte fu una lotta feroce fra due capi che ambivano al potere supremo, ma non si deve ignorare la portata ideologica dello scontro. La visione di Trotzky, più vicina a quella che era stata di Marx, era internazionalista. La sua “rivoluzione ininterrotta” prevedeva che dall’URSS uscisse la scintilla che avrebbe innescato la rivoluzione mondiale. Il socialismo si sarebbe realizzato solo se avesse vinto nei Paesi sviluppati dell’Occidente, Germania, Gran Bretagna, Francia. Solo nel quadro di questa rivoluzione mondiale la Russia avrebbe potuto realizzare il socialismo. Stalin, consapevole che la rivoluzione era fallita in Occidente, contrappose a quello del rivale lo slogan “socialismo in un Paese solo”. In questa ottica, i partiti comunisti del resto del mondo avrebbero dovuto solidarizzare con l’URSS e subordinarsi alla sua politica di potenza.  L’ideale comunista era così piegato alle esigenze di un patriottismo, diventando strumento al servizio dell’Impero russo. Vinse Stalin, tiranno spietato ma più realista e più statista di Trotzky. Utilizzando strumentalmente l’ideale comunista e forte della vittoria sulla Germania, Stalin estese l’Impero russo fino a dimensioni mai toccate sotto gli zar.

Crollata l’URSS per le sue contraddizioni interne, sotto le pressioni economiche, tecnologiche e militari dell’Occidente, e per il tradimento di Gorbaciov ed Eltsin, la nuova Russia di Putin è provvisoriamente spinta a cercare sostegno nella Cina e in generale nel mondo asiatico, ma non ha affatto rinunciato a considerarsi parte dell’Occidente. Non a caso Putin si riferisce spesso al modello rappresentato da Pietro il Grande, lo zar che occidentalizzò la Russia. Né ha rinunciato a utilizzare l’ideologia come strumento di governo e pretesto di proiezione verso l’esterno.

Putin non ha affatto rispolverato l’ideale comunista, come qualcuno immagina vaneggiando. I valori di cui si fa propugnatore sono quelli antichi, in qualche modo “eterni”. Dio, Patria, Famiglia (ben inteso la famiglia formata da un uomo, una donna e i loro figli). Puro conservatorismo. Non a caso Putin è apprezzato da una certa destra occidentale. Il presupposto è che l’Occidente sia precipitato in una decadenza irreversibile. Disorientato, infiacchito, con una gioventù senza ideali, improntato a un cosmopolitismo che apre le frontiere a devastanti invasioni da tutti i continenti; in crisi demografica ma con i media asserviti a poteri sovranazionali che alimentano incessantemente l’orgoglio gay, la delirante ideologia LGBTQ+++ che nega fondamento biologico ai generi, moltiplicandoli; la confusione fra arte e intrattenimento; lo scivolamento dal giusto concetto di uguaglianza di dignità e di diritti fra tutti gli umani alla confusione dei ruoli, per cui i genitori e gli insegnanti diventano amici di figli e alunni; in politica “uno vale uno” per cui la selezione delle élite non funziona più, finendo col premiare i mediocri, gli arrivisti, i telegenici, producendo il personale politico più incapace che il mondo abbia mai conosciuto. In definitiva, una frana di civiltà, una crisi epocale.

Già Mussolini e Hitler si rappresentarono un Occidente spregevole, in putrida decadenza. Fecero un calcolo sbagliato e lo pagarono caro. Putin, non diversamente, vede a Ovest un processo di dissoluzione dalle cui macerie si uscirà solo ripristinando i valori veri, quelli antichi di Dio, Patria e Famiglia. Allora la Russia tornerà a essere un faro, guida di una nuova Europa e non potenza asiatica estranea. Non è detto che il calcolo di Putin sia sbagliato come sbagliato fu quello di Mussolini e Hitler. Oggi la decadenza occidentale è ancora più reale e più evidente. Il dubbio è che anche nel popolo russo la dissoluzione abbia affondato le sue radici e che i valori tradizionali, vitali solo nella mente del Capo e della sua cerchia, siano profondamente intaccati anche in quelle pianure. Resta il fatto che dietro quello che sembra puro avventurismo bellico, c’è nel gruppo dirigente russo una visione strategica a largo respiro.

La guerra non è fra Russia e Ucraina. La guerra è fra Russia e NATO, fra Russia e UE, fra Russia e USA. Per questo si sta combattendo una battaglia decisiva. Se la Russia perdesse, mostrandosi debole, il regime putiniano sarebbe rovesciato, tornerebbero personaggi asserviti come furono Eltsin e Gorbaciov; la Cina, già accerchiata dal mare per la cintura di arcipelaghi controllati dalla flotta americana, sarebbe presa in una morsa anche dal lato continentale, dovendo rinunciare alle sue ambizioni di primato. Se invece collassassero le forze armate ucraine, la NATO subirebbe la seconda umiliazione in un anno, dopo la fuga precipitosa dall’Afghanistan; l’UE finirebbe per dissolversi; gli USA, già in preda a una guerra civile serpeggiante, si ripiegherebbero sui loro problemi.

Ecco perché in Ucraina si sta combattendo una guerra mondiale. Dall’esito di quella guerra uscirà un mondo molto diverso da quello che conosciamo. È in corso un braccio di ferro mortale. O collassa la Russia e con essa il disegno tradizionalista e neoconservatore, o collassa la civiltà occidentale. Putin è convinto che la civiltà occidentale sia in piena dissoluzione. Per questo ha azzardato la guerra mettendo in discussione sé stesso e il suo Paese. La Russia è e si sente parte di una civiltà occidentale che vuole restaurare nel nome dei valori antichi. La questione è tutta interna a ciò che chiamiamo “Occidente”. La Russia non ha voltato le spalle all’Europa.

Luciano Fuschini  

 
Linguaggio non casuale PDF Stampa E-mail

17 Luglio 2022

 Da Appelloalpopolo del 14-7-2022 (N.d.d.)

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Questo linguaggio non è un caso. Il cittadino ha i diritti sanciti dalla Costituzione. Il consumatore deve e può avere solo lotterie e premi. E voi dovete convincervi che non siete più cittadini. Che Siete solo consumatori e diritti non potete accamparne. Che potete e dovete solo sperare nella buona sorte e nella prodigalità dei nuovi tecno-prìncipi.

Iacopo Biondi Bartolini

 
Risparmiateci il moralismo PDF Stampa E-mail

15 Luglio 2022

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 Da Rassegna di Arianna del 12-7-2022 (N.d.d.)

Agli occhi degli italiani l’Italia appare divisa in tre etnie rognose: al nord gli evasori, al sud i malfattori, al centro i profittatori. Per mezza Italia, la colpa del nostro buco pauroso è degli evasori, vil razza padana; per l’altra metà la colpa è degli evasi dal lavoro e dai malviventi, vil razza terrona. Ma per tutti è colpa dei profittatori, vil razza statale o a carico dello stato. I gemelli fondatori della nostra Repubblica, i Romolo e Remo d’oggi, sono Frodo e Frego: uno deruba il fisco e agisce nel privato, l’altro deruba lo stipendio o il reddito di cittadinanza e prospera nel pubblico. C’è chi dice che la colpa principale è di Frodo, e chi dice che la colpa principale è di Frego. Proporrei una soluzione salomonica, con l’aggiunta del terzo di cui sopra, Lucro, il Profittatore privato di Stato.

A tutti vorrei però ricordare tre amare verità. Uno. A evadere non sono poche migliaia di ricconi e sfruttatori del nord, ma quasi mezza Italia, se considerate che venti milioni di italiani dichiarano al fisco di vivere con le loro famiglie con 15mila euro all’anno e la metà di loro mente, basta notare come vivono. È ridicolo pensare con il pienone di viaggi, doppie case, navi, ristoranti e hotel, che i benestanti in Italia siano solo uno su mille. L’evasione è un fenomeno popolare, trasversale, nazionale e non settentrionale. Non è un’assoluzione, intendiamoci, ma una chiamata in corresponsabilità. Scovate, accertate, punite, ma risparmiateci il moralismo. Due, i malfattori. Quelli veri e seri, vale a dire la criminalità organizzata, sono una piccola minoranza e pur avendo una netta provenienza meridionale, ormai hanno portata nazionale e planetaria. Però il peggio del nostro Paese non è la malavita, ma due fenomeni connessi. Uno, evidente, è la complicità diffusa, un misto di connivenza, paura e rassegnazione, di alcune aree soprattutto ma non solo del sud con la criminalità organizzata; e i loro profitti e derivati tossici. Sarebbe facile indicare alcuni quartieri di Napoli, alcune chiazze campane e siciliane, tanta Calabria, un po’ di Roma e basso Lazio; ma focolai di malvivenza sono ormai anche nel profondo nord, perfino fuori d’Italia. L’altra è più sorprendente: la mafia e la camorra sono due modelli di organizzazione sociale imitati in ambiti impensabili: partiti, correnti, premi letterari, collettivi di artisti e di intellettuali, cineasti, logge, lobbies di imprenditori sex, persino cricche di magistrati e clan di giornalisti. Sono organizzati a immagine e somiglianza delle cosche. Sono la versione incruenta della criminalità organizzata e la versione irrituale delle logge massoniche, non uccidono e non spacciano droga ma hanno forme di ammissione e di sottomissione, logiche di esclusione e di branco, usano criteri di affiliazione e di cancellazione di stampo mafioso, spacciano veleni e propagano bugie orchestrate. Insomma, la malavita non nuoce anche per gli effetti riflessi, per contagio e imitazione. A livello popolare e d’élite. È diventata una forma mentis e una forma organizzativa esportata in contesti non criminali, ma di potere e d’influenza, ideologici e affaristici. Infine, i profittatori del settore pubblico. Chi sono, dove si annidano? Roma è naturalmente la loro capitale, ma anche le sedi regionali non scherzano. Ci sono i profittatori veri e propri, che hanno il potere come mezzo e la corruzione, lo sbafo, l’interesse privato in atti di ufficio come fine. Poi ci sono quelli che hanno il potere come fine e la corruzione come mezzo, ricreazione, delirio d’onnipotenza e vantaggio secondario. Infine, ci sono quelli, non sempre di infima classe, che godono di piccoli benefici, favori indiretti o piccole creste, e rientrano nel malcostume più che nel malaffare. Bisogna distinguere i gradi di responsabilità e anche i livelli di pubblica utilità. Un rimedio utile sarebbe dimezzare il ceto dominante. Non dei parlamentari che sono la rappresentanza del popolo, ma il numero dei detentori di potere è da dimezzare. I consigli d’amministrazione pletorici, le autorità di garanzia superpagate e parassitarie, i ceti burocratici e funzionari estesi, le infinite reti di mediatori e “doganieri” dei passaggi intermedi. Bisognerebbe almeno dimezzare il numero dei componenti, accorparle se non azzerare. Primo, perché si dimezzano i costi e gli abusi; secondo, perché si gettano le basi per una selezione e una maggiore responsabilizzazione; terzo, perché diminuendo il numero, aumenta la possibilità di controllarli. E poi essendo di meno, lavorerebbero di più. I profittatori sono sì un numero consistente, ma i potenziali profittatori sono la maggioranza del paese: in tanti al loro posto farebbero le stesse cose, e in tanti appena possono ci provano. Rapinare è sport di pochi ardimentosi, rubare allo Stato è sport di tanti, ma godere di favori e in genere approfittare, è sport di massa. Diciamolo, non per depenalizzare i reati ma per capire il contesto.

Torno al ritratto italiano e al paese della dolce vita & malavita. In questo paese viziato prima che vizioso, è davvero difficile lanciare l’etica del sacrificio. Per anni ci hanno istigato a consumare di più, a godere di più, a tutelare i nostri diritti e a realizzare i nostri desideri. Ora vorrebbero imporci il sacrificio dell’aria condizionata o i rincari per solidarietà con l’Ucraina. Ma l’Italia non è più abituata alle rinunce, crede che sia solo un rito espiatorio. Chi deve pagare la crisi? Ognuno ha il suo delinquente preferito: oltre gli Evasori, i Fannulloni, i Superpagati, c’è la Casta, la Cricca, i Furbi, i Padrini, i Padroni. O per usare categorie professionali: i politici, i magistrati, i supermanager, i magnati, e via dicendo. Si spera nel capro espiatorio che paghi per tutti, come il caffè sospeso al bar. Nel ’46 i monarchici cantavano: il 2 giugno è nata una puttana e fu chiamata repubblica italiana. Non sarà vero ma l’Italia è l’unica repubblica al mondo dove figlio di puttana è anche un complimento.

Marcello Veneziani

 
Quando l'Ucraina sarÓ un deserto di rovine PDF Stampa E-mail

13 Luglio 2022

 Da Rassegna di Arianna del 9-7-2022 (N.d.d.)

Quando l'Ucraina sarà un deserto di rovine, smembrato tra Russia e Polonia, con milioni di profughi, mentre la recessione distruggerà quel che resta del welfare europeo e la nuova cortina di ferro sul mar Baltico ci costringerà a tempo indefinito a spendere le ultime risorse in armamenti, quel giorno e in tutti gli anni a venire, per piacere, ricordatevi di tutta la compagine di politici, opinionisti e giornalisti che nel febbraio scorso vi spiegavano come fosse un affronto inaccettabile per l'Ucraina sovrana rinunciare all'adesione alla Nato e accettare gli accordi di Minsk, che aveva sottoscritto. Ricordatevi di quelli che hanno lavorato indefessamente giorno dopo giorno per rendere ogni trattativa impossibile, che hanno nutrito ad arte un'ondata russofobica, che vi hanno descritto con tinte lugubri la pazzia / malattia di Putin, che vi hanno spiegato come l'Europa ne sarebbe uscita più forte di prima, che vi hanno raccontato che la via della pace passava attraverso la consegna di tutte le armi disponibili, che hanno incensato un servo di scena costruito in studio come un prode condottiero del suo popolo.

Se 5 mesi fa non avessero avuto la meglio queste voci miserabili, se l'Ucraina non fosse stata incoraggiata in ogni modo a "tenere il punto" con la Russia (che tanto garantivamo noi, l'Occidente democratico), l'Ucraina oggi sarebbe un paese cuscinetto, neutrale, tra Nato e Russia - con tutti i vantaggi dei paesi neutrali che sono contesi commercialmente da tutte le direzioni - un paese pacifico dove si starebbe raccogliendo il grano, e che non piangerebbe decine di migliaia di morti (né piangerebbero i loro morti le madri russe). Ma, mosso dal consueto amore per un bene superiore, dai propri celebri principi non negoziabili e incorruttibili, il blocco politico-mediatico occidentale ha condotto la popolazione ucraina al macello e i popoli europei all'immiserimento e ad una subordinazione terminale. Non si pretende che reagiate, figuriamoci, ma almeno, per piacere, non dimenticate.

Andrea Zhok

 
Sciame PDF Stampa E-mail

11 Luglio 2022

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 Da Comedonchisciotte del 9-7-2022 (N.d.d.)

L’incipit della Terra desolata (la traduzione più corretta è “guasta”, The waste land) di Thomas Stearns Eliot è un’invettiva contro la primavera. “Aprile è il più crudele di tutti i mesi, genera lillà dalla terra morta, mescola memoria e desiderio, desta radici sopite con pioggia di primavera”. Per noi che non siamo poeti, il peggiore dei mesi è luglio, l’estate che scoppia, ferisce con luce eccessiva, il calore che scioglie e condanna, la constatazione che siamo esseri fragili a cui basta un eccesso di temperatura – o il suo contrario, il gelo che rallenta il sangue e fa battere i denti – per diventare altro, scimmie nude, indifese, anelanti la penombra, il calare del sole nemico. Temperature troppo alte, il sudore che cola, l’umanità sembra disfarsi e ridursi a istinto, carne sin troppo esibita, desolata, guasta. In estate, chi scrive sente profondo il desiderio di distanziamento sociale. Nessun terrore da virus, solo una decisa presa di distanza dai conspecifici – l’umanità colta da una strana allegria di naufraghi – resa urgente dalla stagione.

Sorge una domanda orribile, difficile quanto la risposta immediata: e se avessero ragione loro, gli oligarchi, i signori del dominio, i detentori del potere, a farci ciò che fanno, a ridurci sempre più ad animali ammaestrati, docili, prevedibili, teste senza cervello, ventri, istinti dominati dalle voglie, greggi condotti per il tratturo scelto dal pastore? Non è questo il vero destino dell’homo sapiens, ridotto a sciame? Così pensavamo faticosamente, cercando di chiudere gli occhi e di renderci insensibili ai rumori, stipati in un treno con destinazione il mare, preso per necessità, spersonalizzati in una folla sudaticcia, litigiosa. Non c’è aria condizionata, i posti sono limitati, bagagli di ogni tipo e colore ingombrano dappertutto, tracimano nel poco spazio concesso all’homo deus transumante, scamiciato, con la carne seminuda arrossata, spesso sfigurata dai ghirigori e dalle frasi da Baci Perugina (solitamente in inglese) di tatuaggi senza senso, ansioso di raggiungere la meta dell’agognata vacanza, la spiaggia del divertimento obbligato, del soddisfacimento di voglie e aspettative. Il contrario della festa comunitaria a lungo attesa, impreziosita dal rito, degli abitanti della Contea nel Signore degli Anelli. L’uomo della civiltà digitale, con atrofia delle mani, sempre meno usate per il lavoro e artrosi delle dita impegnate ad armeggiare sui dispositivi elettronici, è simile a uno sciame. Il termine sciame indica una molteplicità di individui che restano atomi solitari pur avendo la possibilità di relazionarsi in un attimo (il tempo reale) con il mondo intero. Caratteristica dello sciame è quella di muoversi in massa, guidati non da una volontà o da un capo visibile, bensì mosso da onde invisibili che determinano una cangiante direzione comune. L’uomo-sciame, a differenza della massa in cui sacrificava la propria individualità e intelligenza, ma in vista di un obiettivo comune, resta solo. Lo sciame digitale non è una folla, poiché non possiede un’anima, uno spirito. L’anima raduna e unisce: lo sciame digitale è composto da individui isolati. (Byung Chul Han). Isolati ed egoisti: anche sul treno affollato lo sciame reclama diritti, tutti sono in competizione, per un centimetro, per guadagnare un attimo prima l’uscita o raggiungere i servizi di cui non osiamo immaginare le condizioni. Nessuno cede il posto ai rari anziani che sembrano capitati lì per sbaglio. Pochissimi dialogano tra loro o leggono un libro, tutti smanettano con lo smartphone o telefonano. Si comunica con l’assente, il distante, si ignora il vicino presente, il nemico. La transumanità è già qui. Elon Musk ha affermato che lo smartphone ha trasformato l’uomo in una sorta di cyborg (l’individuo a cui sono stati trapiantati membra o organi artificiali), lamentando la lentezza del salto antropologico. Lo smartphone è un’estensione di noi stessi, il medium tra dita, memoria e cervello. L’uomo nuovo senza interiorità – surrogata dagli apparati artificiali – è un concentrato di dipendenze. Dal sistema degli oggetti, dalle voglie diventate insaziabili poiché alimentano il sistema, da comportamenti, modi di vita, scelte, consumi indotti da un sapiente impianto psicosociale il cui successo più straordinario è farci credere liberi in mezzo a innumerevoli schiavitù. Uno psicoterapeuta, Adriano Segatori, usa l’espressione società tossica, fondata sulle dipendenze, di cui il potere è l’impassibile spacciatore, con l’obiettivo finale dell’addomesticamento di massa.

L’uomo ha delegato ogni cosa, qualunque decisione, ai manufatti tecnici e al magistero superstizioso delle scienze e della tecnica. Tutto è divenuto meccanica e non ha più senso l’espressione latina homo faber, artefice di se stesso, sostituita da homo fabricatus, plasmato, programmato, seriale, reso prevedibile dalla tecnica. Chi ha meglio compreso la natura umana sono le oligarchie che la sfruttano per i loro scopi, dirigendola a piacimento, come le onde che muovono lo sciame. Scrisse Marcello Veneziani che l’uomo imita nella sua grande maggioranza i comportamenti di chi lo guida. Con la medesima annoiata indifferenza con cui ieri seguiva – o almeno approvava – i precetti, le virtù personali e sociali diffuse dal potere, oggi pratica i comportamenti – rovesciati come un guanto – propagandati da un apparato mai tanto potente e pervasivo. Il mezzo è il messaggio. La domanda che inquieta e attraversa l’uomo libero, il ribelle che cerca di usare autonomamente le facoltà intellettuali, è: hanno ragione loro? Se l’umanità è questo – e ne abbiamo prove sovrabbondanti – forse conviene mettersi dalla parte dei pastori che si sono impadroniti del gregge, senza credere alle loro bugie il cui scopo – ieri come oggi – è il controllo, il potere, il dominio. Leo Strauss lo teorizzò nel suo circolo riservato, definendo nobile menzogna tutto quanto viene fatto credere alla massa. La certezza è che la grande maggioranza non si accorge dell’inganno, in cui vive serenamente sino alla tomba. Anche la democrazia è un inganno illusionistico creduto per le accecanti luci del varietà e per coazione a ripetere. La finta libertà in cui “uno vale uno” nella scelta dei governanti – plenipotenziari del potere tecnologico, economico e finanziario fattosi plutocrazia – è talmente inquinata dal potere del denaro e della comunicazione (un’endiadi, sono la stessa cosa) che perfino il gregge sta iniziando a fiutare l’imbroglio. Manca del tutto un’alternativa, però, un’idea forza a cui consegnare l’energia positiva, il desiderio di cambiamento, la speranza. “Loro”, il grumo di potere che ci dissangua, ci espropria e occupa le nostre menti, hanno vinto un’altra volta: “Tina”, il gelido acronimo incapacitante di there is no alternative.

Se ci crediamo, vuol dire che hanno ragione loro. Significa che hanno realizzato l’auspicio di Sun Tzu nell’Arte della guerra: sottomettere il nemico senza combattere. Ci conoscono talmente bene – meglio di quanto noi stessi ci conosciamo – che traggono vantaggio dai nostri limiti e difetti. Per il fondatore dell’antropologia filosofica, Arnold Gehlen, il frenetico progresso della tecnica è avvenuto in strettissimo collegamento con la produzione capitalistica. Ma l’uomo moderno è indifferente alle ragioni e ai nessi di causalità; si limita a lasciarsi vivere, ovvero a farsi agire dall’esterno. Il meccanismo primario è la seduzione, con la ragione economica e strumentale che rimpiazza la cultura, assorbendola in sé e cacciando ogni concorrenza di idee esattamente come gli spiriti animali del capitalismo (J. Schumpeter) tendono a eliminare ogni agente diverso dal soggetto più grande e potente. La servitù diventa volontaria, addirittura un dato di natura, per cui la caverna di Platone diventa un comodo habitat. L’uomo ama l’inganno, o l’illusione. Il mondo classico chiamava vizi capitali le debolezze umane che arrecano gravi conseguenze alla persona; il cristianesimo, più indulgente, li derubricò a peccati pur continuando a condannarli. Il potere ne prende atto concretamente, lavora su di essi, li considera opportunità per i suoi fini e li utilizza senza scrupoli. L’antichità ne individuava sette – un numero altamente simbolico, incomprensibile nel mondo dissacrato e desimbolizzato. Si tratta della superbia, la pretesa di superiorità unita al disprezzo per l’altro; l’avarizia, smania di possesso, cupidigia che inibisce ogni gesto di generosità; la lussuria, che fa predominare l’istinto sessuale e la sua soddisfazione , riducendo l’altro a oggetto di piacere; l’invidia, che rode il cuore odiando il bene altrui; la gola, ingordigia rivolta al cibo, un piacere che non può diventare scopo; l’ira, impulso negativo incontrollabile nei confronti di cose o persone; l’accidia, indifferenza, disinteresse, pigrizia morale, fisica e mentale. Tutti questi vizi paiono il ritratto dell’uomo moderno, compresa l’accidia, che il potere alimenta per diffondere egoismo, solitudine, inazione e disinteresse a comprendere – o almeno riconoscere – i perché degli eventi. È forse questo il carattere più profondo dell’uomo medio, sui cui limiti e debolezze punta il potere per dominarlo. Nulla di veramente nuovo: per gli antichi, gli Dei toglievano il senno a coloro che volevano rovinare; un cardinale cattolico teorizzò secoli fa che il popolo vuole essere ingannato, dunque va ingannato. La novità post moderna è lo sfruttamento intensivo delle debolezze, dei vizi, dei desideri e dei capricci, prima accompagnati dalla riprovazione ufficiale, oggi considerati medaglie di buon cittadino, un’acrobazia che ha spalancato la finestra di Overton del bene e del male. Ovvio, sono i fondamenti del consumo e della corsa forsennata verso i piaceri più futili. Tutt’al più, allorché certe condotte, gli ex vizi, creano problemi, il sistema li tratta da malattie, disturbi. Così può inquadrarli meglio, eliminare l’ultima traccia di senso di colpa, guadagnarci e aumentare il controllo sociale attraverso la medicalizzazione della vita. […]

Il male (come il bene) è nell’uomo e ogni civiltà, ogni tradizione spirituale ha cercato gli antidoti, attraverso la diffusione di modelli di vita e comportamento considerati etici, virtuosi. La nostra, al lumicino, è l’unica che chiama bene il male e normalità la devianza. Arriva a denominare diritti i capricci e a destituire la realtà, la natura, se non corrispondono alla volontà soggettiva. Ne L’Impero del bene, Philippe Muray indicava la modernità come banca mondiale dei diritti; il cortocircuito è che ai diritti non corrispondono più i doveri, con il disfacimento irreversibile della compagine sociale. Suscita entusiasmo tutto ciò che sembra “comodo”, ossia che, a un esame superficiale (l’unico alla portata di popolazioni ridotte a plebi non pensanti) sembra facilitare la vita e farci risparmiare tempo. Tempo per farne che cosa, se non alimentare la spirale dei vizi-voglie-desideri? Diventa semplice far accettare la scomparsa del denaro contante, l’esproprio del frutto del nostro lavoro, dei risparmi e la decisione su come, quando e in che misura spenderlo. Appare un gioco da ragazzi, specie dopo la prova pandemica– riuscita oltre le più rosee aspettative – far accettare anche il codice a barre, il segno della bestia, il chip sottocutaneo. Il corpo diventa cifra, proprietà di chi lo ha marchiato, come il bestiame d’allevamento. Oltre ogni limite; perfino il materialista Ludwig Feuerbach scrisse che il Dio Termine romano “si trova all’entrata del mondo in funzione di sentinella. La condizione di entrarvi è l’autolimitazione”. Accettare l’esproprio del corpo e l’introduzione in esso di segnali o apparati ci rende trans umani, in attesa dell’ibridazione vera e propria con la macchina, nella convinzione gnostica (alla gente non va spiegato, qualcuno potrebbe spaventarsi) che il corpo sia la prigione. Viviamo nel pieno di quella che Isaiah Berlin chiamava libertà negativa; uno psicanalista freudiano, Massimo Recalcati, parla di uomo senza inconscio. Ha vinto quello che il marxista eretico e psicanalista Jacques Lacan ha descritto come il formidabile attacco alla psiche umana sferrato dal capitalismo tecnocratico, il Grande Altro. Conoscitori sopraffini di ciò che siamo, dell’uomo concreto, reale, lorsignori ci hanno reso schiavi docili, domestici, perfino felici. Il rovello è quello iniziale: e se avessero ragione loro?

Roberto Pecchioli

 
L'ipocrisia dell'AutoritÓ Morale PDF Stampa E-mail

10 Luglio 2022

 Da Rassegna di Arianna del 7-7-2022 (N.d.d.)

Il presidente Draghi, la sua fida mascotte Di Maio, e l'entourage di ballerine di seconda fila del governo italiano hanno rinsaldato i rapporti di partenariato e buona vicinanza con la Turchia del presidente Erdogan. Come riporta il sito del governo, con descrizione formale: "Il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha co-presieduto con il Presidente della Repubblica di Turchia, Recep Tayyip Erdoğan, il Terzo vertice intergovernativo italo-turco che si è svolto ad Ankara. Dopo la visita all'Anıtkabir, mausoleo di Mustafa Kemal Atatürk e al museo dedicato, il Presidente Draghi ha incontrato il Presidente Erdoğan al Palazzo Presidenziale e preso parte ai colloqui bilaterali tra i ministri italiani membri della delegazione ufficiale e i rispettivi ministri turchi." Naturalmente il senso politico di questo incontro è evidente anche ai sassi: si tratta di una mossa di avvicinamento e compattamento con la Turchia, alleato Nato in prima fila quanto l'Italia sul fronte orientale, ora rovente. Si tratta di rilanciare una contingente comunanza di interessi e consolidarla: lo sa Draghi, lo sa Erdogan, lo sa chiunque abbia studiato un po' di storia. Dunque cosa c'è di strano?

Non ci sarebbe niente di strano, sarebbe ordinaria Realpolitik internazionale, se non fosse che una parte qui coinvolta, l'Occidente - qui rappresentato dall'Italia di Draghi - pretende e continua a pretendere ogni giorno di far digerire alle proprie popolazioni un messaggio simmetricamente opposto: che la storia e le nazioni si giudicano innanzitutto moralmente, e che noi occidentali, siamo il popolo eletto che porta il grato onere di questo compito giudicante. Il problema non è la mossa spregiudicata di legare un alleato ora necessario con vincoli commerciali, vincoli che funzionano in quanto rendono una futura rottura dannosa per entrambi.  No, il problema è che la fiaba che raccontano ogni santo giorno a noi, gregge teledipendente occidentale, è che "noi" ci muoviamo per tutt'altri motivi, motivi morali (e che chi dice altro è una brutta persona, non all'altezza dei nobili ideali che incarniamo). Com'è che gli USA possono avere quasi mille basi militari ufficiali extraterritoriali (fuori dal loro territorio nazionale, ovunque nel mondo) e tuttavia possono affermare senza vergogna che la Cina, con una singola base militare extraterritoriale, rappresenta una minaccia alla sicurezza mondiale? Possono farlo perché loro stessi, e per estensione coloniale noi occidentali, non rappresentiamo (ai nostri occhi) per definizione alcuna minaccia, in quanto ci muoviamo sempre solo con motivazioni morali. Il gregge teledipendente raramente percepisce il carattere di abnorme arroganza e oscena falsità di questo atteggiamento.

Occasioni come l'incontro tra Draghi ed Erdogan sono tra le poche in cui le scintille generate dall'attrito tra realtà e narrazione risultano visibili ad occhio nudo. Già, perché sono passati pochi mesi da quando il nostro valente viceré si inalberava paonazzo mosso da incontenibile sdegno contro il "dittatore Erdogan". Lì stava recitando la parte dell'occidentale buono, moralmente irremovibile, tutto chiacchiere sui diritti umani e distintivo, quell'occidentale che piange per le combattenti curde e si indigna per l'orgoglio ferito della von der Leyen lasciata sul sofà dal maschilismo tossico di Erdogan.  È sulla base di queste fiabe della buonanotte tutte intessute di diritti naturali dell'individuo, emancipazione degli oppressi da dittatori sanguinari, liberazione dei mercati dal comunismo o dal nazionalismo, ecc. che si muovono "con legittimazione democratica" i nostri eserciti in giro per il mondo, massacrando o rovesciando chiunque ostacoli gli interessi del centro di comando politico-finanziario USA e dei suoi luogotenenti.  

Il problema dunque in fondo è molto semplice. Il blocco occidentale, dopo aver ampiamente dimostrato al mondo nella prima metà del '900 il proprio tasso di aggressività bellica, dalla fine della Seconda guerra mondiale, in concomitanza con il proprio ritiro dagli imperi coloniali diretti, ha deciso di vestire i nuovi panni dell'Autorità Morale internazionale (metamorfosi del vecchio "white man's burden" dell'impero britannico).  Questa operazione era in parte obbligata dal dover far fronte alla trasformazione istituzionale dell'Occidente in liberaldemocrazie, luoghi dove ufficialmente bisognava fare i conti con l'opinione pubblica.  Così, da potenza schiavista e coloniale l'Occidente ha voluto trasformarsi in Autorità Morale, che raddrizzava torti e salvava principesse, ovunque nel mondo le telecamere individuassero un grido d'aiuto. Che fosse il grido d'aiuto dei contadini vietnamiti o degli imprenditori cileni, dei cittadini iracheni o delle donne afghane, nessun torto rimaneva inevaso. Ma i tempi stanno cambiando e un poderoso temporale si affaccia all'orizzonte, e temo che capiremo tutti sin troppo presto quanto odio e quanta rabbia la nostra spettacolare pluridecennale sanguinosa ipocrisia ha suscitato nel mondo.

Andrea Zhok

 
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