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Senza affermare la propria identità non c'è emancipazione dei popoli PDF Stampa E-mail

2 Dicembre 2022

 Da Rassegna di Arianna del 29-11-2022 (N.d.d.)

Parafrasando il titolo del famoso romanzo di Milan Kundera, il pensiero della sinistra neoliberale, quella autoproclamatasi progressista, esprime una insostenibile banalità dell’essere, una inconsistenza al cui confronto il senso comune è filosofia allo stato puro. Più la realtà si allontana dalla rappresentazione ideologica di essa più la sinistra neoliberale si aggrappa disperatamente agli specchi, però producendo un fastidioso stridìo che fa rizzare i capelli, lo stesso del gesso che stride sulla lavagna. È questa una (ma decisiva) delle ragioni per cui la sinistra neoliberale è estranea al sentire dei ceti popolari, da questi sempre più guardata con diffidenza, se non irritazione; mentre guardano con simpatia a essa quegli strati prevalentemente “istruiti”, quelli soddisfatti della propria posizione sociale, di solito posta all’ombra dell’apparato pubblico. Strati che, per una sorta di appagamento filantropico, spesso avvertono l’esigenza di darsi una spolveratina di “impegno” sociale, così pensando di mettere pace alla propria (falsa) coscienza, e sentirsi comunque dalla parte giusta.

Ambienti che entusiasticamente accolgono ogni idea “aperta” e “inclusiva”, specialmente se poi si tratta di “diritti civili”, quelli che fanno tanto fighi e consentono di piacere alla gente che piace. Ambienti per i quali è prioritario combattere i valori “retrivi” come la famiglia, la distinzione biologica dei sessi, la riproduzione naturale che passa per una mamma e un papà, insomma quella roba che sa di tradizione. Ignorando che le “tradizioni” hanno permesso all’umanità di sopravvivere nei secoli dei secoli. Lor signori, non sapendo un fico secco di raccolta di pomodori e lavori nei campi, si emozionano nel vedere un Soumahoro che si presenta in parlamento con le galosce… e si indignano urlando al fascismo  se quest’ultimo è coinvolto, insieme alla sua famiglia, in un’inchiesta giudiziaria sulla cooperativa dell’agro pontino Karibu; o si emozionano al sentir parlare di “migranti”, indignandosi contro chi denuncia determinate ong di far da complici dei trafficanti di uomini; e se i professionisti dell’accoglienza adoperano metodi squadristi per impedire di proiettare film di denuncia (come scritto nel mio ultimo post) niente problema…  Meloni fascista!

I nostri liberal progressisti – la sinistra è ormai questa cosa qua – stanno ormai completamente fuori della realtà. Così ci spieghiamo il commissario europeo Gentiloni che, di fronte agli scontri conseguiti alla vittoria ai mondiali del Marocco sul Belgio, banalmente e inconsistentemente parla di calcio «che fa da detonatore». Secondo il nostro gentile aristocratico, gli scontri con le forze dell’ordine, i monopattini e le auto date alle fiamme, gli spari e i lanci di bottiglie di vetro, con episodi di vandalismo registrati anche a Liegi, sempre in Belgio, ma anche in diverse città olandesi, sarebbero principalmente da imputare all’eccesso di festeggiamenti per la vittoria calcistica della nazionale marocchina. E qui sta il corto circuito dei benpensanti liberal progressisti: non riescono neanche per sbaglio a fare un ragionamento che abbia un minimo di relazione con la realtà. Ha quindi gioco facile Giorgio Gandola sulla “Verità” a definire quella di Gentiloni un’uscita sgangherata, «come a dire che a causare le violenze delle gang maghrebine a Milano la notte dello scorso capodanno furono le gonne corte delle ragazze molestate». Un tentativo di commento non “sgangherato” avrebbe dovuto mettere in risalto, una volta di più, casomai ce ne fosse ancora bisogno, che questi scontri e queste violenze sono la dimostrazione che il racconto sulla società aperta multiculturale e multirazziale è pura ideologia. Noi ci aggiungiamo che è ideologia al servizio di logiche disgregative di popoli e nazioni. Questi giovani che colgono l’occasione della vittoria della “propria” nazionale calcistica sul Belgio per mettere a ferro e fuoco intere aree urbane, ci fanno capire che, diversamente da certa retorica, non c’è stata nessuna integrazione, e che loro non rinunciano alla propria identità. Identità che il pensiero delle classi dirigenti “aperte” pretende essere superata o, come ebbe a dire von der Leyen, passata di moda. Invece no, cara Ursula, questi giovani marocchini che partecipavano alla rivolta con la bandiera dei “leoni dell’Atlante”, coadiuvati da numerosi coetanei dell’Africa sub sahariana (senegalesi, ghanesi, nigeriani… contro gli “oppressori bianchi”), come si può ben vedere nel video, affermano di esistere per quello che realmente sono, e non un’icona della società “aperta”. Esprimono orgoglio di appartenenza alle proprie comunità di origine. Certo, non porta a nulla – né a se stessi né ai ceti popolari dei paesi nei quali vivono – una rabbia del genere se non si ricollegano i fili della memoria, se non ci si ricollega al miglior pensiero anticoloniale e panafricanista rappresentato dai vari Lumumba, Sankara, Gheddafi… tutti vigliaccamente uccisi all’ombra del neocolonialismo.

Scrive bene Dario Prestigiacomo su Europa Today: «Il motivo di tanto entusiasmo [e violenza] è dettato senza dubbio dall'orgoglio per le proprie radici di una comunità, quella marocchina, che a Bruxelles rappresenta quasi il 19 per cento della popolazione, una percentuale che sale al 28 tra la popolazione under 18. Nel 2021, il nome più usato per i nuovi nati nella capitale europea è stato Mohamed». Abbiamo quindi il pensiero liberal progressista che racconta una realtà immaginaria, come i girotondi multicolorati di benettoniana memoria, semplicemente funzionale all’idea di far passare la necessità di “accogliere” moltitudini di immigrati da mettere al servizio dei nostri mercati nelle forme più bizzarre e flessibili (cosa, tra l’altro, che ha consentito la destrutturazione della normativa sul lavoro); e, nel contempo, di svuotare delle migliori energie i paesi di provenienza dei flussi migratori.

Pertanto, mentre il mondo dell’accoglienza istituzionalizzata decanta le virtù dei “migranti”, elevati a moderno mito, la realtà si incarica di mettere a nudo che la pretesa di una multirazzialità ideologizzata nasconde solo la volontà del potere dominante di perpetuare lo stato di soggezione economica e sociale di popolazioni che invece si vuole continuare a tenere sotto il proprio tallone.

Le identità esistono e vanno rivendicate. Non si ha emancipazione dei popoli senza affermazione delle proprie identità sociali, etniche, culturali, religiose. O no, cari accoglienti iscritti nei libri paga dei filantropi sostenitori di rivoluzioni colorate e cambi di regime?

Video: https://www.youtube.com/watch?v=f0rWTqT3R_o

Antonio Catalano

 

 

 

 
Immorale sacrificare il proprio popolo per interessi altrui PDF Stampa E-mail

1 Dicembre 2022

 Da Appelloalpopolo del 28-11-2022 (N.d.d.)

L’economia sociale di mercato è una economia che vuole assicurare la piena occupazione e lo stato sociale mediante il mercato, ossia mediante la vittoria nel mercato. È dunque una economia “fortemente competitiva”, come prevedono i Trattati. È una economia che assicura a uno Stato la “possibilità” di mantenere ed eventualmente promuovere la piena occupazione e lo Stato sociale, se e nella misura in cui vincerà la competizione con altri Stati. Lo Stato sociale, in questa economia, si regge con i surplus commerciali e con le imposte che derivano dalle imprese che realizzano i surplus, nonché dai lavoratori che vi lavorano. È dunque un’economia che è sociale per alcuni e non per altri. È  l’economia dello Stato sociale condizionato e dell’alta disoccupazione strutturale permanente. Per questa ragione l’Europa non è uno Stato e un soggetto geopolitico, bensì un campo di battaglia tra imprese e tra Stati. È  il campo da gioco in cui si gioca la partita permanente tra Stati e imprese.

Questa costruzione, oltre ad essere opinabile nella sua essenza, ha due limiti interni. In primo luogo, gli Stati europei, sprovvisti di poteri sovrani ma abilitati a scrivere le regole della loro competizione, sono più deboli degli Stati sovrani, quando si verifica uno shock esterno. Gli Stati europei, infatti, non possono utilizzare i poteri sovrani come gli altri Stati, visto che per ora quei poteri sono sospesi; possono soltanto riscrivere le regole della competizione. Possono scrivere nuove e diverse regole della competizione e basta. È  ciò che è accaduto dal 2008. Gli Stati Europei hanno tardato a reagire e, quando lo hanno fatto, hanno reagito nell’unico modo che avevano: hanno riscritto regole della competizione (tra Stati e imprese europee) che avrebbero dovuto avere carattere “eccezionale”. Queste regole tuttavia, fondamentalmente illegali, perché in contrasto con i Trattati, perdurano da dodici anni (dodici anni di eccezionalità e di illegittimità) e si moltiplicano anziché essere cancellate. In secondo luogo, il ritorno della Storia, nella forma della necessità degli Stati Uniti di riattivare la produzione interna, non può che andare a danno dei soggetti geopolitici produttivi politicamente più deboli, che non sono il Giappone, la Russia, l’India, la Cina, il Brasile, il Sudafrica o la Corea del sud, ossia gli Stati sovrani, ma, ovviamente proprio gli Stati europei, che per ora hanno deciso di sospendere la sovranità. La riattivazione produttiva interna nell’ottica della classe dirigente statunitense deve avvenire distruggendo l’economia europea, attraverso la separazione della produzione europea dall’energia russa (la guerra promossa in Ucraina è un’azione sia antirussa sia antitedesca e a ricasco antitaliana).

 

Stati europei sovrani avrebbero badato ai loro interessi e si sarebbero schierati, in tutto o in parte, a fianco della Russia. Non perché la Russia abbia ragione, bensì perché mantenere rapporti con la Russia è nel loro oggettivo interesse. Nelle dispute internazionali gli Stati sovrani e che non siano simili a colonie, si schierano sempre nel loro interesse, molto più di quanto lo facciano i singoli uomini. Un uomo coraggioso, infatti, può sacrificare se stesso e la sua famiglia per ragioni morali. Capita raramente, ma un uomo su mille statisticamente si comporta così, in modo altruistico. Invece, chi agisce per conto di uno Stato non dovrebbe mai sacrificare il popolo per interessi morali. È  morale sacrificare se stessi e la propria famiglia per un interesse altrui e morale. È  invece immorale sacrificare il proprio popolo, per interessi altrui e (reputati) morali. Invece, essendo l’Unione Europea composta da Stati deboli, non sovrani (più correttamente: a sovranità sospesa), gli Stati non hanno la forza (oltre a non avere il potere) di perseguire il proprio interesse.

Si può essere europeisti. Si può essere contenti che esista l’Unione Europea. Ma bisogna farlo sapendo che l’Unione Europea è questo campo da gara, disciplinato da undici anni da norme eccezionali e illegali, nel quale si svolge la competizione tra Stati impotenti, e asserviti, che mascherano la loro impotenza, dichiarando ai cittadini che essi agiscono (nella guerra civile ucraina) per ragioni morali, tacendo che stanno sacrificando gli interessi dei cittadini e delle imprese degli Stati dell’Unione (non di tutti ma di molti).

Stefano D’Andrea

 
Il vuoto non esiste PDF Stampa E-mail

30 Novembre 2022

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Il vuoto è corpo integrante della dimensione materialistica e razionalistica, dimensione che oggi regna sui nostri pensieri. Essa fa la cultura e forgia le modalità di vita fondate su pilastri via via più effimeri e virtuali. Si tratta di un piano di lavoro bacato, la cui missione ultima ed esiziale è assistere al precipitare di chiunque non se ne sia emancipato. Quel vuoto è concreto, sebbene metafisico, spirituale. Nella fanfara trionfante dell’opulente mondanità, gli individui marciano, smargiassi o miserabili, verso le voragini.[…]

Dunque, il vuoto è parte integrante della nostra cultura, vera spada di Damocle appesa sopra la storia. Tuttavia, possiamo emanciparci dal rischio che questa precipiti. Come già segnalato da millenni da tutte le tradizioni sapienziali che ogni geografia del mondo ha generato, l’uomo ha riconosciuto cosa gli produce sofferenza e cosa gliela crea. È un discorso che riguarda l’io separatore, la scienza analitica, l’individualismo, l’edonismo e altro ancora. Per tutti si tratta, in sostanza, della separazione dal tutto, dall’Uno originario, regno di tutte le idee dal quale gli uomini estraggono soltanto quelle idonee e permesse dalla loro biografia. Ma se la matrice materialistica svolge il suo miglior servizio in contesto meccanico-amministrativo, quando viene mutuata – accade inconsapevolmente – a quello relazionale, il disastro è tanto in nuce quanto conclamato. Il principio di causa effetto, efficace descrizione di un mondo limitato a pochi elementi, pressoché statici, non si addice a rappresentare e ad esaurire le dinamiche latenti in una relazione tra gli universi diversi che siamo.

 

In questi tempi contemporanei, viene in aiuto – ma in ultima posizione – la fisica quantica. La sua natura illogica, la sua modalità non protocollabile di rappresentare il mondo in forma probabilistica e non deterministica, la sua capacità di riconoscere la verità di un mondo dove il tempo e lo spazio non sono quelli che ci hanno insegnato, regolari e misurabili, non sono che rappresentazioni idonee a riconoscere il carattere profondo delle relazioni e ad annullare così il vuoto. Allora, entanglement ed emozioni hanno di che raccontarsi. Probabilità e rischi di una relazione possono essere riconosciuti nel principio di indeterminazione, il sentimento di un elemento della relazione corrisponde all’idea che la realtà vari in occasione della sua osservazione di essa. La sincronicità sostituisce la consequenzialità. La considerazione non è più avviene questo a causa di quest’altro, ma cosa significa ciò che sta avvenendo ora?

Ed è proprio in quest’ultima domanda che si può cogliere l’assenza del vuoto, in quanto segnale che tutto è collegato, che tutto è un solo organismo, che separarne una parte è la pornografia scientista. La logica e i suoi saperi cognitivi, somma di dati alieni alla vita, tanto lustri ed esclusivi nel mondo del causa/effetto, perdono potere. L’illogico torna a far parte di questo mondo a pieno titolo.

 

La fisica quantica dà, dunque, dignità ai cosiddetti ciarlatani, quel popolo che non voleva né poteva sottostare al campo autoreferenziale della scienza moderna, esclusivamente fondata sui pilastri della fisica meccanica e sull’assolutismo del metodo scientifico come sola fonte e sede di verità definitiva. Struttura alla quale, si badi, le condivisibili considerazioni di Popper non spostano di una virgola la natura del sistema analitico della conoscenza. Dando dignità a tutto il non scientifico, possiamo trovare in ciò che l’ascolto e l’empatia ci insegnano le doti utili a gestire le relazioni anche con noi stessi. Doti che implicano una migliore condizione di vita, quindi una migliore società, cultura, politica, educazione. Migliore vita allude a realizzare uomini compiuti, ad evolvere verso l’invulnerabilità sempre più solida ed estesa. Ovvero individui all’altezza di muoversi secondo la loro natura. Mai più si troveranno davanti a un vuoto baratro in cui perdersi. Il non vuoto che anche la fisica quantica ci segnala ha in sé il potere di frenare la corsa ammattita verso il vuoto vero, alla quale l’uomo ha educato se stesso.

 

Lorenzo Merlo

 
La politica dei bonus PDF Stampa E-mail

29 Novembre 2022

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 Ha fatto il giro della stampa estera l' iniziativa di un borgo salentino nei pressi del Capo di Leuca di istituire un bando per l' agevolazione di acquisti e ristrutturazioni di case inabitate nel centro storico, con cifre che andranno-a fondo perduto-sino alla bellezza di 30.000 euro. Si tratta dell' ultima iniziativa atta a contrastare il fenomeno dello spopolamento dei piccoli paesi-appenninici e non solo, essendo in questo caso a un tiro di schioppo dallo Jonio-della cosiddetta "Italia minore"(che a ben vedere sarebbe l' Italia autentica e maggiore, altro che minore!). Che dire? Diciamo subito che per una volta  non si deve fare nessuna critica: l' iniziativa in sé è più che lodevole, la Giunta comunale senz' altro sta agendo con le migliori intenzioni possibili, il problema esiste davvero e mette a rischio centinaia e centinaia di piccoli Comuni che vedono l' erosione lenta e irreversibile a livello demografico, riducendosi a borghi di vegliardi e un borgo di vegliardi, con tutto rispetto parlando, non ha futuro alcuno. Sulla bontà delle intenzioni e sul fine nulla da dire, tutt'altro: siamo noi i primi "sponsor" divulgatori per far rinascere questi meravigliosi microcosmi.

Molto da dire,invece,a livello concettuale sui mezzi utilizzati per raggiungere il fine e in questo caso come per altri vale sempre lo stesso ragionamento che feci qualche tempo fa riguardo i bonus e i ministeri ad hoc per incentivare la natalità in Italia: non si risolvono questi problemi regalando soldi a pioggia sperando di accalappiare gente qua e là ingolosita o smaniosa. Il denaro deve essere uno strumento per raggiungere un obiettivo e non viceversa; le persone vanno invogliate non con promesse e bonus ma mostrando loro un concreto e sostenibile progetto di vita,spingendole a rimettersi in gioco ed in discussione e facendo accettare come solida e concreta la sfida di poter iniziare daccapo una nuova vita,migliore,farli sentire dei pionieri e dar loro un posto e un ruolo da interpretare sino in fondo. Creare l' humus culturale adatto a estrarre le energie latenti ,per farle prorompere all' esterno. Ci stiamo abituando a questo errato messaggio: esiste un problema e la soluzione ad esso consiste nell' invogliare o nell' ingolosire qualcuno a fare una cosa solleticandone il portafogli.Sarebbe come dire: dai,se metti al mondo un figlio ti diamo la paghetta e se decidi di fare un investimento immobiliare in un centro storico che sta morendo ti diamo un incentivo a fondo perduto.Tipico modo di monetizzazione del pensiero attualmente in voga in quest' epoca minore e balorda: siccome tutto ruota intorno ai quattrini, allora il denaro deve essere la bacchetta magica e il deus ex machina che,come nella miglior tradizione teatrale antica,cala dall' alto e risolve il guaio . Non è così,per nulla. Così come mettere al mondo un figlio è soprattutto una questione culturale e non solo economica, anche trasferirsi e comprare casa in un paesino sperduto non è affare da risolversi con un bonus .

Far rinascere un paese che muore significa anzitutto ricostruirne la comunità perduta e ripristinare il "gioco delle generazioni" all' interno di quei fantastici microcosmi umani che erano i nostri borghi d' una volta: comunità peculiari, influenzate dal "genius loci" e da mille altri fattori ambientali,antropologici e culturali che rendevano quei borghi degli "unicum"di cui a titolo esemplificativo potremmo prendere la descrizione di Spoon River nella omonima antologia scritta da E.L.Masters,rappresentazione di un tipico villaggio rurale dell' Illinois di fine Ottocento-inizio Novecento.

Il pericolo di queste iniziative è che le case vengano acquistate da facoltosi pensionati nordeuropei o italiani settentrionali per svernare nel clima meridionale -lasciandole vuote per parte dell' anno e tornando,quindi,punto e a capo-oppure da persone intenzionate a sfruttare gli immobili come strutture ricettive turistiche,andando all' incasso nei mesi estivi e primaverili. Difficilmente queste case verranno acquistate da giovani coppie con o senza figli,la vera linfa per ridare vita al corpo secco dei centri storici. Che vogliamo fare di questi borghi? Dei luna park turistici estivi da maggio a ottobre (la cosiddetta stagione allargata del turismo) i cui introiti,per inciso,andranno solo parzialmente a riverberarsi sulle comunità locali-perché tasse a parte(esempio la Tari) se in un borgo manca tutto e i negozi chiudono,il turista usa la casa solo come dormitorio e va a mangiare e a divertirsi altrove; in quanto agli F24 sugli affitti i soldi vanno all' Agenzia delle Entrate e non al Comune-oppure vogliamo veramente farli rivivere? Non sarebbe forse meglio estendere i bonus più che alle case ai mestieri? O creare delle specie di Zone Economiche Speciali in questi borghi con agevolazioni estese per esempio a: -Coppie che si trasferiscono in loco(bollette agevolate per i primi due -tre anni,Tari ridotta,ecc.) -Se la coppia ha uno o più figli,ancora più aiuti -Primi tre anni senza tassa alcuna a chi decide di aprire negozi o altre attività di vicinato e affitti agevolati sui locali commerciali a 1/3 del prezzo di mercato corrente per almeno i primi cinque anni -Agevolazioni quinquennali e sgravi fiscali almeno quinquennali a tutti gli imprenditori agricoli e vendite dei terreni incolti a prezzi simbolici,non superiori ai 100 euro.Analoghe misure per attività di allevamento. -Burocrazia a  zero e agevolazioni almeno quinquennali (con estensione a sei,sette anni,per lanciare l' impresa) a tutti coloro che decidono di aprire una attività di piccola e media impresa legata ai prodotti del luogo(dall' artigianato all' agroalimentare). Infine vendita di case sfitte o abbandonate a prezzi agevolati e agevolazioni e sgravi o bonus edilizi per la ristrutturazione. Dite che è osare troppo? No,è osare ancora troppo poco.Ed è il solo sistema per far tornare a vivere una pletora di borghi morenti che rappresentano un capitale unico e insostituibile,una vera ricchezza nascosta di valore inestimabile.

Non servono vecchi e pensionati a scaldarsi le ossa al bel sole d' Italia o a respirare aria frizzante di montagna,servono giovani coppie e bambini per ridare vita alle strade,ai vicoli,alle piazze; servono i negozi dei parrucchieri,dei vinattieri,dei minimarket alimentari,dei panettieri e fornai,dei macellai e di tutte le altre esigenze, dai computers e telefonia mobile alle sedi distaccate delle compagnie di assicurazioni e vedrete che seguiranno anche nuovi sportelli bancari,nuovi poliambulatori medici,vedrete che quella farmacia assumerà un dipendente in più o forse nella parte opposta del borgo una nuova farmacia le farà concorrenza, spartendosi entrambe il paese. Vedrete che quel plesso scolastico oggi polveroso e con solo una classe stenta risuonerà di nuove grida infantili e di nuove sezioni.

Non si può,non è possibile far risorgere queste realtà senza creare dapprima le fondamenta che tutto sostengono: senza creare cioè una nuova comunità inserita nella cornice peculiare dell'ambiente circostante. Il turismo? Di quello i borghi ne hanno fatto a meno per secoli e secoli ,possono farne a meno ancora per un pezzo. Il settore turistico,specie nell' epoca odierna dell' effimero, è volubile: quel luogo che oggi diciamo "social" e alla moda domani stesso può essere messo nel dimenticatoio,a scapito di un altro; il turismo di massa crea solo erosione delle risorse e danni; pensare inoltre di usare il turismo come architrave economico in paesini di due,tre ,al massimo quattromila anime per 12 mesi l' anno è qualcosa di insensato.Non stiamo parlando di Roma,Firenze,Napoli,Venezia ma di piccole realtà.Passati i cinque,massimo sei mesi della stagione che si fa? Si risprofonda nella noia e nell' oblio,in attesa di un' altro giro di ruota?

Non si veda questo come articolo di critica alle amministrazioni che decidono tali iniziative o vendite a prezzi simbolici: sindaci e assessori fanno quel che possono,le coperte delle risorse sono già corte in ambito di governo nazionale,figuriamoci in ambito puramente locale.Diciamo che a modo loro lanciano idee seppur imperfette ed incomplete,sta a noi perfezionarle e completarle. Sappiamo ,siamo consapevoli che oggidì non è per nulla possibile mettere in pratica le buone intenzioni e le idee scritte in queste righe: mancano soldi,risorse-e ce ne vorrebbero a profusione,a iosa,di soldi e di risorse-e manca proprio il concetto culturale e mentale per mettere in pratica simili iniziative.Per riassumere e farla breve,non esiste nessuna condizione a partire dal dato di fatto che non abbiamo alcuna sovranità monetaria ed economico-finanziaria. E senza questo, gli "scripta" diventano "verba" che "volant". Consideriamo questi scritti come metapolitici o se vogliamo metasociologici e teniamoli in caldo per un eventuale futuro in cui ci saranno le condizioni per attuare i concetti qui esposti e ragionati. Vediamolo insomma come un messaggio di un naufrago in bottiglia e affidiamolo al mare.

Simone Torresani

 
Siamo liberi PDF Stampa E-mail

28 Novembre 2022

 Da Appelloalpopolo del 25-11-2022 (N.d.d.)

Siamo liberi di studiare e di non credere a opinioni.  Siamo liberi di amare il ragionamento e non idoli.

Siamo liberi di educare i figli allo studio, al rigore, alla passione e ad essere originali.  Siamo liberi di non seguire le mode.

Siamo liberi di accettare i nostri limiti e difetti e di combatterli. Siamo liberi di non vedere la TV.

Siamo liberi di essere ambiziosi e umili. Siamo liberi di sacrificare tempo denaro e affetti per le nostre idee.

Siamo liberi di tentare di lasciare una traccia. Siamo liberi di vivere fuori dal tempo.

Siamo liberi di credere che bullismo, problemi di genere e cambiamento climatico siano distrazioni.

Mancano le libertà politiche e, per chi ne ha bisogno, quelle sociali e manca l’azione etica dello Stato. Questo sì.

Ma le libertà individuali per principio nessuno può togliercele.

Stefano D’Andrea

 
Pensa come vuoi ma pensa come noi PDF Stampa E-mail

26 Novembre 2022

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 Da Rassegna di Arianna del 24-11-2022 (N.d.d.)

Il capitalismo rimane sempre quella roba lì che tutto mercifica in funzione del profitto, e del potere, che aumenta in relazione al primo. Mercificazione che rende strumentale i rapporti umani al punto di capovolgerli di senso. Per cui, diventa sempre più complicato distinguere la sincerità dall’inganno, visto che tutto è inquinato dall’etica del profitto. Ma oggi la relazione capitalismo-profitto, nei mercati più “evoluti”, passa sempre meno per la vendita del prodotto in sé, che deve conquistarsi la domanda attraverso la “bontà” declamata. Il capitalismo odierno ha bisogno di conquistare il cuore e la mente dei consumatori, ha bisogno di imporre il suo “punto di vista”. Un punto di vista capace sì di predisporre all’acquisto della merce proposta, ma che introduca nella testa del consumatore l’idea che quella sia la cosa “giusta” da fare. Il cosiddetto capitalismo della sorveglianza è tutto qua: pilotarci al punto da farci credere di essere noi i timonieri.

Che si tratti di manipolare le coscienze, per renderle compatibili alle nuove esigenze di mercato, ce lo spiega bene Boni Castellane oggi, nel suo articolo “Nel nuovo capitalismo l’industria vende dottrine, non prodotti”, dove lo spunto è offerto dai licenziamenti decisi da Musk per Twitter. In Twitter lavoravano schiere di dipendenti il cui compito principale era quello di misurare e selezionare i contenuti degli utenti, valutandone la cifra di “woke” contenuta in essi. “Lavorare” in Twitter consisteva, dice il nostro Castellane, nel vagliare e censurare ciò che gli utenti scrivevano e questo ben oltre la naturale funzione di moderazione e di limitazione per i trasgressori delle regole. Esclusivamente i contenuti in linea con i capisaldi della cultura “woke” potevano contare non solo sull’impunità ma sul più convinto sostegno. Castellane conclude il suo articolo affermando che nella società della fine del lavoro il compito principale dei marchi mondiali di vertice non è quello di vendere prodotti: i social non producono niente, al massimo fanno pubblicità, le case di moda non vendono a un vasto pubblico, e ciò perché l’unica cosa che conta davvero è il messaggio politico, l’indottrinamento culturale, la definizione di bene e di male, gli stili di vita suggeriti. Ciò che si vende è essenzialmente messaggio culturale, perché la mente del consumatore deve essere plasmata, quella è la vera finalità dei mercati più avanzati, i quali servono per mostrare come bisogna vivere, cosa pensare, quali limiti oltrepassare, in che modo e in che momento. A quel punto vendere un prodotto è l’ultimo dei problemi. Bravo Castellane!

D’altronde come non rendersi conto, per esempio, che nell’attuale campionato mondiale in Qatar l’oggetto non sia il calcio, ma come i calciatori, nonostante gli accordi Fifa-Qatar, riescano a far passare il messaggio che sembra essere diventato la ragione di vita del nuovo capitalismo: la dottrina Lgbt. Tutto il resto è noia.

Antonio Catalano

 
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