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Malattia terminale PDF Stampa E-mail

19 Maggio 2023

 Da Rassegna di Arianna del 15-5-2023 (N.d.d.)

Sta muovendo qualche onda l'esclusione del fisico Carlo Rovelli dalla cerimonia di apertura della Fiera del Libro di Francoforte, cui era stato precedentemente invitato. La colpa di Rovelli è stata quella di contestare – peraltro in modo argomentato - le scelte del governo rispetto al conflitto tra Russia e Ucraina. Avendo fatto parte Rovelli fino a ieri del novero degli “accreditati” dal sistema mediatico, questa volta si è inarcato persino qualche sopracciglio nella borghesia semicolta, nei lettori di corriererepubblica e fauna affine. Purtroppo a quest’influente fascia della popolazione sfugge del tutto la gravità di ciò che accade da tempo, come un andamento sotterraneo, continuo, capillare.

C'è una linea rossa continua che si dipana nella gestione dell’opinione pubblica occidentale da anni e che ha subito un’accelerazione dal 2020. È una linea che si lascia vedere in superficie solo talora, come nella persecuzione di Assange (o Manning, o Snowden, ecc.) fino a censure minori, come quella assurta oggi agli onori delle cronache. Il senso profondo di questo movimento sotterraneo è chiarissimo: perseguimento della verità e gestione del discorso pubblico in occidente sono oramai indirizzi incompatibili. A Rovelli viene imputato qualcosa di imperdonabile, ovvero di aver tradito l’appartenenza alla cerchia degli onorati dalle élite di potere, mettendole in imbarazzo. Questo non può e non deve accadere. Oggi il discorso pubblico ha il permesso di oscillare tra due poli, a un estremo la polemicuzza innocua e autoestinguentesi sull’orsa o la nutria di turno, all’altro i rifornimenti di munizioni alla linea dettata dal capo, cioè dalla catena di comando a guida americana dietro al cui carro - sempre meno trionfale - siamo legati. Per le verità più pesanti e pericolose vige l’ordine di distruzione, come evidenziato dal caso di Assange la cui vita è stata distrutta per segnare un esempio e un ammonimento a qualunque altro soggetto eventualmente incline alla parresia. Per le insubordinazioni minori (tipo Rovelli, Orsini, ecc.) basta la caduta in disgrazia presso i cortigiani, che si riverbera in censure, piccoli ricatti silenti, e poi in discredito, blocchi di carriera, ecc.

Tutto ciò si condensa in una sola fondamentale lezione, una lezione implicita che il nostro intero sistema di formazione delle menti, giornali, televisioni, scuole, università, ecc. consapevolmente o inconsapevolmente implementa: “Tutto ciò che è discorso pubblico è essenzialmente falso.” Questa è la lezione che i giovani ricevono precocemente e da cui traggono tutte le conseguenze del caso, in termini di disimpegno e abulia. A tale lezione si sottrae solo in parte qualche parte della popolazione meno giovane, in cui si agita ancora l’illusione di aspirazioni passate (“partecipazione”, “democrazia”, ecc.).

La “realtà” in cui ci troviamo a nuotare funziona però secondo il seguente ferreo sillogismo: 1) Tutto ciò che abbiamo in comune gli uni con gli altri come cittadini, come demos, è il discorso pubblico mediaticamente nutrito; 2) Ma quel discorso pubblico è oggi puramente e semplicemente menzognero (o schiettamente falso, o composto di frammenti di verità ben selezionati, funzionali a creare uno desiderato effetto emotivo); 3) Perciò non c'è più nessun possibile demos, nessun possibile discorso pubblico, e dunque nessuna leva perché un’azione collettiva possa cambiare alcunché. Mettetevi il cuore in pace, si salvi da solo chi può.

In questa cornice peraltro si staglia per interesse l’atteggiamento dei superdiffusori di menzogne certificate, dei mammasantissima dell’informazione e del potere, attivissimi nel denunciare ogni eterodossia sgradita come “fake news”. E così ci troviamo di fronte allo spettacolo insieme comico e ripugnante dove i comandanti di corazzate dell’informazione chiedono il perentorio affondamento di canotti social per non aver benedetto abbastanza l’altruismo di Big Pharma, o per essere stati teneri con Putin, o per non aver rispettato l’ultimo catechismo politicamente corretto, e così via. Viviamo in un mondo in cui la menzogna strumentale è oramai la forma dominante della verbalizzazione di interesse pubblico.

C'è chi vi reagisce con mero disimpegno rassegnato; chi si chiude angosciato nella propria stanza tipo hikikomori; chi cerca paradisi artificiali in pillole; chi accetta il gioco cercando di usarlo per tornaconti a breve termine (perché nessun altro orizzonte è disponibile); c'è chi cade in depressione; chi impazzisce; c'è chi ogni tanto spacca tutto per poi tornare a battere la testa contro il muro della propria cella; e c'è chi sviluppa quella forma particolare di pazzia che sta nel lottare disarmato contro i giganti sperando si rivelino mulini a vento. Sul fondo fluisce la corrente della storia dove il nostro vascello occidentale ha preso un ramo digradante e con inerzia irreversibile accelera verso la cascata. Una volta che la parola pubblica ha perduto la propria capacità di veicolare verità, ridarvi peso è impossibile. Ogni ulteriore parola spesa per correggere le falsità del passato, se raggiunge la sfera pubblica viene per ciò stesso percepita come debole, logora, impotente. La società che abbiamo apparecchiato è una società senza verità e togliere la verità al mondo sociale significa condannarlo a una malattia terminale. Quanto dureranno gli scricchiolii, quanto la caduta di intonaci, quanto le infiltrazioni d’acqua, quanto resisteranno ancora gli spazi abitabili sempre più ristretti, questo non è facile prevedere, ma un mondo senza verità è un mondo senza logos, e non può che sfociare in quella dimensione dove le parole sono superflue perché violenza e morte ne hanno preso il posto.

Andrea Zhok

 
Giochi di guerra e popoli muti PDF Stampa E-mail

17 Maggio 2023

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 Da Rassegna di Arianna del 15-5-2023 (N.d.d.)

Si è molto discusso sugli obiettivi che Mosca si prefiggeva di raggiungere, avviando l’Operazione Speciale Militare, e su come questi si siano assai velocemente dimostrati irraggiungibili. Cosa che ha costretto ad un radicale cambio anche della strategia militare. Ma un elemento è sicuro: nonostante la propaganda occidentale lo abbia dipinto come un pazzo sanguinario, il nuovo Hitler – Putin (ed il gruppo dirigente che lo affianca, a partire da Lavrov) è, al contrario, un uomo prudente, per certi versi si potrebbe dire un moderato. Di sicuro, la strategia politico-militare sviluppata via via dal 24 febbraio 2022 è stata ed è caratterizzata da un elevato autocontrollo, che cerca costantemente di evitare l’escalation del conflitto. Questa scelta, precipuamente politica, e di cui gli europei dovrebbero essergli eternamente grati, non è il frutto di un possibile timore verso la NATO (la sua potenza militare), ma di un preciso calcolo. Ovviamente, e soprattutto a partire dal momento in cui a Mosca hanno compreso che questa è una guerra della NATO contro la Federazione Russa, e non un semplice conflitto regionale di marginale interesse per l’Alleanza atlantica, per la leadership russa è divenuto chiarissimo che un pezzo importante del conflitto si sarebbe combattuto fuori dall’Ucraina, nell’arena internazionale.

Non restare isolata internazionalmente era ed è vitale, per una prospettiva strategica di lungo termine. Ciò a partire dalla Cina, che è partner fondamentale proprio in vista del futuro, ma non solo. Tutto ciò che Mosca è riuscita a mettere in campo in questi 15 mesi – dalla spinta incredibile che hanno avuto i BRICS+ al rafforzamento della SCO, dal rapporto commerciale con l’India a quello anche politico con la Turchia, dall’espansione dell’influenza in Africa alla pacificazione in Medio Oriente  – non sarebbe stato possibile se, al contrario, si fosse lanciata in una campagna militare distruttiva. Pechino è consapevole che la Russia è stata costretta al conflitto dall’occidente, così come è consapevole di essere il prossimo bersaglio. Quindi, il rafforzamento dell’alleanza strategica tra i due paesi è di reciproco interesse. Ma, al tempo stesso, l’esistenza stessa di un conflitto armato, che USA e NATO stanno usando per erigere una nuova cortina di ferro, va decisamente contro i propri interessi commerciali, quindi politici. Per la Cina, pertanto, la non escalation è fondamentale, e certamente Xi Jinping lo ha fatto presente all’amico Putin.

Su un piano più strettamente militare, Mosca deve considerare due aspetti. Il primo, minore ma non troppo, è che la guerra prima o poi finirà, e si troverà a dover dividere un confine (divenuto più lungo) con l’Ucraina. La distruzione del paese, posto che avrebbe potuto accelerare la fine della guerra, avrebbe comunque lasciato un profondo sentimento di ostilità, nel quale sia le forze del risorgente nazismo europeo, sia la NATO (che peraltro storicamente usa le prime in funzione antirussa), avrebbero sguazzato. L’interesse russo non è semplicemente la vittoria, ma la sicurezza – quindi, non semplicemente la pace, ma in qualche misura la pacificazione. L’altro aspetto, è che per certi versi questo conflitto è importantissimo non solo per la Russia, ma anche per la NATO. Sia pure in modi e tempi diversi, entrambe si giocano una partita esiziale. Per Mosca, quella politica e (forse) territoriale, per l’Alleanza quella della sopravvivenza in quanto coalizione politico-militare. Ne consegue – ed al Cremlino ne sono consapevoli – che Washington non può permettersi una sconfitta. E quanto più va avanti il conflitto, quanto più cresce l’investimento politico, economico e militare della NATO, tanto più difficile sarà per questa recedere. Il rischio di un conflitto diretto con le forze dell’Alleanza Atlantica va quindi evitato, non solo per le ragioni suddette, ma anche perché avrebbe un costo potenzialmente spaventoso. Anche se restasse nell’ambito di un conflitto convenzionale, le perdite umane e le distruzioni materiali sarebbero enormi da entrambe le parti. Una terza ragione per mantenere (relativamente) basso il livello dello scontro, riguarda la Russia in sé. I riferimenti sempre più espliciti alla Grande Guerra Patriottica sono evidentemente finalizzati a rimodulare il sentiment popolare su questa lunghezza d’onda, anche relativamente al conflitto con la NATO. Ma Putin e i suoi sanno perfettamente che la Russia odierna non è l’Unione Sovietica (e non solo per dimensione). Se allora c’era un paese prevalentemente operaio e contadino, con un potentissimo partito-guida, dotato di una forte ideologia (e fresco di una enorme rivoluzione…), la Russia di oggi è in realtà molto più simile all’occidente europeo. Affrontare in pieno una guerra con la NATO significherebbe la mobilitazione generale, un’accelerazione verso l’economia di guerra ancora maggiore, nonché una stretta interna; tutte cose che, nella Russia attuale, sarebbero assai complicate. Per questo la leadership russa sta lavorando alla rinascita di un’identità russa, distinta da quella occidentale. Ma è un processo che richiede tempo, quindi non si possono rischiare forzature.

Dal canto suo, la NATO si è lanciata nell’avventura ucraina avendo in mente gli obiettivi che intendeva conseguire (troncare i rapporti Russia-Europa, isolare e sfiancare Mosca), ma – come poi s’è visto – senza un’idea precisa sul come conseguirli. La temibile accoppiata tra il fanatismo ideologico dei progressisti democratici ed il feroce cinismo dei neocon è partita all’attacco della Russia, fallendo tutti gli obiettivi strategici meno uno, e cioè riportare a cuccia i vassalli europei e rilanciare la NATO come coalizione di ascari da impiegare nelle guerre future, ovunque occorra. Paradossalmente, però, proprio questa improvvisazione strategica finisce col costituire un pericolo potenzialmente esplosivo. Proprio nel momento in cui l’impero americano si appresta a giocare la partita definitiva per il dominio globale, ed in cui quindi diventa essenziale non solo contrastare contemporaneamente il proprio declino e l’ascesa delle nuove potenze, ma anche poter disporre pienamente dello strumento militare NATO, ecco che si ritrova con un’Alleanza Atlantica militarmente indebolita, ed a rischio di implosione. Se il conflitto ucraino dovesse concludersi con un’evidente sconfitta del disegno strategico americano, è chiaro che la NATO scricchiolerebbe e incertezze e dubbi si farebbero strada tra gli alleati che più hanno da perdere. Se questo è il quadro, si comprende facilmente che per Washington è fondamentale non uscire perdenti dalla guerra ucraina. Ma ovviamente questo è un esito non solo non facile da ottenere, ma sul quale non c’è neanche uniformità di vedute. A parte gli alleati chiave (Gran Bretagna e Polonia), che sono anche i più bellicosi, all’interno delle oligarchie statunitensi si confrontano ancora partiti diversi. C’è chi pensa che valga la pena continuare a sostenere Kiev sino allo stremo, perché ciò comunque logorerà l’apparato militare russo. C’è chi pensa che sarebbe meglio trovare una via d’uscita diplomatica, costringendo gli ucraini ad accettare (almeno temporaneamente) la rinuncia ai territori perduti. Ma c’è anche chi ritiene ancora possibile battere Mosca sul terreno. Il risultato è che per un verso si continuano a gettare risorse enormi nel tritacarne ucraino (siamo ormai a svariate centinaia di miliardi…), ma sempre un po’ alla volta, cosicché non riescono mai a divenire sufficiente massa critica, tale da mutare gli equilibri, mentre dall’altro si determina una escalation di fatto, con la fornitura di armi sempre più potenti. Mentre sul terreno di battaglia russi e ucraini si massacrano vicendevolmente, Mosca e Washington continuano a portare avanti il loro grande gioco. Il rischio, crescente, è proprio che il gioco sfugga di mano e i giochi di guerra divengano guerra vera, senza che nessuno avesse inizialmente voluto arrivarci. Perché – non ci si stancherà mai di dirlo – una volta cominciata, la guerra ha vita propria. E la dialettica bellica che si è instaurata tra la Federazione Russa e la NATO è pericolosissima. Per un verso, l’impero statunitense – che non vuole il confronto diretto – è costretto a investire sempre di più (più soldi, più armi, più potenza di fuoco) per evitare la sconfitta. Per un altro, la Russia lascia che la NATO aumenti il suo impegno, senza una ferma reazione, perché a sua volta non vuole il confronto diretto. Ma tutto ciò può fatalmente condurre al baratro. È la solita vecchia storia della rana bollita. Se non si pone uno stop deciso, la temperatura salirà un po’ alla volta fino a quando sarà troppo tardi.

Per quanto la moderazione russa abbia, come detto, delle validissime ragioni, c’è il forte rischio che finisca, al contrario, per condurre laddove nessuno vorrebbe arrivare. È sin troppo evidente che porre continue linee rosse e poi lasciare che vengano superate è assolutamente controproducente e finisce col far credere al nemico di poter superare indenne anche la successiva, incoraggiandolo di fatto a farlo. Oltretutto, questa moderazione rischia di diventare anche uno spreco. Si pensi alla campagna di bombardamenti sulle installazioni energetiche ucraine. Centinaia e centinaia di missili e droni, sicuramente grandi danni inferti, ma strategicamente non hanno spostato nulla. Si doveva portarla sino in fondo, facendo collassare il sistema in maniera totale e definitiva, per ottenere il risultato, mentre così è stato un lavoro a metà. Nonostante numerosi attacchi terroristici, in Russia e nei territori liberati, non c’è stata sostanzialmente alcuna risposta, mentre sarebbe stato ovvio aspettarsi – quantomeno – la distruzione del quartier generale dei servizi segreti ucraini. Non c’è stato alcun serio tentativo di distruggere tutti gli aeroporti, almeno quelli con piste adatte ai jet da combattimento. Non si sono interrotte le linee di comunicazione stradale e ferroviarie. Tutti gli attacchi strategici sono stati parziali, senza mai portare a casa il risultato pieno. È chiaro che la Russia ha messo nel conto una guerra anche di lunga durata, con quel che ne consegue in termini di perdite umane e materiali, pur di evitare il rischio di una deflagrazione maggiore. Ma, anche in considerazione delle logiche che animano la coalizione avversa, senza che si stabilisca – e si mantenga – una vera red line, le possibilità che il gioco sfugga di mano aumentano di giorno in giorno. Se pure ogni tanto sono stati lanciati segnali effettivi (da ultimo, la distruzione del bunker sotterraneo misto ucraino/Nato), il fatto che poi i russi stessi vi mettano un po’ la sordina dimostra che non hanno chiaro come funzionano le cose nel campo occidentale. Andrebbe infatti adottata una linea opposta, enfatizzandoli al massimo, al fine di colpire l’immaginario delle opinioni pubbliche europee e statunitensi, di cui i governi NATO devono in qualche modo tener conto. In buona sostanza, la coalizione occidentale dovrebbe avere la percezione concreta che il rischio non è né astratto, né ancora lontano. E peraltro, quando hanno da capire capiscono. Basti vedere come hanno accorciato il raggio di volo degli aerei spia sul mar Nero…

Stiamo su un piano inclinato. Forse oggi gli unici che lo vedono con chiarezza sono i cinesi. Sfortunatamente, Pechino da sola non può fare nulla, ha bisogno di trovare una sponda. Per gli Stati Uniti, che identificano nella Cina il nemico principale e che sono già irritatissimi per il successo della mediazione cinese tra Iran ed Arabia Saudita, è assolutamente impensabile concedere quest’altro successo diplomatico alla Repubblica Popolare. La posizione occidentale – a mezza via tra l’ipocrisia e la stupidità – è quella di chiedere a Pechino di convincere Mosca a fermarsi. Una cosa che la Cina non solo non può fare, ma che non ha neanche interesse a fare – in questi termini. Per sbloccare la situazione, quindi, sarebbe necessaria una interlocuzione terza con la Cina. Che non può essere la Turchia (sempre che Erdogan superi lo scoglio elettorale), e nemmeno il Brasile. Né l’India. Gli ultimi due, oltretutto, stanno nei BRICS+ con Russia e Cina, quindi…

In questo risplende la spaventosa assenza, anzi vera e propria latitanza, dell’Europa. Non quella dell’UE, ovviamente, perché ormai si è totalmente piegata ai desiderata di Washington, riducendosi a megafono politico della NATO. Al contrario, l’Unione Europea si sta avviando – con un’incoscienza sconcertante – su una strada terribile, quella dell’allargamento del conflitto in Europa. Che ne siano consapevoli o meno, i vertici di Bruxelles stanno operando in questa direzione, in piena concordanza sia con i peggiori bellicisti del continente (Londra e Varsavia), sia con quei settori dell’establishment americano che veramente credono nella possibilità di battere la Russia sul campo. Negli ultimi tempi si sono moltiplicati gli slittamenti in questa direzione. La decisione di usare il fondo europeo “per la pace” per finanziare l’acquisto di armi per l’Ucraina; Josep Borrell che dice che bisogna investire nell’adeguamento delle infrastrutture viarie europee, per renderle adeguate alle esigenze di trasporto militare; Thierry Breton che sostiene che l’Europa deve avviare la transizione verso un’economia di guerra; la decisione di usare anche i fondi del PNRR per acquistare munizioni per Kiev… E poi arriva Rob Bauer (capo del Comitato militare della NATO): dobbiamo essere pronti ad una guerra.

È chiaro che, senza una rottura del fronte occidentale, anche piccola, ovunque e comunque si manifesti, continueremo a scivolare verso il baratro, con l’unica speranza che accada qualcosa – qualsiasi cosa – in grado di evitarlo. Purtroppo, se il governo europeo è cieco e complice e quelli dei vari paesi sono ancor più pavidi e vassalli, la tragedia è che i popoli tacciono. Afoni, muti. Come se avessero più paura di alzarsi contro la guerra che non di finirci dentro sino al collo. Anche loro si stanno facendo bollire come la rana. Stando così le cose, dobbiamo ringraziare la moderazione di Putin, Lavrov e gli altri; se al Cremlino ci fossero oggi i falchi, ossia gli equivalenti dell’attuale gruppo dirigente statunitense, la Russia si starebbe preparando per sferrare un attacco preventivo contro la NATO in Europa approfittando della sua temporanea debolezza ed impreparazione.

Enrico Tomaselli

 
Dieci argomenti contro le catene europee PDF Stampa E-mail

15 Maggio 2023

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 Da Comedonchisciotte del 12-5-2023 (N.d.d.)

Ci sono almeno dieci buoni motivi per uscire da questa gabbia soffocante che è l’Unione Europea. Se ne parla da un po’, ma sarebbe necessario che qualche forza politica di nuova generazione ponesse l’uscita dell’Italia come obiettivo primario non soltanto di facciata. Insomma, sarebbe venuto il momento che la questione delle libertà dalle catene europee diventasse tema di una lotta politica e culturale seria nel nostro Paese. La degenerazione dell’istituzione che ha sede a Bruxelles è ormai evidente anche ai meno attenti. Certo, le sirene mediatiche si mobilitano frequentemente per terrorizzare il cittadino con scarso senso critico, paventando invasioni di cavallette e banche in fumo per autocombustione una volta usciti dalla UE, eppure stavolta con la giusta capacità di comunicare problemi e soluzioni anche ai non addetti ai lavori molte favolette (ops, narrazioni) probabilmente non avrebbero più la presa che hanno avuto in passato. Ricordando che abbiamo cessato di usare ufficialmente la Lira contante dal 1° gennaio 2002, limitiamoci solo ad alcune osservazioni di buon senso:

1) Da quando abbiamo adottato l’euro, siamo più poveri. I nostri salari non sono cresciuti, anzi tendono a diminuire. Per colpa di chi, a questo punto poco conta. Il nostro benessere di cittadini italiani non cresce restando in EU, e questo è un fatto. 2) Le vicende attuali lo dimostrano: la Banca Centrale Europea non solo non controlla l’inflazione, ma peggiora le cose alzando i tassi d’interesse. Non c’è alcun motivo per pensare che le cose miglioreranno un domani. L’euro si è dimostrato strumento inefficace contro l’inflazione, e la BCE con le sue scelte scellerate rappresenta un danno per la nostra economia. 3) Non è vero che “con l’euro lavoreremo un giorno di meno guadagnando come se lavorassimo un giorno di più”. Qui non si guadagna più e basta. E il tasso di disoccupazione resta sempre piuttosto alto, al 7,8%. 4) La transizione ecologica ci costerebbe enormemente cara. La volontà dei politici europeisti è quella di farci vivere miseramente in nome della salvaguardia del globo terraqueo, mentre l’Europa in termine di inquinamento ambientale conta poco rispetto alla Cina, all’India e agli stessi Stati Uniti. Una sorta di tafazzismo la cui unica matrice è ideologica, e che guarda caso colpisce l’industria nazionale a vantaggio delle produzioni dei nostri concorrenti diretti (vedi Germania e Francia). 5) L’Unione Europea vuole costantemente colpire la nostra cultura gastronomica e i nostri prodotti, vino incluso, pienamente criminalizzato. Una guerra vera e propria che ha trovato nell’infame Nutriscore la sua piena realizzazione, e a poco finora sono servite le proteste (molli) della nostra classe politica e le visite dei rappresentanti del nostro mondo agricolo e zootecnico a Bruxelles. 6) Altro nemico (loro) e amico (nostro) è il motore a combustione interna, che è patrimonio dell’Umanità se non altro perché un sacco di gente lo ha usato in questi decenni per muoversi liberamente. Già solo questo punto sarebbe sufficiente per uscire il più in fretta possibile, anche perché l’uso univoco del motore elettrico ci renderebbe immediatamente schiavi delle forniture cinesi. Nel frattempo, la vendita soffre, registrando un aumento dei prezzi di listino del 30% sia dell’usato che del nuovo, mettendo i ceti medi e più poveri nell’impossibilità di fatto di comprarsi un’auto. Un vero inno alla mobilità consentita solo ai benestanti, con buona pace dei democraticissimi verdi. 7) Nella gestione covid, sono più le ombre che le luci. Attendiamo fiduciosi qualche indagine seria su quello è successo negli ultimi anni. Manca chiarezza, i numeri delle morti improvvise sono inquietanti, i soldi spesi per i vaccini (inutilizzati) sono eclatanti. 8) Nella politica estera la UE non ha la benché minima parvenza di autonomia decisionale. Muti e rassegnati vassalli degli USA, che qui fanno il bello e il cattivo tempo pensando agli interessi loro, mentre noi non riusciamo a compiere un’azione che abbia una dignità geo-politica. Un disastro, uno sfacelo. Neppure la diplomazia, che una volta era punto di forza delle nostre Nazioni, è più in grado di esprimere una iniziativa autonomia. 9) Non siamo affatto uniti. Non ci sopportiamo, a dire il vero. L’episodio del nostro scontro con la Francia lo dimostra plasticamente. Ma a ben guardare è tutta una critica costante degli uni contro gli altri. Una bagarre continua, dove qualcuno è più bravo a fare i propri interessi rispetto agli altri. 10) L’UE non intende lasciare liberi gli Stati membri di decidere su qualsiasi argomento ormai. La nostra autonomia è messa quotidianamente in discussione. Una situazione intollerabile, perché gli argomenti sono molteplici e vanno dalla licenza per le nostre spiagge alla gestione dei migranti, dai vaccini al diametro delle vongole. E come se non bastasse la UE vuole intervenire sui valori delle nostre case imponendoci vincoli “green” intollerabili per il nostro patrimonio immobiliare e per le nostre tasche, al solo scopo di impoverirci tutti, perché alla fine le nostre case e il nostro risparmio fanno ancora gola a molti.

In definitiva, la questione non è il rischio che si corre a uscire dall’UE e a utilizzare una moneta sovrana italiana, ma semmai al contrario cosa ci potrà succedere se andremo avanti a ubbidire a un’istituzione straniera usando l’euro come moneta di scambio. Rileggendo gli obiettivi che si è posta l’Unione Europea, non esitiamo a dire che non ne stia rispettando uno, e continuare a credere nel miracolo del “cambiamento dall’interno” ormai è da fessi. Uscire dall’area euro non solo è possibile, ma anche auspicabile: con la nostra moneta recupereremmo la competitività di un tempo, oltre che il vantaggio di poterla gestire da Stato con la piena sovranità. Lo sforzo (importante) ne varrebbe la pena. O in alternativa possiamo sempre aspettare che esca qualcun altro prima di noi, così da innescare un meccanismo a catena che porti questa sciagura chiamata euro a fare la fine che merita: nel dimenticatoio della Storia.

Katia Migliore

 
UmanitÓ ibridata PDF Stampa E-mail

13 Maggio 2023

 Da Rassegna di Arianna del 7-5-2023 (N.d.d.)

“Oh no! Ho creato un mostro!” Le parole del dottor Victor Frankenstein dopo aver osservato la sua creatura risuonano oggi nei pensieri – e negli incubi – di alcuni tra i massimi tecnologi e scienziati del mondo, con riferimento all’Intelligenza Artificiale (I.A.). In particolare dal novembre scorso, da quando è disponibile in forma di applicazione uno strumento chiamato ChatGPT che ha lasciato tutti a bocca aperta per la sua capacità di creare contenuti di ogni genere, scrivere quasi di tutto con un alto grado di originalità, precisione, accuratezza e immediatezza. Il “chatbot” (un software progettato per simulare conversazioni con esseri umani) , realizzato dalla californiana OpenAI –creato, tra gli altri, da Elon Musk–, non è il primo degli strumenti tecnologi disponibili per una vasta gamma di utilizzi. Altri bot di I.A. – generano immagini – come Midjourney o Dall-E- e possono ideare illustrazioni o fotomontaggi di grande effetto. È stato ChatGPT, tuttavia, a portare in primo piano l’intelligenza artificiale grazie alla sua accessibilità e al suo forte impatto.

Dall’inizio di dicembre scorrono fiumi d’inchiostro sui vantaggi e gli svantaggi di una tecnologia che avanza a velocità crescente, di cui ChatGPT rappresenta solo una piccola parte. Il suo stesso creatore, Sam Altman, Bill Gates- che vi ha investito forti somme – oltre a Musk e a un folto numero di scienziati, preoccupati per i possibili rischi dell’I.A., lanciano l’allarme e invitano a porre limiti alla nuova tecnologia.  I pericoli più gravi sono che l’I.A. finisca per sfuggire al controllo umano – l’essere che l’ha pensata e realizzata – nonché la possibilità che possa cadere in mani “sbagliate”.  Il rischio è che il controllo sfugga dalle mani dei dottori Stranamore postmoderni e la macchina finisca per dominare autonomamente quel che resta dell’uomo. Attraverso l’intelligenza artificiale nasce la concorrenza tra uomini e robot. Uno dei massimi scienziati contemporanei, il fisico, cosmologo e matematico Stephen Hawking, pensava  che la creazione della “macchina pensante suona come campana a morto per l’umanità, poiché in futuro potrebbe sviluppare una propria volontà indipendente, in conflitto con la nostra”. Il rischio più grande non è la malvagità ma la competenza. “ Un’ I.A. super intelligente sarà estremamente brava a raggiungere i suoi obiettivi, e se questi non saranno allineati ai nostri, saremo nei guai”, concludeva. L’incognita è che scienza e tecnica scatenino forze non conosciute e non controllabili nel rapporto con un’umanità ibridata con la macchina, alimentando la confusione tra naturale ed artificiale in assenza di bussole morali e valoriali. Occorre una mappa, una ricognizione su un’innovazione che può modificare in radice la condizione umana. Partiamo dalla definizione: l’I.A. è un ramo dell’informatica che lavora alla realizzazione di sistemi capaci di dotare le macchine di caratteristiche considerate “umane”, quali le percezioni visive, spazio-temporali e le capacità decisionali. Si tratta di apparati che entrano a pieno titolo nella definizione di intelligenza proposta dalla teoria di Gardner . Lo psicologo Howard Gardner individuò nove forme di intelligenza umana:  l’intelligenza interpersonale, intrapersonale, linguistico-verbale, logico-matematica, musicale, naturalistica, visivo-spaziale, corporeo-cinestetica e filosofico-esistenziale. L’I.A. sta penetrando in tutti i territori dell’intelligenza umana descritti, con la tendenza a superare le nostre facoltà.

C’è la necessità di un serio dibattito sull’I.A., tanto più che i suoi pericoli inquietano gli stessi creatori. Altman ha affermato che l’intelligenza artificiale “ridefinirà la società come la conosciamo ora”, e che ciò lo spaventa. Questa tecnologia ha il potenziale per essere “la migliore invenzione che l’umanità abbia mai creato”, ma il percorso per migliorare le nostre vite potrebbe essere minato se i suoi “errori riconosciuti vengono sfruttati come arma di disinformazione, per compiere attacchi informatici o altre pratiche perverse. “ I modelli prodotti sinora funzionano attraverso il ragionamento deduttivo e potrebbero “dichiarare con sicurezza cose inventate come se fossero fatti.“ Per Bill Gates “le IA super intelligenti potrebbero essere in grado di fissare i propri obiettivi. Una macchina potrebbe decidere che gli esseri umani sono una minaccia, concludere che i loro interessi sono diversi dai nostri o semplicemente smettere di preoccuparsi per noi?”. Una domanda che, posta da un insider di tale livello, suona come affermazione minacciosa.  Lo stesso Hawking , nel 2014, quando la tecnologia dell’I.A era ancora in fase embrionale, avvertiva che “lo sviluppo di un’intelligenza artificiale completa potrebbe significare la fine della razza umana. Gli umani, esseri limitati dalla loro lenta evoluzione biologica, non potranno competere con le macchine e saranno superati”. Di fronte a evidenze tanto preoccupanti, sorprende – ma non troppo, vista la progressiva restrizione degli spazi di discussione – che non vi sia un dibattito articolato e pubblico sull’Intelligenza Artificiale, lontano dallo specialismo degli addetti ai lavori. Intanto l’app ChatGPT è stata bloccata in Italia per i dubbi sulla raccolta e gestione dei dati degli utenti, un altro problema di libertà e privatezza legato alla capacità degli apparati artificiali di elaborare dati e metadati, con tutte le conseguenze – non solo predittive – che ne derivano.   Se è legittimo congratularsi con l’intelligenza umana , in grado di elaborare una copia artificiale di se stessa con capacità assai superiori; se è possibile attendersi dall’I.A. la soluzione di alcuni problemi e limiti della nostra specie, è altrettanto indispensabile interrogarsi su rischi che preoccupano non solo l’osservatore comune, perplesso davanti all’enormità della sfida, ma gli stessi scienziati. Soprattutto, è urgente un giudizio morale che si traduca in norme  vincolanti e controllabili.   Tutti gli allarmi che si sono moltiplicati negli ultimi mesi hanno omesso di valutare la capacità dell’I.A. di formare, riformulare, modificare e di conseguenza, gestire in  maniera manipolatoria il modo di pensare degli esseri umani.  Può sembrare un’esagerazione e forse non è  l’ intenzione dei creatori, ma è un dato di fatto che rapportarsi ai robot di intelligenza artificiale come a persone, con veri e propri dialoghi, porta ineluttabilmente a cambiare il pensiero umano prestabilendone i contenuti. Il rapporto è diseguale, immensamente superiore alla relazione umana tra maestro e allievo. La  legge di Gabor avverte che se qualcosa è tecnicamente fattibile, non ci saranno leggi, scritte o etiche, che fermino ricerche e applicazioni pratiche. Di conseguenza, i possibili sviluppi dell’I.A, soprattutto la capacità di modificare pensieri, idee, forme e criteri del pensiero umano, tenderanno a ignorare le conseguenze. Se si modificano criteri e concetti, verranno manipolati i comportamenti umani con intensità crescente, a discrezione di chi “forma” l’ I.A. (ovvero le dà contenuto). Tutto ciò è inquietante per la libertà umana quanto la possibilità che l’IA superi la nostra intelligenza in tutti i suoi aspetti. La capacità di plasmare pensieri e criteri, dunque comportamenti, è stata ormai raggiunta, con tutti i rischi del caso. Innanzitutto l’essere umano è lasciato alla mercé dell’apparato artificiale (concretamente, di chi lo possiede e controlla), con un’ulteriore pericolosa conseguenza, la perdita di abilità e capacità frutto del lungo lavoro della cultura e della conoscenza.  Quando l’uomo iniziò ad usare le calcolatrici (prima meccaniche e poi digitali), abbandonò l’aritmetica mentale e le  procedure matematiche apprese faticosamente. Chiunque sperimenta la perdita di abilità di calcolo, mentale e scritto. Moltissimi sono oggi a disagio con una semplice divisione con i decimali. Uguale sorte per la perdita di memoria: pensiamo al numero sempre minore di numeri telefonici, indirizzi, nozioni generali  che ricordiamo a mente. Tanto è tutto nella memoria del PC e dello smartphone, a portata di clic. Molti studenti non ricordano più neppure come vengono eseguite certe operazioni ; viene insegnato loro esclusivamente a utilizzare l’apparato artificiale, abbandonando le tecniche, le conoscenze e le capacità – di memoria e di apprendimento – che rendono possibile capire ed eseguire calcoli, formulare pensieri ed ipotesi, ritenere, elaborare e trasformare in  cultura abilità e conoscenze. È superfluo: ci pensa la macchina.  Tutti utilizziamo il calcolatore digitale; computer, fogli Excel, mentre applicazioni più sofisticate risolvono istantaneamente qualsiasi equazione o calcolo complesso, senza altro intervento umano se non digitare i numeri che compongono il problema da risolvere. L’I.A. va oltre: nelle nuove applicazioni basta rivolgersi verbalmente alla macchina – non è più necessario scrivere – per ottenere risposte in millesimi di secondo a ogni quesito su qualsiasi materia.  Risposte accurate, sì, esaustive, forse, ma influenzate pesantemente da chi ha eseguito la programmazione iniziale. Che si parli di un libro o di un’idea, del cambiamento climatico o di eventi storici, il responso sarà accolto come oro colato, verità indiscussa dall’uomo non più abituato a ragionare, pensare, formulare giudizi.  La risposta è necessariamente di parte: l’idea di chi ha programmato l’apparato o di chi lo controlla. Il futuro è ancora peggiore: le acquisizioni della cibernetica fanno sì che le macchine siano sempre più capaci di replicare se stesse . […] Una conseguenza – al di là dei rischi di un’I.A. diventata autonoma dai suoi inventori – è la nascita di una doppia umanità. Da una parte la minoranza di chi possiede, controlla, programma l’apparato intelligente artificiale, dall’altro l’immensa maggioranza di semplici utenti privati di autonomia, giudizio, quindi libertà e – infine – umanità. Oltretutto, le macchine non citano fonti e se lo fanno (è il caso di Perplexity AI, una chat box specializzata in ricerche) sono autoreferenziali, selezionate dal medesimo algoritmo. Per non parlare di errori grossolani nelle Chat GPT, quando, ad esempio, segnano l’inesistenza di libri famosi pubblicati da autori riconosciuti; oppure riassumono il  pensiero in modo che spesso è l’opposto del vero dire e pensare di un autore. Chi  padroneggia temi su cui ha interpellato un robot ad I.A. riferisce di bugie e travisamenti, commenti negativi legati alle “linee guida” (sempre politicamente corrette) con cui è stato programmato. […] Il pensiero critico sarà stato soppresso e i comportamenti regolati, standardizzati, perfettamente previsti, dettando il modo di sentire, agire e pensare. La fine della libertà umana.

Indipendentemente dallo scenario peggiore – la macchina che controlla e replica se stessa senza l’intervento del suo inventore umano, rimuovendo il concetto stesso di libertà umana – già oggi l’I.A. è nelle mani di una minoranza di tecnici, scienziati e iperpadroni. Sono loro a programmare domande e risposte. Il resto degli umani è – e sempre più sarà – alla loro mercé, in attesa di scoprire se la macchina si stancherà di utenti tanto inferiori. Manipolazione, controllo, pensiero unico predefinito dalla macchina, perdita di libertà. Fobie o realtà? Ne vale la pena? Almeno, parliamone.

Roberto Pecchioli

 
Cosa siamo? PDF Stampa E-mail

11 Maggio 2023

 Da Appelloalpopolo del 7-5-2023 (N.d.d.)

Un giorno si comprenderà che uno Stato libero e Sovrano per legiferare e prendere dei provvedimenti non deve aver bisogno per forza di coperture. Né tantomeno di qualcuno di sovra nazionale che faccia della carità a strozzo chiedendo riforme che generano lacrime e sangue. E questo perché ha tutti gli strumenti economici in possesso e può decidere di usarli liberamente. Perché ha una banca centrale che dipende dal potere politico, ha una propria moneta.

Perché non deve per forza tenere i conti in ordine o essere in avanzo primario, tantomeno se sta vivendo un ciclo economico avverso… Non deve quindi stare a fare taglia e cuci da una parte per liberare dei presunti tesoretti dall’altra parte, ma può semplicemente valutare se spendere a deficit in maniera mirata per mettere in moto l’economia del paese. Non deve per forza ridurre il debito pubblico se questo è per la maggior parte in mano allo Stato. Non deve mettere per forza sul mercato i propri titoli di debito e può scegliere liberamente che tasso dargli.

Al contrario deve fare attenzione al debito privato del popolo, cosa fondamentale. E soprattutto può non usare le tasse per fare cassa, ma invece per ridistribuire la ricchezza, con una tassazione progressiva (come avevamo noi al tempo con 32 aliquote, ad esempio) Può usarle per controllare inflazione e deflazione e per ribadire il concetto di sovranità nazionale.

Ah già dimenticavo, tutto questo all’interno di un esperimento del tutto nuovo come l’unione europea non si può fare, i trattati stipulati non lo permettono… Quindi non siamo più uno Stato libero e Sovrano, ma qualcosa di diverso. Che cosa? Decidetelo voi, date voi un nome a tutto ciò, a me viene l’orticaria ed il vomito comunque si chiami…

Mauro Esposito

 
SocietÓ del nichilismo compiuto PDF Stampa E-mail

8 Maggio 2023

 Da Rassegna di Arianna del 6-5-2023 (N.d.d.)

Qualche settimana fa a Bologna una folla di giovani ha atteso per ore di vedere per un attimo Chiara Ferragni. La notizia colpisce per il fatto che la signora in questione non è un’icona della musica, un’attrice di successo o un’artista. La sua professione è influencer, ossia una persona che – se le parole hanno un senso – tende a determinare il comportamento, le idee, i consumi altrui attraverso dichiarazioni o stile di vita. Un’attività assai prossima all’imbroglio, giacché le azioni degli influencer sono generalmente dettate dal sistema del consumo, in particolare dei beni “posizionali”, quelli cioè che servono a segnalare uno status sociale, una condizione di prestigio, spesso solo un’ aspirazione e un’imitazione gregaria. È grande lo stupore per la scelta dei giovani bolognesi – e dei numerosissimi studenti del suo ateneo – tanto più per la forte tradizione “progressista” della città.

La mutazione genetica, culturale, valoriale, dei giovani – italiani e occidentali – è compiuta: sono stati avviati, guidati, persuasi al più compiuto nichilismo. Non si spiega altrimenti la calca e l’attesa per la Ferragni, vista come un modello sociale di successo, nonostante non abbia alcuna particolare abilità artistica o culturale. La triste vittoria del nichilismo gaio di massa è confermata da uno studio spagnolo sulla salute mentale dei connazionali. Quaranta spagnoli su cento ritengono di non godere di buona salute mentale. I giovani sono la fascia di età che valuta più negativamente il proprio stato psicologico: solo uno su tre se ne dichiara soddisfatto. Gli attacchi di panico, l’ansia, gli stati depressivi, in una parola una vita non felice, sembra la normalità per i giovani iberici. L’uso di psicofarmaci riguarda almeno un giovane su due e le benzodiazepine hanno in Spagna più consumatori che nel resto del mondo. Tutto ciò in un paese famoso per la sua allegria, il buon clima e la gioia di vivere. Per di più, si tratta di una nazione che ha le leggi più permissive al mondo in materia di costumi e di nuovi “ diritti”. Evidentemente questo tipo di società fa male: ansiogena, individualista, agonistica, indifferente all’altro, vuota di ancoraggi e credenze. È ormai una malattia in sé e il suo esito è un nichilismo pratico che spaventa. Nessun principio o valore sembra degno di essere professato; si è condotti, per sopportare l’esistenza e cercare squarci di effimera felicità, alla dipendenza da sostanze psicotrope, stupefacenti, alcool, droga , gioco, sesso compulsivo. Paradisi artificiali per sfuggire a inferni reali, rintracciare scopi. Si moltiplicano gli atti di autolesionismo, le condotte antisociali, l’incomunicabilità mascherata dalla bulimia della comunicazione spuria, artificiale , delle reti sociali.

Certo, non possiamo definire tutto ciò malattia mentale, ma dimostra una fragilità di fondo, una paura di affrontare la vita, le sue prove, il dolore, che rende insicure, vulnerabile, leggere come fiocchi di neve gran parte delle ultime generazioni. Nulla di strano se si rifugiano nelle dipendenze, tra le quali ha un posto di rilievo quella da reti sociali, l’iperconnessione compulsiva, la sindrome del “ mi piace “, “ non mi piace”, perfino il devastante timore di perdersi qualcosa, di non essere abbastanza alla moda, di non fare certe esperienze, in sostanza non essere abbastanza conformisti, laddove il conformismo postmoderno è un’estenuante gara di trasgressioni eterodirette ai modi di vivere, essere e pensare di ieri.

[…]Studi e analisi valutano gli effetti, i sintomi, ma non affondano il giudizio sulle cause. Ovvio: dovrebbero revocare in dubbio tutto un sistema, l’intera compagine sociale, il complessivo sistema del “progresso”. Che tale non è se genera disagio mentale, confusione, infelicità, dipendenza da farmaci, e produce un tipo umano nichilista, privo di principi forti, convinto che per nessuna causa valga la pena battersi, se non – per un fugace attimo – per le menzogne ansiogene diffuse dal piano alto di un potere di cui non sospettano neppure l’esistenza. Le masse giovanili si sono dimostrate remissive dinanzi alle imposizioni e alla compressione di libertà quotidiane del terribile triennio epidemico. Hanno cioè introiettato l’ adattamento privo di giudizio che Etienne De La Boétie chiamò servitù volontaria.

In America, centro del decadente impero d’Occidente, la condizione giovanile è entrata a vele spiegate nel nichilismo più cupo, favorito dagli innumerevoli ghetti etnici, dalla povertà, dalla desertificazione sociale e familiare, dalla violenza diffusa e dalla frustrazione determinata dall’enormità delle aspettative rispetto alla realtà. Qualcuno fa del male gratuito, nichilismo allo stato puro; un giornalista statunitense ha citato un fatto accaduto a lui a Washington: due ragazzini in moto gli hanno strappato il cellulare dalle mani non per rapina, ma per distruggerlo ridendo; un gesto senza senso, compiutamente nichilista. Quali valori sono stati offerti a quei ragazzi, quali modelli, quali alternative al nulla esistenziale riempito di consumismo banale? Nelle città americane è prassi l’attacco vandalico a negozi e supermercati alimentari, effettuato non da affamati, ma da giovanissimi sociopatici apparentemente normali. L’assurdo è la difesa ad oltranza , con motivazioni “sociali”, da parte della stessa cultura del nulla che li ha resi selvaggi senza idee e senza domani: una generazione intera priva di qualunque disciplina formale, cresciuta senza famiglia nel deserto culturale e valoriale. Vivono nel disordine e sentono il bisogno di creare disordine nella vite degli altri.

L’idea che la società intera sia colpevole della condotta di chi aggredisce, distrugge, dà fuoco ai beni altrui o schiaccia un telefono senza ragione è il sintomo di una malattia con prognosi infausta, il nichilismo. Ci vuole più cultura, dicono, ma impazza il suo contrario, la cancellazione chiamata progresso, risveglio, riscatto. Un seguitissimo influencer nero (oops, afroamericano) scrive che l’istruzione è una farsa per gente stupida. “Tutti quei filosofi si sbagliavano. Credevano che il sole girasse intorno alla terra. Pensavano che la luna fosse una stella. Non sapevano niente. L’istruzione classica insegna agli studenti a imparare cose da bianchi.“ A Chicago bande giovanili tengono in scacco interi quartieri con l’unico scopo di impaurire e distruggere. L’ignoranza fa passi da gigante in ogni ambiente sociale e in America è normale considerare razzista la matematica che impone regole fisse per ottenere i risultati “giusti”. Non se la passa meglio la grammatica, che, su pressione dei movimenti radicali woke, viene ora insegnata in maniera “critica” , ossia senza regole sintattiche e lessicali, frutto, secondo la follia emergente, di imposizioni razziste, maschiliste ed eteropatriarcali. Ognuno parlerà come vuole, una Babilonia sino alla reciproca incomunicabilità finale, la liberazione animale dai vincoli della parola. Pura regressione.

La generazione degli “zoomers”, nata dopo il 1996, ha trascorso gli ultimi anni in gran parte chiusa in casa a causa della pandemia. Chi studia ha seguito le lezioni a distanza, “zoomando “ in rete. Escono sempre meno, tendono a lasciare lo studio e a non applicarsi al lavoro, sono indifferenti a ogni tradizione spirituale e trascorrono gran parte del tempo online, tra Instagram, chat, YouTube e Pornhub. Sono predisposti per diventare schiavi digitali, un gregge la cui pastura sarà il reddito universale digitale, la connessione perpetua e la promiscuità sessuale, vissuta come moda. A ondate, simili a sciami di cavallette, si agitano quando un gruppo di presunte vittime manifesta un problema di “inclusione”; non appena il rumore si placa, passano alla news successiva in totale indifferenza. Ci sono sinistre analogie con la generazione debosciata degli “ anni ruggenti” (roaring years) descritta dallo scrittore Francis Scott Fitzgerald quasi un secolo fa. Sfibrati sin da giovani, hanno orrore del passato, conosciuto solo attraverso la demonizzazione imposta, alla quale credono con fervore quasi religioso in assenza di contraddittorio. Vedono un futuro tempestoso anche nei momenti più felici, aspettandosi il peggio, terrorizzati dalle catastrofi climatiche annunciate dai burattinai. È un’orda di zombi che marcia senza pensare. Sono come il potere li ha voluti: non hanno altra colpa che aver disattivato il cervello. Anche per questo hanno ampie giustificazioni: l’ignoranza saccente che li avvolge è voluta, perseguita, programmata dalle generazioni adulte.

La mutazione nichilista si conclude con l’impressionante auge della confusione sessuale, implementata dall’oligarchia al potere: in America un giovane su cinque della generazione Z si dichiara sessualmente fluido, un dato quasi doppio rispetto a quello, già allarmante, dei Millennials (nati tra il 1981 e il 1996), che già moltiplica per tre i dati precedenti. Secondo Elon Musk, l’unico tecno oligarca ostile all’incultura woke, quello LGBT è ormai “il club dei ragazzi fighi”, una forma di neo conformismo distruttivo. Impressionano i dati sull’uso di sostanze stupefacenti, quasi doppio tra i “non binari” rispetto alla media, la promiscuità sessuale e un’incidenza cinque volte più elevata di malattie sessualmente trasmissibili. Non vi è dubbio che l’infezione americana– è davvero il caso di chiamarla così – stia raggiungendo la periferia dell’impero. Questa è la società del nichilismo compiuto, le cui responsabilità – enormi, criminali – ricadono sulle generazioni adulte. Per chi è bambino negli anni Venti del terzo millennio (presto cambieranno anche la datazione: chi era, dopotutto, quel Cristo che fa da spartiacque abusivo della storia?) c’è l’indottrinamento scolastico gender fin da piccoli, la pornografia infantile proposta dalla figlia dei Clinton ( la mela non cade lontano dall’albero), la precoce sessualizzazione e, su tutto, il fastidio per ogni storia, idea, discorso non corrispondente al canone inverso predisposto, che genera intolleranza, incapacità di partecipare a un dibattito a più voci, in definitiva rancore contro la libertà. Ci capita spesso di pensare con sgomento a come sarà il mondo quando le generazioni formate nel terzo millennio saranno anziane. Sbagliamo: il mondo preparato per loro dalle oligarchie di questo tempo bastardo sarà già sepolto, travolto dalle menzogne e dal tragico nichilismo che pratica senza neppure riconoscerlo. Popoli vivi che credono ancora ai loro occhi, indifferenti alle ubbie “risvegliate” lo avranno travolto e sostituito. Una fine ingloriosa, ma giusta: chi non vuole vivere non merita futuro.

Resta a chi scrive, insieme con una profonda amarezza e l’ estraneità dell’esule, un intenso senso di colpa. Non abbiamo fatto abbastanza, non abbiamo lottato, non siamo insorti moralmente per impedire il degrado che abbiamo attorno a noi e che – ammettiamolo – non ci risparmia. La generazione nichilista è figlia nostra. Abbiamo colpe terribili. Possiamo solo tenerci in piedi tra le rovine: per noi, per i giovani che resistono al contagio e per chi, un giorno, rovescerà la tendenza. Oggi è probabilmente perduto: ultimo dovere è la testimonianza per la rinascita di domani o dopodomani.

Roberto Pecchioli

 
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