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La disoccupazione non causata dal progresso tecnologico PDF Stampa E-mail

7 Maggio 2023

 

 Da Comedonchisciotte del 4-5-2023 (N.d.d.)

La perdita di posti di lavoro dovuta all’introduzione dell’intelligenza artificiale, o più in generale allo sviluppo tecnico, viene sempre tirata in ballo dai suoi critici e dai suoi cantori. Il problema però potrebbe essere visto anche da un’angolatura differente. Non tutti i lavori sono informatizzabili e la maggior parte degli impieghi nel settore dei servizi sicuramente non lo è, questo vale anche nella manifattura e nel commercio. Tutti i lavori del terziario che rientrano nella cura delle persone dipendono dalla ricchezza di un paese piuttosto che dalla sua tecnologia. La perdita di posti di lavoro dovuta al progresso tecnico funziona come un mito che viene riproposto senza tregua, è efficace per far credere di essere alle soglie di un’epoca del tutto nuova, quando invece siamo di fronte alle stesse logiche di sempre.

La tecnologia da questo punto di vista sta facendo riemergere qualcosa di molto classico, nei lavori d’ufficio standardizza le mansioni, se prima era richiesta conoscenza, competenza e indipendenza adesso diventa esecuzione ripetitiva di comandi su cui non si può avere alcuna discrezionalità. Le competenze del mondo del lavoro, che fanno tutt’ora parte della sua forza, vengono integrate nelle macchine. Ne deriva un aumento della concorrenza tra lavoratori meno qualificati e lavoratori più qualificati, la loro intercambiabilità , dove l’unica vera novità è il controllo continuo e la valutazione istantanea.

L’avvento del web aveva suscitato le più mirabolanti teorie sulla nostra epoca, ma a ben vedere e a dispetto della futurologia, le fabbriche sono ancora lì e sono ancora importanti. Sarebbe il caso di misurare lo scarto tra la promessa dei teorici delle tecnologie digitali e le loro realizzazioni. Il web e l’informatica avevano dato avvio a tutta una serie di dibattiti sulla fine della società industriale, dove saremmo diventati tutti lavoratori autonomi (vero, con tutti i problemi che ciò comporta) e creativi. Alla fine ci ritroviamo a constatare che il lavoro alienato delle catene di montaggio piuttosto che ridursi, conquista sempre nuovi ambienti, e diventa il principio con cui si organizza l’attività mentale . Chiunque abbia a cuore la questione non può non vedere che l’applicazione di questi sistemi in scuole e università, oltre che sul mondo del lavoro, porterà ad un esonero dalle conoscenze di base funzionale ad uno stato di minorità.

La critica al processo di digitalizzazione è incredibilmente unanime e allo stesso tempo incredibilmente innocua perché condivide la tesi che saremmo entrati in una nuova epoca, ed è quindi convinta che le tecnologie determinino la fine di ciò che fino a poco tempo fa davamo per scontato. Il racconto secondo cui noi vivremmo in un epoca rivoluzionaria è funzionale al fatto che tutte le idee più radicali e più strampalate vengono legittimate.

Ogni volta che sentiamo parlare di un’epoca nuova dovremmo ricordare che cosa è successo durante la pandemia, dove una narrazione che chiedeva drastici interventi unita ad una mistica da cambio d’epoca ha legittimato la fine dei diritti civili. Se le società di big tech tagliano il personale bisognerebbe guardare alla situazione del commercio, allo stato dei consumi e quindi al fatto più semplice che sono aziende capitalistiche come tutte le altre, con l’aggiunta di uno spropositato potere politico.

Perché, scusate, ma con tutti i disastri del mondo, ma qualcuno crede veramente che manca il lavoro? Manca chi lo paga. E quindi manca a noi la possibilità di decidere come vogliamo investire, che cosa vogliamo costruire, come vogliamo lavorare. Ci manca la forza e questo non è un problema nuovo.

Giacomo Bellucci 

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