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La realtà è nella relazione PDF Stampa E-mail

19 Maggio 2022

Nell’orgia razionalistica, che domina la creatività di questa cultura fondata sull’oggettività della realtà, avvengono distorsioni, distrazioni e dimenticanze. Queste però non appaiono in quanto tali, ma come semplici ricondotte del mondo, della realtà, del pensiero al razionalismo. Più precisamente, sarebbe opportuno dire riduzioni al razionalismo. Ovvero il tentativo – riuscito secondo il razionalismo – di ridurre l’infinito entro categorie, quantità, parametri finiti, arbitrari, autoreferenziali; di inquadrare e orientare anche la vita relazionale secondo uniformanti logiche finalistiche e deterministiche. La tangente che prende il discorso razionalista si genera nel non ammettere che la realtà è nella relazione. Basta questa banalità per riconoscere l’assurdità della mente razionalista-materialista di definire, descrivere, spiegare, consigliare tutto e per tutti. È un ordine delle cose divenuto abitudine e consuetudine, dunque verità, in penultimo dogma e, infine, superstizione. Ovvero non più osservato, non più discusso o criticato. Tutto è ridotto ad una sola logica, ad una sola prospettiva, ad una sola rappresentazione. Ad una sola realtà. Se in contesto strettamente teoretico-scientifico non c’è nulla da eccepire, in quello morale, humus dell’umano, c’è da inorridire. È un punto dal quale prende le mosse la prospettiva scientista, ovvero quell’intento di esaurire nella scienza meccanicista – considerata per eccellenza razionalismo puro – tutto il reale e, contemporaneamente, escludere dal reale quanto la medesima non è in grado di misurare, catalogare, comprimere.

Se tutto ciò ha una ragione storica che lo legittima, ha anche un campo di applicazione in cui rende il suo servizio. Tutte le nostre affermazioni hanno ragione d’essere e di verità entro il campo coerente che le genera. È quello dell’amministrazione, cioè quel terreno determinato da protocolli condivisi o accettati. Lo si potrebbe definire bidimensionale, dove tutto è fermo e chiaro ai giocatori del momento. Ma, nuovamente, non è quello relazionale, che potremmo definire volumetrico, in cui tutti gli elementi dell’universo di ogni giocatore si muovono in ogni modo lasciando spazio a un’altra ovvietà, ovvero che l’equivoco è lo standard. Una banalità assoluta che tutti noi possiamo riconoscere prendendo una qualunque delle relazioni personali e non che riempiono l’arco della nostra biografia. Per comodità del discorso, si può considerare un’espressione qualunque del razionalismo normoprotocollare, della vita prêt-à-porter a taglia unica, nonostante l’irriducibile molteplicità delle differenze che ci distinguono. Per esempio, le scale delle difficoltà delle attività sportive. Per quanto certamente sorte per rendere un servizio e un’indicazione, a causa della cultura che ci costringe il pensiero, sono più facilmente impiegate come riferimento definitivo. Diviene così ordinario ascoltare commenti e perplessità che altro non derivano se non dall’inconsapevole messa a confronto della nostra esperienza con un dato considerato definitivo. Nell’attività dell’arrampicata, e non solo, si sente dire: “Non è vero che quel tiro è di 6a, è molto più difficile” o più facile. E altro del genere. Le scale che sarebbero da intendere come indicazioni di massima, alla stregua delle previmeteo, sono invece assunte come plinti di realtà. “Avevano detto che pioveva e, invece, neanche una goccia”.

Ne risultano dunque equivoci. Consapevoli del fermo immagine del campo bidimensionale, espediente obbligatorio per esprimere un giudizio, diviene possibile accedere alle consapevolezze che permettono di riconoscere la realtà in quanto relazione. È quanto fanno gli psicoterapisti, i didatti, i pedagoghi, alcuni docenti, la maggioranza delle madri. E anche gli scienziati, in particolare quelli che hanno potuto riconoscere il potenziale umanistico della fisica implicato nella meccanica quantica. Una specie di realtà nella relazione in senso stretto. Osservato e osservatore non sono separabili, come implicitamente ritiene la scienza classica. In questi termini, con certe consapevolezze, la scala delle difficoltà torna a fornire il suo miglior servizio. Non solo.

Gli adepti hanno modo di evolvere se stessi. Diviene infatti vero che la miglior informazione sulla difficoltà di una certa salita non è più fornita dal grado assegnatole, ma dal compagno di cordata che meglio di chiunque conosce le caratteristiche psicofisiche generali e del momento del suo socio, le sue doti, le sue motivazioni. Conoscendo già la salita, potrà informarlo che quel terreno è adatto o meno alle doti del momento del compagno. Tutti gli scalatori sanno che certe salite tendono ad essere compiute proprio perché non se ne conosce il grado assegnato dalla letteratura. Viceversa, accade anche che, proprio per la conoscenza del grado assegnato, si consideri una salita troppo facile o troppo difficile. Nel primo caso, ci si può trovare al cospetto di un terreno eccessivo per noi. Nel secondo, a rinunciare alla salita. In ambo i casi si ha a che fare con una mortificazione della nostra libertà di espressione, che altro non è che l’incongruenza dell’umano nel protocollo. Come accennato, per la comunicazione si tratta di banalità concettuali, ma di segreti in contesto relazionale. Da svelare attraverso un percorso personale, non per capirli, ma per incarnarli, per emetterli nel fare ordinario delle relazioni. Una verità che dovrebbe uscire dagli studi psicoterapici ed entrare nel fare di tutti.

L’infinito che siamo non sta nella regola. Nella bidimensione esprimiamo una parte di noi. Cogliere il volume è il passo necessario per la miglior relazione col mondo. Nel volume, nell’infinito, c’è già tutto. È anche in questo il nietzschiano eterno ritorno dell’uguale. Tutte le posizioni, tutti i perché, tutto ciò che accade. Ci sono il tempo e lo spazio e la logica, nonché la loro arbitrarietà, la rivelazione brutale della loro consuetudinaria natura, tanto necessaria e utile all’amministrazione della vita, quanto mortificante se estesa alla vita tutta. Tempo e spazio non sono che misure delle nostre azioni, calcolate dall’instabilità dei sentimenti. Nel volume c’è modo di riconoscere l’uomo e il significato della magia. Il giardinetto di giudizi e attributi che scambiamo per realtà, inconsapevoli che i primi, credendo di conoscerla e di svelarla, non fanno che ridurre e distorcere la seconda a proprio uso e consumo. Non fanno che allontanarci dall’intero, riducendoci a impostori di imbrattata, ideologica narrazione. È un giardinetto egoista, per il quale possiamo uccidere e farci uccidere.

Lorenzo Merlo

 
Scialba figura servile PDF Stampa E-mail

18 Maggio 2022

 Da Rassegna di Arianna del 16-5-2022 (N.d.d.)

A differenza dei media italiani che ne hanno dato il massimo risalto, negli Stati Uniti il viaggio di Draghi a Washington è passato del tutto inosservato e questo la dice lunga sul presunto prestigio internazionale di cui godrebbe. Il prestigio lo si guadagna nel momento in cui si tutelano gli interessi della propria nazione non quando si decide di asservirla ai voleri di una potenza straniera dalla quale poi si ottiene, nel migliore dei casi, indifferenza, nel peggiore, disprezzo.

La formazione culturale e le esperienze lavorative di Draghi stanno a dimostrare come il bene e l’indipendenza dell’Italia non siano mai state propriamente in cima ai suoi pensieri. Dopo la laurea alla Sapienza, consegue il Phd presso il Massachusetts Institute of Technology e nei cinque anni di studi trascorsi a Boston, si “americanizza” ed il suo amore per l’Italia, ammesso che ne avesse, passa decisamente in secondo piano. Dal 1984, ricopre la carica di direttore esecutivo della Banca Mondiale entrando in quel mondo della finanza internazionale del quale farà sempre parte e dal quale sarà sempre condizionato. Dal 1991 al 2001 è Direttore Generale del Tesoro, inaugurando il suo personalissimo sistema di porte girevoli che gli ha consentito di ricoprire incarichi istituzionali alternati a collaborazioni con le più importanti società finanziarie del pianeta. È durante questo suo mandato che si svolge la nefasta riunione sul Panfilo Britannia, nel corso della quale si mettono a punto le strategie per privatizzare- di fatto regalare - aziende di eccellenza operanti in settori di importanza vitale per la Nazione. Draghi apre i lavori con una relazione dalla quale emerge chiaramente come si sarebbe messo da parte il benessere del popolo e la democrazia per accomodare le pretese delle maggiori istituzioni finanziarie angloamericane. Consapevole che le privatizzazioni avrebbero avuto effetti sulla occupazione non se ne cura e concludendo con la frase “stiamo per passare dalle parole ai fatti”, lascia il panfilo prima che prenda il largo per la crociera durante la quale si sarebbe pianificato quanto da lui auspicato. Questo incontro avviene il 2 giugno 1992 e solo tre mesi dopo, nel settembre successivo, George Soros scatena un attacco alla lira che si deprezza del 30 per cento. Questa speculazione è la conseguenza della inutile quanto autolesionista difesa del cambio della lira che aveva polverizzato le riserve valutarie della Banca d’Italia, stimate in circa 48 miliardi di dollari. I maggiori responsabili di questa catastrofe sono dal punto di vista politico, il premier Giuliano Amato ed il ministro del Tesoro Piero Barucci e dal punto di vista tecnico, il Governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, il Direttore Generale del Tesoro, appunto Mario Draghi, oltre al suo vice, Lamberto Dini. Ciampi è l’unico a presentare le dimissioni che vengono comunque respinte. Per tutti gli altri ci si affretta a far scendere un velo sulle responsabilità anche se non mancano voci isolate che ipotizzano collegamenti tra la discussa crociera del Britannia che, di fatto, aveva aperto le porte del ministero del Tesoro ai banchieri angloamericani ed il deprezzamento della nostra moneta che aveva consentito di acquistare le nostre aziende a prezzi di saldo. Tutte le accuse vengono però velocemente messe a tacere e tutto dimenticato. Naturalmente noi non possiamo sapere se questi comportamenti che hanno provocato danni giganteschi alla nostra economia siano frutto di malafede o incapacità, in ogni caso questi personaggi non avrebbero dovuto mai più ricoprire cariche pubbliche, invece a distanza di trent’anni, li ritroviamo ai vertici delle istituzioni: Presidente della Corte costituzionale, Giuliano Amato e Presidente del Consiglio, Mario Draghi. Ogni commento appare superfluo!

Dal 2002 al 2005, Draghi diventa Vice -Presidente e Managing Director di Goldman Sachs la quale, è bene ricordarlo, era stata una delle società di consulenza del governo italiano nel processo di privatizzazioni; poi Governatore della Banca d’Italia; presidente del forum per la stabilità finanziaria; direttore esecutivo per l’Italia della Banca Mondiale; Presidente della Banca Centrale Europea; membro di svariati organismi finanziari internazionali quali il G30, Bilderberg, Trilateral. Per Mario Draghi, parlare di conflitto d’interesse appare francamente riduttivo ma tant’è! È chiaro che attendersi da una figura come la sua la tutela degli interessi nazionali rappresenti una pia illusione. Allo scoppio della guerra in Ucraina, Draghi si è subito distinto come convinto soldatino di Biden, appoggiando incondizionatamente la linea dura di Washington senza le esitazioni ed i comprensibili dubbi sollevati da Macron e Scholz, giustamente preoccupati per le drammatiche ripercussioni che avrebbero provocato ai propri paesi la rottura di relazioni politiche ed economiche con la Russia. Al contrario, Draghi ha subito fatto sua la linea dura, andando anche oltre, con attacchi personali a Putin, denunciando la linea revanscista del Cremlino, invocando una reazione rapida, ferma ed unitaria, elogiando l’eroica resistenza del popolo ucraino contro la ferocia di Putin e descrivendo l’Italia come un fedele alleato totalmente allineato alle direttive USA sulle sanzioni dure alla Russia. Anche riguardo alle armi da inviare all’Ucraina, Draghi ha immediatamente assecondato i voleri di Washington, approvando la cessione di “apparati e strumenti militari che consentano all’Ucraina di esercitare il diritto alla legittima difesa e di proteggere la sua popolazione”. Da settimane, da Pisa e da Pratica di Mare, aerei da trasporto fanno la spola con la base aerea polacca di Rzeszow a 70 chilometri dal confine ucraino ed anche ora che Biden rilancia con la richiesta di ulteriori invii, Draghi sembra sia orientato ad accontentarlo. Diciamo sembra perché il Presidente del Consiglio non ha alcuna intenzione di chiedere l’autorizzazione del Parlamento, secretando addirittura la lista del materiale bellico che intende fornire all’Ucraina. Per lui, gli interessi nazionali passano sempre in secondo piano rispetto a quelli dei suoi padroni. Draghi rappresenta il simbolo vivente del mondo delle banche e della finanza internazionale dal quale dipende totalmente. Una scialba figura assurta a ruoli sempre più importanti per eseguire servilmente gli ordini dei sacerdoti della religione del dollaro.

Mario Porrini

 
Il diritto del "come mi sento" PDF Stampa E-mail

17 Maggio 2022

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 Da Rassegna di Arianna del 15-5-2022 (N.d.d.)

Il signor Renato Giovine, di anni 64, si è presentato all’ufficio anagrafe del suo comune di cittadinanza e ha chiesto di modificare la sua età dimezzandola a 32. L’impiegato, sbigottito, non sapendo cosa fare, ha chiamato il capo dell’ufficio per ascoltare la richiesta insolita del cittadino. I due hanno guardato allibiti il signor Giovine come se fosse un malato di mente o in stato di alterazione mentale. Ma il Signor Renato ha esposto con calma e lucidità le sue motivazioni, e di fronte al diniego imbarazzato dei due dipendenti comunali, si è riservato di inoltrare la sua richiesta alla prefettura e al tribunale. Il ragionamento del Giovine non fa una piega perché si fonda su analoghi precedenti, già vigenti sul piano anagrafico e sul piano biologico. Per le prime, è noto che in Italia è possibile cambiare i propri connotati, il proprio cognome. Il Ministro dell’Interno, sul sito prefettura.it prevede infatti che ogni cittadino italiano che abbia l’esigenza di cambiare il proprio nome o cognome, perché ridicolo o vergognoso o perché rivela l’origine naturale o per motivi diversi da quelli indicati, possa intraprendere il procedimento predisposto dal Regolamento per la semplificazione dell’ordinamento dello stato civile (DPR 396 del 3/11/2000), così come modificato dal DPR n.54/2012. Compiuto l’iter, trascorsi trenta giorni dall’affissione della richiesta, in modo da verificare se ci sono opposizioni al riguardo, il Prefetto, accertata la regolarità delle affissioni e vagliate le eventuali opposizioni, provvede a emanare il decreto di concessione al cambiamento del cognome richiesto. Non diversa possibilità è concessa a chi decide di cambiare sesso. Per accertare la “disforia di genere” occorre attestare l’estraneità rispetto al proprio sesso biologico e dimostrare malessere e disagio per il sesso attribuito alla nascita. Dal 2015 non è più necessario per il cambiamento di sesso che vi sia un’operazione chirurgica. Con sentenza della corte di Cassazione n.15138/2015, e con sentenza della Corte costituzionale n.221/2015, è stabilito che l’intervento chirurgico non è obbligatorio per il cambio di sesso e la scelta se eseguirlo o no spetta esclusivamente alla persona interessata. Presentato il ricorso e superato il percorso stabilito il tribunale italiano competente per territorio, procede alla rettificazione del sesso e al relativo cambio del nome.

Se è possibile cambiare cognome e mutare sesso perché non dev’essere possibile, si è chiesto il signor Renato Giovine, cambiare lo stato anagrafico e biologico di persone come lui che dimostrano e sentono di avere un’età inferiore o comunque diversa da quella indicata dall’anagrafe e dalla biologia e soffrono malessere e disagio per l’età? Ma non solo. Se il fondamento metagiuridico delle norme è ormai nella libera volontà del soggetto, ovvero “come io mi sento” e non come sono per gli altri, per l’anagrafe o per la biologia, perché non dev’essere possibile mutare l’età, retrodatare o postdatare la propria età a quella che si sente realmente di avere? Certo, devi sottoporti a un iter e a una serie di controlli, come accade per i cambi di sesso e di cognome, e dimostrare che non hai finalità diverse nella richiesta di modificare i connotati anagrafici (per esempio, usufruire in anticipo della pensione o viceversa tardare il pensionamento e restare in età lavorativa; o scaricarti di responsabilità verso terzi). Ma la richiesta è legittima. Se non avrà soddisfazione dalla prefettura e dal tribunale, il signor Giovine ricorrerà alla Corte costituzionale, forte della sua comprovata sensibilità a modificare con sentenze, come quella recente sui doppi cognomi, assetti giuridici ritenuti ormai stantii e superati dalla realtà.

Anche sulla cittadinanza si sta stabilendo il principio che ciascun abitante della terra possa andare a vivere dove ritiene di farlo, senza limitazioni e senza essere considerato un clandestino (il reato fu abolito). Ovvero, nessun obbligo, nessuna restrizione nell’accoglienza, dicono molti giuristi ed esponenti umanitari (Papa incluso) ma solo la volontà del soggetto di trasferirsi dove vuole. Siamo o no cittadini del mondo, senza frontiere? Renato Giovine sente di avere energie, impulsi, che corrispondono alla metà dei suoi anni biologici; non accetta il carcere anagrafico a cui la natura matrigna lo sottopone. Ma la molla profonda e segreta che lo ha spinto alla richiesta è un trauma infantile: da ragazzino gli rimase impressa la canzone dei Cugini di Campagna, Quando avrò 64 anni. Avendo temuto per una vita il fatidico passaggio, allo scoccare dei 64 ha deciso di cambiare un’età che non sente di avere e che gli procura sofferenza.

Come forse avrete sospettato, il signor Renato Giovine non esiste, anche se quattro anni fa in Olanda un quasi settantenne, Emile Ratelband, si rivolse davvero al tribunale di Arnhem, a sud-est di Amsterdam, per chiedere di spostare la sua data di nascita all’anagrafe avanti di vent’anni, dal 1949 al 1969. E sulla sua scia in Italia inventarono un fantomatico comune di Bugliano, che aveva già predisposto i moduli per richiedere il cambio d’età. Ma scherzi a parte, l’assurda, pirandelliana situazione lascia un bel dubbio: ma se la realtà, la natura, la biologia, la consuetudine, contano meno della volontà soggettiva e dei desideri individuali, se tutto quel che è dato in natura o in anagrafe possiamo revocarlo, perché non dovremmo relativizzare anche l’età e adattarla ciascuno al proprio sentire?

Marcello Veneziani

 
Basta con i ricatti PDF Stampa E-mail

16 Maggio 2022

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 Da Comedonchisciotte del 9-5-2022 (N.d.d.)

Sono stati smentiti clamorosamente certi nomi altisonanti della cardiologia italiana che sul Vol. 22, N. 11 di novembre 2021 del Giornale Italiano di Cardiologia scrivevano: “Casi di miocardite e pericardite in giovani individui, prevalentemente di sesso maschile, dopo la vaccinazione mRNA contro il COVID-19 si possono verificare molto raramente e, comunemente, si manifestano con forme cliniche lievi caratterizzate da un’evoluzione favorevole. Non esistono ad oggi dimostrazioni di una relazione certa causa-effetto tra vaccinazione e sviluppo di miocardite e pericardite, nonostante il breve intervallo temporale tra i due eventi suggerisca la presenza di una relazione.” Parole che, forse, volevano spegnere l’allarme crescente sollevato dai numerosi casi di cronaca riferiti a tante vite stroncate da malori improvvisi, notizie non riportate dai grandi media, ma dalla stampa indipendente sì, che hanno iniziato a trapelare con inquietante eco.

È successo, però, che se anche da un lato si è tentato di gettare acqua sul fuoco, dall’altro sempre più gli studi scientifici, provenienti da vari paesi del mondo, hanno iniziato a documentare l’aumento di frequenza di malattie cardiache anche gravi (in particolare miocarditi/pericarditi acute) nei giovani e giovanissimi dopo le vaccinazioni. E più recentemente, proprio a fine aprile, è arrivato – sempre in tema di eventi avversi cardiaci (che, però, non è l’unico filone purtroppo) – l’ennesimo interessante lavoro scientifico, questa volta pubblicato dalla prestigiosa rivista Nature, che documenta chiaramente l’associazione tra l’aumento statisticamente significativo degli eventi cardiovascolari di emergenza nella popolazione UNDER 40 in Israele e il lancio della vaccinazione anti-Covid. Scrivono gli autori: “Nel periodo gennaio-maggio 2021 è stato rilevato un aumento di oltre il 25% in entrambi i tipi di chiamata (arresto cardiaco e sindrome coronarica acuta), rispetto agli anni 2019-2020. I conteggi settimanali delle chiamate di emergenza erano significativamente associati ai tassi di prima e seconda dose di vaccino somministrata a questa fascia di età, ma non ai tassi di infezione da COVID-19. I risultati sollevano preoccupazioni per quanto riguarda gli effetti collaterali cardiovascolari gravi non rilevati indotti dal vaccino e sottolineano la relazione causale già stabilita tra vaccini e miocardite, una causa frequente di arresto cardiaco inaspettato nei giovani.” E più avanti nel documento il concetto è ribadito nuovamente: “Esiste un’associazione solida e statisticamente significativa tra il conteggio settimanale delle chiamate CA (arresto cardiaco) e ACS (sindrome coronarica acuta, in pratica infarto) e i tassi di prima e seconda dose di vaccino somministrata a questa fascia di età. Allo stesso tempo, non è stata osservata alcuna associazione statisticamente significativa tra i tassi di infezione da COVID-19 e il conteggio delle chiamate CA e ACS.” Infine concludono: “Questi risultati sono rispecchiati anche da un rapporto sull’aumento delle visite al pronto soccorso per problemi cardiovascolari durante l’introduzione della vaccinazione in Germania, nonché sull’aumento delle richieste di servizi di emergenza sanitaria per incidenti cardiaci in Scozia”.

Questa recente pubblicazione lancia un serio allarme per la necessità di un’indagine approfondita e si auspica che non passi inosservata alle autorità sanitarie e politiche. Benché miocardite e pericardite possano svilupparsi naturalmente anche a causa dell’infezione da SARS-CoV-2, in base a dati scientifici provenienti da molti Paesi, ormai sta emergendo sempre più chiaramente la verità e cioè che il rischio di problematiche cardiache anche gravi derivanti dalla vaccinazione è molto alto. Difficile, a questo punto, (anche per i più convinti) continuare a credere alla storia che “i benefici superano i rischi.” Inaccettabile (per chi, fin da subito, ha posto domande e sollevato dubbi) seguitare a sopportare certi ricatti. Impensabile (per ogni persona di buon senso) sottostare a eventuali futuri obblighi.

Valentina Bennati

 
Vincolo esterno PDF Stampa E-mail

14 Maggio 2022

 Da Appelloalpopolo del 10-5-2022 (N.d.d.)

Il 9 maggio del 1978, fu assassinato Aldo Moro. Venne assassinato su mandato dei nostri “alleati” (UK e USA su tutti) e col tacito benestare di una buona parte delle istituzioni italiane. Il 16 marzo 1978 la Fiat 130 che trasportava Aldo Moro fu intercettata da un commando delle Brigate Rosse. Moro venne rapito e, dopo 55 giorni di sequestro, il 9 maggio 1978, venne ucciso. Ma perché le Brigate Rosse ammazzarono Moro? Come spiega Giovanni Fasanella, autore de “Il puzzle Moro”, «le Brigate Rosse furono gli utili idioti di un disegno internazionale che era un attacco all’Italia e alla politica italiana compiuto con l’apporto di quinte colonne interne». In base a documenti desecretati a Londra e a Washington (e alle acquisizioni della commissione d’inchiesta parlamentare sul caso Moro), è dimostrato come USA e Regno Unito, con la complicità di Francia, Germania e Unione Sovietica, avessero interessi convergenti a fermare Moro. L’omicidio di Aldo Moro costituisce un caso internazionale per eccellenza. Tra gli anni ’60 e ’70 la politica estera morotea, soprattutto quella mediterranea, e il disgelo tra DC e PCI rappresentarono un pericolo per gli equilibri mondiali. L’Italia andava fermata. A tutti i costi.

“Dobbiamo scoraggiare le iniziative indipendenti del governo italiano nel Mediterraneo e in Medio Oriente”. Nota interna del Foreign Office, 1970. – “Azione a sostegno di un colpo di Stato in Italia o di una diversa azione sovversiva”. Titolo di un documento top secret del governo britannico contro la politica di Aldo Moro, 1976. – “Le ingerenze sono, sempre e comunque, di parte. Tuttavia, nel caso dell’Italia, dobbiamo fare qualcosa di concreto e non limitarci a discutere”. Reginald Hibbert, sottosegretario del Foreign Office con delega alle questioni europee, 1976. – “L’influenza di Moro e Berlinguer sulla politica estera italiana è forte e potrebbe avere serie ripercussioni […] Il governo italiano va mantenuto sulla giusta via”. Rapporto dell’ambasciatore britannico a Roma Alan Hugh Campbell, 1977.

Aldo Moro, come Enrico Mattei e altri ancora, venne ucciso dal vincolo esterno. Venne ucciso perché con la sua linea politica stava mettendo in discussione il ruolo di colonia che i nostri “alleati” avevano deciso per l’Italia. Oggi in Italia abbiamo una classe politica disposta a sacrificare noi pur di rispettare il vincolo esterno (UE, euro e NATO). Oggi, noi cittadini italiani, il nemico lo abbiamo in casa. Ma come ci spiegò lo stesso Moro durante la seduta per la Costituzione di martedì 3 dicembre 1946, «si precisa come al singolo, o alla collettività, spetti la resistenza contro lo Stato, se esso avvalendosi della sua veste di sovranità, tenta di menomare i diritti sanciti dalla Costituzione e dalle leggi».

Gilberto Trombetta

 
La nuova religione PDF Stampa E-mail

13 Maggio 2022

 L’economia e la tecnologia non sono più strumenti operativi ma ideologie, contenitori di pensiero e creatività. Hanno sostituito la morale e la politica umanista. L’ordoliberismo è la nuova religione che ha richiamato a sé individui da ogni dove, rendendo obsoleto il concetto di destra-sinistra. Si potrebbe dire che con questa epoca, della globalizzazione e digitalizzazione, si svolta tutti a destra. L’epopea socialista si è sciolta nell’acido disperso dai laboratori neocon. A dire il vero, è accaduto anche a quella sovranista, a sua volta posticcia rispetto all’anima spirituale della destra originale. In pratica, è sparito dall’orizzonte cultural-politico tutto il basamento su cui ha poggiato la storia democratica fino a qui. La politica si è venduta all’economia, convinta di aver fatto un affare. E a ragione, se il desiderio era quello di passare dal potere delle idee a quello del denaro. Ma non lo ha fatto per stupidità. Di sé, sono certo, non potrà che dire di averlo fatto per lungimirante arguzia. Condivido. Se arguto è stare nascosti nel cavallo di Troia del nuovo ordine mondiale, parcheggiato da tempo in tutte le società atlantiche e non. Le persone sono state accalappiate con promesse di libertà e garanzie di libero arbitrio, ed educate a colpi di paura di morte, di perdita di guadagni, di accuse di tradimento della morale sociale, della scienza, delle istituzioni. E sono state anche soddisfatte con premi morali – di materiale se ne parlerà solo se l’obbedienza persevererà. Le celebrazioni politico-istituzionali-mediatiche delle bandiere colorate, dei medici eroi, della disgregazione dell’identità sessuale e familiare, di quella nazionale e delle molteplici sovranità regalate, dissipate, gettate o delegate al padrone americano, dell’importazione di immigrati che pur di sopravvivere accetteranno qualunque condizione capestro, della criminalizzazione dei “brigatisti” dissenzienti che ponevano domande e chiedevano risposte mai pervenute, dei “miserabili del web” rei di aver urlato l’assenza di vergogna di una stampa senza dignità, sono state il premio di cui si pavoneggia la maggioranza di noi. Un popolo ignaro di non essere – una volta di più – il detentore della politica, né di essere – sempre più – identificato, identificabile in funzione produttivistico-economica. Se questo lo volete chiamare progresso, fate pure. Basta intendersi sul gergo. E se non volete intendere Pasolini e, con molto anticipo, Tocqueville e altri terrapiattisti, proseguite pure nel vostro surrogato di progresso. “L’idea di formare una sola classe di cittadini sarebbe piaciuta a Richelieu: questa superficie tutta eguale facilita l’esercizio del potere”. (Alexis de Tocqueville, L’Antico regime e la Rivoluzione – 1856) “Non è raro vedere sulla vasta scena del mondo delle moltitudini rappresentate da pochi uomini che parlano in nome di una folla assente o disattenta, che agiscono in mezzo all'universale immobilità disponendo a capriccio di ogni cosa: cambiando leggi e tiranneggiando a loro piacimento sui costumi; tanto che non si può fare a meno di rimanere stupefatti nel vedere in che mani indegne e deboli possa cadere un grande popolo”. (Alexis de Tocqueville, La democrazia in America – 1835)

Chiunque possa giocare bene per ridurre i costi del capitalismo occidentale in funzione concorrenziale a quello cinese, assai più basso, non avrà mai da temere niente. Sarà l’eletto, godrà di carriera e bonus e, come un cretino, dirà che tutto va bene perché lui continua ad andare a sciare con sua moglie e poi alla spa e sono felici. “Che gli altri vadano a vivere in Russia se pensano qui si stia male” è nientemeno che il miglior argomento che si possa sentire dire. Affermato, per altro, con convinzione profonda, come se parlare non possa sussistere senza dover espatriare. L’edonismo e l’opulenza hanno definitivamente scollegato gli uomini dalla natura e dal senso della comunità identitaria. Si combattono l’aberrazione neoliberista, ma molto fa sospettare abbiano stravinto con lo stesso sistema del bon-bon usato con gli indigeni da depredare. Uomini che non sospettano di essere carne da conteggio dentro l’algoritmo del controllo sociale. Che non sospettano di essere condotti a quella condizione affinché il barlume d’inganno non risvegli in loro quei sensi indomabili da svegli. Affinché l’intossicazione e l’assuefazione imponga loro ancora più dosi di grande fratello, di novella 2000, di champions league, di isola dei famosi, da assumere felici. Affinché i venditori di progresso, prosperità, giustizia e verità possano vincere a mani basse.

Creare dissenso sociale genera un costo istituzionale dispersivo che riduce la forza egemonica alla quale l’occidente punta, costi quel che costi. Nel firmamento di campioni a sostegno del progetto in corso prendiamo l’ultimo. L’Italia è passata in un anno dal 41esimo al 58esimo posto nella classifica mondiale sulla libertà di stampa. Gente comune, gente ucraina, gente russa non fa niente. Vanno bene tutte, sono solo fisiologici danni collaterali da accettare sul grande cammino per confrontarsi con la Cina e, se possibile, per mettere in ginocchio anche lei. La questione guerra, in questo caso, è mondiale. Una strategia che prevede un crescente desiderio e amore della maggioranza verso politiche autoritarie, che finalmente facciano funzionare le cose, impastate da troppo tempo nella pece burocratica. E allora viva la digitalizzazione, il 5G, i chip sottocutanei, la vita a punti, il tracciamento assoluto, i lockdown, le nuove pandemie dalle quali saranno esenti gli ubbidienti, vuoi scommetterci.  L’opposizione sarebbe anche spiritualmente forte, ma è composta da cani sciolti tra le maglie della rete.

Tutto va a destra e nel modo più pdestre. Non c’è bisogno di alcuna idea. Basta essere paladini del futuro di cui tutti parlano. Governo, politica, media fanno un corpo unico per la formazione di un pensiero unico della maggioranza, della cultura, dei pensieri, dei comportamenti. Il grande muscolo atlantico è ancora un bicipite da vantare.

Lorenzo Merlo
 
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