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Agroindustriali, non agricoltori PDF Stampa E-mail

15 Febbraio 2024

 Da Rassegna di Arianna dell’11-2-2024 (N.d.d.)

Non sono contadini. Infatti, li chiamate agricoltori, ma fareste meglio a chiamarli agroindustriali perché questo sono la maggior parte dei proprietari o affittuari di terre agricole nell’Europa occidentale. Cosa fabbricano gli agroindustriali europei? Ecco qualche esempio: in Francia 12 milioni di maiali; in Germania 21 milioni di maiali, 11 milioni di bovini, 160 milioni di polli, in Italia 71 milioni di polli, in Spagna 34 milioni di maiali, nella piccola Danimarca 33 milioni di maiali… e potremmo andare avanti ancora a lungo elencando milioni e milioni di animali per il novanta e passa per cento prigionieri degli allevamenti intensivi: inquinanti, energivori, sovvenzionati, oltre che inumani. Tutti questi milioni di vittime innocenti dell’agroindustria ci danno, ovviamente, da mangiare, come dicono gli agroindustriali ribelli, se non ce ne frega niente delle povere creature torturate e se non abbiamo paura di imbottirci di antibiotici, ormoni, mais e soia OGM con cui vengono nutriti quotidianamente. Però, di queste centinaia di milioni di corpi noi ne mangiamo solo una piccola parte: teste, zampe e interiora nutrono i nostri cani e gatti e, in forma di farine animali, gli stessi prigionieri degli allevamenti intensivi.

Questa è una delle “filiere” dell’industria agricola, che nell’Unione Europea riceve circa 30 miliardi l’anno di sussidi. A proposito di concorrenza sleale. E faremmo bene a ricordarci che quei trenta miliardi arrivano dalle nostre tasche: dalle tasse dei cittadini europei. Un altro esempio della stessa “filiera” industriale: oltre il 63 % delle terre coltivate nell’Unione Europea produce mangime per i prigionieri dei lager intensivi, detti allevamenti; l’82% del mais prodotto in Italia diventa mangime per gli allevamenti intensivi. […]

In Italia ci sono 674.000 ettari di vigna e solo 400.000 ettari di ortaggi. Ma non perché noi italiani si beva più di quanto si mangi, è perché esportiamo ogni anno 22 milioni di ettolitri di vino (2 miliardi e 200 milioni di litri)  Vendiamo Prosecco ai cinesi, Chianti ai tedeschi, agli statunitensi, agli australiani…Per quelle vigne sono state sventrate colline, distrutti boschi e terrazzamenti, spiantati oliveti e frutteti: tutte coltivazioni che davano davvero da mangiare, boschi che nutrivano la terra e mitigavano il clima, terrazzamenti che impedivano l’erosione dei suoli. Ma non permettevano le lavorazioni veloci con pochi lavoratori e grossi macchinari; lavorazioni fatte in moltissimi casi dalle aziende agromeccaniche che, vedremo dopo, fanno anch’esse parte della categoria “agricoltura”. A proposito del cibo-vita.

Poi importiamo patate dall’Argentina e aglio dall’Egitto, olio dalla Tunisia… Ogni anno importiamo tra i 5 e i 7 milioni di tonnellate di patate (7 miliardi di chili) e 1 milione e mezzo di tonnellate di ortaggi. […] Per la filiera allevamento intensivo degli agroindustriali Europei, in prevalenza occidentali, in Europa si importano ogni anno 11 milioni di tonnellate di mais, 36 milioni di tonnellate di soia. In Italia si consumano 10.000 tonnellate AL GIORNO di soia OGM importata e 100.000 tonnellate all’anno di mais OGM importato. Ma queste importazioni, di prodotti OGM che vengono da paesi come il Brasile o l’Argentina, dove non solo gli operai agricoli non sono tutelati da nessun punto di vista, né salariale né sanitario, ma dove spesso si sono bruciate foreste e anche villaggi indigeni, deportandone la popolazione e uccidendo chi si ribellava, per coltivare soia e mais OGM su spazi immensi, non sono messe in discussione dagli industriali agricoli, detti “agricoltori”. Tutta questa “agricoltura” del terzo mondo serve a nutrire maiali, vacche, polli “fabbricati” nei capannoni. Per questa industria agricola l’ideale non è la piccola azienda, che infatti sta scomparendo in Europa occidentale; l’ideale è la medio-grande e la grande, che si sta ingrandendo sempre più e che riceve la maggior parte dei sussidi e degli incentivi.

Il gasolio è come il pane. Per chi? Non per il piccolo contadino biologico che, per coltivare qualche ettaro di frutteto o oliveto, di patate o di cereali e un orto, o allevare cento galline ruspanti, di gasolio ne consuma ben poco, e a volte rinuncia anche ai sussidi perché trova troppo onerose le regole burocratiche per accedervi. Il gasolio agevolato è fondamentale per le industrie agricole, che ne consumano tonnellate ogni mese, e che delle regole burocratiche non se ne preoccupano perché hanno uffici e dipendenti che possono pensare anche a quello. Tra queste imprese ci sono quelle denominate “agromeccaniche”. Chi sono costoro? Sono imprese che, con enormi trattori, scavatori, ruspe, mietitrebbia e altri macchinari (sovvenzionati dagli Stati e dal superstato Unione Europea) lavorano temporaneamente o permanentemente le terre appartenenti ad altri, che però risultano, come loro, “agricoltori”. In Italia, ce lo dicono gli stessi agromeccanici, i due terzi delle superfici agricole vengono lavorati da loro, e il 10 % (1 milione e 200.000 ettari) è affidato a loro permanentemente. Vi ricordo che un ettaro sono 10.000 metri quadri. In Italia queste imprese posseggono 75.000 trattori, e non sono trattori come quelli dei piccoli contadini. Dunque non ci meraviglieremo che nel nostro paese ogni anno vengano “agevolati” 2 miliardi di litri di gasolio.  E poi la chiamano agricoltura! E parlano di concorrenza sleale! Adesso c’è anche l’agrivoltaico. Un’altra sovvenzionata opportunità per l’industria agricola. Nel 2021 in Italia c’erano già 152 chilometri quadrati (15.200 ettari, 152 milioni di metri quadri) di terre agricole rubate all’agricoltura ma considerate sempre agricoltura. E sovvenzionate.

Ci sarebbe molto da criticare nella politica agricola dell’Unione Europea ma questi ribelli, in parte in malafede e in parte strumentalizzati, criticano sostanzialmente quelle scarse e timide proposte che vanno nel senso di diminuire, di pochissimo, l’inquinamento causato dall’industria agricola. I contadini, fino agli anni Cinquanta, in Italia praticavano la rotazione nelle colture cerealicole, alternandole con leguminose e foraggio: i cereali impoveriscono il terreno, le leguminose lo arricchiscono. Gli agroindustriali rifiutano di mettere a riposo ogni anno il 4% del loro terreno seminativo. In Olanda, un paese ricco con poco più di 17 milioni di persone, si allevano intensivamente 11.300.000, undici milioni e trecentomila! maiali ed esiste il più grande allevamento di polli del mondo: un capannone grattacielo dove soffrono e muoiono 1 milione di polli, esseri viventi trattati peggio e considerati meno di quanto in un’industria manifatturiera vengano considerate le merci prodotte. L’Olanda esporta la maggior parte dei prodotti agricoli che produce, domandatevi dunque da quali accordi commerciali internazionali si vogliano proteggere i finti agricoltori. I contadini in Olanda sono estinti da tempo e gli agroindustriali, detti “agricoltori”, sono ricchi, sono i più ricchi d’Europa, e il reddito medio, al netto delle spese e delle tasse, di un’azienda agricola olandese supera gli 80.000 euri l’anno.  Nel 2020 nell’Unione Europea si consumavano 468.000 tonnellate di pesticidi, 468 milioni di litri di veleni a impestare terra, acqua e aria. Nel 2017 nei paesi dell’UE venivano sparse sui terreni 49.000 tonnellate di glifosato, sostanza cancerogena e gravemente tossica, che la Commissione Europea ha rifiutato di vietare, approvandone l’uso per altri dieci anni.  Una vittoria degli agricoltori? I quali vogliono che siano eliminati dalla PAC tutti gli scarsi divieti o limitazioni sull’uso dei pesticidi e diserbanti.

I ribelli sono contro la strategia dell’Unione Europea Dal campo alla forchetta (From farm to fork) che ambisce a raggiungere entro il 2030 lo scarso obiettivo del 25% di agricoltura biologica. Gli agroindustriali francesi “ribelli” chiedono l’abolizione persino delle distanze di sicurezza dalle abitazioni per l’irrorazione dei pesticidi, vogliono riprendere a usare quei neonicotinoidi che sono stati provvisoriamente vietati perché uccidono le api e gli insetti impollinatori.

Non per essere complottisti, ma la domanda chiave in ogni situazione politica è Cui prodest? e, dato che le più grandi venditrici di pesticidi e concimi chimici in UE sono le multinazionali Syngenta, Bayer-Monsanto, Corteva, BASF, sicuramente uno zampino le quattro, e tutte le altre del settore-veleni, ce lo stanno mettendo. Per le multinazionali si tratta davvero di vita o di morte, dato che perdere anche solo il 4% dei profitti significa perdere miliardi, e si sa quanto siano attaccate ai miliardi le multinazionali: i miliardi sono il loro cuore e le loro budella, e senza non possono vivere. Però, per avere la prova di chi c’è dietro, basta guardare chi c’è davanti. La più grande e grossa organizzazione francese degli agroindustriali, che sta promuovendo e organizzando le proteste è la FNSEA. Presidente della FNSEA è tale Armand Rousseau, padrone di un’azienda di 339 ettari , mentre la sua consorte è padrona di un’azienda di 700 ettari. E cosa producono in questi 1039 ettari il Rousseau Arnaud e consorte? Mangimi per gli allevamenti intensivi e biodiesel. […] È indicativo e rivelatorio il fatto che coloro che minacciavano di galera operai, ambientalisti, oppositori della dittatura pandemica progettata dal Forum Economico Mondiale, se avessero bloccato le strade o manifestato senza autorizzazione, oggi inneggino ai blocchi stradali degli agroindustriali. Che sicuramente otterranno di poter inquinare come sempre, dato che le multinazionali dei pesticidi e del petrolio sono al loro fianco.

I piccoli e medi agricoltori, trascinati nella protesta dall’esasperazione per norme sanitarie e burocratiche studiate apposta per distruggerli, per i prezzi dei grossisti e della grande distribuzione che li strangolano, stanno dando fiato e corda proprio ai loro nemici. A coloro che hanno migliaia di ettari di terra e che non ricevono alcun danno da quelle norme che stanno strangolando i piccoli ma che, anzi, le hanno dettate ai governi per eliminarli, perché i piccoli e medi agricoltori sono loro concorrenti; a coloro che ottengono sgravi fiscali come società, fondazioni, multinazionali, cooperative fasulle create per sfruttare i dipendenti; a coloro che hanno in mano intere filiere dell’agroindustria e sono compartecipi della grande distribuzione; a coloro che la globalizzazione l’hanno voluta e perseguita per sfruttare uomini e terre del terzo mondo. La vera minaccia per gli agricoltori europei è stata ieri l’eliminazione di quelle barriere doganali che proteggevano i loro prodotti, proteggendo nel contempo contadini e prodotti di Africa, Asia, America Latina. Ma quando i noglobal lottavano contro quella minaccia, gli agroindustriali erano dall’altra parte della barricata, le europee organizzazioni degli agricoltori erano assenti. C’erano i contadini del terzo mondo e le loro organizzazioni, a fianco degli ecologisti. […]

L’inevitabile crisi economica è alle porte e siamo nel pieno ormai della crisi ambientale. Il capitalismo non esiterà a strumentalizzare i problemi e i disagi di qualsiasi categoria per i propri interessi e scopi: non esita nemmeno a fomentare guerre. Del resto, lo ha sempre fatto e tanto più quando è in crisi, come ora. Purtroppo, gli agricoltori dell’Europa occidentale ormai, nella loro maggioranza, dipendono dall’agroindustria e ne fanno parte: sono stati inglobati in un sistema perverso che li sfrutta ma che anch’essi utilizzano. […] La sopravvivenza dei piccoli e medi agricoltori può essere garantita solo se essi torneranno ad essere contadini, e non più industriali. Solo se usciranno dal sistema che li sta sterminando pur nutrendoli, come succede agli animali negli allevamenti intensivi. Questo significa convertirsi a metodi rispettosi dell’ambiente come il biologico, il biodinamico, la permacoltura, l’agricoltura naturale, l’agroforesteria. Sono tutti modi di coltivare la terra che hanno spese molto minori e rese molto maggiori, che richiedono meno ore di lavoro, meno macchinari e lavorazioni, meno acqua, zero pesticidi e fertilizzanti chimici; che rispettano la terra e la vita, che la arricchiscono invece di distruggerla.

La loro sopravvivenza dipenderà anche dalla solidarietà, tra di loro e con i consumatori, che significherebbe unirsi in vere cooperative per vendere i propri prodotti direttamente ai cittadini, significherebbe utilizzare macchinari, edifici, strumenti senza bisogno di comperarli o realizzarli individualmente. Significherebbe una maggiore ricchezza anche dal punto di vista umano e sociale. Allora non avrebbero più bisogno del mais e della soia OGM importati da Brasile e Argentina, né di esportare Prosecco e pomodori, e potrebbero concentrare i loro sforzi per lottare, uniti ai consumatori e ai contadini del terzo mondo, contro i trattati di libero scambio. Altrimenti, rimarranno solo gli agroindustriali-finanzieri che, se la terra non darà più frutti, potranno sempre coprirla di pannelli fotovoltaici o di capannoni per le colture idroponiche o per gli allevamenti di insetti da macinare per nutrire cani e gatti, maiali e polli intensivi e, perché no, anche gli umani, magari con merendine di farina di insetti per i bambini o porcheriole croccanti, fritte in olio di palma, per gli apericena.

Sonia Savioli

                                                                                                                             

 
Muti per codardia PDF Stampa E-mail

13 Febbraio 2024

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 Da Rassegna di Arianna del 12-2-2024 (N.d.d.)

Qui non entro nel merito delle ragioni politiche, ideologiche e religiose della guerra israelo-palestinese, sul chi ha ragione e chi torto, sulle origini storiche e quant’altro. La mia opinione è "non utile" per chi mi legge e in ogni caso non servirebbe a far spostare di un millimetro le partigianerie. Ciò su cui vale la pena soffermarsi è la specificità della guerra a Gaza, sul modo in cui la conduce Israele e sulle reazioni e non reazioni davanti all’evidente terrificante scempio che Israele sta compiendo a danno della popolazione civile. Ho già avuto modo di dire che questa guerra di Israele è una guerra di tipo arcaico riveduta e corretta secondo la scuola angloamericana che prevede il bombardamento indiscriminato della popolazione civile, bombardamenti che non risparmiano ospedali, scuole, centri di raccolta, sempre giustificati con “sono covi di terroristi” e evidentemente “covi di terroristi” sono anche i cimiteri dove gli sfollati cercano un posto per accamparsi, visto che vengono bombardati anche quelli. Dicono: “c’è un tunnel” come se il tunnel di per sé fosse una rampa di lancio per missili nucleari e non una struttura logistica, sicuramente ad uso militare (con una funzione anche di rifugio) ma che non si capisce per quale ragione Gaza non doveva esserne dotata. All’inizio dell’invasione israeliana ci hanno ammorbato l’anima con proiezioni animate che volevano dimostrare che sotto Al-Shifa, il più grande ospedale di Gaza, c’era il comando operativo di Hamas. Ci facevano vedere che questo comando era strutturato su tre livelli e lì sotto c’era di tutto. Lo hanno trasformato in un cimitero e alla fine oltre ad un tunnel di collegamento non c’era altro. Non ne hanno più parlato e hanno proceduto con la devastazione di altri ospedali, il bombardamento di autoambulanze etc.

Insomma, Israele conduce la guerra come meglio gli pare… “come meglio gli pare” appunto, in barba a tutti i trattati, risoluzioni, normative internazionali codificate a partire dalle idee di Hugo Grotius illustrate nei primi anni del ‘600 nella sua opera *Del diritto di guerra e di pace”. Israele fa quel che gli pare e cinicamente si potrebbe pure dire: “ci sta”. Senonché se un qualsiasi altro Stato di “quel che ci pare” realizza solo l’1%, l’esecrazione condita da sanzioni volano alte come asteroidi. Con l’Ucraina che viene intesa come “aggredita” (sic!) volano miliardi (circa 114 miliardi di dollari da parte degli USA, e 900 milioni di euro dalla UE) e armi “difensive” (ri-sic!), mentre a Israele, gli USA riservano si qualche reprimenda, ma con la UE continuano a fornire armi e sostegno di vario tipo. Il solito gioco dialettico delle parti.

Perché l’occidente collettivo tace sui trucidi aspetti della guerra israeliana? Semplicemente perché è codardo. Contro Israele non ci si può mettere: puoi fare le pulci agli eritrei, ai somali, inventarti di tutto e di più contro l’Iraq, la Libia, la Siria, sbraitare, minacciare, sanzionare i cubani, i coreani, gli afghani… Ma se vai a fare le pulci a Israele sai che paghi pegno, sai che la tua poltrona di oligarca occidentale si ribalta. E del resto puoi scherzare su tutto, persino fare satira sul presidente della Repubblica e sul Papa ma, da comico, non puoi farlo su un israeliano: il tempo di pace rischi il pubblico ludibrio, in tempo di guerra la fucilazione in pubblica piazza.

E diciamo anche che, se l’Occidente collettivo si sta dimostrando codardo persino davanti ad una bambina mitragliata in auto e al cecchinaggio degli infermieri accorsi in suo aiuto per evitarle la fine riservata ai genitori, gli Stati arabi non sono da meno. Qualche urletto, qualche esecrazione… nulla di più. “Va tutto bene, madama la marchesa”. Hind Rajab è la bambina palestinesi di 6 anni che, in auto, dopo l’uccisione dei suoi genitori, aveva chiesto aiuto via telefono; l’ambulanza con i due infermieri corsi in suo aiuto dopo aver preso accordi con gli israeliani, uccisi una volta giunti sul posto. Tra una canzonetta di Sanremo e l’altra, i TG ne hanno dato notizia. Mattarella, Meloni, il Papa e tutto il pollaio UE, MUTI, per codardia.

Maurizio Murelli

 
Culto del falso PDF Stampa E-mail

11 Febbraio 2024

 Da Comedonchisciotte del 20-1-2024 (N.d.d.)

Emmanuel Todd, storico, demografo, antropologo, sociologo e analista politico, fa parte di una razza in via di estinzione: è uno dei pochissimi esponenti rimasti dell’intellighenzia francese della vecchia scuola – un erede di quelli come Braudel, Sartre, Deleuze e Foucault che avevano affascinato i giovani nati dopo la Guerra Fredda, dall’Occidente all’Oriente. La prima chicca che riguarda il suo ultimo libro, La Défaite de L’Occident (“La sconfitta dell’Occidente”), è il piccolo miracolo di essere stato pubblicato la scorsa settimana in Francia, proprio in un Paese NATO. Più che di un libro si tratta di una vera e propria bomba a mano, scritto da un pensatore indipendente, basato su fatti e dati verificati, che fa saltare l’intero edificio della russofobia eretto intorno all'”aggressione” dello “zar” Putin. Alcuni settori dei media aziendali francesi, rigorosamente controllati dagli oligarchi, questa volta non hanno potuto ignorare Todd, per diversi motivi. Soprattutto perché era stato il primo intellettuale occidentale, già nel 1976, a prevedere la caduta dell’URSS nel suo libro La Chute Finale, basato  sull’analisi dei tassi di mortalità infantile dell’Unione Sovietica. Un altro motivo fondamentale era stato il suo libro del 2002 Apres L’Empire, una sorta di anteprima del declino e della caduta dell’Impero, pubblicato pochi mesi prima dello Shock & Awe in Iraq. Ora Todd, in quello che ha definito il suo ultimo libro (“Ho chiuso il cerchio”), può permettersi di rischiare il tutto per tutto e descrivere meticolosamente la sconfitta non solo degli Stati Uniti, ma dell’Occidente nel suo complesso, concentrando le sue ricerche sulla guerra in Ucraina.

Considerando l’ambiente tossico del NATOstan, dove la russofobia e la cultura dell’annullamento regnano sovrane e ogni deviazione è punibile, Todd è stato molto attento a non inquadrare l’attuale processo come una vittoria russa in Ucraina (anche se ciò è implicito in tutto ciò che descrive, dai diversi indicatori della pace sociale alla stabilità complessiva del “sistema Putin”, che è “un prodotto della storia della Russia, e non il lavoro di un solo uomo”). L’autore si concentra piuttosto sulle ragioni principali che hanno portato alla caduta dell’Occidente. Tra queste: la fine dello Stato-nazione, la deindustrializzazione (cosa che spiega il deficit della NATO nella produzione di armi per l’Ucraina), il “grado zero” della matrice religiosa dell’Occidente, il Protestantesimo, il forte aumento del tasso di mortalità negli Stati Uniti (molto più alto che in Russia), insieme ai suicidi e agli omicidi, e l’avvento di un nichilismo imperiale espresso dall’ossessione delle Guerre per Sempre. Todd analizza metodicamente, in sequenza, Russia, Ucraina, Europa dell’Est, Germania, Gran Bretagna, Scandinavia e infine l’Impero nel suo complesso. Concentriamoci su quelli che sono i 12 Greatest Hits del suo rimarchevole esercizio.

1. All’inizio dell’Operazione Militare Speciale (SMO) nel febbraio 2022, il PIL combinato di Russia e Bielorussia era solo il 3,3% dell’Occidente combinato (in questo caso la sfera NATO più Giappone e Corea del Sud). Todd si stupisce di come questo 3,3% , già in grado di produrre più armi dell’intero colosso occidentale, non solo stia vincendo la guerra, ma stia riducendo in frantumi le nozioni dominanti di “economia politica neoliberale” (i tassi del PIL). 2. La “solitudine ideologica” e il “narcisismo ideologico” dell’Occidente – incapace di comprendere, ad esempio, come “l’intero mondo musulmano sembri considerare la Russia un partner piuttosto che un avversario”. 3. Todd rifugge dalla nozione di “Stati weberiani”, richiama invece una deliziosa compatibilità di vedute tra Putin e l’esperto di realpolitik statunitense John Mearsheimer. Poiché sono costretti a sopravvivere in un ambiente in cui contano solo le relazioni di potere, gli Stati agiscono ora come “agenti hobbesiani”. E questo ci porta alla nozione russa di Stato-nazione, incentrata sulla “sovranità”: la capacità di uno Stato di definire autonomamente le proprie politiche interne ed esterne, senza alcuna interferenza straniera. 4. L’implosione, passo dopo passo, della cultura WASP [White Anglo-Saxon Protestant], che ha portato, “a partire dagli anni ’60”, ad “un impero privo di un centro e di un progetto, un organismo essenzialmente militare gestito da un gruppo senza cultura (in senso antropologico)”. Questa è la definizione di Todd dei neoconservatori statunitensi. 5. Gli Stati Uniti come entità “post-imperiale”: sono solo il guscio di una macchina militare priva di una cultura guidata dall’intelligence, cosa che ha portato a “un’accentuata espansione militare in una fase di massiccia contrazione della sua base industriale”. Come sottolinea Todd, “la guerra moderna senza industria è un ossimoro”. 6. La trappola demografica: Todd spiega che gli strateghi di Washington “hanno dimenticato che uno Stato la cui popolazione gode di un alto livello educativo e tecnologico, anche se in diminuzione, non perde la sua potenza militare”. Questo è esattamente il caso della Russia durante gli anni di Putin. 7. Qui arriviamo al punto cruciale dell’argomentazione di Todd: la sua reinterpretazione post-Max Weber de L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, pubblicato poco più di un secolo fa, nel 1904/1905: “Se il protestantesimo era stato la matrice dell’ascesa dell’Occidente, la sua morte, oggi, è la causa della sua disintegrazione e della sua sconfitta”. Todd definisce chiaramente come la “Gloriosa Rivoluzione” inglese del 1688, la Dichiarazione d’Indipendenza americana del 1776 e la Rivoluzione francese del 1789 erano stati i veri pilastri dell’Occidente liberale. Di conseguenza, un “Occidente” espanso non è storicamente [e necessariamente] “liberale”, perché ha anche partorito “il fascismo italiano, il nazismo tedesco e il militarismo giapponese”. In poche parole, Todd ci dice che il Protestantesimo aveva imposto l’alfabetizzazione universale alle popolazioni che controllava, “perché tutti i fedeli dovevano poter accedere direttamente alle Sacre Scritture. Una popolazione alfabetizzata è capace di sviluppo economico e tecnologico. La religione protestante aveva dato vita, per caso, ad una forza lavoro superiore ed efficiente”. Ed è in questo senso che la Germania era stata “al centro dello sviluppo occidentale”, anche se la Rivoluzione industriale era nata in Inghilterra. La formulazione chiave di Todd è indiscutibile: “Il fattore cruciale dell’ascesa dell’Occidente è stato l’attaccamento del Protestantesimo all’alfabetizzazione”. Inoltre il Protestantesimo, sottolinea Todd, è due volte al centro della storia dell’Occidente: attraverso la spinta educativa ed economica – con la paura della dannazione e il bisogno di sentirsi scelti da Dio che generano un’etica del lavoro e una forte moralità collettiva – e attraverso l’idea che gli uomini sono diseguali (ricordate il Fardello dell’Uomo Bianco). Il crollo del Protestantesimo non poteva che distruggere l’etica del lavoro a vantaggio della rapacità generalizzata: ecco il neoliberismo. 8. L’acuta critica di Todd allo spirito del 1968 meriterebbe un intero libro. Egli fa riferimento ad “una delle grandi illusioni degli anni Sessanta, tra la rivoluzione sessuale anglo-americana e il maggio francese del ’68”: “credere che l’individuo sarebbe stato più grande se liberato dal collettivo”. Questo ha portato ad un’inevitabile debacle: “Ora che siamo liberi, in massa, dalle credenze metafisiche, fondative e derivate, comuniste, socialiste o nazionaliste, viviamo l’esperienza del vuoto”. Ed è così che siamo diventati “una moltitudine di nani imitatori, che non osano pensare da soli – ma si rivelano capaci di intolleranza come i credenti dei tempi antichi”. 9. La breve analisi di Todd sul significato più profondo del transgenderismo manda completamente in frantumi il Culto Woke – da New York alla sfera dell’UE, e provocherà attacchi di rabbia in serie. Egli mostra come il transgenderismo sia “una delle bandiere di questo nichilismo che ora caratterizza l’Occidente, questa spinta a distruggere, non solo le cose e gli esseri umani, ma la realtà”. E c’è un ulteriore bonus analitico: “L’ideologia transgender dice che un uomo può diventare una donna e una donna può diventare un uomo. Si tratta di una falsa affermazione e, in questo senso, è vicina al cuore teorico del nichilismo occidentale”. La situazione peggiora quando si parla di ramificazioni geopolitiche. Todd stabilisce una giocosa connessione mentale e sociale tra questo culto del falso e il comportamento traballante dell’egemone nelle relazioni internazionali. Esempio: l’accordo sul nucleare iraniano stipulato sotto Obama che si trasforma in un duro regime di sanzioni sotto Trump. Todd: “La politica estera americana è, a suo modo, gender fluid”. 10. Il “suicidio assistito” dell’Europa. Todd ci ricorda come, all’inizio, l’Europa fosse praticamente costituita dall’accoppiata franco-tedesca. Poi, dopo la crisi finanziaria del 2007/2008, si è trasformata in “un matrimonio patriarcale, con la Germania come coniuge dominante che non ascolta più la sua compagna”. L’UE ha abbandonato ogni pretesa di difendere gli interessi dell’Europa, rinunciando all’energia e al commercio con il suo partner russo e auto-sanzionandosi. Todd vede, correttamente, che l’asse Parigi-Berlino è stato sostituito dall’asse Londra-Varsavia-Kiev: quella è stata “la fine dell’Europa come attore geopolitico autonomo”. E ciò è avvenuto solo 20 anni dopo l’opposizione congiunta di Francia-Germania alla guerra dei neoconservatori all’Iraq. 11. Todd definisce correttamente la NATO immergendosi nel “loro inconscio”: “notiamo che il suo meccanismo militare, ideologico e psicologico non esiste per proteggere l’Europa occidentale, ma per controllarla”. 12. Insieme a diversi analisti in Russia, Cina, Iran e tra gli indipendenti in Europa, Todd è sicuro che l’ossessione degli Stati Uniti – fin dagli anni ’90 – di tagliare fuori la Germania dalla Russia porterà al fallimento: “prima o poi collaboreranno, perché le loro specializzazioni economiche le rendono complementari”. La sconfitta in Ucraina farà da apripista, perché una “forza gravitazionale” attrae reciprocamente Germania e Russia.

Prima di ciò, e a differenza di quasi tutti gli “analisti” occidentali della sfera mainstream del NATOstan, Todd si rende conto che Mosca è destinata a vincere contro l’intera NATO, non solo in Ucraina, approfittando di una finestra di opportunità individuata da Putin già all’inizio del 2022. Todd scommette su una finestra di 5 anni, cioè su un finale entro il 2027. È illuminante fare un confronto con il Ministro della Difesa Shoigu, che l’anno scorso aveva detto: “la SMO finirà entro il 2025”. Qualunque sia la scadenza, in tutto questo è insita una vittoria totale della Russia – con il vincitore che detta tutte le condizioni. Nessun negoziato, nessun cessate il fuoco, nessun conflitto congelato – come vorrebbe ora l’Egemone, in preda alla disperazione.

Il grande merito di Todd, così chiaro nel libro, è quello di usare la storia e l’antropologia per evidenziare la falsa coscienza della società occidentale. Ed è così che, concentrandosi ad esempio sullo studio delle strutture familiari tipiche dell’Europa, riesce a spiegare la realtà in un modo che sfugge totalmente alle masse collettive occidentali sottoposte al lavaggio del cervello e al turbo-neoliberismo. È ovvio che il libro di Todd, basato sulla realtà, non sarà un successo tra le élite di Davos. Ciò che sta accadendo a Davos è  immensamente illuminante. Ed è tutto alla luce del sole. Da parte di tutti i soliti sospetti – la Medusa tossica dell’UE von der Leyen; il guerrafondaio Stoltenberg della NATO; BlackRock, JP Morgan e gli altri pezzi da novanta che stringono la mano al loro giocattolo in felpa a Kiev – il messaggio del “Trionfo dell’Occidente” è monolitico. La guerra è pace. L’Ucraina non sta perdendo e la Russia non sta vincendo. Se non siete d’accordo con noi – su qualsiasi cosa – sarete censurati per “discorso d’odio”. Vogliamo il Nuovo Ordine Mondiale – qualunque cosa voi umili contadini pensiate – e lo vogliamo ora.

E, se tutto fallisce, una malattia X prefabbricata è già pronta.

Pepe Escobar (tradotto da Markus)

 
Anche il cibo in laboratorio PDF Stampa E-mail

9 Febbraio 2024

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 Da Comedonchisciotte del 6-2-2024 (N.d.d.)

Essere agricoltori nel quadro delle Politiche Agricole Comuni (PAC) e del Mercato Globale la ritengo una vera e propria follia. Eppure qualcuno, il contadino inserito in un mercato, deve pur farlo. Una follia a partire dalle “quote” che censiscono i bisogni del mercato senza contatto con la sua realtà, e spesso sbagliano; regole che cambiano e mandano al macero le etichette di vino già fatte e anche la frutta e la verdura che non rispecchia i canoni estetici della UE. Una follia decidere cosa coltivare e cosa no, solo per stare dietro i mutevoli parametri della UE e dei suoi sussidi, indebitandosi, fino al suicidio. […]

È urgente una rete di distribuzione che sia il più possibile locale e che parta dal basso dei veri bisogni sia dei contadini che degli acquirenti; come ad esempio i GAS (Gruppo di Acquisto Solidale) che esistono, ma ancora troppo poco, per riuscire a coprire tutta la realtà nazionale e in modo fitto. Un mercato locale dove i prodotti di un territorio non vengano risucchiati dalla Grande Distribuzione. Non accadrebbe mai, così, che una cima di rapa venga pagata al contadino 0,50 centesimi per finire al supermercato, magari anche tedesco, a 3 o 4 euro. Niente contro l’import-export di prodotti davvero locali, a prezzo giusto e nati dove dovevano e non altrove. Invece nella geopolitica del Mercato Globale avviene il contrario: un prodotto come il grano, che ha bisogno di sole per l’essiccazione, cresce in Paesi freddi che ovviano alla carenza di sole con il glifosato, erbicida seccatutto, per finire importato nei Paesi caldi, come l’Italia. […]

Ed ecco la Monsanto e i suoi OGM, che vorrebbero farci credere ‘più performanti’, mentre sono padri di un cibo sterile, senza vita, schiavizzato. La vera resistenza delle piante nasce dal loro essere autoctone; sono forti e resistenti quei semi che si passano, in un dato luogo, di generazione in generazione. Nessun laboratorio di modifica genetica. Ormai si fa tutto in laboratorio: virus, vaccini, e pure il cibo. Ed eccoci alla carne artificiale (che in Italia per ora non fa presa ma all’estero sì e considerato il fatto che viviamo in una cosiddetta Politica Agricola Comune, la cosa non fa ben sperare) e alla farina di insetti (quella sì, ce l’abbiamo di già anche noi). La natura è straricca di calcio e vitamina B12 e non solo. Non serve scomodare gli insetti, tanto meno cellule staminali di muscoli.

Sono evidenti le palesi contraddizioni di questo falso Green Deal, di questa ecologia senza una vera considerazione dell’òikos, ovvero della Casa, del contesto e degli abitanti, di questo Piano Agricolo Comune (PAC) che di comune non ha niente essendo etero-diretto da chi non ha nessuna delle due mani nella terra. Sostenibilità e biodiversità sono parole rubate a chi davvero ci ha creduto e ci crede. Il nuovo colonialismo europeo, con Italia a fare da capofila, vuole promuovere la sostenibilità in Africa (colonialismo conteso con l’entrata di Russia e Cina) e questa buffonata che non ha niente di sovrano la chiama pure Piano Mattei. Una Coldiretti che, in questa nuova agricoltura sostenibile, tra tutto ciò che ci sarebbe da difendere sceglie di difendere i fitofarmaci, e va bene, ognuno fa come vuole, ma nessuno difende i coltivatori, anche bio, dal Mercato Globale e dalla sua follia.

Prendere i soldi dal comparto agricolo e spostarli nel finanziamento della guerra in Ucraina. Levare gli OGM dalle mani degli agricoltori italiani ma farlo arrivare dall’estero tramite navi cariche di soia transgenica, da vendere agli allevamenti italiani. Finanziare gli agricoltori italiani per non produrre niente dalla loro terra. Contraddizioni a non finire smascherano la bugia di una finta sostenibilità tutta la nostra Europa. Espropriare le terre in modo forzato è una storia vecchia. In nome dell’urbanizzazione o dell’ecologia fa lo stesso. […]

Sarebbe altroché possibile una transizione ecologica che non abbandoni la terra ma per davvero la abbracci. Eppure sembra che dobbiamo toglierci dalla testa l’idea di poter coltivare semplicemente un pezzo di terra e senza bisogno di grandi risorse né di laboratori di bioingegneria per poter mangiare. L’agricoltura di sussistenza, come la si chiamava una volta, non può essere ben tollerata da un’economia globale che ci vuole dipendenti da un sistema corrotto che fa rotta verso il transumano. In tempi molto addietro la società si riuniva intorno alla figura del mugnaio, dal suo lavoro e dal suo mulino proveniva la farina per il pane. Certi mugnai han fatto la storia, raccontata anche nei film (Menocchio, un mugnaio finito nella rete dell’Inquisizione, oppure, I colori della passione, film ispirato a un quadro di Bosch) Oggi al posto del mugnaio abbiamo la UE, le sue lobby e le sue multinazionali. Eppure, mai come oggi, esiste qui e lì un vecchio mugnaio che resiste, e con lui tutto un paese […]

 Francesca Picone

 
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7 Febbraio 2024

 Da Comedonchisciotte del 2-2-2024 (N.d.d.)

Pare che per essere assunti nelle università americane occorra fare una dichiarazione non di “sana e robusta costituzione fisica” come un tempo da noi, ma di “diversità, equità e inclusione”, come la chiamano, in sostanza un atto di fedeltà politica col quale si aderisce formalmente alla nuova ideologia obbligatoria che pretende di eliminare per legge la discriminazione intendendo con essa non solo i fatti, ma anche qualunque espressione di opinione che, ad avviso dei custodi dell’ ideologia, possa ricondurre, anche vagamente, alla discriminazione, razziale o di qualsiasi altro genere. È fin troppo facile notare che tale dichiarazione ricorda molto da vicino quella richiesta ai professori universitari italiani dopo le leggi razziali del 1938, che peraltro quasi tutti sottoscrissero tranquillamente, esattamente come ora fanno quelli americani. Del resto all’epoca la “scienza” riconosceva largamente l’inferiorità della “razza ebraica” come ora riconosce l’inesistenza delle razze umane. Pare inoltre che a differenza dei loro colleghi degli anni Trenta, i professori 2.0 siano anche tenuti a specificare quali comportamenti intendano adottare per tradurre in pratica questo loro impegno. Una sorta di business plan, tanto per ribadire l’aziendalizzazione di qualsiasi cosa nella nostra società.

Il clima politico all’interno degli atenei è tale che sia gli studenti che i professori temono di poter manifestare in qualche modo, soprattutto senza accorgersene, un atteggiamento razzista o omofobo o non inclusivo o negazionista di una qualunque delle verità assolute che il credo ufficiale impone correndo così il rischio di essere licenziati o espulsi o addirittura incorrere in guai giudiziari. Del resto il canone di comportamento è piuttosto incerto e suscettibile di diverse interpretazioni: sarebbe probabilmente d’aiuto la recitazione mattutina di un credo ufficiale prima di iniziare le lezioni, imitando chi ha esperienza bimillenaria in materia, ma penso sia una carenza voluta poiché l’incertezza del diritto crea paura ed è un’arma formidabile in mano al potere. Dove sia finita la libertà di parola costituzionalmente riconosciuta, nessuno lo sa. E la paura è ben comprensibile se si pensa che si può essere accusati anche solo per aver usato il pronome personale sbagliato verso qualcuno che magari sembra una donna, ma che quel giorno si sente un uomo, o per  aver ingenuamente domandato a qualcuno da dove provenga. Rimanere in una stanza chiusa con una studentessa è pericoloso, ne può uscire un’accusa di violenza sessuale. Francamente, più che alla situazione dei professori italiani del 1938, quella dei docenti americani ricorda l’epoca di Galileo Galilei  quando la Santa Inquisizione aveva mille orecchie e sostenere un concetto “sbagliato” poteva costare molto caro. I nuovi inquisitori non paiono essere meno zelanti degli antichi, né più restii a ricorrere alla delazione, come del resto si addice a chi lavora per una causa santa e giusta, per cui è prudente stare attenti a ciò che si dice anche con gli amici più intimi come al tempo delle purghe staliniste. Bisogna insomma, comportarsi ammodo, qualunque cosa ammodo voglia dire. Occorre forse dire che questo clima può essere anche usato per portare avanti rivalità e vendette personali che nulla hanno a che vedere con la discriminazione?

Evidentemente era molto più semplice tenersi lontano dalla “questione ebraica” che dover continuamente dimostrare di essere antirazzisti, pentiti di essere maschi, sostenibili, ecocompatibili, a emissioni zero e fluidi senza che ti scappi mai una risatina o una parola sbagliata. Lo so, a noi italiani (per il momento), tutto questo può apparire esagerato, paradossale e anche un poco umoristico: la stupidità intrinseca della faccenda è tale che tendiamo (per ora), a non prenderla seriamente, tuttavia gli americani la prendono molto, molto sul serio e conseguentemente si comportano nel modo più prudente possibile, in ciò aiutati, probabilmente, anche dalla proverbiale ipocrisia anglosassone e dall’altrettanto proverbiale bigottismo americano. Bisogna considerare che le università,  specie quelle più prestigiose dove più acuti si manifestano i sintomi di questo morbo, non sono un posto qualsiasi, ma sono il luogo eletto nel quale si dovrebbe produrre la cultura più alta di un paese ed anche la scienza più innovativa, il luogo dove pensatori intelligenti ed originali non hanno paura di rompere gli schemi e vedere i problemi da punti di vista nuovi e inaspettati. Sappiamo tutti che per la cultura e per la scienza la libertà di pensiero, di parola e di discussione è importante come l’aria, niente è più dannoso al progresso del conformismo, della censura, dell’auto censura e dell’impossibilità di mettere in discussione principi che si pretendono universali ed eterni. Abbiamo ben visto cosa è successo con la pandemia, quando il dibattito è stato stroncato sul nascere. Inoltre  le università sono anche il luogo nel quale si forma e viene cooptata la classe dirigente americana, quella che poi avrà la responsabilità di guidare il paese. Se il merito viene sostituito dal conformismo, dal bigottismo e dalla prudente obbedienza, oppure, come peraltro già succede da tempo, dalle “quote” obbligatorie di “minoranze un tempo svantaggiate” , ne va pesantemente di mezzo la qualità dell’intellighenzia che si andrà a selezionare: i risultati, a quanto sembra, si riescono già ampiamente a vedere osservando il livello della classe politica che esercita il potere nel paese in questo momento: una serie di personaggi che definire impreparati al compito e di scarso valore umano e culturale sembra essere uno sperticato complimento.

Il danno derivante da essersi formati in istituzioni dove regna il timore di passare per eretici è grave anche nelle scienze esatte come Galileo dimostra, ma lo è molto di più nelle scienze umanistiche dove non esiste una realtà oggettiva che bene o male quando si esagera ci riporta in riga, tanto che in materie come le scienze politiche e sociali l’insegnamento si presta a divenire con facilità quasi esclusivamente propaganda e gli studenti più che istruiti, finiscono per essere indottrinati. Manco a dirlo sono proprio questi i corsi che frequentano in grande maggioranza coloro che saranno i futuri amministratori del paese. In pratica, oltre che ignoranti, saranno anche incapaci di ragionare con la propria testa. Approfondendo solo un poco il merito dell’ideologia che ha così significativamente inciso nella cultura accademica americana, soprattutto in quella più alta,  ci si può facilmente rendere conto che la pretesa lotta a tutte le discriminazioni è del tutto fittizia e finisce semplicemente per ribaltare la situazione precedente introducendo norme, sempre razziste, ma questa volta a carico dei bianchi. Sembra proprio che nella cultura anglosassone il razzismo sia penetrato talmente in profondità che rispunta ovunque senza che nemmeno se ne rendano conto: se proprio non è più bon ton essere razzisti contro i negri, i latinos, i nativi, i musi gialli o magari gli italiani, si può sempre essere razzisti con se stessi, come bianchi, come maschi, come eterosessuali, o addirittura come componenti dell’umanità che per il mero fatto di essere in vita e respirare, consumano risorse, alterano ecosistemi ed infine “distruggono il pianeta”, come certi oligarchi filantropi ci ripetono di continuo.

A quanto pare, il complesso di superiorità dell’occidente, soprattutto dell’occidente a egemonia anglosassone, lungi dal diventare più ragionevole col tempo, si trasferisce semplicemente da un aspetto all’altro, dall’etnia alla cultura, dalla cultura ai “valori” di propria invenzione, ma che si vuole imporre come universali. In altre parole diventa autodistruttivo: ultimamente i “valori universali” più gettonati sono appunto concetti vagamente definiti come “democrazia”, ”inclusività”, “sostenibilità”, “non discriminazione”,  “fluidità”, ”eco compatibilità”, che da bravi dogmi parareligiosi, in mano ai più fanatici, tendono a distaccarsi sempre di più dalla realtà fisica e dal buon senso fino ad arrivare ad una sorta di suicidio per motivi ideologici. In religione succede piuttosto spesso, il martirio è molto apprezzato. In qualche modo pare che per tradurre in pratica questi costrutti mentali prodotti pur sempre dall’occidente bianco, può diventare giusta e necessaria perfino la soppressione dello stesso occidente bianco. La sovrastruttura diventa più importante della struttura che l’ha creata. Per esempio l’immigrazione di massa in Europa e in America deve essere sostenuta anche se implica la distruzione dell’Europa o dell’America e per “salvare il pianeta dall’umanità” si può giungere tranquillamente alla soppressione dell’umanità … da parte, e questo è il bello, della stessa umanità! Quasi non fosse anch’essa un’azione “artificiale”. Possibile che nessuno si renda conto che reintrodurre il lupo è altrettanto “artificiale” quanto sterminare il lupo? In realtà non dovrebbe essere una questione ideologica, ma di opportunità: cosa è meglio fare.

Se è così che funzionano le università americane, o meglio, se è così che hanno smesso di funzionare le università americane, non è che qui da noi si stia molto meglio, anche se siamo leggermente più distanti dal ridicolo conclamato. Tutto quello che siamo in grado di fare è scimmiottare i nostri padroni d’oltremare, magari con meno convinzione, perché siamo fatti così, ma credo che con la seria applicazione e il duro impegno ci possiamo arrivare anche noi. Già oggi si tengono corsi non più in italiano, ma nella lingua ieratica dei padroni. I nuovi Alberto Sordi, per non passare da provinciali, imitano anche l’accento padronale, per quanto ridicolo sia, e darebbero chissà cosa per essere indistinguibili da un membro della razza padrona, naturalmente non importa se bianco o nero, omosessuale o etero, anche perché non ci sono bianchi e neri, omosessuali o etero, maschi o femmine, siamo tutti fluidi, lo dice la scienza.

Devo dire che perfino il mio Comune (mio, si fa per dire, perché ogni volta che ne ho avuto bisogno per adempimenti burocratici da lui stesso creati, ha sempre fatto il possibile per rendermi la vita difficile), manda avvisi bilingui e nemmeno più nel burocratese di una volta, ma in un linguaggio molto più confidenziale, moderno e smart. Anche molto più buzzurro a dire il vero. Qualche giorno fa, ad esempio, mi hanno inviato per posta (modalità affatto smart), una specie di dépliant dal titolo rivelatore “COMPORTATI AMMODO” che suona molto come una minaccia di un padre incazzato al figlioletto discolo: attenzione, ti stiamo osservando, comportati ammodo! Ammodo, come bisognava comportarsi durante la grande pandemia? Chiusi in casa, punturati, mascherati e scodinzolanti sulle terrazze senza far domande inopportune? Un tempo, almeno formalmente, ti trattavano con una certa dignità, ti davano dell’egregio signore anche quando ti facevano la multa, non presumevano che tu ti comportassi male, ora si rivolgono a te come fossi un ragazzino che tira i sassi ai lampioni. I rapporti di subordinazione del suddito nei confronti del nuovo latrante padroncino non potrebbero essere più chiari. Né, a dire il vero, più buzzurri. E  pensare che gli eletti dal popolo, in teoria, stanno lì per servire il popolo: non siamo noi i loro datori di lavoro? Non che io l’abbia votata, beninteso, dico votata perché il nostro sindaco è donna e questo, ovviamente, aggiunge un valore in più alla carica, anche se i generi come dice la “scienza”, sono un costrutto sociale. Ma ai nuovi ideologi il principio di non contraddizione gli fa un baffo. Devo dire che anche i contenuti del foglietto sui quali l’autorità simpaticamente ci intrattiene sono perfettamente in linea con la sua forma e col suo valore: si tratta perlopiù di immondizia e merda di cane.

Nestor Halak

 
Campagna interventista PDF Stampa E-mail

5 Febbraio 2024

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 Da Rassegna di Arianna del 3-2-2024 (N.d.d.)

Per chi non ne avesse mai sentito parlare, è d’obbligo una spiegazione. «Formiche» è una rivista mensile che tratta di questioni politiche, economiche e sociali con articoli piuttosto brevi affidati a una larga rosa di specialisti e personalità pubbliche di varia nazionalità ed è collegata a un sito che ospita commenti alle notizie di attualità e interviste. Chi scrive è stato più volte fra gli interpellati. I nomi dei collaboratori illustri non mancano. L’impostazione è dichiaratamente occidentalista, con un occhio di riguardo per la Nato e l’Unione Europea, una vigorosa linea antirussa e anticinese, un interesse acuto per le innovazioni tecnologiche e le loro ricadute – soprattutto geopolitiche. Di solito, i toni di chi interviene sulle sue colonne sono pacati e improntati a un umanismo che, a seconda delle firme, oscilla fra un cattolicesimo alla Comunione e liberazione d’antan e un approccio laico-moderato. I suoi animatori vengono dalla scuola politica del centrismo e, quel che più conta, hanno rapporti eccellenti con gli esponenti più in vista della galassia dei “poteri forti”; un articolo ben informato di una dozzina di anni fa ne enumerava alcuni – Ettore Gotti Tedeschi, Luigi Abete, Francesco Profumo, Corrado Passera –, ma nel frattempo la cerchia si è certamente allargata, a giudicare dalla copiosa messe di sigle importanti (Eni, Enel, Simest, Mundys, Open fiber, Gentili, Conai, Isybank, Tim, Sace) che rende le pagine del periodico «scoppiettanti di pubblicità». Dovrebbero bastare questi dati per rendersi conto che stiamo parlando di un organo di stampa che non ha il semplice obiettivo di raccogliere un certo numero di abbonati, ma è fra quelli che sono destinati a scopi più ambiziosi, sono letti dalla “gente che conta” e servono a far circolare opinioni destinate ad entrare nel mainstream, a dar corpo ad ipotesi, linee di lettura, suggerimenti che altri, insediati a vario titolo in ambiti decisionali, potrebbero trasformare in atti. Insomma, più che una rivista, il canale di espressione di un think tank, e non di quelli secondari.

È per questo motivo che ci hanno destato un particolare interesse – e alcune preoccupazioni – il dossier che occupa la prima parte del numero di novembre 2023 del mensile in questione, dal significativo titolo L’orrore di Hamas oltre i confini di Israele, e soprattutto l’anonimo, e quindi redazionale, editoriale Si vis pacem para bellum. Due tasselli di un mosaico politico-ideologico-informativo che, con l’ausilio di molti altri soggetti rilevanti, comincia a disegnare con maggiore franchezza che in passato la direzione di rotta che la potenza planetaria egemone e i suoi alleati-vassalli hanno deciso di intraprendere in vista delle prossime puntate di quella “terza guerra mondiale combattuta a pezzi” che ormai non è soltanto Papa Francesco a dare per iniziata. L’avvio della discussione affidato ad Antonio Tajani, a onor del vero, parrebbe dimostrare il contrario di quanto abbiamo appena asserito, con l’auspicio del ministro degli esteri che il G7 possa ispirare il proprio operato a «una ritessitura e verso migliori forme di dialogo e cooperazione tra contesti regionali diversi e plurali» e che l’Occidente abbia «capacità di ascolto verso i partner globali, rispettare le differenze e ricercare insieme soluzioni condivise, attraverso un dialogo strutturato e fattivo», perché «il metodo inclusivo del dialogo è l’unico che possa portare a risultati». Quando la messa è finita, però, il coro cambia musica, e i “partner globali” tornano ad essere semplici nemici. Se infatti in teoria l’attenzione dovrebbe concentrarsi su Hamas e il Medio Oriente, alla quasi totalità degli intervenienti interessa tutt’altro: proseguire nella demonizzazione della Russia e nella affabulazione della sua aggressività imperialista, nell’esaltazione della Nato (che, ci assicura un generale, «non deve gettare via il capitale di capacità e strutture faticosamente costruire in vent’anni di guerra globale contro il terrorismo [ah sì? Dove? In Iraq? In Libia? O…? n.d.r.] nel nome di un ritorno al convenzionale»), individuare il “pericolo giallo” cinese dietro ogni vicenda internazionale e di conseguenza allarmare sulla sua minaccia, esaltare la «marcia inarrestabile di avvicinamento strategico all’occidente» di un’India che accentui l’ostilità verso il Dragone Rosso (per fare il gioco dell’egemonia statunitense – ma questo l’ex sottosegretario Vernetti si guarda dal dichiararlo) e ribadire l’insidia di un “Sud globale” non allineato ai valori e agli interessi di Washington. Spicca, in questo quadro, il consueto oltranzismo mistificatore di Carlo Pelanda, capace di scrivere che «la Cina ha reagito sollecitando riservatamente l’Iran ad aizzare i suoi proxy Hamas e Hezbollah» [diamine! Che informatori formidabili deve avere l’«illuminista futurizzante» (autodefinizione) per essere al corrente di notizie a lui solo note] contro Israele affinché la reazione di questa impedisse all’Arabia di siglare un accordo con Israele stessa che definiva Haifa come terminale mediterraneo della via del cotone». Ma anche Carlo Jean ci mette del suo quando, prevedendo ciò che da settimane sta accadendo («un attacco terrestre che provocherà decine di migliaia di morti palestinesi» e sottoscrivendolo, scrive che «prioritario è il ripristino di un certo grado di dissuasione [ah, l’arte dell’eufemismo…, n.d.r.], anche ai fini del consenso di qualsiasi futuro governo israeliano. Israele, in particolare, non può essere limitato nella sua reazione dal ricatto degli ostaggi. […] Non può permettersi di perdere tempo anche perché il sostegno dell’opinione pubblica interna e internazionale è destinato inevitabilmente a diminuire. Non può cedere a ricatti».

Stanti premesse di questo tenore, non c’è da sorprendersi – anche se indignarsene è lecito – che l’editoriale di un foglio che si fa portavoce di un così aggressivo occidentalismo esprima, in modo sintetico e con un finale pirotecnico, quella che non è banalmente la linea di un gruppo editoriale ma la direttrice di marcia di un conglomerato politico-economico che si è ormai convinto di non poter perseguire fino infondo i suoi scopi senza ricorrere (di nuovo) allo strumento bellico.

Leggiamo quindi che «l’attacco terroristico di Hamas contro Israele non è stato e non è la riapertura del conflitto Israelo-palestinese. È, ahinoi, un altro pezzo della terza guerra mondiale denunciata da Papa Francesco. Vi è un blocco di potenze – Cina, Russia e Iran – che ha scelto di sfidare l’ordine globale determinato dopo la conclusione della Seconda guerra mondiale [ sic: che dai tempi delle conferenze di Yalta e Potsdam ci sia stato qualche elemento di variazione di quell’«ordine mondiale» deve essere sfuggito all’attenzione dell’anonimo scrivano]. E di seguito, continuando nella mistificazione della realtà ad usum Occidentis: «La posta in gioco, ancora una volta, sono i valori della libertà e della democrazia. Per troppo tempo ci siamo illusi che la vittoria della Seconda guerra mondiale prima, e della Guerra fredda poi, avessero consegnato un mondo sostanzialmente stabile, dominato dall’interesse economico della globalizzazione. Non poteva essere commesso errore più grande. Adesso, si vede con chiarezza quel tragico filo rosso che lega i regimi totalitari e che li porta a destabilizzare aree geografiche peraltro tutte attorno all’Europa. I Balcani potrebbero essere la prossima regione a subire l’influenza di Putin. In Serbia il fuoco sembra covare sotto la cenere. Non è un caso. La coalizione dei cattivi [questa ci mancava, dai tempi dell’Asse del Male. Un aggiornamento lessicale ci voleva]» ha colto la debolezza dell’occidente e ne sta approfittando».

Sin qui, siamo alla solita retorica fondata su una falsa e vittimistica rappresentazione degli eventi che tutti i media mainstream ci stanno somministrando da decenni, e con un particolare vigore dal giorno dell’attacco russo all’Ucraina, spacciato per la prima mossa di un fantasmagorico piano putiniano di ricostruzione dell’Impero sovietico e/o zarista invece che come la reazione ad un accerchiamento militare che aveva negli Usa il mandante e nel governo di Kiev la testa di ponte più avanzata. Ma è la chiusa del pezzo a regalarci qualcosa di più. Dopo aver deplorato che gli Stati Uniti non siano già scesi in campo militarmente contro la Russia nel 2014 per la vicenda della Crimea, l’editorialista ci ricorda che «il concetto di deterrenza si basa sulle capacità militari disponibili e sulla volontà (e credibilità) di utilizzarle. È attraverso la deterrenza che l’occidente ha vinto la Guerra fredda ed è la sconfitta della deterrenza (per mancanza di volontà, non di mezzi) che ha favorito l’inizio della terza guerra mondiale a pezzi che oggi si dispiega sotto i nostri occhi. Siamo disposti a morire per difendere la nostra libertà, che è poi la stessa libertà degli ucraini e degli israeliani? Se la risposta sono le sanzioni economiche e l’invio di armi, c’è da temere che il fronte del male si allarghi ancora».

Avete capito bene. Siamo arrivati all’invocazione della guerra aperta. Non bastano più le infusioni di denaro e di armi, il sostegno satellitare e strategico, la condanna al massacro di popolazioni ed eserciti altrui usati come carne da cannone per conflitti sostenuti per procura. Non basta neanche il martellamento mediatico che a suon di propaganda, omissioni e falsificazioni sta sforzandosi di lavare i cervelli di centinaia di milioni di persone ormai, salvo casi rarissimi, assoggettati ad una macchina del consenso che non ha nulla da invidiare – ed anzi gode di una formidabile superiorità tecnologica al loro confronto – ai regimi totalitari. Non basta la cancellazione di ogni limite di indecenza etica che porta politici, intellettuali, giornalisti volontariamente asserviti alla potenza oggi egemone a giustificare lo sterminio (“impersonale”, è arrivato a sostenere qualcuno) di decine di migliaia di civili innocenti compiuto dall’esercito israeliano come una “legittima” reazione alla strage compiuta da Hamas, tacciando ipocritamente di antisemitismo chi lo condanna. No, non è sufficiente. Ora è alle viste una vera e propria campagna interventista. Morire per Kiev. Morire per Tel Aviv. Morire, soprattutto, per Washington. Si dirà che non bisogna dare troppo credito a questi Stranamore in sedicesimo. Che sono, appunto, formiche. Insetti, presenze trascurabili. Magari fosse così. Sarebbe invece errato sottovalutarli. Non sono altro che avanguardie mandate in avanscoperta per sondare il grado di reazione dell’opinione pubblica al progetto che in luoghi assai più temibili si sta coltivando, ma dietro di loro a prepararsi è il grosso delle truppe, non solo metaforiche. Da tempo, ormai – soprattutto da quando, nel 2017, l’ascesa della potenza del gigante asiatico ha portato l’amministrazione Usa, allora guidata da Trump, a dichiarare la Cina «nemico sistemico» – la Terza guerra mondiale, quella vera e intera, è in incubazione. E può contare, in Europa, sul sostegno di un fronte ampio e composito, che sul piano politico coinvolge governi e partiti di destra, di sinistra, di centro. Può dispiacere a qualche inguaribile romantico constatare che, su quel versante, si siano schierati persino i pronipoti di chi in un’altra epoca proclamava la «guerra del sangue contro l’oro», ma non c’è di che stupirsene. Occorre, invece, battersi contro questa follia. Cercare di infilare nell’ingranaggio belligeno dell’occidentalismo anche il fatidico minuscolo granello di sabbia. È l’unica via di uscita che ci rimane. Altre non ne esistono.

Marco Tarchi

 
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