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L'unica speranza PDF Stampa E-mail

11 Dicembre 2023

 Da Comedonchisciotte del 10-12-2023 (N.d.d.)

Se qualcuno crede che l’orribile situazione italiana, in termini sociali, economici e addirittura etici possa essere corretta da forze politiche endogene, sperabilmente nuove e con appoggio popolare, vive nel mondo dei sogni o in qualche epoca passata che ormai è morta e sepolta, consigliate anche un paio di sedute dallo psicoanalista (ammesso che servano a qualcosa). Se qualcuno crede che l’Italia di oggi sia uno Stato, con la esse maiuscola, dotato di sovranità e autonomia politica, vive nel mondo dei sogni o in qualche epoca passata che ormai è morta e sepolta, ma più probabilmente necessita di cure psichiatriche. Se qualcuno crede che la democrazia sia un supremo valore fra i “valori occidentali”, una forma di governo ineguagliabile che garantisce la libertà e la sovranità popolare, che votare in modo democratico possa portare qualcosa di positivo, per il popolo e la nazione, necessita con tutta evidenza di cure psichiatriche urgenti.

Non c’è più “lo stellone” che ci protegge e questa volta non finirà a tarallucci e vino, come fu in occasione della pesante crisi petrolifera del 1973, che poi è stata superata nonostante le domeniche a piedi, senz’auto, e l’elevato costo del petrolio grazie ai sauditi, perché questa volta ci mancano gli anticorpi e ancor più “le palle” ( volendo essere spiritosi a tutti i costi) e abbiamo un palese deficit di sovranità, indotto dall’appartenenza alla cosiddetta alleanza atlantica e all’unione europea, che non permette in nessun caso politiche autonome, né in campo economico né in quello delle relazioni internazionali, senza neppure il conforto di una nostra moneta. Inoltre, il passaggio “traumatico” dalla prima alla seconda repubblica, ben orchestrato dai poteri esterni che già miravano alle grandi privatizzazioni e alla moneta unica, con l’aiuto determinante della magistratura e di forze oscure, ci è stato alla lunga fatale, facendo parte di un piano orchestrato per sottometterci e depredarci, tanto che oggi dovremmo rimpiangere i vecchi partiti di massa, come la DC, il PCI, il MSI e persino il PSI … Personalmente, facendo un confronto fra i presdelcons di quest’epoca, l’ultimo qui compreso a pieno titolo, e l’allora tanto vituperato Bettino Craxi, “vittima” della vicenda Chiesa (Pio Albergo Trivulzio noto come “Baggina” di Milano), coperto di contumelie, monetine e costretto all’esilio in Tunisia fino alla morte, per non scontare almeno una decina di annetti di carcere, mi verrebbe da dire senza meno: Craxi santo subito! Il che potrebbe sembrare enorme, ma non lo è dati gli sviluppi successivi che tutti, dalla fine dei Novanta a oggi, abbiamo subìto e l’opposizione di Bettino alla prospettiva di perdere il controllo della moneta.

Tuttavia, l’aspetto più grave della questione è la riduzione di molta parte della popolazione italiana in prima battuta a un branco di incoscienti ancora felici (anni Ottanta e inizio dei Novanta), poi a un branco di idioti sociopolitici che le bevevano tutte, già costretti all’impoverimento di massa (anni Novanta e primi Duemila, grossomodo fino al 2011-2012 o poco oltre) e infine a un branco di zombi sempre più poveri e controllabilissimi, questa volta non imputabili ai pittoreschi riti vudù ma ad altri “riti” malvagi, non-morti che oggi vediamo caracollare per le strade come se niente fosse stato. In questa situazione non si può sperare di avere le forze, le risorse e le energie necessarie per raddrizzare la situazione e recuperare la sovranità nazionale perduta, né vi può essere sostegno popolare alle iniziative di lotta di una vera opposizione (gli zombi caracollano e non lottano! A meno che non mangino carne umana, come accade solo nei film), ma dirò di più e di peggio, in quanto non può sorgere in questo paese depauperato delle “risorse umane” e della spinta ideale una vera opposizione, mancando completamente i quadri disposti al rischio e alla lotta e i programmi politici ambiziosi per salvare l’Italia, allontanandola a tale scopo dalle “cattive compagnie”, altrimenti dette alleanze occidentali, che la tengono in pugno, la usano per i loro scopi perversi e la saccheggiano con “mercato” e “Europa”.

In questa situazione interna a dir poco disarmante (e completamente disarmata! In particolare dopo gli invii di armi ai nazisti ucraini, carne da cannone della cosiddetta alleanza atlantica), soltanto accadimenti esogeni rilevanti sul piano geopolitico possono porgere un barlume di speranza e di cambiamento vero, quindi è meglio rivolgere l’attenzione ai quadranti dello scontro geopolitico in atto e alle possibilità di vittoria di quelle potenze “ribelli” all’impero che potrebbero, di riflesso con la vittoria sul campo, liberarci dal giogo, anche se questo di certo non è il loro scopo prioritario. Faccio ammenda su questo punto cruciale, perché molti anni addietro mi scontrai, insulti personali e contumelie compresi, con euroasiatisti e “lagrassiani” (professor Gianfranco La Grassa), che guardavano con decisione allo scontro geopolitico già in atto e in prospettiva, e scambiai il loro atteggiamento per “ideologia” sostitutiva di quelle novecentesche, che fin dagli anni Ottanta si davano per morte e sepolte, sostituite da una sorta di ordoliberalismo occidentale, universale e globalizzante da estendere a tutto il pianeta, in ciò confortato, purtroppo, dal filosofo Costanzo Preve, il mio Maestro, il quale mi disse che fare della disciplina geopolitica un’ideologia è semplicemente folle. Se fossi stato meno miope, avrei compreso già da lunga pezza che quando lo scontro verticale fra classe dominante/ classe globale e classe dominata/ classe povera latita, com’era già allora evidente in Italia data l’idiotizzazione massiva dilagante e la “compra” a tutto campo di politici, giornalisti, intellettuali e accademici, con il loro completo assoggettamento ai padroni sopranazionali, una rivoluzione non è possibile e nemmeno pensabile, e in questa situazione non resta che rivolgere l’attenzione allo scontro orizzontale fra potenze, al Risiko geopolitico in atto, scegliendo la parte a noi più favorevole, che sicuramente non è quella riassunta dalla vaga espressione di “alleanze occidentali” e che ormai controlla integralmente la penisola, come se fosse una colonia a sua completa disposizione … A riprova di quanto affermo, la Federazione Russa ha sempre desiderato rapporti amichevoli, nonché un’estensione dei rapporti commerciali con l’Italia e con la Germania, e nei suoi confronti noi italiani (ma anche i tedeschi, credo) abbiamo un grande debito, cioè la fornitura per anni di gas naturale a basso prezzo (non quello di usura del “libero mercato” speculativo), consentendo all’Italia di rallentare la decadenza e il depauperamento industriale, alla popolazione di non subire costi oltre l’insopportabile per riscaldare la casa d’inverno, e all’intero paese di rinviare nel tempo un completo “bang” socioeconomico, nonostante l’azione contraria delle politiche neoliberiste imposte dalla UE/ eurolager. Eppure la Federazione Russa oggi è considerata un nemico, i rapporti economici sono stati progressivamente interrotti, la russofobia è stata diffusa ad arte ed è penetrata nelle menti indebolite, e le forniture dirette di gas naturale a basso prezzo sono andate a farsi benedire, accelerando il declino del paese. Vero è che se Atene piange, Sparta non ride, così i nostri vecchi kapò di eurolager, i tedeschi, sono anche loro “nella peste” quasi come noi […]

A complicare il quadro geopolitico d’insieme, trascurando scenari minori di conflitto come il Kossovo, l’Azerbaigian, il Niger che possono riaccendersi, dal 7-8 di ottobre abbiamo l’ennesima al-Nakba (o catastrofe) provocata dall’entità sionista nei confronti dei palestinesi, questa volta nella misera Striscia di Gaza, così l’interesse delle “alleanze occidentali” si è spostato in quel teatro, più pericoloso di quello ukraino, sostenendo senza riserva alcuna gli ebrei, condannando a morte o all’esodo milioni di civili palestinesi e cogliendo l’occasione per “coprire mediaticamente” la prossima sconfitta militare in ukraina (lo stato che non c’è, o che non c’è più) ad opera dei russi, che al momento stanno avanzando in diversi settori del fronte. Naturalmente, la “guerra contro i bambini” condotta spietatamente dagli ebrei super-armati vede anche gli italiani zombificati e i pavidi tedeschi schierati “anima e core” con gli ebrei e con il furore “deuteronomico” che anima il massacro, tutti pedissequamente a sostegno dell’entità sionista illegale in Palestina, come da “ordine di scuderia” delle cosiddette alleanze occidentali, il che mi consente di affermare che i “valori occidentali” e le conseguenti alleanze ci spingono inevitabilmente dalla parte sbagliata e più sanguinaria della storia, appoggiando gli ebrei sterminatori e invasori, come e più degli ukraini nazisti di Kiev e Leopoli, carne da cannone della Nato. Questa volta, però, i crimini rischiano di essere troppo grandi e disgustosi, tanto che gli stessi Usa, cuore nero dell’impero del male di cui sia noi sia i tedeschi siamo mere colonie senza più un’anima, si preoccupano un poco, in prospettiva futura, perché dopo la rapida perdita e la disastrosa ritirata dall’Afghanistan, oggi saldamente controllato dai Taliban, ecco spuntare la probabilità crescente di una sconfitta sul campo in ukraina per mano russa (dopo tanta propaganda menzognera e contraria!), con l’aggravante che si rischia una futura sconfitta strategica dell’impero malvagio anche in Medio Oriente, come risulta dalla seguente notizia del 2 dicembre, pubblicata non da un sito di vera informazione/ controinformazione, ma da un agenzia servile come l’Ansa: https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2023/12/02/usa-israele-tuteli-civili-gaza-o-sara-sconfitta-strategica_3d0fa3ac-5550-400f-857f-8db6f3ebfdf1.html Usa, Israele tuteli civili Gaza, o sarà sconfitta strategica. Austin, ‘prevenga anche violenze coloni in Cisgiordania’. Il capo del Pentagono mette in guardia Israele sul rischio di una “sconfitta strategica” nella sua guerra contro Hamas se non terrà conto degli avvertimenti sul crescente numero di vittime civili a Gaza. “Ho personalmente spinto sui leader israeliani per evitare vittime civili, per evitare una retorica irresponsabile e per prevenire la violenza dei coloni in Cisgiordania”, ha detto il segretario alla Difesa Usa Lloyd Austin, secondo quanto riportato dall’agenzia Bloomberg. […]

Il rischio che corriamo (noi, i tedeschi e altri europei soggetti all’impero) è perciò di un forte depauperamento e un arretramento drammatico dal punto di vista socioeconomico e delle condizioni materiali di vita, perché le risorse confluiranno verso il centro dell’impero malvagio e sicuramente i collaborazionisti locali, come Meloni e Scholz non solo non contrasteranno questo processo ferale già in atto, ma lo favoriranno in ossequio al padrone … che gli permette di mantenere la posizione di vassalli e (sotto)governare. Nessuna illusione, d’altra parte, nell’efficacia di una “opposizione democratica” parlamentare, basata furbescamente sulla fedeltà alla Nato, agli Usa e alla UE, che può fungere esclusivamente da specchietto per le allodole e garantire la continuazione delle stesse politiche di depauperamento e rapina, confermando le perniciose “alleanze occidentali”, nessuna illusione di riscatto dall’interno del paese con le proprie forze e un appoggio di massa, che nelle nostre condizioni latitano, ma uno sguardo vigile sullo scontro geopolitico in atto, sperando che vinca “il migliore” ossia il più favorevole a noi … Nel nostro caso specifico il “migliore” potrebbe essere soltanto la Federazione Russa, che non è imperialista e potrebbe risolversi a liberare tutta l’Europa, non con la guerra(!) ma usando semplicemente la sua influenza e i rapporti commerciali di reciproco vantaggio, dopo aver assestato qualche colpo decisivo all’impero malvagio nel vecchio continente (Ukraina) e altrove nel mondo, imponendogli di arretrare mollando la presa su di noi. Certo, nell’immediato oltre a depauperamento di risorse e impoverimenti di massa più drammatici di quelli già vissuti, potremmo dover affrontare un inasprimento del controllo, da parte dei collaborazionisti locali dell’impero, una folle e martellante propaganda, una valanga di menzogne e disinformazione sempre più invasiva e feroce, con la criminalizzazione delle poche voci libere se non addirittura una repressione violenta per fronteggiare qualche “riot”, dovuto al massacro sociale (che è già in atto), ma se sopravvivremo forse l’orizzonte si schiarirà e anche le “alleanze occidentali” che ci imprigionano da troppo tempo si volatilizzeranno, consentendoci di essere un po’ più padroni del nostro futuro … Una sconfitta strategica del cosiddetto occidente a guida USA (ed anglo-ebrea), transitata attraverso sconfitte militari sul campo, in confronti diretti o più spesso “per interposta persona”, la perdita progressiva di potere monetario, finanziario ed economico (e demografico!) degli Usa, ci coinvolgerebbe in pieno, come ho già scritto, nella nostra esistenza quotidiana sempre più misera e incerta, ma ci offrirebbe la chance della liberazione, ed è questa l’unica, vera speranza che ci rimane, per come siamo ridotti …

Cari saluti

Eugenio Orso

NB: Se qualcuno dovesse obbiettare che passeremo da un padrone ad un altro, per contrastare la mia analisi da “uomo della strada”, ebbene confermo che questa è proprio la mia speranza, cioè passare da un padrone spietato, saccheggiatore, privo di etica, che non ha alleati e amici ma soltanto servi sacrificabili, segnatamente gli Usa, a un “padrone” più benevolo, non imperialista, che custodisce gelosamente le sue tradizioni, che un’etica ce l’ha e che tratta gli altri popoli alla pari, in tal caso la benemerita Federazione Russa.

 
Genocidio PDF Stampa E-mail

7 Dicembre 2023

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 Da Rassegna di Arianna del 5-12-2023 (N.d.d.)

La lucida, coraggiosa giornalista australiana, Caitlin Johnstone, afferma che se un governo dovesse dare inizio al genocidio di un popolo – una strategia destinata a durare nel tempo, anni o decenni, a meno che non riuscisse a cacciarli prima, dalla loro terra, con la forza – inizierebbe con l’eliminazione del maggior numero possibile di donne e bambini. La loro soppressione, com’è evidente, risolverebbe il problema nella culla, è il tragico caso di rilevare, impedendo il riprodursi di un popolo che quell’ipotetico governo genocidario intendesse spazzar via. A ben guardare quel governo farebbe esattamente ciò che Israele sta facendo a Gaza. Quel governo genocidario prenderebbe poi di mira i civili e le infrastrutture civili per rendere assai difficile o impossibile la sopravvivenza della popolazione da eliminare. Guarda caso si tratta proprio di quello che Israele sta facendo a Gaza. Sempre quel governo genocidario punterebbe quindi ai centri culturali, con il fine di distruggere le radici storiche della popolazione da sopprimere, demolendo luoghi di cultura, musei e edifici religiosi. Sarà anche qui una coincidenza, ma è esattamente ciò che Israele sta facendo a Gaza. Sempre quell’ipotetico governo genocidario cercherebbe anche di colpire i membri migliori, i più preparati e competenti di quella sciagurata popolazione, sterminando medici, avvocati, accademici, giornalisti e leader di pensiero, al fine di impedire la possibile ricostituzione di quella civiltà che intende depennare dalla mappa del mondo. Ancora una volta, esso farebbe esattamente ciò che sta facendo Israele a Gaza. Inoltre, per condividere le responsabilità dei crimini commessi (non si sa mai che un giorno qualcuno possa essere chiamato a rendere conto!), quell’ipotetico governo incoraggerebbe tutti i membri della leadership del paese (non solo della compagine governativa) a far uso di tale retorica genocida, mascherata o esplicita, affinché tale progetto appaia una scelta di tutto il paese, non solo di qualche settore politico-militare temporaneamente uscito di testa. Sarà un caso, ma vengono alla memoria alcune espressioni utilizzate dal governo israeliano (ad es. Yoav Gallant, Min. della Difesa, secondo il quale i palestinesi sono animali umani) quando ha spiegato al mondo cosa intende fare a Gaza. Quel medesimo governo genocidario aggredirebbe poi la popolazione indesiderata con ogni mezzo – bombardamenti aerei, ordigni al fosforo bianco o di qualsiasi altro colore – forzandola a dirigersi verso il confine, facendo poi trovare le altre nazioni davanti alla tragica scelta di accogliere quella misera umanità, con tutti gli inconvenienti politici e sociali che tale scelta comporterebbe, o di assistere a un altro massacro, sulla base del principio di diritto internazionale auto-generato da quello stesso governo genocidario e sintetizzabile come segue: “vi avevo avvertiti, non fingete di ignorare le conseguenze della vostra colpevole inerzia”. E per aiutare quelle nazioni a decidere in fretta continuerebbero a piovere su quelle genti esplosivi di ogni genere, mentre i loro spazi di vita si ridurrebbero sempre più, inesorabilmente. Quel governo genocidario, infine, una volta sbarazzatosi di quell’ingombrante popolazione, ripopolerebbe la terra lasciata vuota con persone compatibili, con quanto riguardo all’etica e alla civiltà giuridica nazionale o internazionale si può solo immaginare. Ebbene, sarà un’altra coincidenza, ma questo è proprio ciò che Israele sta facendo a Gaza, sotto gli occhi inerti o spenti del mondo intero e con l’ignobile copertura (mediatica, finanziaria e militare) della superpotenza americana, un paese dove governo, stato profondo e stato permanente (finanza, industria militare e intelligence) quando si occupano di Medioriente devono rendere conto a Israele (i cui interessi in America sono rappresentati dalla potentissima Aipac), se del caso anche contro gli stessi interessi della nazione americana, che talvolta (seppur raramente) divergono da quelli dello Stato Ebraico. E tutto ciò in barba a ogni criterio di democrazia, responsabilità giuridica ed equità, oltre che di una dose davvero minima di umanità. Vergogna!

Alberto Bradanini

 
La gabbia delle emozioni PDF Stampa E-mail

6 Dicembre 2023

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Cultura della competizione, ricchezza materiale, culto dell’apparire, liquefazione valoriale, identitaria e delle tradizioni, mito della tecnologia, materialismo, individualismo, sono gli ingredienti principali della ricetta alchemica che impedisce l’avvento del potere luminoso degli uomini e mantiene la pece nera dell’inferno in terra.

Chi ha doti le esprime. Chi ha la forza, bisogni e circostanza permettendo, la usa. E così accade per i poteri, quello della grazia incluso. Chi si mantiene sottomesso favorisce chi lo sottomette. Chi non sa esprimere la propria condizione tace o aggiunge frustrazione per il senso di inadeguatezza che vive. Chi non sa esprimere il proprio sentimento e stato intimo si riempie di tensioni. Queste possono essere sfogate o trattenute in funzione della loro pressione e del gradiente di super-ego disponibile. Forti pressioni possono restare inibite fino a castrarne l’esplosione, e pressioni meno intense possono scoppiare violentemente quando nessun valore morale le contiene più o quando non possono più contenerle. Come ogni altra condizione umana, la cosiddetta pazzia corrisponde a un’emozione, cioè a una capsula, che ci contiene, che ci impone pensieri, concezioni, realizzazioni. Ogni emozione è figurabile come un campo chiuso in cui ci muoviamo, scegliamo e giudichiamo secondo norme autoreferenziali alle quali pretendiamo, spesso inconsapevolmente, che gli altri si adeguino. Tanto più l’emozione è intensa, tanto più la capsula assume le sembianze di una gabbia in cui la forza egogravitazionale spegne le luci che permettevano relazioni equilibrate, l’empatia, l’accettazione della realtà, il rispetto dell’altro, la reciprocità di azione, pensieri, sentimenti e di dignità. Cadere nel buco nero di simili emozioni tende ad essere più o meno possibile in funzione dell’equilibrio della persona. Tanto più un individuo è compiuto, tanto più basso sarà il rischio di gravi inciampi. Viceversa, un essere umano inconsapevole delle proprie caratteristiche, debolezze e forze, tende a essere più esposto ad inconvenienti esistenziali. A essere facile preda del tiranno emozionale. E a pensare e muoversi secondo il volere di quest’ultimo con il quale è identificato e che crede essere se stesso.

Una cultura fondata sulla competizione, che fa della ricchezza materiale il suo scopo, mescolata ai modelli dell’apparire e ai valori individualistici che esprime, non ha in sé il necessario, né l’interesse teorico ad alimentare e proteggere valori tradizionali, a pensare politiche destinate a formare uomini compiuti e quindi relative società. La scuola, bene che vada, aveva potuto spargere il seme e trasmettere il valore del senso critico. Ma era bastato il “sei politico” per iniziarne la demolizione, che ha poi trascinato con sé una serie di altri cambiamenti che sono convogliati nel grande mare della società liquida. Un bacino oceanico in cui si è politicamente voluto affogare il valore delle tradizioni, dei ruoli, dei sessi, della famiglia, della madre e del padre. È il grande oceano del progressismo (lo stesso in cui galleggia, in balia di burrasche soffiate da lontano, anche il relitto del conservatorismo). Lo spessore di mota rimasto sulle rive è una poltiglia di valori vagolanti, in cui le identità hanno improbabilità a radicarsi. In cui l’educazione alla consapevolezza delle emozioni, dei sentimenti, del nostro sé e della via per coltivare l’invulnerabilità sono stati spinti in profondità, affinché la digitalizzazione, il mito della tecnologia e l’individualismo potessero avere una base su cui erigere i propri ponti dorati per non insozzarsi.

Chi è più debole, come in ogni buon totalitarismo è ipocritamente protetto, ma sostanzialmente condannato. La morale bigotta è un pesce vorace che nuota in grandi branchi in quell’oceano, in cui non in un solo atollo si coltiva il frutto della conoscenza, il solo in grado di mostrarci come emanciparci dalle dipendenze, di dirci quanto queste ci segnalino a che punto sia la nostra evoluzione, ci informino che l’orgoglio ha un lato b di cui nessuno ci aveva detto nulla. Quello capace di trascinarci in basso, dove le avversità e le vulnerabilità ci divorano l’energia e la creatività, ci spingono le malattie e gli incidenti e ci tengono a distanza dalla consapevolezza e che solo nell’assunzione di responsabilità di tutto, abbiamo la chiave per uscire dalla gabbia delle emozioni. Ma era già stato detto da Sigmund. Avere contezza del principio di realtà e di piacere è necessario all’uomo compiuto. E anche il suo cugino Zygmunt, ci ha poi avvertiti su quanto questo uomo non possa più avere di che costituirsi.

Lorenzo Merlo

 
L'ennesima buffonata PDF Stampa E-mail

3 Dicembre 2023

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 Da Comedonchisciotte del 2-12-2023 (N.d.d.)

Si è parlato molto, nei mesi scorsi, della questione degli extraprofitti bancari. Mentre le famiglie sono impoverite dall’inflazione (e da 30 anni di politiche liberiste), le banche sembrano nuotare nell’oro. Ordunque, stando alla propaganda del governo, l’esecutivo guidato da Meloni ha spezzato le reni alle banche, con un’imposta sugli extraprofitti bancari, orgoglio nazionale e chiaro esempio di giustizia sociale. Insomma, uno strumento a favore delle famiglie, che fanno fatica a far quadrare i conti, contro l’ingordigia del settore bancario e le conseguenze dell’innalzamento dei tassi. Ma sarà vero?

Vediamo di spiegare meglio la vicenda. Innanzitutto, perché le banche fanno extraprofitti? Il motivo è semplice. Quando la banca centrale ha rialzato i tassi d’interesse, bastonando i lavoratori, le banche hanno aumentato i tassi attivi sui prestiti che effettuano a famiglie e imprese, ma non hanno alzato quelli sui depositi delle famiglie e delle imprese. Le banche, infatti, da un lato prestano a un determinato tasso di interesse, dall’altro raccolgono fondi – i depositi delle famiglie – che remunerano a un tasso ben più basso di quello a cui prestano. Su questo differenziale fanno i loro profitti. Ovviamente, nel momento in cui i tassi attivi sono saliti e quelli passivi sono rimasti fermi, i profitti sono aumentati. Questo sembra spiegare gli extraprofitti bancari, ma in realtà manca ancora l’elemento fondamentale. Il settore bancario, con il suo alto grado di concentrazione, è un esempio perfetto di come funziona il cosiddetto “libero mercato”. Nel mondo di fantasia immaginato da alcuni economisti (quello, per capirci, in cui i meccanismi di mercato aprono automaticamente le porte verso il migliore dei mondi possibili), grazie all’aumento dei tassi applicati ai prestiti, i banchieri sarebbero indotti ad aumentare un po’ il tasso pagato ai risparmiatori, cercando di raccogliere più depositi. Il primo banchiere alzerebbe un po’ il tasso per sottrarre clientela alle altre banche, il secondo li alzerebbe ancora un po’ e così via, fino ad arrivare a una situazione simile alla precedente, con un differenziale tra i tassi più o meno invariato rispetto a prima. Se, invece, le banche sono d’accordo, se c’è un cartello o un comportamento monopolistico, nessun banchiere inizierà questa corsa al rialzo e il tasso sui depositi non sarà toccato. Quindi il motivo principale degli extraprofitti bancari è la forza dei banchieri rispetto ai lavoratori, che si esprime nella possibilità di agire di concerto per non danneggiarsi l’un l’altro. Così mentre l’inflazione sale e i salari reali scendono, le banche fanno extraprofitti, alle spalle delle altre componenti sociali.

Di fronte a questa situazione, all’inizio di agosto, Salvini, in veste di vicepresidente del Consiglio, strombazza l’approvazione, in Consiglio dei ministri, di una tassa sugli extra profitti bancari. Una buona idea, direte voi, giusto? Peccato che, posatasi la polvere della propaganda e ricevute le prime critiche delle banche (nonché della BCE), il governo abbia introdotto, molto più silenziosamente, una via d’uscita per le banche, un escamotage per permettere loro di non pagare di fatto un euro sui famosi extraprofitti. La versione definitiva della tassa sugli extraprofitti, infatti, permette alle banche di scegliere se pagare la tassa o accantonare fondi per rinforzare il patrimonio. In questo secondo caso, le banche avrebbero dovuto accantonare un volume di fondi pari a 2,5 volte l’ammontare che avrebbero altrimenti pagato allo Stato. In altri termini, le banche sono state messe dal Governo davanti al seguente dilemma: pagare le tasse o non pagarle? Voi cosa fareste?

Strano a dirsi, praticamente nessuna banca ha pagato l’imposta e quasi tutte hanno accantonato fondi. Secondo alcuni analisti, poi, queste cifre da accantonare sono grosso modo simili a quelle che le banche avevano già in proposito di mettere da parte per la patrimonializzazione. Oltre al danno la beffa: persino le banche pubbliche hanno usato l’escamotage degli accantonamenti (fermo restando che delle banche pubbliche, in Italia, non è praticamente rimasto nulla)! Ovviamente se i fondi che si prevedeva di raccogliere tramite questa imposta non saranno raccolti (diversamente da quanto ipotizzato dal governo, per il quale il gettito non cambierà), bisognerà far quadrare il bilancio dello Stato in qualche modo, magari con un po’ di tagli o di spending review. Insomma, di giustizia sociale se n’è vista poca, di orgoglio nazionale ancora meno.

Tirando le somme e al di là della natura ambigua stessa del concetto di extraprofitto – se tutti i profitti derivano dallo sfruttamento del lavoro, quali sono i profitti legittimi e quali quelli extra? – rileva ancora una volta la totale acquiescenza e servilismo del Governo di fronte a chi detiene le leve del potere economico e finanziario. Così si spiega la recita che ci è stata propinata negli ultimi mesi: strepitare a voce alta contro le banche cattive e poi, però, scrivere un decreto che permette alle banche stesse di non tirare fuori neanche un euro. Con un ulteriore nota di colore: come ha reagito il Governo di fronte all’evidenza che di fatto tutte le banche preferivano (ovviamente) accantonare invece che pagare? In nessuna maniera, a testimonianza di quanto, sin dall’inizio, la tassazione degli extraprofitti non fosse altro che una boutade propagandistica. L’ennesima buffonata che serve a mascherare la natura di questo Governo, a chiacchiere di rottura nei confronti delle politiche degli ultimi decenni, ma nei fatti del tutto allineato ai desiderata del capitale e delle istituzioni internazionali che ne curano gli interessi.

ConiareRivolta

ConiareRivolta è un collettivo di economisti indipendenti

 
Potere sub-imperiale PDF Stampa E-mail

29 Novembre 2023

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 Da Rassegna di Arianna del 27-11-2023 (N.d.d.)

Ho appena finito di leggere “Potere sub-imperiale” di Clinton Fernandes, ex ufficiale dei servizi segreti australiani e ora professore di studi internazionali e politici all’Università del Nuovo Galles del Sud. Per completezza di informazione, Clinton mi ha inviato il libro e ha scritto una bella dedica su di esso, definendomi un “educatore pubblico”, che è un modo carino per dire che twitto troppo. Ma non scriverei questo se non mi piacesse davvero il libro, che ritengo sia una lettura essenziale se si vuole capire la geopolitica australiana o se si è interessati alla geopolitica in generale.

Il libro fa una delle migliori descrizioni dell'”ordine internazionale basato sulle regole” che abbia mai letto, descrivendo nei dettagli come l’Australia non sia un vassallo o uno Stato cliente degli Stati Uniti, come molti credono, ma piuttosto una “potenza sub-imperiale”. Ciò significa che l’Australia, così come altre “potenze sub-imperiali” come Israele o il Regno Unito, sono essenzialmente gli scagnozzi dell’attuale dominio “imperiale” degli Stati Uniti, con il compito di preservarlo nelle rispettive regioni. Ciò significa che, in quanto scagnozzi, non sono tanto vittime di un dominio egemonico statunitense, quanto piuttosto ritengono di trarne benefici così sproporzionati da essere disposti a fare di tutto per aiutare gli Stati Uniti a preservare questo dominio contro le vere vittime, coloro che perdono in modo sproporzionato dall’ordine.

Uno degli aspetti più interessanti del libro è il modo in cui si discosta dalle teorie del realismo, sostenute da personaggi come John Mearsheimer o Stephen Walt, che affermano che tutti gli Stati – a prescindere dalla cultura, dalla religione, dalla gerarchia sociale o dal sistema politico – agiranno allo stesso modo perché tutti danno priorità alla sopravvivenza e alla sicurezza sopra ogni altra cosa. Essi affermano che, dato che la massimizzazione del potere è il modo migliore per sopravvivere nel sistema internazionale, se ne avessero l’opportunità tutti gli Stati cercherebbero di diventare egemoni come lo sono oggi gli Stati Uniti o ieri la Gran Bretagna imperiale. Fernandes presenta una tesi molto diversa, che a mio avviso spiega molto meglio il funzionamento del mondo e il comportamento storico dei vari Stati. Il suo punto di vista è che c’è qualcosa di unico nella geopolitica degli Stati Uniti, e in quella degli Stati coloniali occidentali che li hanno preceduti, in quanto hanno queste caratteristiche estremamente aggressive – l’impulso a soggiogare e saccheggiare gli altri – che in realtà spesso danneggiano la loro sicurezza piuttosto che salvaguardarla. E lo spiega con l’indebito potere che la classe ricca ha sullo Stato in quei sistemi di governo.

Il che è difficile da negare se si guarda alle cose storicamente: per esempio, è stata la Compagnia delle Indie Orientali a iniziare la colonizzazione e il saccheggio dell’India, non lo Stato britannico che è arrivato solo in seguito per pacificare essenzialmente la crescente ribellione in India in modo da perpetuare il saccheggio in corso. Oppure prendiamo un esempio più recente: la guerra in Iraq. Ha pochissimo senso dal punto di vista della sicurezza o della sopravvivenza degli Stati Uniti, ma ha un ottimo senso dal punto di vista dell’egemonia economica o delle compagnie petrolifere statunitensi. O ancora l’attuale conflitto a Gaza, che è estremamente negativo per la sicurezza americana, in quanto genera in tutto il mondo musulmano una marea di odio contro l’America e distoglie l’attenzione americana da sfide geopolitiche più importanti. Ma ha senso se lo si guarda dal punto di vista della perpetrazione di un sistema egemonico. In altre parole, il punto di Fernandes è che la caratteristica chiave dell'”ordine internazionale basato sulle regole” riguarda l’effettiva struttura del sistema sociale ed economico americano (o britannico, francese, australiano, ecc.), che cerca di imporre un ordine in cui il mondo intero è aperto alla penetrazione e al controllo delle rispettive classi economiche nazionali. Ecco perché l’ordine riguarda l’egemonia e non la sicurezza, e perché la prima viene spesso a scapito della seconda.

È interessante notare che John Mearsheimer si lamenta spesso, se lo si ascolta: “Perché gli Stati Uniti dovrebbero agire in modi così sciocchi che vanno contro le mie teorie realiste?”. Si è opposto fermamente alla guerra in Iraq, ha messo in guardia per molti anni dal rischio di uno scontro con la Russia in Ucraina se avessimo ampliato la NATO, e continua a parlare contro l’inequivocabile sostegno degli Stati Uniti a Israele. E così facendo Mearsheimer ammette che il realismo non spiega del tutto il comportamento degli Stati e che quindi le sue teorie non sono del tutto corrette. Fernandes offre qui una spiegazione che predice meglio il comportamento effettivo degli Stati Uniti e delle loro “potenze sub-imperiali”: non si può capire il comportamento degli Stati se ci si limita a una visione stato-centrica, ma bisogna guardare anche alle caratteristiche uniche del loro sistema politico, sociale ed economico.

Un ultimo punto interessante è che, dato che sostiene che i sistemi politici ed economici degli Stati giocano un ruolo chiave nel definire la loro geopolitica, il libro di Fernandes implica la previsione che, con l’aumento del potere della Cina, essa si comporterà in modi molto diversi rispetto agli Stati Uniti e ai suoi scagnozzi imperiali. Dato il sistema cinese, cercherà indubbiamente di massimizzare il proprio potere, ma questa volta lo farà per la propria sicurezza e sopravvivenza, e non per servire gli interessi della propria classe ricca, e come tale si comporterà in modo molto meno aggressivo degli Stati Uniti. Ancora una volta, è interessante notare che anche Mearsheimer lo ammette, perché dice ripetutamente “quando sono in Cina, sono tra la mia gente”: come dire che seguono le sue teorie realiste molto più fedelmente degli Stati Uniti. Possiamo già vederne i contorni: è assolutamente ovvio che lo Stato cinese non è alla mercé della sua classe ricca, anzi, la Cina non è esattamente un Paese dove i miliardari hanno vita facile. Stessa cosa per quanto riguarda l’egemonia: La Cina non si occupa di alleanze militari (non ne ha), interferenze straniere o colpi di stato. Infatti non ha mai sparato un solo proiettile all’estero in oltre 4 decenni. Al contrario, cerca di creare un ordine con sicurezza indivisibile e rispetto reciproco incorporato nel sistema, dove idealmente sarebbe lo Stato più potente – certo – ma non per saccheggiare o sottomettere gli altri, ma perché questo garantisce la sua sicurezza e stabilità. Ed è esattamente il modo in cui si è comportata per 1.800 anni, quando era lo Stato più potente del pianeta prima della rivoluzione industriale: non ha mai cercato di colonizzare e saccheggiare il mondo, perché riteneva che ciò sarebbe andato a scapito della propria sicurezza, proprio come avviene oggi a scapito della sicurezza e degli interessi americani. Ha invece cercato relazioni commerciali e di rispetto reciproco che massimizzassero la sicurezza e la stabilità a lungo termine.

In ogni caso, dovreste leggere il libro: è fin troppo raro che un libro del genere venga scritto da accademici occidentali. In genere si leggono le solite stronzate sulla superiorità intrinseca dei valori occidentali e varie teorie mal fondate sul perché dovremmo governare il mondo. Questo libro offre una panoramica al di fuori della matrice.

Arnaud Bertrand

 
Milei come Prodi PDF Stampa E-mail

27 Novembre 2023

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 Da Comedonchisciotte del 22-11-2023 (N.d.d.)

Il neopresidente argentino è prima di tutto un “libertario radicale” o, meglio ancora, un “paleo-libertario”, rappresentante di idee vicine all’anarco-capitalismo: “Tra la mafia e lo stato preferisco la mafia, perché almeno ha dei codici e rispetta gli impegni presi, non mente ed è competitiva”.

Specialista in crescita economica, Milei per più di 21 anni è stato professore di diverse materie economiche nelle università argentine e all’estero, tra cui macroeconomia, economia della crescita, microeconomia e matematica per economisti, pubblicando diversi libri sull’argomento. La sua politica propone una drastica riduzione del ruolo dello stato, limitata unicamente alla sicurezza, all’istruzione di base e alla giustizia. “Lo stato è un’organizzazione criminale che si finanzia attraverso le tasse prelevate con la forza”. Tra le sue proposte politiche più estreme si trova la sostituzione della valuta argentina, il peso, con il dollaro statunitense, e la chiusura della Banca centrale, in nome della solidità della finanza pubblica, della stabilità del tasso di cambio e dei prezzi, e dei bassi tassi d’interesse a lungo termine.

Esattamente quello che decise di fare la nostra classe politica con l’adesione all’euro. Né più né meno. Romano Prodi, nel corso della sua campagna elettorale fece dell’Europa il tema centrale della sua proposta politica: l’UE rappresentava infatti, agli occhi della coalizione di centro-sinistra e del suo leader, un interesse nazionale primario. Ricordiamolo ancora: una volta che uno Stato rinuncia a emettere moneta rinuncia di conseguenza alla sovranità monetaria, non avendo più la possibilità di regolare la politica monetaria e il tasso di interesse secondo le esigenze nazionali. Esattamente quello che è successo all’economia italiana da quando abbiamo rinunciato alla Lira e prima ancora ad avere la nostra Banca d’Italia come prestatore di ultima istanza: subiamo le scelte monetarie della Banca Centrale Europea. I disgraziati cittadini che vivono e lavorano per gran parte della loro vita all’interno di un Paese che faccia questa scelta scellerata si ritrovano a vivere in uno Stato dove non c’è più una banca centrale che crea moneta all’occorrenza o che abbassa i tassi di interesse se bisogna favorire l’accesso al credito e gli investimenti.

Proprio gli argentini con Milei oggi, gli italiani allora erano dalla parte di Prodi, e lo votarono in massa. L’opinione pubblica italiana era la più europeista sul Vecchio continente: il segretario del Partito democratico della sinistra, Massimo D’Alema, a elezioni vinte, il 30 maggio 1996, avrebbe spiegato in Parlamento come “L’Ulivo ha vinto anche perché è apparsa come la coalizione più europea, più capace di garantire l’integrazione europea dell’Italia”.

Gli italiani avevano fatto una scelta che si rivelerà, col tempo, del tutto masochista. I parametri di Maastricht e i vincoli europei si sono rivelati assolutamente penalizzanti per la nostra economia. Esattamente come le scelte che sembrano prepararsi all’orizzonte per gli argentini. Anche se non è la prima volta che l’Argentina va nella direzione della dollarizzazione: verso la fine degli anni Novanta il governo fissò il tasso di cambio con la moneta americana, ma non funzionò perché, proprio come avviene oggi, la dollarizzazione veniva raccontata come un viatico per mettere in ordine le casse pubbliche: esattamente come fu raccontato agli italiani ai tempi della decisione di aderire alla moneta unica europea. L’euro ci avrebbe garantito stabilità e una difesa solida contro inflazione. Salvo poi accorgerci che invece aveva rafforzato la Germania. “Che cosa penso sinceramente: che l’euro resisterà perché nessuno ha interesse a buttarlo a mare, non certo la Grecia, non certo l’Italia, ma soprattutto non certo la Germania perché la Germania oggi è di gran lunga il Paese più potente e forte d’Europa grazie all’euro”. (Romano Prodi)

E tornando all’Argentina (e all’Italia), ma se uno Stato non può più finanziarsi ‘stampando moneta’, cioè, prendendo a prestito i soldi direttamente dalla banca centrale nazionale, allora è inevitabile che vada a indebitarsi con soggetti stranieri. O comunque vada a dipendere da politiche decise da istituzioni con sede fuori dai confini nazionali. Questo il destino che attende l’Argentina, la quale rischia di ammanettarsi da sola decidendo di votare Milei, che promette di dollarizzare ufficialmente contando sull’appoggio degli Stati Uniti in caso di crisi, avendo proprio la Fed come prestatore di ultima istanza. Una specie di resa di fronte al nemico, in pratica. Si potrebbe concludere, a questo punto, che di fatto le politiche economiche della destra argentina di oggi non hanno nulla di diverso rispetto a quelle della sinistra italiana di ieri. L’importante è fare sempre l’interesse di qualcun altro, basta che non sia quello della propria Nazione.

Katia Migliore

 
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